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venerdì 6 ottobre 2023

Istria 1948, Narciso Chersin issa la bandiera italiana sulla boa tra Brioni e Fasana

In Istria c’erano italiani che non mollavano nel 1948. Il regime titino ormai stava prendendo piede, dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947, che assegnava gran parte dell’Istria alla Jugoslavia. C’erano fotografie di Tito sulle vetrine dei negozi privi di merce e bandiere jugoslave in ogni dove. “Sucedeva che Narciso Chersin sul Canal de Fasana – ha detto Armida Villio – de note meteva la bandiera italiana sulla boa tra Fasana e Brioni, cussì i titini e quei dell’OZNA se inrabiava, anche Narciso Barattin ga messo la bandiera italiana sul campanil de Fasana, perché tanti i pensava che tornava l’Italia”.

Cartolina di Fasana, primi del ‘900. Proprietà: J.M. Marincovich, Fasana

Tutte quelle bandiere italiane issate, con eroismo, in vari posti persino sul campanile e sulle boe del tracciato marittimo erano una vera spina nel fianco per l’OZNA (poi UDBA), il servizio segreto di Tito, che proprio a Fasana aveva una delle sue roccaforti. Dovevano sloggiare dall’Istria quegli italiani che non si piegavano alla dittatura comunista e al tricolore jugoslavo. Così fu fatto. Come mai restare, se molti italiani invece partirono col piroscafo ‘Toscana’?

Noi semo vignudi via coi documenti nel 1947 col ‘Toscana’ per andar al Silos de Trieste [Centro raccolta profughi], ma in pratica semo stadi caciadi via – ha spiegato Armida – invece mia cugina Anna xe restada, perché pensava che no restava Tito, cussì dopo i ghe gà portà via tuta la roba de la botega e anche l’oro de famiglia, la xe finida in preson a Dignan, i ghe portava via col camion la lana, la xe morta a Trieste, forse nel 1950. Mio papà iera Bartolomeo Villio, nato a Fasana nel 1903, el contava che i antenati Villio nel Seicento iera tagliapietre vignudi de Verona, infatti gò parenti a Muggia, Dignan e Rovigno, dove cualchedun fa de cognome Tagliapietra Vilio”.

Armida Villio a Gorizia per un raduno ANVGD. Foto Varutti
Un’altra testimonianza è quella di Marcela Perich, di Umago, esule al Campo profughi di Padriciano (TS), poi emigrata nel 1956 con la famiglia in Argentina. La Perich ha scritto in Facebook il 30 settembre 2023: “Mio marito Gianni Giobbe era piccolino di 7 o 8 anni, lo hanno portato alle ‘Casarmete’ di Gorizia [Campo profughi] con la mamma e tre fratelli. Loro sonno stati 4 o 5 anni di campo in campo. Tratati pegio che le bestie. Li hanno portati per tanti campi di Italia, hanno pasato abastanza male, racontava sempre la mia suocera. Le cose che contava essa ti veniva da piangere e anche tanto. Un caro saluto a tutti li Istriani pure li esuli, come me, con un grande dolore nel mio cuore. Con tutto quello che abbiamo sofferto. Moltissimo”.

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Fonti orali e digitali Si ringrazia, per la collaborazione riservata, la signora Alda Devescovi, nata a Rovigno ed esule a Grado (GO). Le interviste sono state condotte da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica.

- Marcela Perich, Umago (PL) 11.4.1940, esule a Buenos Aires (Argentina) Post in Facebook del 19 ottobre 2022.  

- Armida Villio, Fasana (PL) 1933, esule a Grado (GO), int. a Gorizia del 1° ottobre 2023.

L'istriana Marcela Perich, al centro, con Gianni a sinistra in Argentina
La famiglia Giobbe di Fasana esule a Gorizia e in Argentina - Nell'immagine sottostante c'è il ritratto in esterno a figura intera dell’emigrante istriano Giacinto Giobbe (Fasana 1935) il giorno della sua cresima (il primo seduto a destra) assieme ad un gruppo di parenti, tra i quali si riconosce sua mamma Marcella Coslovich (Umago 1916), seduta al centro ed i fratelli Ferruccio (Fasana 1939) e Giovanni Giobbe (Fasana 1938 - marito di Marcela Perich) seduti accanto alla mamma. La fotografia è scattata a Gorizia, pochi mesi dopo l’esilio della famiglia dalla loro casa natale di Fasana (Istria). Luogo e data dello scatto: Gorizia, 1947. Emigrazione, provenienze dall’attuale Croazia, Istria, Fasana. Emigrazione, destinazioni finali extraeuropee: Argentina, Provincia di Buenos Aires, Partido di La Matanza, San Justo. Fonte: Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia (ERPAC), Scheda F 5748, che si ringrazia per la diffusione nel blog.

Progetto di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori:  Armida Villio, Alda Devescovi (ANVGD di Gorizia), Tulia Hannah Tiervo e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie di Elio Varutti. Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e la delegazione provinciale dell’ANVGD di Arezzo. Ricerche d’archivio all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

lunedì 16 ottobre 2017

Dal Diario Rubinich di Moschiena, esodo in Argentina e ritorno in Italia

Si sono rintracciati altri documenti originali, oltre alle schede anagrafiche, nell’Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), in fase di riordino. 
Moschiena, anni 1925-1930. Cartolina da Internet

I materiali sono del 2006 e ci permettono di costruire un’altra vicenda istriana con semplici parole. Non è un caso eccezionale quello che si sta per descrivere, ma a suo modo è emblematico. È la vita di un qualsiasi socio dell’ANVGD di Udine. Dimostra intraprendenza, voglia di lavorare senza restare con le mani in mano, anche dinanzi alle avversità della vita, come l’esodo giuliano dalmata. «Ritornando indietro con gli anni – scrive Gloriano Rubinich nel suo Diario – la Jugoslavia di Tito mi privò di tutti i miei beni terreni e casa».
È possibile illustrare la biografia di Gloriano Rubinich, nato a Moschiena (Fiume) il 13 agosto 1921, per mezzo delle poche parole di un suo limitato Memoriale, manoscritto in una casa di cura, con tutta probabilità dopo il 2001, anche se non firmato. Gloriano Rubinich muore a Udine il 3 novembre 2006. Il suo funerale si tiene nella parrocchiale a Feletto Umberto, di Tavagnacco, alle porte di Udine. Lascia la moglie Rosalia Degano, della classe 1932, e i figli Antonietta e G. Antonio.
Nel riprodurre il breve Diario, oltre a sciogliere punteggiatura e certi errori, in parentesi tonde si sono aggiunte alcune precisazioni, per una lettura più agevole.
Dall’Epistolario Cattalini, custodito presso l’Archivio dell’ANVGD di Udine, Carte Rubinich

Solo con lo scopo di perpetuare la memoria di altri italiani di Fiume, ci permettiamo di corredare l’articolo presente con altre due immagini reperite in Facebook. Si tratta di un “loving memory” messo in circolo nel web dai discendenti, con fotografia di Wanda Verban, nata a Fiume il 19 aprile 1927 e deceduta a Chicago il 17 agosto 2017, negli Stati Uniti d’America.
Poi si dà spazio alla bella fotografia di due giovani ripresi a Fiume nel 1935. Si tratta di Giovanni Mariutti e Maria Fop, mostrati in Facebook, il 9 ottobre 2017, da Enrica Soldani, nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani”. Si ringraziano i discendenti per la diffusione e la pubblicazione delle immagini.
Dall’Epistolario Cattalini, custodito presso l’Archivio dell’ANVGD di Udine, Carte Rubinich

Le parole del Diario Rubinich
«Partii militare il 15 gennaio 1942, destinazione Pola, poi a Latisana (in provincia di Udine). Mi feci male ad una mano e mi mandarono all’Ospedale di Trieste. Facevo parte del 278° Reggimento cannoni. I miei compagni partirono per la Russia. Ritornarono pochissimi. Intanto facevo a Torviscosa (in provincia di Udine) la guardia ai prigionieri neozelandesi e sudafricani.

Torviscosa, il campo PG 107 nel disegno di Silvestro Perotti, carabiniere di guardia al campo

Tra tante peripezie ritornai a Palazzolo dello Stella (in provincia di Udine) avendo trovato la fidanzata, fra tante disgrazie della sua famiglia. Rimasi cinque anni. Poi mio fratello, che viveva a Milano, mi aiutò ad emigrare in Argentina. Prima di partire mi sposai e ho avuto una bambina. Avevo ventisei anni, siccome le pratiche (dell’emigrazione) erano lunghe, per essere pronte, partii da solo nel giugno 1948. Trovai dei parenti di mia moglie che mi ospitarono. Intanto trovai lavoro e un anno e mezzo dopo potei far emigrare la moglie con la bambina.
Lavorando sodo, ho fatto fortuna, avendo un ristorante che gestii per venti anni circa. La è nato il maschio, però la sfortuna ha voluto colpire ancora mia moglie. Fu colpita da cancro al polmone. Dieci mesi di vita. Morì il 19 dicembre 1962. Poi (dopo) tante disavventure, ritornai in Italia, con i bambini, vendendo tutto in Argentina. In Italia ho messo un ristorante argentino a Lignano (Lignano Sabbiadoro, provincia di Udine) “La Rueda Gaucha”. (Esistente ancor oggi!)
In seguito ho colto l’occasione di gareggiare all’appalto del bar Gervasutta (è un Ospedale nella zona sud di Udine). Trovai una seconda moglie che mi ha molto amato. Avevo cinquantacinque anni, eravamo nel 1976, l’anno del terremoto. Ritornando indietro con gli anni la Jugoslavia di Tito mi privò di tutti i miei beni terreni e casa.
Torviscosa, il Campo prigionieri PG 107 diventa Villaggio Roma per operai nella tarda metà del '900

Ritornando a noi, ho cercato di dare il bar Gervasutta ai figli nel 1990, ma non hanno retto. Poi siamo ritornati noi nel 1992 fino al 1996. Poi abbiamo venduto sperando di stare bene e di poter vivere serenamente. È subentrata la mia malattia, che gradatamente è peggiorata, fino (al trasferimento) all’ospedale e poi ricovero alla Quiete (Casa di cura). Sono passati cinque anni, andando sempre peggio…».
Come già scritto, Gloriano Rubinich muore a Udine il 3 novembre 2006, dopo aver vissuto le peripezie dell’esodo dalla sua Moschiena fino in Argentina e col ritorno in Friuli.

La storia del PG 107 dove Gloriano era di guardia
Nel 1942 nel territorio del Comune di Torviscosa fu insediato il campo per prigionieri di guerra n. 107, dove furono internati circa mille militari di nazionalità neozelandese e sudafricana catturati dall’esercito italiano durante la prima battaglia di El Alamein. Sorto su richiesta della SAICI – SNIA Viscosa per sostituire con i prigionieri i propri operai partiti per la guerra, fu il primo campo di lavoro per prigionieri di guerra in Italia. Funzionò come campo di prigionia fino al settembre del 1943 e in seguito fu trasformato in villaggio operaio. Oggi è chiamato: Villaggio Roma.

Cimeli da Fiume, scarpine per bambola. Fotografia di Franca Manzin

Una storia di Fiume che viene da Napoli
«Quando ero piccola – ha raccontato in Facebook Franca Manzin, di Fiume – ammiravo sempre queste scarpette nella vetrina a casa della signora Guerina (classe 1923) che mi diceva sempre: “no toccar sa, xe de mia mama, ghe le ga fate un ciabatin de Fiume co la iera giovane”. Quelle scarpine, in pelle e cuoio di dieci centimetri sono rimaste sempre nel mio cuore. Un giorno la signora Rina, dopo tantissimi anni e ormai prossima alla fine, mi disse: “Vien qua, te devo dar una roba... so quanto ti eri afezionada de picia a queste scarpine, bon, mi no go nissun e dopo che moro finirà tutto in scovaze, son sicura che ti te le tegnerà ben, son sicura”.
È indescrivibile la gioia che ho provato nel ricevere questa tanto ambita "eredità" e per la fiducia che ha riposto in me. Io ho queste scarpine da un po' di anni e ho detto alle mie figlie che un giorno saranno loro, una a testa. Ho detto di conservarle con cura perché sono ricche di storia, di drammi e d’amore... hanno coinvolto la vita di tante persone... Chissà chi era quel grande ciabattino?»

Una fiumana morta a Chicago

Fonti inedite
- Scheda anagrafica di Gloriano Rubinich, nato a Moschiena (Fiume) il 13 agosto 1921, Archivio dell’ANVGD di Udine. Si ringrazia la segreteria per la collaborazione.
- Fanno parte dell’Epistolario Cattalini, custodito presso l’Archivio dell’ANVGD di Udine, i seguenti documenti manoscritti o stampati e fotografie:
        - Gloriano Rubinich, Diario, dopo del 2001, ms e fotografia.

Fonti digitali sull’esodo da Fiume
- Arianna Gerbaz, Certificato di morte di Francesco Mazzer, suo nonno, Fiume 26 luglio 1945. Arianna Gerbaz, è nata a Latina e vive Torino.
- Franca Manzin, di Fiume, vive a Napoli. Post di Facebook del 15 settembre 2017, nel gruppo “Un Fiume di Fiumani”.
- Enrica Soldani, fotografia commentata mostrata in Facebook, il 9 ottobre 2017, nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani”.
- E. Varutti, “Scampar da Fiume co la cavra Vava, 1943”, con riproduzioni di lettere dell’esodo da Fiume in Argentina e Canada, nel web dal 2 marzo 2016.
Fiume, 1935. Giovanni Mariutti e Maria Fop, mostrati in Facebook, il 9 ottobre 2017, da Enrica Soldani

Altre fonti nel web sul Campo di prigionia di Torviscosa
- Lorena Zuccolo, Mareno Settimo (a cura di), PG 107 - Villaggio Roma, dal campo di concentramento per prigionieri di guerra al villaggio operaio della SAICI - SNIA Viscosa, Torviscosa (UD), 2014.
- Antonio Manfroi, Il soldato Harold. Un neozelandese a Erto, L’omino rosso, Graphistudio Arba (Pordenone), 2014.
- Susan Jacobs, Combattendo con il nemico. I prigionieri di guerra neozelandesi e la resistenza italiana, Venezia, Mazzanti, 2006.
Certificato di morte, Fiume 26 luglio 1945. Collezione Arianna Gerbaz, nata a Latina, che vive Torino; Francesco Mazzer è suo nonno. Si noti, in fondo, la scritta (indelicata, su un certificato di morte) "Morte al fascismo e libertà ai popoli...
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Ricerca storica e servizio di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, Girolamo Jacobson e di Elio Varutti. Fotografie dall’Epistolario Cattalini, ove non altrimenti indicato.

domenica 2 aprile 2017

La donna friulana emigrante, conferenza a Udine

Sintesi della conferenza del professor Elio Varutti  tenuta al Museo Etnografico del Friuli, Via Grazzano, 1 – Udine il giorno 28 marzo 2017, ore 15.
Fornaciai in Germania a far mattoni e tegole nei primi del '900. Fotografia dei Civici Musei di Udine

L’emigrazione è un fenomeno sociale, cioè che coinvolge molte persone di una stessa zona, oltre che il paese e la famiglia. Questa parte di popolazione si sposta dal luogo di origine, cioè di nascita verso un altro. Il luogo di arrivo è più o meno lontano, ma sempre e comunque diverso. Spiegare le cause e le condizioni non è facile.
Nel film di Christiane Rorato “I dimenticati della Transiberiana” (2017) la regista interpreta la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu (1846-1936). Tale donna dell’emigrazione era discendente di una nobile famiglia di Gorizia vissuta tra l’Austria e il Friuli. La contesa Pierina, a 50 anni di età, decide di seguire il marito, titolare della ditta Floriani di Tarcento, proprio in Siberia (1895-1908). La contessa si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai friulani (circa 450) a preparare i documenti e a spedire le loro lettere dalla lontana Siberia.
Il tipo di emigrazione è da capire. C’è quella permanente: l’emigrante parte per non tornare più, a volte la decisione viene presa nel corso del periodo di emigrazione, altre volte la decisione non viene chiaramente espressa, ma scorre lungo la vita. L’emigrante parte con la famiglia o si fa raggiungere in un secondo momento.
Poi c’è l’emigrazione temporanea: l’emigrante va in un altro paese per un periodo limitato di tempo (mesi, anni) con il preciso proposito di rientrare in patria (non a caso chiamata “madre”). Di frequente stipula contratti ben precisi e limitati. Di solito emigra senza la famiglia, proprio perché vuole far rientro in patria, anche se in vecchiaia.

Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui; è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. Il confine è una linea immaginaria di demarcazione che separa due territori afferenti a soggetti diversi, che siano essi persone, nel caso di proprietà private, o che siano autorità locali e statali in altri casi.
Frontiera: nel diritto internazionale il confine è definito anche come frontiera, è quella linea che delimita lo spazio di intervento del singolo stato. La frontiera rappresenta la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei.
Perché emigrano i friulani? La maggior parte emigrano per necessità economiche. Chi sono? In Friuli nel ‘600 sono soprattutto carnici, a partire dalla metà dell’800 anche i friulani della pianura emigrano. Uomini: agli inizi sono adulti, hanno una specializzazione spesso di alto livello (tessitori), verso il ‘900 la gran parte sono manovalanza. Donne: sono adulte, ma anche ragazzine che prestano servizio (lis massariis); poi svolgono la vendita porta a porta (lis sedonariis).
Tra gli emigranti dal Friuli quelli specializzati sono addetti all’edilizia (muratori, scalpellini, falegnami); al settore tessile (linaioli, tintori, tessitori); al settore dell’abbigliamento come i calzolai.
I lavoratori generici sono manovali, braccianti, fornaciai e tanti ragazzini apprendisti, bambinaie, sarte.
Le cifre e le anime. Nel 1679 dai quattro Canali della Carnia (conca di Tolmezzo, Canale di Socchieve, Canal di Gorto, Valle del But) emigrano 1132 persone. Sono circa il 24% della popolazione. Infatti, qualche anno prima nel 1672, il numero degli abitanti era di circa 27.000 individui.
Savigny, Francia 1960. Collezione Nevio Candolini, Interneppo, frazione di Bordano

I luoghi dell’emigrazione friulana. Nel periodo 1600 e 1700 la meta è rappresentata dai paesi del Centro Europa, dell’Europa balcanica, del nord est dell’Italia. Dal 1800 rimangono le mete precedenti, dalla  metà del secolo si aggiungono la Russia e le Americhe. Il ‘900 è il secolo della grande emigrazione nel Sud e Nord America, ma anche in Francia, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, oltre che la Germania.
I luoghi di partenza sono i porti europei: Genova, Trieste, Marsiglia, Napoli, Les Havres. Gli emigranti dovevano raggiungere i porti transoceanici di partenza in Italia o in altri paesi, come la Francia, il viaggio oltre mare era lungo così come la strada che portava ai porti. In molti casi si creavano dei gruppi che facevano la strada assieme. Per pagare il viaggio molti emigrati si indebitavano.
Gli organizzatori dell’emigrazione (agenti). Prima di partire l’emigrante doveva mettersi in contatto con le persone che organizzavano il viaggio. Spesso erano dei profittatori, a volte si prendevano la caparra e poi non si facevano più vedere. Altre volte arrivavano fino all’imbarco e poi lasciavano gli emigranti al loro destino. Infine c’era chi procurava il contratto di lavoro negli altri stati e poi non seguiva più gli emigranti. Questo sistema è molto simile a quello del caporalato.
San Gallo, Svizzera, 1904. Donne emigranti di Forni Avoltri per fare le sarte. Si ringrazia per la diffusione della immagine l'autore del seguente libro: Tullio Ceconi, Tracce di storia per immagini, 1996.

Le fasi storiche
Emigrazione del Sei-Settecento, l’epopea dei cramars. Nel 1679 sono assenti in Carnia 1690 persone, 49 donne. 3% (Nicolò Corner, Elenco assenti dalla Patria).
La seconda fase dell’emigrazione va dal 1813 al 1866, quando il Friuli appartiene al Regno Lombardo Veneto. Nel 1818 chiude l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, fondato da Jacopo Linussio, nel 1740. Secondo Antonio Zanon era “il maggiore in Europa”. Durante il dominio austriaco il Friuli vede molta emigrazione. Più che tessitori e boscaioli, il mercato cerca fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Tra il 1857 e il 1880 il movimento annuo di emigranti temporanei si aggira attorno ai 14 mila lavoratori, in base ai censimenti.
Terza fase. Dal 1877 inizia pure l’emigrazione transoceanica, verso l’America, inaugurando così una nuova ed ultima fase dei flussi migratori. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico, la pressione degli usurai ed altro. Nel 1907 emigrano dalla provincia di Udine (che comprendeva pure il Pordenonese) 35 mila e 512 persone, come si vede sotto nella tabella n. 1, con mete prevalenti di tipo europeo e mediterraneo. Invece, secondo Guido Picotti, ispettore del lavoro, in una inchiesta di poco successiva, gli emigranti sarebbero addirittura 89.316. Più del doppio, con 30 milioni annui di risparmi, anziché 20 milioni, come riportato da Giovanni Cosattini.

Tabella n. 1 - Emigranti della provincia di Udine, 1907
Per gli stati europei e bacino del Mediterraneo 31.818
Per i paesi transoceanici (Argentina e Stati Uniti) 3.694
Totale 35.512
Fonte: G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, 1904.


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Le ricerche scolastiche
Nel 1922, fu firmato un accordo tra il Belgio e l'Italia per l'invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe. Molte famiglie e cittadini italiani che fuggono dalla loro patria a causa della situazione politica (ascesa del fascismo), emigrarono. Nel 1922 che la prima famiglia italiana, Spangaro di Biauzzo (Codroipo), andò ad abitare a Hennuyères.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, la produzione di carbone in Belgio era insufficiente per mancanza di mano d'opera. Contatti sono allora stabiliti tra il Belgio e l'Italia, il 20 giugno 1946 i due paesi firmano un Protocollo chiamato: “accordo uomo – carbone”.
L'Italia si impegna a inviare in Belgio 50.000 minatori in 6 mesi al ritmo del 2.000 partenze al mese (occorrerà attendere 1952 perché questa cifra sia ottenuta). Il Belgio vende all'Italia 200 chili di carbone al giorno e per emigrato.
In questi anni numerose famiglie della regione di Codroipo sono andate a abitare a Hennuyères. Il principale datore di lavoro erano le fornaci di Hennuyères, ma alcuni hanno lavorato in aziende agricole o nelle acciaierie di Clabecq.
L'8 agosto 1956 c’è la terribile catastrofe mineraria du Bois du Cazier, che fece 262 morti fra i quali 136 italiani. Questo evento causerà una reazione del governo italiano che rompe l'accordo del 1946. L'incidente provocò 262 morti su 274 uomini presenti nella miniera. Noi tutti conosciamo oggi quella località con il nome di Marcinelle (a cura del professor Giancarlo Martina).
Caterina e Giuseppe, cognossûts vuê come “Catine e Bepo di Australie”, tal mês di Dicembar dal 1959 a son partîts dal Friûl.  A son lâts vie in cinc: Catine cul sô om Bepo e i lôr fruts: Raffaella e Piergiorgio. Dopo e jere ancje Rosa, sûr di Bepo. A àn decidût di emigrâ, parcè culì a no ’nd ere lavôr. Arleve: Deborah Tosoratti di Bagnarie Arse. Classe 5^ A  Tecnic pai Servizis Turistics. Istitût “B. Stringher”, Udin - An scolastic   2007-2008. (par cure dal Professôr Elio Varutti).
L’emigrazione friulana ebbe termine nel 1969, secondo la sociologa Elena Saraceno. Vedi:
- E. Saraceno, Emigrazione e rientri. Il Friuli - Venezia Giulia nel secondo dopoguerra, Il Campo, Udine, 1981.

Bibliografia schematica
- Giovanni Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Regione Friuli V.G. 1903-1983
- Giorgio Ferigo, Alessio Fornasin, Cramars, Arti Grafiche Friulane, 1997
- Giancarlo Martina (a cura di), Storie di emigrazione friulana dal Seicento al Novecento, Laboratorio di storia, anno scolastico 2009-2010, Isis Bonaldo Stringher Udine, ppt
- Bianca Maria Pagani, L’emigrazione friulana dalla metà del XIX secolo al 1940, Arti Grafiche Friulane, 1968
- Emigrazioni e trasferimenti di popolazioni, in Giampaolo Valdevit, Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, Gorizia, Leg, 1997.
- Piero Zanini, Significati del confine, B. Mondadori, 2002.