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domenica 13 ottobre 2019

Le sculture lignee del Museo Etnografico del Friuli, catalogo

È il catalogo di 14 sculture lignee ora esposte nella sala “Luigi e Andreina Ciceri” del Museo Etnografico del Friuli, in via Grazzano a Udine. 
Come scrive Romano Vecchiet, dirigente del Servizio integrato Musei e Biblioteche del Comune di Udine, si tratta di un “opuscolo del Museo Etnografico del Friuli, concepito per illustrare, con una serie di splendide immagini di Luca Laureati, la sua sala più prestigiosa”. In effetti, Vesperbild, o Pietà (scheda n. 1 del volumetto), è il più antico esemplare di tale tipo iconografico della regione, oltre ad essere il pezzo più vecchio di tutto il museo. Richiamante i modelli nordici, detto Versperbild è una rara testimonianza di scultura lignea dipinta, priva di esasperazioni espressive, sviluppatasi sul territorio a partire dalla metà del Trecento.
Le opere donate dai Ciceri sono state oggetto di restauro e di studio, in assenza di documentazioni relative alla provenienza dei singoli pezzi. Come spiega Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, le opere sono state salvate dall’aggressione del tempo grazie alla generosa disponibilità della Fondazione Friuli. Si capisce dal citato esemplare artistico (Vesperbild), che per gli artisti locali ci sono state influenze latine, germaniche e slave, che “fanno del Friuli, anche in questa particolare espressione artistica, una regione del tutto unica e speciale – ha aggiunto Cigolot”.
Oltre a Vesperbild, le sculture sono intitolate a San Giacomo Maggiore (sec. XV), di intagliatore sconosciuto, che fa da copertina dell’opuscolo; alla Madonna col Bambino (sec. XV), attribuibile ad artista sloveno attivo in loco, in Carinzia e Carniola (Slovenia). La Madonna col Bambino, del 1498 è di Martino Mioni da Tolmezzo (UD); si tratta dell’unica scultura in questo bel mini-catalogo acquistata dai Civici Musei presso l’antiquario Ferruzzi di Venezia, nel 1952. L’opera intitolata Giuseppe d’Arimatea (o Nicodemo), è di scultore friulano del 1500 ca., vicino al Thanner. Un’altra Madonna col Bambino (scheda n. 6 del catalogo) è attribuibile ad uno sculture d’area friulana del sec. XVI. Sant’Anna di Metterza, del 1510 ca. è di un artista carinziano o stiriano del sec. XVI. Il Cristo passo, in legno intagliato dipinto e dorato, è di scultore friulano del sec. XVI. Un originale Cristo seduto in meditazione, è scultura lignea di intagliatore carnico del sec. XVI. La decima scultura esaminata nel catalogo è una Madonna col Bambino, di scultore friulano della prima metà del XVI secolo. Segue i modelli di Giovanni Martini l’opera dedicata a San Giovanni Battista, di uno scultore friulano della prima metà del XVI secolo. È attribuita al carnico Giovanni Antonio Agostini la Madonna col Rosario, databile agli inizi del XVII secolo. La scheda n. 13 è dedicata ad una Coppia di Angeli, di scultore ai area carnica del sec. XVII-XVIII. L’ultima scultura rappresentata in questo scrigno di bellezza è un Santo Vescovo, attribuito allo slavo Bartolomeo Ortari (Jernej Vrtav/Vrtau), capostipite di una fortunata bottega di intagliatori, scultori e doratori sloveni di Caporetto/Kobarid/Cjaurêt.
Il volume si chiude con una orientata bibliografia, con l’elenco dei restauratori attivi, dal 1985, sulle 28 opere oggetto della donazione Ciceri, nonché con le biografie della coppia dei due munifici folcloristi: Luigi Ciceri e Andreina Nicoloso Ciceri.
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Il libro recensito
Paolo Casadio, Tiziana Ribezzi, Imago lignea. Le sculture della sala “Luigi e Andreina Ciceri”, Comune di Udine, Museo Etnografico del Friuli, 2019, pp.44., con fotografie a colori.
Dimensioni del volume: cm 11 x 16.
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Per informazioni sul volume
Museo Etnografico del Friuli, via Grazzano 1, 33100 Udine, ITALIA. Conservatrice: Tiziana Ribezzi.

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Recensione di Elio Varutti. Networking a cura di Girolamo Jacobson, Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti.


domenica 2 aprile 2017

La donna friulana emigrante, conferenza a Udine

Sintesi della conferenza del professor Elio Varutti  tenuta al Museo Etnografico del Friuli, Via Grazzano, 1 – Udine il giorno 28 marzo 2017, ore 15.
Fornaciai in Germania a far mattoni e tegole nei primi del '900. Fotografia dei Civici Musei di Udine

L’emigrazione è un fenomeno sociale, cioè che coinvolge molte persone di una stessa zona, oltre che il paese e la famiglia. Questa parte di popolazione si sposta dal luogo di origine, cioè di nascita verso un altro. Il luogo di arrivo è più o meno lontano, ma sempre e comunque diverso. Spiegare le cause e le condizioni non è facile.
Nel film di Christiane Rorato “I dimenticati della Transiberiana” (2017) la regista interpreta la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu (1846-1936). Tale donna dell’emigrazione era discendente di una nobile famiglia di Gorizia vissuta tra l’Austria e il Friuli. La contesa Pierina, a 50 anni di età, decide di seguire il marito, titolare della ditta Floriani di Tarcento, proprio in Siberia (1895-1908). La contessa si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai friulani (circa 450) a preparare i documenti e a spedire le loro lettere dalla lontana Siberia.
Il tipo di emigrazione è da capire. C’è quella permanente: l’emigrante parte per non tornare più, a volte la decisione viene presa nel corso del periodo di emigrazione, altre volte la decisione non viene chiaramente espressa, ma scorre lungo la vita. L’emigrante parte con la famiglia o si fa raggiungere in un secondo momento.
Poi c’è l’emigrazione temporanea: l’emigrante va in un altro paese per un periodo limitato di tempo (mesi, anni) con il preciso proposito di rientrare in patria (non a caso chiamata “madre”). Di frequente stipula contratti ben precisi e limitati. Di solito emigra senza la famiglia, proprio perché vuole far rientro in patria, anche se in vecchiaia.

Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui; è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. Il confine è una linea immaginaria di demarcazione che separa due territori afferenti a soggetti diversi, che siano essi persone, nel caso di proprietà private, o che siano autorità locali e statali in altri casi.
Frontiera: nel diritto internazionale il confine è definito anche come frontiera, è quella linea che delimita lo spazio di intervento del singolo stato. La frontiera rappresenta la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei.
Perché emigrano i friulani? La maggior parte emigrano per necessità economiche. Chi sono? In Friuli nel ‘600 sono soprattutto carnici, a partire dalla metà dell’800 anche i friulani della pianura emigrano. Uomini: agli inizi sono adulti, hanno una specializzazione spesso di alto livello (tessitori), verso il ‘900 la gran parte sono manovalanza. Donne: sono adulte, ma anche ragazzine che prestano servizio (lis massariis); poi svolgono la vendita porta a porta (lis sedonariis).
Tra gli emigranti dal Friuli quelli specializzati sono addetti all’edilizia (muratori, scalpellini, falegnami); al settore tessile (linaioli, tintori, tessitori); al settore dell’abbigliamento come i calzolai.
I lavoratori generici sono manovali, braccianti, fornaciai e tanti ragazzini apprendisti, bambinaie, sarte.
Le cifre e le anime. Nel 1679 dai quattro Canali della Carnia (conca di Tolmezzo, Canale di Socchieve, Canal di Gorto, Valle del But) emigrano 1132 persone. Sono circa il 24% della popolazione. Infatti, qualche anno prima nel 1672, il numero degli abitanti era di circa 27.000 individui.
Savigny, Francia 1960. Collezione Nevio Candolini, Interneppo, frazione di Bordano

I luoghi dell’emigrazione friulana. Nel periodo 1600 e 1700 la meta è rappresentata dai paesi del Centro Europa, dell’Europa balcanica, del nord est dell’Italia. Dal 1800 rimangono le mete precedenti, dalla  metà del secolo si aggiungono la Russia e le Americhe. Il ‘900 è il secolo della grande emigrazione nel Sud e Nord America, ma anche in Francia, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, oltre che la Germania.
I luoghi di partenza sono i porti europei: Genova, Trieste, Marsiglia, Napoli, Les Havres. Gli emigranti dovevano raggiungere i porti transoceanici di partenza in Italia o in altri paesi, come la Francia, il viaggio oltre mare era lungo così come la strada che portava ai porti. In molti casi si creavano dei gruppi che facevano la strada assieme. Per pagare il viaggio molti emigrati si indebitavano.
Gli organizzatori dell’emigrazione (agenti). Prima di partire l’emigrante doveva mettersi in contatto con le persone che organizzavano il viaggio. Spesso erano dei profittatori, a volte si prendevano la caparra e poi non si facevano più vedere. Altre volte arrivavano fino all’imbarco e poi lasciavano gli emigranti al loro destino. Infine c’era chi procurava il contratto di lavoro negli altri stati e poi non seguiva più gli emigranti. Questo sistema è molto simile a quello del caporalato.
San Gallo, Svizzera, 1904. Donne emigranti di Forni Avoltri per fare le sarte. Si ringrazia per la diffusione della immagine l'autore del seguente libro: Tullio Ceconi, Tracce di storia per immagini, 1996.

Le fasi storiche
Emigrazione del Sei-Settecento, l’epopea dei cramars. Nel 1679 sono assenti in Carnia 1690 persone, 49 donne. 3% (Nicolò Corner, Elenco assenti dalla Patria).
La seconda fase dell’emigrazione va dal 1813 al 1866, quando il Friuli appartiene al Regno Lombardo Veneto. Nel 1818 chiude l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, fondato da Jacopo Linussio, nel 1740. Secondo Antonio Zanon era “il maggiore in Europa”. Durante il dominio austriaco il Friuli vede molta emigrazione. Più che tessitori e boscaioli, il mercato cerca fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Tra il 1857 e il 1880 il movimento annuo di emigranti temporanei si aggira attorno ai 14 mila lavoratori, in base ai censimenti.
Terza fase. Dal 1877 inizia pure l’emigrazione transoceanica, verso l’America, inaugurando così una nuova ed ultima fase dei flussi migratori. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico, la pressione degli usurai ed altro. Nel 1907 emigrano dalla provincia di Udine (che comprendeva pure il Pordenonese) 35 mila e 512 persone, come si vede sotto nella tabella n. 1, con mete prevalenti di tipo europeo e mediterraneo. Invece, secondo Guido Picotti, ispettore del lavoro, in una inchiesta di poco successiva, gli emigranti sarebbero addirittura 89.316. Più del doppio, con 30 milioni annui di risparmi, anziché 20 milioni, come riportato da Giovanni Cosattini.

Tabella n. 1 - Emigranti della provincia di Udine, 1907
Per gli stati europei e bacino del Mediterraneo 31.818
Per i paesi transoceanici (Argentina e Stati Uniti) 3.694
Totale 35.512
Fonte: G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, 1904.


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Le ricerche scolastiche
Nel 1922, fu firmato un accordo tra il Belgio e l'Italia per l'invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe. Molte famiglie e cittadini italiani che fuggono dalla loro patria a causa della situazione politica (ascesa del fascismo), emigrarono. Nel 1922 che la prima famiglia italiana, Spangaro di Biauzzo (Codroipo), andò ad abitare a Hennuyères.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, la produzione di carbone in Belgio era insufficiente per mancanza di mano d'opera. Contatti sono allora stabiliti tra il Belgio e l'Italia, il 20 giugno 1946 i due paesi firmano un Protocollo chiamato: “accordo uomo – carbone”.
L'Italia si impegna a inviare in Belgio 50.000 minatori in 6 mesi al ritmo del 2.000 partenze al mese (occorrerà attendere 1952 perché questa cifra sia ottenuta). Il Belgio vende all'Italia 200 chili di carbone al giorno e per emigrato.
In questi anni numerose famiglie della regione di Codroipo sono andate a abitare a Hennuyères. Il principale datore di lavoro erano le fornaci di Hennuyères, ma alcuni hanno lavorato in aziende agricole o nelle acciaierie di Clabecq.
L'8 agosto 1956 c’è la terribile catastrofe mineraria du Bois du Cazier, che fece 262 morti fra i quali 136 italiani. Questo evento causerà una reazione del governo italiano che rompe l'accordo del 1946. L'incidente provocò 262 morti su 274 uomini presenti nella miniera. Noi tutti conosciamo oggi quella località con il nome di Marcinelle (a cura del professor Giancarlo Martina).
Caterina e Giuseppe, cognossûts vuê come “Catine e Bepo di Australie”, tal mês di Dicembar dal 1959 a son partîts dal Friûl.  A son lâts vie in cinc: Catine cul sô om Bepo e i lôr fruts: Raffaella e Piergiorgio. Dopo e jere ancje Rosa, sûr di Bepo. A àn decidût di emigrâ, parcè culì a no ’nd ere lavôr. Arleve: Deborah Tosoratti di Bagnarie Arse. Classe 5^ A  Tecnic pai Servizis Turistics. Istitût “B. Stringher”, Udin - An scolastic   2007-2008. (par cure dal Professôr Elio Varutti).
L’emigrazione friulana ebbe termine nel 1969, secondo la sociologa Elena Saraceno. Vedi:
- E. Saraceno, Emigrazione e rientri. Il Friuli - Venezia Giulia nel secondo dopoguerra, Il Campo, Udine, 1981.

Bibliografia schematica
- Giovanni Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Regione Friuli V.G. 1903-1983
- Giorgio Ferigo, Alessio Fornasin, Cramars, Arti Grafiche Friulane, 1997
- Giancarlo Martina (a cura di), Storie di emigrazione friulana dal Seicento al Novecento, Laboratorio di storia, anno scolastico 2009-2010, Isis Bonaldo Stringher Udine, ppt
- Bianca Maria Pagani, L’emigrazione friulana dalla metà del XIX secolo al 1940, Arti Grafiche Friulane, 1968
- Emigrazioni e trasferimenti di popolazioni, in Giampaolo Valdevit, Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, Gorizia, Leg, 1997.
- Piero Zanini, Significati del confine, B. Mondadori, 2002.

martedì 11 ottobre 2016

Elettricità e prima industrializzazione del Friuli

Questo è il pro-memoria del professor Elio Varutti per la conferenza presso il Museo Etnografico del Friuli, di Udine del giorno 9 ottobre 2016. L’incontro, svoltosi al mattino, è stato introdotto da Tiziana Ribezzi, del Museo Etnografico del Friuli e da Romano Vecchiet, dirigente del Comune di Udine.
Luigi Pignat, Ferriere di Udine e di Pont Saint Martin, rinnovo impianti, Udine, Viale delle Ferriere, 1905. Archivio dei Civici Musei di Storia e Arte di Udine

Luisa Villotta, Romano Vecchiet e Elio Varutti

Romano Vecchiet, Elio Varutti e Tiziana Ribezzi

Hanno parlato poi Luisa Villotta, direttore dell’Archivio di Stato di Udine e Lucia Stefanelli, che ha illustrato i documenti custoditi presso l’Archivio stesso, in riferimento alla costruzione delle centrali idroelettriche nella provincia di Udine. I primi impianti di tale genere sono di Arturo Malignani, grande inventore e industriale dell’area.
Malignani brevettò nel 1894 il sistema per produrre lampade ad incandescenza, creando il vuoto nel bulbo della lampada. Velocizzò la fabbricazione in serie di lampade con una tecnica meno nociva per gli operai.
Luigi Pignat, Ferriere di Udine e di Pont Saint Martin, Colata d’acciaio in fossa, Udine 1905.   Archivio dei Civici Musei di Storia e Arte di Udine

Udine, con le scoperte di Malignani, fu la terza città in Europa ad avere l’illuminazione pubblica elettrica, dopo Milano e Londra. Le lampadine di Malignani erano le migliori al mondo per qualità. La Edison italiana acquisì il brevetto da Malignani e fece da intermediaria con la Edison statunitense (di Thomas Edison) per la cessione del brevetto medesimo.

Economia nella Udine pre-unitaria

Le prime industrie friulane sono quelle del settore tessile. Ecco l’elenco dei maggiori fenomeni industriali corredati con alcuni dati statistici riguardo agli aspetti economico sociali della zona.
Jacopo Linussio, Tessiture a Tolmezzo (1725) e a Moggio (1717).
Udine - 1839. Economia fortemente agricola: grani, vino. Conta 22.179 abitanti.
Nel 1856 ha 40 filatoi di seta, 24 opifici di lino e canapa, una decina di concerie di pellami, 141 osterie e locande e oltre 360 commercianti.
Nel 1857 sorge la Tessitura Luigi Spezzotti a Cividale; nel 1874 sposta l’impresa a Paparotti di Udine.
La ferrovia a Udine è del 1860: arriva da Casarsa, dove funzionava dal 1855 da Pordenone, Treviso e Venezia. E si collega con la Trieste asburgica.
Nel 1861 Udine ha 26.363 abitanti.

Studio Brisighelli. Battiferro Bertoli, Udine, Paderno, Via Molin Nuovo 1919-1939 (a sinistra).
Studio Brisighelli, magli meccanici, Udine, Paderno, Via Molin Nuovo 1919-1939 (a destra).

Fototeca dei Musei di Udine


Economia nella Udine unitaria, dopo il 1866, unificazione al Regno d’Italia.

Nel 1878 nasce la ditta “Tessuti Antonio Venturini”, di Gemona.
A Udine nel 1879 c’è la Ferrovia Pontebbana.
È del 1880 la creazione della Tintoria e tessitura Marco Volpe, nella frazione di Chiavris di Udine, dove operava nei secoli addietro una piccola comunità di ebrei (i Caprileis, che diedero il nome alla zona) con varie attività mercantili.
Nel 1881 Udine conta 32.020 abitanti.
Col 1884 Arturo Malignani inventa il vuoto nella lampadina, rendendo più efficiente l’utilizzo del nuovo mezzo di illuminazione.
Sorge nel 1884 la Società anonima cotonificio udinese, con capitale friulano, della Banca di Udine e della Banca di Lugano. È una grande azienda a Torreano di Martignacco. Nel 1892 nasce una impresa collegata: il “Cotonificio Ancona”, a Udine.
Fine ‘800 è attiva la Tessitura di Dante Linussio a Tolmezzo. Nel 1889 apre la Tessitura Barbieri a Udine.
È costituito nel 1900 il Cotonificio Morganti, a Piovega di Gemona.
Nel 1902 c’è la Filatura Makò (cotone egiziano), a Cordenons, vicino a Pordenone.

Elettricità e industria

L’introduzione dell’energia elettrica nel settore industriale friulano nella forza motrice amplia lo sviluppo economico. La Società Anonima Ferriere ed Acciaierie di Udine, SAFAU di Viale delle Ferriere è sorta nel 1882 come Società Anonima delle Ferriere di Udine, con capitale svedese,  tecnici norvegesi e 74 operai. Aumentano essi a 250 unità nel 1896 e 750 nel 1907.

Nel 1883 Vittorio de Asarta, con avi nella Navarra spagnola, acquista la tenuta di Fraforeano di Ronchis, applicando (primo in Europa) la forza elettrica all’aratura. In tutta la fattoria le più perfezionate macchine sono mosse dal vapore e dall’elettricità, come scrisse l’agronomo Domenico Pecile. (Vedi: G. Ellero, Storia di Fraforeano, Ribis, 1985).

Nasce nel 1893 il Biscottificio Carlo Delser & fratelli, a Martignacco, che impiega da subito una grande quantità di manodopera femminile.
Martignacco, inizi ‘900, la prima fabbrica Delser, in Liciniana / Martignà, tal principi dal ‘900, la prime fabriche Delser in Lisianiane. – Archivi de Biblioteche di Martignà.

Le miniere del Rio Resartico erano una delle principali fonti di reddito per gli abitanti di Resiutta, in provincia di Udine. Proprio dall’olio che proveniva dal Resartico era garantita la prima illuminazione pubblica della città di Udine, ma nell’industria annessa alla miniera si otteneva anche l’ittiolo, usato come farmaco. Il tratto iniziale della cavità, messo in sicurezza in questi decenni dall’Ente Parco, è visitabile su prenotazione con l’accompagnamento di una guida. La Società delle Miniere Bruxelles – Resiutta nasce a Bruxelles l’8 marzo 1889, con molti capitali belgi (Archivio Tribunale Tolmezzo, b 5).

Fonderie a Udine tra ‘800 e ‘900

Oltre alla SAFU, di Via delle Ferriere, nascono una serie di piccole imprese, anche a conduzione artigianale, nel settore dell’industria pesante.
Alla fine dell’Ottocento c’è la fonderia Vittorio Asti & figlio, in Via di Mezzo, in Borgo Ronchi. La ditta Broili apre l’attività ai primi del Novecento in Borgo Gemona, sempre a Udine. Nella stessa zona e nello stesso periodo si costituisce la fonderia Madrassi.
L’impresa De Poli Giovanni Battista nasce in Viale Palmanova. Sempre nei primi anni del Novecento nella parte meridionale della città vede la luce la Fonderia Udinese.
Un’altra azienda De Poli A. si costituisce in Via Cavallotti, in borgo Aquileia, mentre la Fonderia Friulana, va ad allocarsi in Viale Trieste. Sempre all’inizio del Novecento, infine, si costituisce la fonderia Aristodemo & C., in Via Treppo.

Pignat, Carlo (1898 - 1966). Udine - Via Cairoli (verso il 1920) borgo Treppo. Fabbrica Premiata di Velluti, Damaschi e Seterie Raiser e Figli. Fototeca dei Musei di Udine
Tina Modotti (Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942) nel giugno 1913 lasciò l'Italia e l'impiego a Udine nella Fabbrica Premiata Velluti, Damaschi e Seterie Domenico Raiser, per raggiungere il padre, emigrato a San Francisco, dove lavorò in una fabbrica tessile e si dedicò al teatro amatoriale, al cinema, alla fotografia, alla politica

Alcuni dati statistici alle soglie della Grande Guerra

Nel 1911 l’Italia aveva 36,9 milioni di abitanti. La provincia di Udine, la più grande d’Italia, comprendendo pure il territorio di Pordenone, ne aveva 726 mila e 445. Nel 1901 c’erano 592 mila e 592 persone. La città di Udine contava 46 mila e 916 abitanti. Nel 1914 il settore tessile occupava il 60 per cento degli addetti all’industria in provincia (che erano 27 mila 165, in prevalenza femmine) e Udine aveva attirato il 18 per cento degli occupati (A. Tagliaferri, Udine nella storia economica, Udine, Casamassima, 1982, p. 224). 
La città di Udine rappresentava l’unica vera concentrazione industriale del territorio, dato che nel resto della provincia il 70 per cento della popolazione era occupato in agricoltura. Le manifatture meccaniche, metalmeccaniche e di altro tipo impiegavano il 22,8 per cento degli addetti. Seguivano gli altri settori, come il legno (6,9 per cento di addetti), alimentari (6,2) e la lavorazione delle pelli, della carta e le tipografie (3,7).
Secondo il censimento del 1901 la provincia “veneta” di Udine (per il momento la parola “Friuli” non rientra nel vocabolario del Regno d’Italia) è spiccatamente agricola, col 50 per cento delle persone sopra i nove anni d’età (lavoravano pure i bambini!) che vivevano di agricoltura. Circa il 18 per cento erano gli occupati nell’industria, commercio e trasporti. Gli operai rappresentano il 4,46 per cento dei lavoratori.

Nel 1914 il settore tessile occupa il 60% degli addetti all’industria, in prevalenza donne, della provincia di Udine, che comprendeva anche il Pordenonese. Il 70% della popolazione è impegnato in agricoltura
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Si ringrazia per le fotografie della conferenza  D&C. 

venerdì 12 agosto 2016

In luce. Storia e simbologia dell’illuminazione, Udine


Questo volume esce come corredo alla mostra organizzata col titolo medesimo dal Museo Etnografico del Friuli. L’originale rassegna, sostenuta da Amga – Heragroup, è stata visitabile a Udine dal 15 dicembre 2015 al 29 maggio 2016, presso il museo stesso in Via Grazzano al civico numero 1.
La mostra è stata curata da Tiziana Ribezzi (conservatore del Museo Etnografico), Lucia Stefanelli (dell’Archivio di Stato di Udine) e Lucio Fabi (storico), con le eccezionali fotografie di Ulderica Da Pozzo.


Come spiega Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, nella prolusione il museo friulano “ha raccolto l’iniziativa di educazione e sensibilizzazione voluta dall’UNESCO e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU” di dichiarare il 2015 Anno internazionale della Luce e delle tecnologie basate su di essa.

È significativo l’apporto dell’Azienda municipalizzata del gas e dell’acqua, perché la vita di tale attività pubblica coincide con la  storia della pubblica illuminazione cittadina. Udine fu una delle prime città al mondo ad essere illuminata mediante l’energia elettrica, con il grande contributo di quel genio che fu Arturo Malignani. “Era il 1888 – spiega Romano Vecchiet, dirigente del Servizio Integrato Musei e Biblioteche a Udine, nella seconda prolusione del volume – Il giovanissimo Malignani, ideatore di un brevetto che garantiva alla lampadina una vita ben superiore a quella prodotta da Edison, con risultati commerciali decisamente molto promettenti, si imponeva sulla scena mondiale”.

Lo stesso Malignani volle l’introduzione del tram elettrico. Dapprima solo urbano e poi anche verso Feletto, Tavagnacco, Tricesimo e Tarcento (con le carrozze bianche, la “vacje blancje” – diceva la gente, per via della tromba di segnalazione, molto simile al muggito). Poi il tram andò pure verso San Daniele, con le carrozze verdi.

Il primo saggio, scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato, inizia con la storia del fuoco per arrivare alla lampadina elettrica e al led (Light Emitting Diode), passando per la torcia, la lucerna, la candela, il lume ad olio, la lanterna.
È sulla lampadina inventata da Malignani che ci si sofferma. Quanti in città o in Friuli conoscono la sua geniale scoperta? Nel 1884 presenta la sua invenzione alle autorità cittadine. Era al corrente delle invenzioni di Thomas Edison e del piemontese Alessandro Cruto. Essi avevano creato le primordiali lampadine di filamento a incandescenza, ma avevano una bassa durata.
Allora Malignani, oltre che a lavorare bene il vetro, preparò un’ampolla con un filamento di grafite lungo tre centimetri che assicurava una luce più bianca, immobile e di doppia durata e luminosità rispetto al filamento delle lampade di Cruto e di Edison. Malignani inventò anche il modo per creare il vuoto dentro le ampolle che sarebbero diventate lampadine. Mostrò la tecnica a New York a Edison che si comprò subito i diritti di brevetto del sistema chimico-industriale friulano. Tale sistema è impiegato ancor oggi per la vuotatura delle ampolle.
Lucia Stefanelli propone al lettore il saggio col titolo “La luce per la città”. Così scopriamo che nel 1381 il Comune deliberava di tenere acceso un ferale sotto la Loggia comunale e si poteva circolare la notte solo con un lume a mano. Poi sotto l’Austria il progresso portò l’illuminazione a gas, tuttavia fu proprio un guasto, il 19 febbraio 1879, con una fuga di gas la causa di un devastante incendio della Loggia del Lionello. È documentata anche in questo contributo l’attività industriale di Arturo Malignani.

Il saggio successivo, scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato si intitola “La luce per lavorare, viaggiare e nel buio della terra”. Oltre alle lampade dei minatori, vengono descritti i lumi da navigazione, i fari marittimi, le lampade ferroviarie da segnalazione e quelle stradali. Ci sono pure lampade sterilizzatrici per laboratori farmaceutici, oppure quelle per la merlettaia, oppure quelle a luce rossa per lo sviluppo della stampe fotografiche

Il quarto brano è opera di Tiziana Ribezzi, Valentina Annaccarato e Giorgio Linda. Ha per titolo: “La luce, simbolo religioso”. In questo campo candele e candelabri vanno alla grande, ma ci sono pure i putti ceroferari, lanterne processionali e candelabri ebraici per la festa di Chanukkà.

Il quinto contributo scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato, si intitola “La luce e l’intrattenimento”. In questo capitolo a farla da padrona è la lanterna magica, con gli spettacoli organizzati in strada nei secoli scorsi.
Sopra: reparto someggiato con riflettore da 60 cm.
Sotto: Riflettore automontato da 90 cm.


L’ultimo saggio sulla Prima guerra mondiale, opera di Lucio Fabi, ha per titolo: “Luci di Guerra”. Qui il repertorio è vario e stimolante. Si va dai riflettori giganteschi montati sui primi camion, alla “Taschenlampe” appesa al collo dei soldati germanici, alle lanterne pieghevoli o da segnalazione, fino alla lampada a carburo o ad acetilene. C’è pure una vezzosa lanterna da marcia a soffietto, oppure le lanterne autoprodotte dai militari stessi in trincea, utilizzando barattoli vuoti di cibo o, addirittura, le bombe a mano svuotate. 

In chiusura dell’interessante volume si trova un paragrafo di Appartati con aspetti di fisica della luce, oppure l’influenza della luce nelle opere d’arte e una bibliografia orientata.

Ogni tanto nel libro fa la sua bella mostra un manifesto sul tema della luce, dal 1898 al 1924. Le  opere sono del Museo di Treviso, Collezione Salce, su concessione del Polo museale del Veneto.

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Curiosità: proprio difronte al museo di Udine è attivo da anni un efficiente negozio di elettricista, dove trovi di tutto. Poi si dice che tante volte sono solo delle coincidenze...


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Tiziana Ribezzi (a cura di), In luce. Storia, arte e simbologia dell’illuminazione, Udine, Quaderni del Museo Etnografico del Friuli, 2016, p. 160. (fotografie b/n e colori).

ISBN 978-88-95752-22-8

martedì 8 dicembre 2015

Anna dei rimedi, romanzo di Marta Mauro

Mario Turello ha presentato il romanzo di Marta Mauro, intitolato “Anna dei rimedi”, per la editrice Forum di Udine, appena stampato. L’interessante evento si è tenuto nella splendida cornice del salone nobile di Palazzo Giacomelli, sede del Museo Etnografico del Friuli, il 19 novembre 2015. In precedenza c’era stata una presentazione pubblica pure a Cercivento, in Carnia, con Luca Boschetti sindaco del Comune e col giornalista Paolo Medeossi ed un accompagnamento musicale.
Roberta Corbellini, Marta Mauro, Mario Turello e i musici al Museo Etnografico del Friuli. 
Foto di Elio Varutti

Il romanzo è nato da una approfondita ricerca in Archivio di Stato, quindi il testo ha molti spunti non solo storici, ma anche di tipo etnografico. La protagonista è una “medisinaria”, cioè una curatrice con le erbe. C’è una parte erudita e raffinata con note scientifiche e un glossario delle parole carniche. Il racconto ha una sua fisionomia narrativa, ma si passa dall’erboristeria, alla tintura vegetale, alla tessitura con una facilità estrema.
Anna è una benandante, ovvero fa parte di quelle persone raccontate da Carlo Ginzburg. È nata con la camicia (ossia col sacco amniotico ancora attaccato), come ogni benandante che si rispetti. Usa i “preenti”, che sono delle particolari facoltà, non degli “streghezzi”.
Ha parlato, in seguito, Roberta Corbellini, già direttrice dell’Archivio di Stato di Udine. “L’autrice ha studiato sui testamenti e sui contratti dotali delle famiglie friulane – ha detto Corbellini – perciò il suo lavoro di fantasia e creatività è fondato sul vero”.

Hanno accompagnato la presentazione critica un gruppo musicale con Emma Montanari, Sonia Zanier ed altri. Il folto pubblico ha risposto con lunghi applausi.

Udine - Il pubblico di Anna dei rimedi