Visualizzazione post con etichetta Grado. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Grado. Mostra tutti i post

venerdì 6 ottobre 2023

Istria 1948, Narciso Chersin issa la bandiera italiana sulla boa tra Brioni e Fasana

In Istria c’erano italiani che non mollavano nel 1948. Il regime titino ormai stava prendendo piede, dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947, che assegnava gran parte dell’Istria alla Jugoslavia. C’erano fotografie di Tito sulle vetrine dei negozi privi di merce e bandiere jugoslave in ogni dove. “Sucedeva che Narciso Chersin sul Canal de Fasana – ha detto Armida Villio – de note meteva la bandiera italiana sulla boa tra Fasana e Brioni, cussì i titini e quei dell’OZNA se inrabiava, anche Narciso Barattin ga messo la bandiera italiana sul campanil de Fasana, perché tanti i pensava che tornava l’Italia”.

Cartolina di Fasana, primi del ‘900. Proprietà: J.M. Marincovich, Fasana

Tutte quelle bandiere italiane issate, con eroismo, in vari posti persino sul campanile e sulle boe del tracciato marittimo erano una vera spina nel fianco per l’OZNA (poi UDBA), il servizio segreto di Tito, che proprio a Fasana aveva una delle sue roccaforti. Dovevano sloggiare dall’Istria quegli italiani che non si piegavano alla dittatura comunista e al tricolore jugoslavo. Così fu fatto. Come mai restare, se molti italiani invece partirono col piroscafo ‘Toscana’?

Noi semo vignudi via coi documenti nel 1947 col ‘Toscana’ per andar al Silos de Trieste [Centro raccolta profughi], ma in pratica semo stadi caciadi via – ha spiegato Armida – invece mia cugina Anna xe restada, perché pensava che no restava Tito, cussì dopo i ghe gà portà via tuta la roba de la botega e anche l’oro de famiglia, la xe finida in preson a Dignan, i ghe portava via col camion la lana, la xe morta a Trieste, forse nel 1950. Mio papà iera Bartolomeo Villio, nato a Fasana nel 1903, el contava che i antenati Villio nel Seicento iera tagliapietre vignudi de Verona, infatti gò parenti a Muggia, Dignan e Rovigno, dove cualchedun fa de cognome Tagliapietra Vilio”.

Armida Villio a Gorizia per un raduno ANVGD. Foto Varutti
Un’altra testimonianza è quella di Marcela Perich, di Umago, esule al Campo profughi di Padriciano (TS), poi emigrata nel 1956 con la famiglia in Argentina. La Perich ha scritto in Facebook il 30 settembre 2023: “Mio marito Gianni Giobbe era piccolino di 7 o 8 anni, lo hanno portato alle ‘Casarmete’ di Gorizia [Campo profughi] con la mamma e tre fratelli. Loro sonno stati 4 o 5 anni di campo in campo. Tratati pegio che le bestie. Li hanno portati per tanti campi di Italia, hanno pasato abastanza male, racontava sempre la mia suocera. Le cose che contava essa ti veniva da piangere e anche tanto. Un caro saluto a tutti li Istriani pure li esuli, come me, con un grande dolore nel mio cuore. Con tutto quello che abbiamo sofferto. Moltissimo”.

--

Fonti orali e digitali Si ringrazia, per la collaborazione riservata, la signora Alda Devescovi, nata a Rovigno ed esule a Grado (GO). Le interviste sono state condotte da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica.

- Marcela Perich, Umago (PL) 11.4.1940, esule a Buenos Aires (Argentina) Post in Facebook del 19 ottobre 2022.  

- Armida Villio, Fasana (PL) 1933, esule a Grado (GO), int. a Gorizia del 1° ottobre 2023.

L'istriana Marcela Perich, al centro, con Gianni a sinistra in Argentina
La famiglia Giobbe di Fasana esule a Gorizia e in Argentina - Nell'immagine sottostante c'è il ritratto in esterno a figura intera dell’emigrante istriano Giacinto Giobbe (Fasana 1935) il giorno della sua cresima (il primo seduto a destra) assieme ad un gruppo di parenti, tra i quali si riconosce sua mamma Marcella Coslovich (Umago 1916), seduta al centro ed i fratelli Ferruccio (Fasana 1939) e Giovanni Giobbe (Fasana 1938 - marito di Marcela Perich) seduti accanto alla mamma. La fotografia è scattata a Gorizia, pochi mesi dopo l’esilio della famiglia dalla loro casa natale di Fasana (Istria). Luogo e data dello scatto: Gorizia, 1947. Emigrazione, provenienze dall’attuale Croazia, Istria, Fasana. Emigrazione, destinazioni finali extraeuropee: Argentina, Provincia di Buenos Aires, Partido di La Matanza, San Justo. Fonte: Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia (ERPAC), Scheda F 5748, che si ringrazia per la diffusione nel blog.

Progetto di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori:  Armida Villio, Alda Devescovi (ANVGD di Gorizia), Tulia Hannah Tiervo e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie di Elio Varutti. Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e la delegazione provinciale dell’ANVGD di Arezzo. Ricerche d’archivio all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

martedì 9 ottobre 2018

Sette artiste per il 5° Simposio musivo internazionale “Città di Udine”, sulla Via Crucis

È la seconda parte di questo grande evento che ha per direttore artistico Giulio Menossi. In questo articolo si intende dare un’anteprima delle opere per assaporarne la loro piena bellezza mentre sono nella fase di costruzione. È un vero e proprio Work in progress.
Udine, Laboratorio Menossi, artisti all'opera per il 5° simposio, ottobre 2018. Fotografia di Elio Varutti

Intitolata “Verso la luce / To the Light. Via Crucis” questa quinta edizione del simposio di mosaico “Città di Udine” è attiva dal 1° al 13 ottobre 2018. La presentazione ufficiale delle opere compiute si tiene il 13 ottobre alle ore 18,30 presso la sala Aiace, nella Loggia del Lionello, in piazza Libertà.
L’evento ha come leitmotiv “Il mosaico, veicolo di incontro e integrazione sociale”. Non a caso tra gli organizzatori primeggia l’Associazione Insieme con Noi di Udine, presieduta da Germano Vidussi, e l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine Centro Socio Riabilitativo Educativo (Csre) di Via Laipacco, ospitante 22 persone con disabilità intellettive.
Adriana Mufarrege, di Cordoba, Argentina

Tra i patrocinatori dell’evento, di respiro internazionale, troviamo la Provincia di Udine, il Comune di Udine e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, col sostegno della Camera di Commercio di Udine, di Confindustria, oltre ad una serie di primarie aziende private.
Molti autori si sono espressi riguardo al concetto di arte e sul mutamento della nozione stessa di arte. Sono ancor troppi oggi che reputano il mosaico un’ottima forma di artigianato, anziché un’arte a se stante. Penso che guardando le opere di questo 5° Simposio musivo “Città di Udine” molti visitatori avranno occasione di vivere delle sensazioni positive, emozionanti e di grande spiritualità. 
La bellezza qui è messa in primo piano. Noi tutti e la città ne usciremo arricchiti; è come un'esperienza formativa. Grazie all’opera di queste eccezionali mosaiciste possiamo cogliere una resa estetica elevata, forse liberandoci dai preconcetti e dai sostrati culturali pregressi. Gustate l’aura che pervade questi capolavori. Lasciatevi portare con la fantasia dai colori luccicanti delle tessere musive, come vi ha incantato una poesia di un bravo poeta o come vi è piaciuta la musica di un celebre compositore.
Angela Zimek, di Klagenfurt (Austria), con bozzetto unico
Piccola presentazione delle artiste al Simposio di Ottobre 2018
Sono entrato nel Laboratorio di Giulio Menossi, in Via Zoletti a Udine, mentre le mosaiciste erano al lavoro. Spero di non averle disturbate e spero che non si risentano per i quattro pensieri estetici che mi permetto di proporre qui di seguito al lettore curioso.
Adriana Mufarrege, di Cordoba, in Argentina, punta su un grande viso divino che quasi non vuol stare dentro i confini stretti della tavola. Si direbbe che è uno zoom esagerato, ma carico di fede. Anzi è una fede, alto livello di spiritualità, che si scontra in veste estetica con la materialità delle pietre dure utilizzate nella composizione. L’artista, infatti, alterna alle classiche tessere musive anche dei grandi pezzi di pasta vitrea o di pietre tagliate con una maestria rilevante.
Di Angela Zimek, di Klagenfurt (Austria) noto una stilizzata tavola musaica con una croce e due forme tondeggianti, una azzurra e l’altra rossa. Mi sbilancerò un po’, ma mi vengono alla mente i disegni di Paul Klee. Non so se sono le ali di qualche angelo, so che c’è molta tensione spirituale in questi semplici pezzetti di pasta vitrea elaborati dalla Zimek.
Ayelet Sela, di Tel Aviv (Israele)
Molto figurativo è il mosaico statu nascenti di Ayelet Sela, di Tel Aviv (Israele). Due mani aperte, simbolo di saluto, di accoglienza e di aiuto spiccano nella parte alta di questa opera con un robusto corpo umano al centro dell’interesse, che sembra fuoriuscire dalla tavola su cui poggia. Chissà perché me la fa avvicinare, forse per le forme, alle terracotte dei Della Robbia.
Fa uso di chiodi Irit Levy, del Principato di Monaco. Pittrice valente, si lascia qui andare verso un’arte materica e di stampo figurativo. Spicca un viso dolorante al centro del lavoro in un luccichio continuo. Tale effetto è dovuto alle teste dei chiodi piantati nella zona della barba, dei capelli e del volto ieratico, poi c’è un pregevole tributo di tessere musive da evocare forme bizantine.  
Irit Levy, del Principato di Monaco

Altra opera tridimensionale è quella della greca Olga Goulandris, di Atene. Si nota un oggetto con colori molto chiari, su cui prevalgono varie tonalità di bianco e, niente meno, che dei pezzi di porcellana. In un angolo c’è poi la croce, greca naturalmente, segno di spiritualità forte e di alta introspezione.
Sibel Akkaba, di Istanbul in Turchia, presenta un’opera tridimensionale a toni chiari al centro, mentre nelle estremità prevalgono le tessere musive rossastre e scure. Allora la luce è al centro dell’attenzione dell’osservatore che noterà non solo mosaico nell’opera, ma anche qualche sassolino e addirittura un ninnolo, forse a significare che l’arte, oltre che rottura della quotidianità, è anche felicità.
Olga Goulandris, di Atene (Grecia)

È come un velo chiaro il mosaico in costruzione di Vanessa Rivera, di San Juan (Portorico) con qualche venatura di rosso e arancione. Non si accontenta dello spazio piano, lavora in forme tridimensionali pure lei, come molte di queste eccelse artiste del 5° Simposio “Città di Udine”. La Rivera incolla le tessere musive su un telo trattato, suppongo, a dimostrazione della estrema libertà di composizione che offre il mosaico.
--

La finalità generale dell’evento, come è stato detto nel 2017 alla prima edizione del Simposio “Città di Udine”, è di realizzare delle opere sul tema della Via Crucis per la chiesetta sita in Via Baldasseria Media, nella parrocchia di San Pio X.

Sibel Akkaba, di Istanbul in Turchia
--
I prossimi appuntamenti internazionali sul mosaico
Le stupende opere musive di questa rassegna saranno in esibizione anche a Cormòns (GO) dal 19 ottobre al giorno 11 novembre 2018 presso il Museo del Territorio assieme ai lavori del Simposio di Clauiano, frazione di Trivignano Udinese, in mostra dal 24 giugno al 7 luglio 2018. Dal 21 luglio al 26 agosto sono state in esposizione a Grado (GO) preso la Casa della Musica. La rassegna di Clauiano e Grado aveva per titolo: “Essentia musiva. Forme e colori in movimento”. Ecco i nomi delle mosaiciste eccezionali di Essentia musiva: Aida Valencia (Messico), Elcira Reif Russomano (Brasile), Gülcin Sökökü (Turchia), Helga Dangel (Germania), Liliana Waisman (Argentina), Mari Sangoi (Brasile), Paulina Lagos Lehudé (Cile), Pini Ben Gur (Israele), Ronit Strum (Israele), e Yumie Wakatsuki (Giappone).

Vanessa Rivera, di San Juan (Portorico) 

Sitologia
- Elio Varutti, Sette mosaiciste di fama internazionale. Mostra in Baldasseria, Udine, 2018, on-line dal giorno 8 settembre 2018.

- Video del Simposio Internazionale di mosaico "città di Udine" 2^ parte, a cura di Associazione Insieme Con Noi, Udine. In Facebook on-line dal 12 ottobre 2018. Si ringrazia Germano Vidussi.

---
Servizio giornalistico e fotografico di Elio Varutti. Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti.

venerdì 31 agosto 2018

Esodo istriano di Armida da Fasana con la paura, i sequestri e le bugie dei titini


“Semo vignudi via nel 1948 e semo andadi al Silos de Trieste”. Comincia così il racconto dell’esodo di Armida Villio, nata a Fasana, vicino a Pola, di fronte all'Isola di Brioni. 
Armida Villio e Alda Devescovi a un incontro di soci ANVGD a Grado (GO) il 30 agosto 2018. Fotografia di Elio Varutti

I profughi istriani stavano poco al Silos, uno dei Campi Profughi di Trieste, perché era sempre pieno. Poi venivano inviati al Centro di Smistamento Profughi di Udine e da lì assegnati a uno degli oltre cento Centri Raccolta Profughi (CPR) sparsi per l’Italia. La signora Villio è arrivata a Grado, provincia di Gorizia, una località balneare sorta sotto gli Asburgo nell’Alto Adriatico, a poche miglia marine da Pirano e dall’Istria, nel frattempo passati alla Jugoslavia.
Il CRP del Silos non era certo un hotel a tre stelle. Freddo, finestre coi vetri rotti, tanta gente ammucchiata alla meno peggio e scarsa pulizia. La signora Armida trova, tuttavia, anche un aspetto positivo della sua permanenza nella Trieste del Territorio Libero (1945-1954) governata dagli angloamericani. “Ze sta bel, jero al Silos, ma jera i americani che i sonava dappertutto, musica e ballo per la città”. Così i profughi potevano dimenticare le vessazioni e le violenze patite sotto i titini.
“Mio fradel Eligio Villio – continua la testimonianza – el ze scampado con altri sedici ragazzi, tuti zoveni”. Com’è successo? “Ze partidi da Fasana con due barche a motor e i ze finidi fin sul delta del Po – precisa la signora Villio – jera marzo e fazeva fredo, me ricordo che i paroni de una barca jera i Barattin e quei de la seconda barca jera i Chersin”.
La fuga dei 17 giovani di Fasana termina in provincia di Rovigo e poi si sono fermati là? “No, la zente del posto diseva che i jera tuti fascisti e no i li voleva – afferma la signora Armida – così ze stadi ciapadi dentro da le munighe e dopo ze rivadi a Grado, mio fradel Eligio el ze andà a studiar a Genova al convitto Cristoforo Colombo, più tardi, dopo esserse sposado con una signorina de Cherso, el mori a Trieste nel 1985”.
La vicenda non finisce solo così, perché il padre di Eligio e Armida era rimasto a Fasana. “Durante la fuga delle due barche el pare el stava atento che no vignissi nissun a scoprirli – aggiunge la testimone – il giorno dopo i titini, non vedendo le barche in porto, i fa visita a ogni famiglia dei 17 scampadi e il sior Chersin, pare de tre de lori, el dise che no saveva dove che jera andadi e li spetava per tuta la sera, mostrando la polenta nei piati per i tre fioi”.
Ma il babbo Villio e i paesani sapevano tutto, non è vero? “In realtà un fradel de mia mama in una trattoria nel sotoscala gaveva scoltado la radio – spiega la signora Armida – el gaveva savudo de due barche de fasanesi finide sul delta del Po, ma tuti i parenti i fazeva finta de no saver niente coi titini”.

Era tutto un gioco di astuzia e di grande tensione. In paese i titini mettono in giro la voce di aver catturato i 17 ragazzi scappati con le due barche e di averli niente meno che imprigionati a Pola. Allora il babbo di Eligio si reca a Pola e, nel carcere, gli confermano che il figlio e gli altri 16 sono reclusi lì. “Ma no podeva veder suo fio, i ghe gà dito – riferisce la signora Armida, con un occhio furbetto – per forza el jera scampado!”. 
E nelle case a Fasana cosa succedeva? “Succedeva che i ‘sciavi dell’Ozna i sequestrava tuto quel che i voleva portar via – risponde la testimone – dalla bicicleta, a la radio e, per rivalsa, soprattutto oggetti appartenenti ai fuggitivi”. 
Con la sigla Ozna si intende “Odeljenje za Zaštitu Naroda”, ovvero Dipartimento per la Sicurezza del Popolo. Era la polizia segreta di Tito, che attuava requisizioni, vessazioni ed addirittura che ha programmato le eliminazioni di italiani dell’Istria. La pianificazione delle uccisioni, per pulizia etnica, è stata descritta da Orietta Moscarda Oblak nel 2013, a pp. 57-58 di un suo saggio.
Cartolina di Peroi, presso Fasana, Piazza delle scuole, primi del '900. Tratta dal web

Poi cosa succedeva a Fasana nel 1948? “Jera pien de spie dei ‘sciavi – riporta la signora Armida – in quel tempo no se serava la porta de casa, così i entrava i ‘sciavi a sentire cossa se diseva in famiglia per dirlo all’Ozna”.
Comunque dagli anni 1960-1970 il clima di terrore in Istria è cambiato? “Quel che sequestrava la roba ai italiani se ciamava Nino M., deto Nini – conclude la signora Armida Villio – e un bel giorno nei anni sesanta el capita veramente a Grado nela mia nuova famiglia, gavevo sposado proprio un dei fradei Chersin, per domandar soldi per andare a Gorizia e dopo per tornar a casa in Jugo, el se gà butado in zenocio e dopo el gà chiesto scusa per i sequestri fati, così la mia famiglia commossa ghe gà dà el capoto, dei vestiti e i soldi per andar a Gorizia e per tornar a Fasana… ecco ze finida l’intervista?”.
Lo scrivente ringrazia molto la signora Armida Villio, per la testimonianza che ha fatto spontaneamente, anche se provoca dolore, rabbia, confusione ed altri sentimenti. Si cercherà di diffonderla, perché bisogna conoscere queste vicende, che sono dei pezzi di storia dell’Italia e dell’Europa poco noti.

Tra cronaca e storia, foibe e negazionisti già nel 1948 
Un ultimo dato storico. Nel 1943-1944 arrivano a Fossalon di Grado i primi profughi in fuga da Zara, sottoposta ai 54 bombardamenti degli angloamericani, su imbeccata dei titini. Tra il 1947 e il 1949 giunge nella cittadina balneare di origine romana, com’è Grado, una seconda ondata di esuli. Essi fuggono da Pola, da Fiume e da molte cittadine dell’Istria meridionale e occidentale. Si parla di 1.730 persone che vengono sistemate soprattutto a Fossalon, come ha scritto Ivan Bianchi su «Il Friuli» nel 2018.
La cronaca del 1948, secondo il «Messaggero Veneto» è piena di fughe di persone dalla Jugoslavia di Tito, ufficiali croati compresi. Da un paese vicino a Caporetto scappano tutti, portandosi dietro gli animali di allevamento e di corte, per stabilirsi nelle Valli del Natisone (UD). Ci sono articoli riguardo l’uccisione di italiani nelle foibe perpetrata dai titini e delle esumazioni per dare un nome alle vittime. C’è la cifra di 4 mila uccisi nelle foibe in un articolo del mese di marzo. Ci sono le fughe in barca. Si scappa a piedi per i boschi, anche a decine di persone. Si è considerato solo il mese di marzo 1948, come campione, ma nei mesi precedenti e in quelli successivi è la stessa musica.
Nella cronaca di Gorizia di detta testata si legge, nel giorno 2 marzo 1948, che ai carabinieri di Capriva (GO) si presentano un prete jugoslavo, sua cognata e due figlioli di lei. È don Stanko Drnas, di 36 anni e la donna è Maria Akrap, di 37 anni, fuggiti dalla Dalmazia. Il cronista precisa che i quattro fuggitivi sono stati aiutati “dalle popolazioni agricole che hanno ospitato e, privandosene essi stessi, sfamato i fuggiaschi, nascondendoli alla spietata caccia che loro veniva data dall’Ozna”.
Passiamo alla cronaca di Trieste. Il 3 marzo 1948 è riportata la notizia del recupero di otto salme nella Foiba del Cane. Viene riconosciuto il corpo di Angelo Morandini, di Lusevera (UD), classe 1896, abitante a Longera (TS). Era capo operaio dell’Industria Triestina Frantumazione Pietre, con cantiere sulla strada Trieste-Basovizza. Il 5 maggio 1945 è prelevato dai titini nella persona di Francesco Marussich, assieme alla signora Dora Ciok. Vengono fatti salire su un’automobile guidata da tale Gruden e portati alla caserma di S. Giovanni, dove è fatta scendere la donna. Morandini è invece scortato alle scuole di Gropada. Alcuni giorni dopo, con altri sette imprigionati, è condotto alla Foiba del Cane, che dista un centinaio di metri dal paese. La gente di Gropada narra che in quelle occasioni interveniva un individuo sanguinario, chiamato “el Boia”. Proprio lui “el Boia”, con un’ascia, spacca la testa ai prigionieri, prima di gettarli nella foiba. Il Morandini è freddato con una scarica di mitra dallo stesso Marussich. Qui, il cronista riporta un fatto contingente. Il 4 febbraio 1948, quando la squadra di recupero inizia l’esumazione dei corpi a Gropada, una maestrina comunista, con sdegno, dice agli addetti recupero salme che nella foiba c’erano solo ossa di animali. Dopo il recupero di otto resti umani, l’ispettore di polizia di turno chiede alla maestrina che insisteva nella sua versione negazionista, se gli abitanti di Gropada erano usi mettere la cravatta ai vitelli, scarpe ai bovi e vestiti ai cani. La giovane maestra allora arrossisce e si allontana.
Cartolina di Rovigno, primi del '900, fotografo Nicolò Daveggia, Rovigno. Editore Photo Atelier "Flora", Pola. Immagine ripresa dal web

Un ulteriore cenno si fa a Dora Ciok. Come ha scritto Giuseppina Mellace, nel 2014 “fu violentata dai suoi carcerieri e gettata, ancora viva, nella foiba di Gropada”. La sua salma fu ritrovata nell’agosto del 1946, legata con una cinghia e con filo spinato.
In un altro articolo dal «Messaggero Veneto» del 17 marzo 1948, sempre sulla cronaca di Trieste si legge della “Drammatica fuga di nove istriani”. L’evento assomiglia molto al racconto di Armida Villio. Il cronista spiega della partenza precipitosa con due barche a remi da Fontane, un paese tra Parenzo e Orsera. Dopo diciotto ore di navigazione i profughi approdano a Jesolo (VE) chiedendo assistenza alle autorità.

Una notizia della cronaca di Udine, infine, sempre dal «Messaggero Veneto». Il titolo è sull’onda di quelli del mese stesso: “Continua la fuga”. Si legge nell’articolo che al Centro Profughi di Via Gorizia si sono presentati tre fuggiaschi da Rovigno. Essi sono scappati in una barca a remi a sono sbarcati a Chioggia, poi sono stati portati a Udine, dove funziona uno dei più grossi Centri smistamento profughi d’Italia. 
--

Fonte orale
Armida Villio, Fasana (Pola) 1933, intervista con taccuino, penna e macchina fotografica a Grado (GO) a cura di E. Varutti del 30 agosto 2018. Si ringrazia, per la collaborazione riservata, la signora Alda Devescovi, nata a Rovigno ed esule a Grado.

Bibliografia
“Altri quattro jugoslavi fuggiti e riparati in Italia”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Gorizia, 2 marzo 1948, p. 2.
Ivan Bianchi, “Fossalon, il borgo che sta morendo”, «Il Friuli», n. 34, 31 agosto 2018, p. 22.
- “Continua la fuga”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Udine, 20 marzo 1948, p. 2.
- “Drammatica fuga di nove istriani”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Trieste, 17 marzo 1948, p. 1.
- Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.  2.
- Orietta Moscarda Oblak, “La presa del potere in Istria e in Jugoslavia. Il ruolo dell’OZNA, «Quaderni del Centro Ricerche Storiche Rovigno», vol. XXIV, 2013, pp. 29-61.
“Un’altra identificazione tra le salme della Grotta del Cane”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Trieste, 3 marzo 1948, p. 2.
  
Sitologia

- E. Varutti, Il Campo profughi del Silos a Trieste, on-line dal 27 aprile 2015.

- E. Varutti, La foiba di Mario e Giusto, «friulionline.com» del 20 aprile 2015.

- E. Varutti, Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948, on-line dal 6 dicembre 2015.

L’edificio del Silos di Trieste nel 1939, foto dal web. Dal 1945 funzionò come Centro Raccolta Profughi dell’Istria, Fiume e Dalmazia

lunedì 31 ottobre 2016

Fotografie della Grande Guerra, mostra a Grado

L’inaugurazione si tiene venerdì 4 novembre 2016, alle ore 15, presso il Cinema Cristallo, di Viale Dante Alighieri, 29 a Grado, in provincia di Gorizia. La rassegna fotografica si intitola “Da Perla dell’Adriatico a retrovia di guerra”. È organizzata dal Servizio Cultura e Sport del Comune di Grado. Ha per titolo: “Momenti di guerra. Vita vissuta nelle retrovie della Prima Guerra Mondiale”.

Fotografia di Europeana 1915-1918.
Collezione Pierluigi Roesler Franz

Fu l’imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria a definire Grado “la perla dell’Adriatico”, poco tempo dopo divenne retrovia di guerra. Alcune immagini della mostra evocano la realtà creata dal conflitto sull’Isola d’Oro, altra definizione fantasiosa di Grado, sul litorale.
La rassegna è stata curata dal Laboratorio di Storia dell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher” di Udine, assieme a Giancarlo Martina (referente del Laboratorio stesso), Cristiano Meneghel e Anna Maria Zilli (Dirigente scolastico dell’Istituto). La rassegna gode di alcune “incursioni artistiche” del professor Michele Ugo Galliussi, docente di storia della stessa scuola alberghiera, commerciale e turistica del capoluogo friulano.
È incredibile che un gruppo di insegnanti di una scuola pubblica, pur riuniti in un Laboratorio di Storia, riesca ad allestire una mostra fotografica di un certo livello, eppure è accaduto. Certo, è successo, con la collaborazione di varie istituzioni e, in primis, di musei di portata nazionale. Fare un plauso a questo momento culturale è poca cosa. È da sottolineare, a mio modesto parere, il valore etico ed innovativo di fare scuola in un certo modo, collaborando con primarie istituzioni.

Grado nei siti web
Pensate che nel 1892 l’imperatore Francesco Giuseppe inaugura la “Stazione di Cura e Bagni di Grado”. È una delle prime strutture turistiche peninsulari, dotò l’isola di un caratteristico porto interno e, per proteggerla dalle mareggiate, fece costruire una diga divenuta in seguita una bellissima passeggiata lungomare. 
In seguito vengono costruiti raffinati palazzi ed eleganti ville, come quelle del complesso realizzato nel 1900 dai baroni Bianchi e che sono tuttora il fiore all’occhiello della ricezione alberghiera di Grado. tali impianti danno nuovo impulso al turismo e fanno da cornice ad ampi viali alberati donando all’isola quell’atmosfera aristocratica mitteleuropea che ancora oggi il turista respira.
Nel 1918 l’Isola del Sole ritorna italiana e negli anni trenta la costruzione di un prestigioso stabilimento termale marino dona nuovo slancio al turismo di Grado, che ebbe in quegli anni l’onore di ospitare Freud e Pirandello.
Il poeta Biagio Marin contribuì poi alla realizzazione del “Parco delle rose”, fresca zona verde ai margini della spiaggia che ritroviamo all’inizio del nuovo millennio, assieme al parco termale acquatico, a completare l’esclusiva proposta della spiaggia Grado Impianti Turistici.

---
Si propone qui di seguito una piccola ricerca personale per un approfondimento su Grado...

Grado, marzo 1918, osservatorio dell’artiglieria austriaca 
con Carlo Leopoldo Conighi, seduto al centro. 
Al cannocchiale il suo commilitone Josef Glaser. 
(Collezione Conighi di Udine)

Momenti di guerra. Da Perla dell’Adriatico a Retrovia di guerra
(a cura di Giancarlo Martina)

Alla vigilia della Grande Guerra sull’isola di Grado, “perla dell’Adriatico” come la chiamava Francesco Giuseppe, l’autorità dell’Austria Ungheria era rappresentata dal personale della gendarmeria comandato da Ludwig Fuchs, dal personale della ferrovia che arrivava fino a Belvedere, dall’ufficio postale posto dietro la chiesa di San Rocco e dalla parrocchia che aveva il compito di tenere l’anagrafe cittadina. A Porto Buso invece si trovava la caserma della Guardia di Finanza austriaca, comandata dal tenente Johann Mareth, che vigilava il confine lagunare col Regno d’Italia.
Nella notte del 24 maggio 1915, Grado venne attaccata da tre cacciatorpediniere italiane provenienti da Venezia. Il Bersagliere e il Corazziere bombardarono dapprima la cittadina tentando, invano, il taglio del cavo telegrafico Grado-Cittanova d’Istria. Lo Zeffiro invece attaccò la caserma di Porto Buso, distruggendola in parte, provocando 11 morti e catturando 48 membri della guarnigione. Grado, dopo questo primo attacco, venne abbandonato in fretta e furia dagli austro-ungarici perché troppo esposta e vulnerabile.

I primi bersaglieri del 3° Rgt ciclisti del Regio Esercito italiano arrivarono sull’isola, lasciata senza viveri e corrente, appena nella mattinata del 26 maggio, contestualmente alla lentissima avanzata del grosso delle truppe verso il Carso. Già dal 1° giugno la situazione del paese apparve grave al tenente Santoni. La mancanza degli uomini, già arruolati nelle file imperial-regie, aveva privato le famiglie di braccia forti per i lavori e la pesca. Si dispose quindi l’arrivo d’urgenza di generi alimentari di prima necessità da distribuire alle famiglie più bisognose.
Il 13 giugno i bersaglieri, richiesti sul Carso, vennero avvicendati da un battaglione di fanti della Regia Marina che stabilirono il comando di piazzaforte nel lussuoso Hotel Fonzari, sulla cui torretta fu posto anche il semaforo e la stazione di osservazione sul Golfo di Trieste. La Regia Marina trasformò rapidamente la località in una base per navi di piccole dimensioni, principalmente torpediniere Pattison e MAS al comando del ten. Luigi Rizzo. Le imbarcazioni trovarono ormeggio lungo il canale del porto, dotato alla sua imboccatura anche di hangar per idrovolanti da ricognizione e bombardamento. La diga venne fornita di grandi fotoelettriche, mitragliatrici antiaeree e scivoli per l’alaggio di idrovolanti.
Nell’Isola Gorgo venne allestita una base per idrovolanti completa di caserma, comando e hangar, mentre sulle isole di Morgo, Porto Buso, San Pietro d’Orio, Ravaierina, e ancora presso l’arenile principale, Golametto, Punta Spin furono posizionate diverse batterie di artiglieria pesante per interdire azioni navali austriache nel golfo. A Punta Sdobba, oltre a batterie di artiglieria furono posizionati grossi pontoni armati al fine di appoggiare le azioni della III Armata sull’Ermada. Presso l’Hotel Lido le donne vennero impiegate peri realizzare indumenti militari in lana, e dopo il 1916 in tela per confezionare arredi di casermaggio. Nella sede comunale venne allestito un ambulatorio di primo soccorso e nella Villa Santina l’ospedale pediatrico, mentre presso l’Hotel Riviera l’Ufficio Beneficenza aveva il compito di rendere meno gravosa l’esistenza di molte famiglie gradesi. Furono numerose le refezioni per bambini e famiglie povere presso diversi ristoranti dell’isola.
Molte altre isole della laguna furono poi utilizzate come deposito di munizioni tra cui la famosa isola di Barbana, il cui custode del santuario, al pari del parroco di Grado e di quasi tutto il clero isontino, venne internato in Italia per sospetti sentimenti antitaliani e austriacanti.

 Cartolina da Internet, anni 1930-1940

Grado, essendo il capolinea della Litoranea Veneta che la univa alla base navale di Venezia, si trovò a essere strategicamente al centro delle vie di rifornimento del basso fronte dell’Isonzo. Si rese perciò necessaria l’escavazione con le draghe dei canali lagunari al fine di garantire il passaggio di convogli di rifornimenti che sfruttavano le vie endolagunari mettendosi al riparo da eventuali attacchi di sommergibili austriaci.


Con la rotta di Caporetto tra il 26 e il 27 ottobre 1917 le batterie di Punta Sdobba spararono gli ultimi colpi per proteggere la ritirata della III Armata, che attraversò l’Isonzo in straordinaria piena. Intanto in fretta e furia i fanti della Regia Marina fecero saltare tutte le batterie e il materiale non trasportabile presente sulle isole della laguna. Molti abitanti, per paura di ripercussioni, decisero di seguire gli italiani in fuga, aggravando lo spopolamento e l’impoverimento del paese. Nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre Luigi Rizzo, partito dal Lido di Venezia, con due MAS fece esplodere alcune batterie a Porto Buso e Sant’Andrea che si sospettava ancora funzionanti.
Alla rioccupazione austriaca seguì la rimessa in efficienza di molte batterie, specialmente quella antiaerea dell’arenile principale, mentre come ricordò mons. Luigi Faidutti la situazione alimentare, già grave per il mantenimento dell’esercito Imperial-Regio, diventò drammatica “dal 16 novembre senza pane, da Natale senza carne; pesca solo in misura minima per le famiglie indigenti; caccia … del tutto vietata; patate solo 8 kg, farina soltanto 4 kg, zucchero soltanto 1 kg per persona distribuiti dal giorno della rioccupazione fin oggi. Manca sapone, manca petrolio, mancano candele”. L’occupazione austriaca però coincise anche con la riapertura del santuario di Barbana e la ripresa dei pellegrinaggi, la riapertura dell’asilo infantile e il riattamento di molti edifici danneggiati dai bombardamenti dei due anni precedenti
---
Ora si presenta un serie di fotografie del 4 novrembre 2016, all'inaugurazione della mostra di Grado.

Al centro della foto: Giancarlo Martina, durante la presentazione della mostra
Rassegna stampa e siti web di riferimento:




Da Il Centenario 1914-1918: Momenti di guerra.

Da IL PICCOLO del 2 novrembre 2016:


Da Friulionline del 2 novembre 2016: