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venerdì 21 dicembre 2018

Giuseppe Comand, il testimone delle foibe socio onorario ANVGD


È stata una giornata memorabile ricca di emozioni struggenti. Giuseppe Comand, nato a Latisana il 13 giugno 1920 e noto per essere uno degli ultimi testimoni oculari del recupero delle salme degli italiani infoibati, ha incontrato una delegazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Udine.
Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, in posa col commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

I suoi racconti hanno impressionato fortemente la dirigenza dell’associazionismo giuliano dalmata che gli ha reso onore. Li riportiamo in queste righe con qualche annotazione aggiuntiva, emersa dalle ricerche sul tema e con la bibliografia.
Guidato da Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, il gruppo di esuli e loro discendenti ha consegnato la tessera onoraria dell’associazione al testimone della tragedia nazionale che si adoperò nella esumazione dei resti dalle voragini carsiche dell’Istria. La sua storia è venuta a galla solo da poco tempo. Dopo aver raccontato la sua devastante esperienza a Fausto Biloslavo su «Il Giornale» del 9 febbraio 2017 e a Lucia Bellaspiga su «L’Avvenire» del 6 gennaio 2018, Comand è stato insignito dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella.
Soldato dell’11° Reggimento del Genio di Udine, Comand nel 1941, con altri suoi commilitoni della Compagnia antincendi, era acquartierato a Sussa / Sussak, presso Fiume, allora Italia, oggi Croazia. Dopo l’8 settembre 1943 il suo reggimento riparò a Pola, dove fu disarmato dai tedeschi. “Colpa del generale Roatta che era sparito – si arrabbia Comand – ci siamo trovati in 70 mila militari italiani senza comandi, senza tessere annonarie e senza acqua, così son bastati 300 tedeschi per catturarci tutti quanti e tenerci richiusi in tre caserme, quella di Francesco Giuseppe, quella dei bersaglieri e quella della Marina, poi sono stato aggregato ai pompieri di Pola, come prigioniero senza stellette” (Comand 2018, p. 6).
Certificato di conferimento dell'onorificenza di commendatore a Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Come mai è stato tanto tempo in silenzio e solo da un anno ha parlato delle foibe? “Avevo paura dei comunisti e poi è troppo doloroso per me parlare di queste cose o sentire che c’è chi le nega ancor oggi – risponde Comand – ma mi ha convinto a parlare ai giornalisti la signora Sara Harzarich, nipote del maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich, morto esule a Merano nel 1973, che comandava le operazioni di recupero dei cadaveri nelle foibe istriane, era lui il primo a calarsi nella foiba di Vines, profonda 226 metri, da cui ha recuperato 84 cadaveri e io ero addetto al lavaggio delle tute dei pompieri che avevano un odore insopportabile, l’odore dei morti uccisi nella foiba si sentiva fino a quattro chilometri di distanza”.
A guerra finita il maresciallo Harzarich, nel 1945, avendo recuperato oltre 250 corpi putrefatti, scrisse un resoconto del recupero delle salme dalle foibe, allegando delle fotografie per gli anglo-americani, con i riconoscimenti dei cadaveri effettuati dai parenti e dai compaesani.
È vero che il maresciallo Harzarich, calandosi nella foiba di Villa Surani ha trovato per primo il corpo di Norma Cossetto, di Visinada? “Sì, è così – riferisce Comand – era una ragazza seminuda, con la schiena appoggiata ad uno sperone della cavità, con gli occhi aperti a guardare in su, come in una visione celestiale, così disse Harzarich, quella ragazza era stata sequestrata, interrogata, seviziata e stuprata da un branco di diciassette partigiani, poi la gettarono ancor viva nella foiba”.
Giorgio Gorlato, Giusepe Comand, Bruna Zuccolin e Bruno Bonetti con la bandiera dell’ANVGD a casa di Comand. Fotografia Elio Varutti

È mai ritornato in Istria dopo la guerra? “Nel novembre 1943 sono riuscito a tornare a casa – conclude Comand – passando per San Giorgio di Nogaro, poi mi sono sposato con la morosa Modesta, ho avuto due figli e solo nel 2009 sono ritornato a vedere a Fiume il mio posto di accantonamento militare, ma a rivedere le foibe di Vines o di Pisino, no, quella terribile storia mi fa star male ancora”.
La delegazione dell’ANVGD di Udine che, il 7 dicembre 2018, ha fatto visita al commendator Giuseppe Comand, di 98 anni, era composta, oltre che da Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio, dal vice presidente Elio Varutti, dal segretario Bruno Bonetti e da Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria.

Memorie tragiche su Fiume, Sussa e Pisino
Si inizia con un’intervista del 2016. “Mio padre, Arno Dorini lavorava al Macello di Fiume – ha raccontato Chiara Dorini – e nel 1945 quando arrivano i titini in città mio papà e i miei familiari si sono nascosti in una fossa di raccolta dei liquidi di macellazione, così si sono salvati. Mia madre, Silvana Chiesa, si è ricordata per un bel pezzo l’odore nauseabondo del sangue del macello”. Nonostante l’odore ributtante dato dalla macellazione suina, la famiglia Dorini si nasconde e resiste a Fiume fino al marzo del 1946, momento dell’esodo. Come vedremo sul Macello comunale c’è una sconvolgente rivelazione di Giuseppe Comand, riportata qui di seguito.
Il maresciallo dei pompieri di Pola Arnaldo Harzarich, al centro con due suoi pompieri, 1943. Collezione Giuseppe Comand, Latisana

Come già accennato il geniere Giuseppe Comand, nel 1941, viene comandato a Sussa / Sussak, presso Fiume, nel Golfo del Quarnaro. Lì è stato testimone di alcune atrocità perpetrate dai titini, oltre all’uccisione nelle foibe.
“Da Fiume (ora Rijeka), passando il ponte sul fiume Eneo – prosegue Comand nel suo memoriale – girando subito a sinistra, c’era una via lunga, dopo circa duecento metri ci si trovava davanti al cancello di una cartiera e sulla destra, il fabbricato. Su detta via vi era anche un Macello Comunale dove lavoravano una decina circa di macellai, i quali macellavano in buona parte maiali che scaricavano tramite uno scivolo in muratura; venivano poi uccisi con un coltello molto lungo quando erano ancora in piedi liberi ed era una cosa raccapricciante da non vedere, molto impressionante, indimenticabile. Di questi macellai parlerò più avanti, su quanto ebbe a raccontarmi a Pola il carabiniere Venanzio Moscatello”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia dal Memoriale di Giuseppe Comand, citato in bibliografia, p. 17

Detto carabiniere Moscatello è cugino del pittore impresario Nello Moscatello, sposato a una signora Pitacco di Latisana, conoscenti di famiglia dello stesso Comand. A Pola, alcuni giorni dopo l’armistizio, Comand e il carabiniere Moscatello si ritrovano con molto altri militari in disarmo. “Era molto agitato – riporta Comand – mi venne vicino e mi disse: Ti ricordi che il giorno dopo l’armistizio dell’8 settembre, per due giorni e fino a che non ce ne siamo andati dal posto, si vedeva passare diverse volte al giorno, anzi, per tutto il giorno, il furgone nero della Polizia italiana che era stato requisito o rubato non si sa bene da chi?”. A quel punto Comand risponde annuendo “me lo ricordavo bene, avendo notato che gli venivano aperti i cancelli della cartiera molto velocemente dal portinaio e come, sempre velocemente, il mezzo entrasse nello stabilimento della cartiera che era alla fine della via stessa”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia del 2009 dal Memoriale di Giuseppe Comand, p. 19. L'autore ha segnato la sede del suo accantonamento militare e la zona della Cartiera della morte, dove i titini eliminavano brutalmente gli italiani

Così il racconto si fa terrificante. “Mi raccontò che di nascosto, entrò nella cartiera ed attento a non farsi notare – scrive Comand in merito alla confessione di Moscatello – una volta dentro, assistette a una cosa impressionante. Devo premettere che nella stessa via che era cieca, in quanto finiva alla cartiera, 200 metri prima c’era il Macello Comunale, come già detto, dove ogni giorno venivano macellati suini a camionate. I macellai, che io vedevo sempre al lavoro, erano circa una decina, vestiti con stivaloni di gomma alti alla coscia ed una falda pure in gomma che li avvolgeva; erano muniti di un lungo coltello appeso alla cintola da una catenella che serviva per ammazzare i maiali. Abituati a questa carneficina, sempre secondo il racconto del carabiniere Moscatello, dal furgone nero, appena entrato in cartiera, facevano scendere le persone che vie erano all’interno e le ammazzavano, facendole a pezzi. Lui presunse che i pezzi poi venissero caricati sul solito carretto dei maiali, per essere trasportati nell’adiacente saponificio, passando per un piccolo ponticello di legno sul fiume Eneo, entrando in territorio italiano. io avevo ben presente il carretto del macello in quanto passava davanti al nostro accantonamento fuori a lato della cartiera: era su due ruote d’auto con due manici, noi tutti sapevano che conteneva gli scarti della lavorazione della macellazione. Moscatello continuò raccontandomi che, inorridito e non potendo fare niente, sempre di nascosto, si ritirò, perché se lo avessero visto di certo avrebbe fatto la stessa fine” (Comand 2018, pp. 7-8).
Tersatto, presso Fiume. Fotografia del 2009 dal Memoriale Comand, p. 20. Si nota lo spazio dell'accantonamento militare del 1943 e la scalinata per Tersatto

Sulla cartiera di Fiume c’è un cenno nel Diario Dalcich, dove si legge: “Fiume, 3 novembre 1944 – Sbucando improvvisamente tra i colli di Santa Caterina e Tersatto, proprio sulla cartiera, alle cinque del pomeriggio quattro – cinque caccia bombardieri americani bombardano il naviglio da guerra tedesco ormeggiato al molo Genova. I cannoni delle navi aprono il fuoco e uno degli aerei si allontana lasciandosi dietro una lunga scia di fumo” (Dalcich 1987, p. 11). Come risulta dal memoriale di Comand, si ha conferma dunque, dalle pagine di Dalcich, che la cartiera si trovava nei pressi di Tersatto. Pure Dalcich come Comand riferiscono di sabotaggi alla ferrovia da parte dei partigiani, di attentati vari, accoltellamenti contro i militari italiani. In particolare Dalcich descrive il clima di crisi alimentare in cui vive la città di Fiume, con la presenza dei bagarini d’oltre ponte a Sussak, attivi nel novembre 1944. Viene descritto bene il borsaro nero Ambrosich, padre di Ive, uno che denuncia ai titini gli italiani da eliminare (Dalcich 1987, p. 12-15).
Comand opera anche a Pisino, dove si trova una foiba gigante. Di recente è stato contattato dal signor Costantino Maracchi, nato a Pisino nel 1945, perché suo padre l’ingegnere Camillo Maracchi, lavorava in Comune e poi coi pompieri. “Sottotenente del Genio, al suo rientro dal fronte – così scrive Comand – e non sapendo nulla del pericolo che lo aspettava a casa, riuscì a salvarsi dalla squadracce comuniste che stavano andando a prenderlo, grazie ad una persona amica che lo avvertì; anch’egli si nascose calandosi nel fognone comunale e risalendo, dopo un breve tragitto, dentro il convento dei Frati”. Costantino Maracchi confermò al Comand che a salvarsi dai titini e dall’eliminazione nella foiba di Pisino, in quel modo rocambolesco fu proprio suo padre, l’ingegnere comunale.
Giuseppe Comand in divisa del Genio, 1941-1943. Dal Memoriale Comand, p. 20

“Mio papà fu poi comandante dei pompieri di Pisino – ha detto il signor Costantino Maracchi intervistato dal sottoscritto – e anche lui operò col maresciallo Harzarich al recupero delle salme di italiani uccisi nelle foibe”. Quando siete venuti via? “Siamo venuti via nel 1947 – ha risposto Maracchi – siamo passati dal Centro smistamento profughi di Udine e poi a Belluno”.
A Pisino Comand scopre che c’era una foiba “molto profonda dove sotto scorreva l’acqua sparendo nelle caverne – aggiunge Comand – il castello faceva da prigione e buona parte delle persone che avevano subito interrogatori sommari, vennero fatte sparire, attraverso un cancello interno, direttamente nella voragine della foiba, inghiottite dalle acque sottostanti” (Comand 2018, p. 11).
Comand ricorda di aver “sentito di altri poveri disgraziati che, dopo esser stati processati dai comunisti slavi, nel castello, vennero legati col filo di ferro vecchio e ruggine, avambraccio con avambraccio l’uno all’altro, stretti fino all’osso con le tenaglie – è la conclusione di Comand – tra le urla tremende questi poveracci (forse con la condanna per essere italiani) durante le notti venivano caricati su una corriera (era famosa e riconoscibile in quanto di colore rosso) e portati nelle località delle foibe, gettati dentro legati a gruppo ancora vivi, perché sembra che sparassero solo al primo per far tirare gli altri dietro. A questo seguiva il buttare dentro nella foiba un cane vivo, ma non so spiegarne il motivo, so solo che lo sentii raccontare dalle persone che ebbe ad incontrare, istriani italiani, ma soprattutto dalle due sorelle che erano incaricate a Pisino, dietro compenso, di farci da mangiare e che mi raccontarono che in famiglia loro avevano avuto purtroppo due fratelli infoibati”.

La gavetta di Giuseppe Comand, spesso vuota perché c'era poco da mangiare, esposta nel suo studio. Fotografia di Elio Varutti

C’è un’opinione contraria rispetto al racconto di Giuseppe Comand riguardo a Pisino. È il parere di Vittorio Pesle; ecco quanto ha sostenuto egli in un’intervista: “è molto difficile che ci siano state delle eliminazioni nella foiba di Pisino – ha precisato Pesle – perché i croati non erano così stupidi da buttare i corpi degli uccisi nella foiba vicino al paese, dato che tale fatto avrebbe provocato la puzza della putrefazione, che si sente a distanza di chilometri”. Vero è che il signor Pesle, esule a Pagnacco (UD), che ha avuto lo zio di 53 anni Francesco Castro, farmacista di Parenzo, ucciso e gettato nella foiba dai titini, riconosce che dal 1943 al 1945 ci fosse una grande confusione in paese, come pure a Trieste, nei quaranta giorni di occupazione titina. Come a dire che poteva succeder di tutto in quei frangenti.
L’uccisione in foiba di Francesco Castro è contenuta nel libro di Flaminio Rocchi ed è avvenuta tra il 20 e il 22 settembre 1943. Gli arrestati dai titini a Parenzo, Villanova e a Torre sono 94. Senza processo, legati col filo di ferro, vengono buttati nelle foibe di Vines, Zupogliano, Cimino e Surani (Rocchi 1990, p. 532)
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Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020 a Latisana (UD).
Latisana, 7.12.2018 - Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine consegna la tessera onoraria dell’Associazione al commendator Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Fonti orali e del web
Si ringraziano sentitamente le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, se non altrimenti specificato:
- Giuseppe Comand, Latisana (UD) 1920, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana (UD) in presenza della figlia Marialuisa Comand. Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020.
- Marialuisa Comand, Latisana 1952, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana.
- Chiara Dorini, Fiume 1945, int. del 18 dicembre 2016.
- Costantino Maracchi, Pisino 1945, int. del 10 febbraio 2016.
- Vittorio Pesle, Pisino 1928, int. del 21 dicembre 2018. Pesle muore il 16 dicembre 2019 a Udine. 

Fonti originali
- Giuseppe Comand, Memorie 11° Reggimento Genio Udine, Trasferimento alla Compagnia Antincendi a Susak, dattiloscritto, 2018, pp. 21, di cui 6 di fotografie e documenti.
- Torquato Dalcich (alias di Aldo Quattrocchi), Un diario (1944-1945), Larghi stralci tratti da…, Firenze, 1987, testo in PDF nel web.
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Latisana, lo studio del commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

Bibliografia
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990.

Sitologia
- Una parte del presente articolo, con il titolo seguente, è stata pubblicata nel web dal sito friulionline.com

- Serenella Bettin, Fausto Biloslavo, “Quei rastrellamenti partigiani rimasti nascosti per 75 anni”, «Il Giornale», 10 febbraio 2018.



Latisana, una immagine del commendator Giuseppe Comand, 7 dicembre 2018. Fotografia di Elio Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Ricerca storica di Elio Varutti. Grazie al sito  web friulionline.com  e poi si ringrazia per la collaborazione alle fotografie l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

lunedì 27 aprile 2015

La foiba di Mario e Giusto da Parenzo, 1943

Il silenzio dei profughi può durare una vita. È accaduto a Mariagioia Chersi, nata a Parenzo nel 1942. Un po’ per paura, un po’ per vergogna, non ha mai parlato di suo padre e dello zio, uccisi e gettati nella foiba di Vines, vicino ad Albona in Istria

Trieste 1949 - Mariagioia Chersi col cappottino nuovo, assieme alla mamma Giulia Gripari Chersi e allo zio Giuseppe Gripari.  (Collezione famiglia Chersi, Udine).

«Mio papà era Giusto Chersi, nato a Parenzo nel 1902 – racconta la signora Mariagioia, esule a Udine – la nostra era una famiglia di panettieri, poco dopo il giorno 8 settembre 1943 fu prelevato dai partigiani titini, assieme a suo fratello Mario, e non li abbiamo più visti».
Secondo certi storici, i partigiani attuarono così delle vendette per pulizia etnica e per le violenze subite sotto il fascismo. Giusto e Mario furono imprigionati dai partigiani in divisa?
«A parte che in famiglia si parlava poco di quei fatti dolorosi – continua la testimonianza – ma non si è mai detto che fossero in divisa, con la stella rossa sulla bustina, anzi erano due di Parenzo, parlavano italiano, uno di loro era il Bernich».
Il 16 ottobre 1943, dopo l’occupazione nazista, Arnaldo Harzarich, maresciallo dei pompieri di Pola, assieme alle autorità riesumò alcune salme dalla foiba dei colombi, nei pressi di Vines. Il secondo cadavere portato alla luce fu riconosciuto dal direttore delle miniere carbonifere dell’Arsa per Mario Chersi, fu Andrea, come sta scritto nel verbale per i servizi segreti angloamericani del luglio 1945, corredato da varie fotografie del fotografo Sivilotti, di Pola.
Diciamo subito che si è trovata un’omonimia. Il Mario Chersi cui si fa riferimento in questa intervista era figlio di Timoteo Francesco Chersi, di una famiglia di panettieri. Non va confuso, quindi, col minatore Mario Chersi di Andrea, appena citato dalla Relazione Harzarich.

Parenzo, giovedì 28 ottobre 1943: ventidue salme nella casa di Dio, avvolte nel tricolore, allineate in file di quattro con ai lati i parenti, attendono l'ufficio divino. Il Vescovo di Parenzo e Pola monsignor Raffaele Radossi, si avvicina alle bare con le mani composte in preghiera. Volge il suo sguardo addolorato ai parenti ed esclama: «Sono stato ignobilmente ingannato!». Ciò perché i partigiani titini gli avevano promesso di non fare violenze. (Collezione Ines Tami) citazione dal seguente sito web, che si ringrazia:       http://www.isfida.it/parenzo.htm


Nell'elenco delle 66 vittime della foiba di Vines, in Wikipedia, sono citati in questo modo (visualizzazione del 16 maggio 2015): 

"21. Chersi Giusto, di Francesco, anni 41, nato a Parenzo, impiegato; infoibato nel settembre-ottobre 1943.
22. Chersi Mario, fu Andrea, capo operaio nelle miniere dell'ARSA, da Albona. Potrebbe trattarsi di Ghersi Mario, di Andrea, nato nel 1889 a Sanvincenti; dipendente della stessa società; infoibato il 15-9-1943.
23. Chersi Mario, di Francesco, anni 47, nato a Parenzo, panettiere; infoibato nel settembre-ottobre 1943".

I fratelli Giusto e Mario Chersi, il primo di 41 anni, impiegato e il secondo di 52 anni, panettiere, sono menzionati a pag. 532 da padre Flaminio Rocchi nel suo “L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati”, Roma. Difesa Adriatica, 1990. “Tra il 20 e il 22 settembre 1943 – scrive Rocchi – i partigiani slavi entrano a Parenzo. 94 persone vengono arrestate a Parenzo, a Villanova e a Torre. Senza processo vengono legate con filo di ferro e gettate nelle foibe di Vines, Zupogliano, Cimino e Surani”.

Ritorniamo all'intervista. Signora Maria Gioia Chersi, i corpi degli infoibati della sua famiglia sono stati riconosciuti dai suoi parenti?
«Sì, oltre a mia mamma Giulia – aggiunge la signora Chersi – sono stati riconosciuti da suo fratello Giuseppe Gripari, che  pur essendo di sentimenti comunisti, protestò per quello che avevano fatto i titini e così fu imprigionato. Poi fu liberato e, verso il 1947-1948, scappò travestito da donna su una piccola barca, remando di continuo da Parenzo fino a Trieste».

Al tempo della guerra fredda. Parata militare degli Alleati angloamericani su carri armati Scherman a Trieste, 10 aprile 1948. Fotografia: Luce, Istituto Nazionale, Istituto Luce – Gestione Archivi Alinari, Firenze

Signora Mariagioia Chersi, lei quando è venuta via dall’Istria?  
«Abbiamo ricevuto il visto di uscita nel febbraio 1949 – risponde Mariagioia – e siamo stati accolti a Trieste da parenti e, siccome non c’erano case a Trieste, visto il grande afflusso di profughi, siamo venuti qui a Udine, in via Castellana. A Parenzo siamo saliti su un peschereccio e abbiamo viaggiato all’aperto. Eravamo in tanti. Mi ricordo che la gente al molo, prima di salire sulla nave piangeva e, inginocchiatasi, baciava la propria terra. Mi ricordo anche che le guardie confinarie iugoslave controllavano e perquisivano ogni esule in partenza. I maschi da una parte e le femmine dall’altra. Spogliati e privati di soldi, monili d’oro e, perfino, del mio cappotto, dato che se l’è tenuto una donna in divisa, forse per una sua figlia, chissà?»
Rubare il cappotto a una bambina non è stato un grande onore per la guardia iugoslava, allora lei signora aveva freddo?  
«Sì, però la mamma e lo zio Bepi me gà comperà la bereta, el capoto e una pupa (bambola), gavemo anche la foto de quel momento. Lo zio Francesco jera al Campo Profughi de via Pradamano, dopo se andà a Milano, ecco perché gò parenti anche lì. Altri parenti nostri jera al Campo del Silos a Trieste, dove i lavatoi jera senza vetri alle finestre».  
È mai ritornata a Parenzo signora Chersi? Da quando ha iniziato a parlare di questi fatti che sono un pezzo della storia d’Italia?
«Con mio marito, che è di Pola, siamo ritornati a Parenzo dal 1962, abbiamo dei cari conoscenti lì vicino al porto, sono i Petretti, si andava in cimitero per vedere delle nostre tombe, oppure per rivedere la nostra terra, ma non ho mai trovato un posto dove stare a mio agio. Ho cominciato a parlare del papà infoibato dopo il 2010, quando a Roma al Quirinale ho ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano un medaglia e un attestato in ricordo delle vittime delle foibe, sono riuscita a portare pure mio nipote Filippo, che era alle scuole medie, così Napolitano e sua moglie gli hanno parlato e tutti in famiglia ricordiamo quel momento istituzionale come una bella esperienza e Filippo ne ha parlato con orgoglio anche a scuola».  
Parenzo 13 dicembre 1943: i funerali delle salme recuperate dalla foiba di Villa Surani l'11 e 12 dicembre (Collezione Ines Tami) dal seguente sito web, che si ringrazia:       http://www.isfida.it/parenzo.htm

Signora Chersi, conosce altri istriani esuli qui a Udine?
«Sì, siamo in tanti, per esempio mio fratello abita al Villaggio Giuliano di via Casarsa, lui è Mauro Crisma, mia mamma si è risposata, ecco perché lui ha un altro cognome, dopo le darò i nomi di altri istriani, perché adesso noi vogliamo parlare».
Parliamo ancora. Le sembra di essere stata accolta bene dagli italiani, signora Chersi?
«Posso dire che non siamo stati bene accolti in Italia – continua la signora Chersi – per esempio, a scuola ho imparato a dire, quando mi chiedevano del papà, che era morto in guerra, perché non capivano che cosa fosse una foiba, nemmeno gli adulti».
Che cosa ne pensa di “Magazzino 18”, il musical di Simone Cristicchi sull’esodo giuliano dalmata? 
«A mio parere – replica la signora Chersi – è una cosa valida, io l’ho visto e mi ha veramente colpito. Fa capire perché siamo dovuti venir via. C’erano le pressioni continue da parte dei titini, la paura della foiba, il terrore della guerra, il disagio del dopoguerra. Un mio zio, Guido Gripari, è stato preso prigioniero dai nazisti e recluso nel Campo di concentramento di Birkenau».
Che cosa dicevano i vecchi di questa terribile situazione e dei fatti anteguerra?

«Mio nonno, Bendetto Gripari – ricorda la testimone, con un sorriso – diceva: ‘Maledetti italiani che i gà portà la lira de carta, qua ghe vol i fiorini austriaci’. Nel dopoguerra i rimasti, cioè gli italiani che riuscivano a stare in Istria per loro scelta, o che non potevano partire per il boicottaggio sui permessi di opzione da parte dei titini, ci chiedevano vari generi da loro introvabili, come caffè, lamette, sapone da barba, calze di nylon… I Petretti, ad esempio, non li hanno fatti partire, altrimenti a Parenzo non sarebbe restato neanche un fornaio. Oggi i loro discendenti (che sono bravissimi!) sono ancora lì, e gestiscono un bel ristorante, di nome Istra, naturalmente, con una bella capra istriana nel logo; lori i gà una gostionica (locanda, in croato) che funziona dal 1920, quando jera l’Italia».
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Il 20 settembre 2016, nel gruppo di Facebook “Esodo istriano, per non dimenticare”, in riferimento al presente articolo, ho ricevuto la seguente informazione di aggiornamento da Giampiero Sferco, di Roma. Riporto il messaggio così come è stato inviato, pur nella crudezza di certe parole:

«Conosco la loro tragica storia... il partigiano che li prelevò si chiamava Bernobich (non Bernich); fu fucilato dai tedeschi sotto il muro della villa dei Polesini (per i parensani: Rivetta) e rimase lì molti giorni mangiato dalle mosche e sputacchiato dai suoi concittadini...».

Cartolina di Trieste, 1940-1950, scatto fotografico da Via Capitolina sull'Anfiteatro romano e città vecchia

Parte di questa intervista è stata pubblicata il 20 aprile 2015 su friulionline.com col titolo: "La foiba di Mario e Giusto". 
Nel periodo luglio-agosto 2015, dopo aver letto l'articolo su friulionline.com il dottor Bojan Horvat, curatore del Museo cittadino di Parenzo, ha espresso il desiderio di contattare la signora Mariagioia Chersi, perché nello stesso Museo stanno "cercando di recuperare la storia parentina che si è persa con l'esodo, tramite interviste con i parentini esuli". I contatti sono in corso. Fa piacere che ci sia tale spirito di comunicazione e di pacificazione.
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Ringraziamenti: sono grato per questa intervista a Maria Gioia Chersi e ai professori Alfio Laudicina (di Pola) e Francesca Laudicina, di Udine.
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Dal sito web <<http://video.repubblica.it>> si propone un film intitolato: Liberazione Luce - Le truppe americane entrano a Trieste - maggio 1945 (muto)


Pietra miliare confinaria del 1947 tra Italia e Jugoslavia. Dal 1991 la pietra è della Slovenia indipendente, entrata dal 2004 nella Unione Europea, il cui avo è il Mercato Comune Europeo, nato col Trattato di Roma nel 1957, con sei paesi fondatori, tra i quali l'Italia.

Cartolina da Parenzo, viaggiata nel 1972, stampata a Zagabria al tempo della Federativa Repubblica di Jugoslavia. 
Collezione Daniela Maiolo, Udine.

lunedì 2 marzo 2015

Parla Sara, nipote di Arnaldo Harzarich, che scoprì le foibe d’Istria

“Sono la nipote del maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich”.  Esordisce così il racconto della signora Sara Harzarich, nata a Pola nel 1931 ed oggi esule a Pagnacco, in provincia di Udine. Lo zio di cui fa cenno è Arnaldo Harzarich, nato a Pola il 3 maggio 1903 e deceduto a Merano il 22 aprile 1973. Su di lui i titini iugoslavi, nel mese di settembre del 1944, misero addirittura una taglia di 50 mila lire, pur di catturarlo e farlo fuori, senza riuscire nel losco intento.

Pagnacco, provincia di Udine, 26 agosto 2012 - Inaugurazione del Monumento ai Martiri delle foibe, la benedizione del parroco, don Sergio De Cecco (Collezione Sara Harzarich, Pagnacco).

Dopo che alcuni bambini trovarono vicino alla voragine della foiba di Vines, in Istria, gli occhiali rotti del loro babbo e alcuni bottoni strappati dagli abiti, furono chiamati i compaesani e i pompieri di Pola, per capire cosa poteva essere successo. C'era pure un forte odore acre che usciva dalla voragine carsica. I colombi non si aggiravano più come invece facevano normalmente. La foiba è detta "dei colombi". Poi il maresciallo Harzarich, coi pompieri e i volontari, cominciò a riesumare corpi su corpi. Fu così che si scoprirono le prime foibe. Il maresciallo Harzarich, dall’ottobre 1943 al mese di febbraio 1945, riesumò 250 salme, delle quali 204 furono identificate.
Nel luglio del 1945 il maresciallo Harzarich "rilasciò ai servizi d'informazione angloamericani una circostanziata deposizione - come hanno scritto R. Pupo e R. Spazzali nel 2003, accompagnata da una ricca documentazione, anche fotografica [con fotografie di Sivilotti, di Pola]". Parte di tale rapporto sul recupero delle vittime dalla foiba istriana è contenuta in: Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003, pagg. 52-58. Tutto il materiale è consultabile presso l'archivio dell'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste.

Il maresciallo Arnaldo Harzarich, dei pompieri di Pola, che iniziò dal 16 ottobre del 1943 a recuperare le salme degli italiani ed altri gettati nelle foibe dell'Istria dai titini. 


I nomi degli italiani infoibati furono pubblicati nel 1943 su Il Piccolo di Trieste, con le fotografie di Giacomo Greatti “cartolaio emerito di Parenzo”, morto esule a Fagagna, in provincia di Udine. “Davanti alla sua cartoleria erano esposte le foto degli infoibati, per darne notizia a tutti, altrimenti non si sapeva niente, i titini cercavano di fare tutto di nascosto” – mi riferisce un’altra esule istriana, la signora Marisa Roman di Parenzo, classe 1929, da me intervistata il 26 gennaio 2015. 
La testimonianza di Sara Harzarich, da me intervistata il 13 febbraio 2015, prosegue così: “Avevo tredici anni quando zio Arnaldo è scappato da Pola, perché i titini lo cercavano per eliminarlo”. E la testimonianza continua: “Ricordo che la nonna non si dava pace e ogni sera voleva sapere se suo figlio Arnaldo era tornato a casa sano e salvo, così venne da me e mi chiese di accompagnarla fino a casa dello zio, per verificare il suo ritorno a casa. Noi si abitava vicino all’Arena”.
Signora Harzarich, poi cosa successe? “Appena arrivati nella sua casa, ci siamo accorti che la porta era aperta, tutto era in disordine, non c’era più nessuno, erano venuti i titini per arrestarlo, ma lui era riuscito a fuggire con una scala dalla finestra”.
Allora riuscì a salvarsi in modo fortunoso? “Sì, lui scappò e andò esule a Merano, in provincia di Bolzano, ma le spie dell’OZNA lo trovarono anche là e gli fecero un attentato”.
La “Odeljenje za Zaštitu Naroda” (OZNA) è la sigla che significa: Dipartimento per la Sicurezza del Popolo. C’è una seconda versione che così spiega la sigla: “Oddelek za zaščito naroda”; letteralmente: Dipartimento per la  protezione del popolo. Era parte dei servizi segreti militari iugoslavi. L'organizzazione era dotata di carceri proprie. Il maresciallo Harzarich operò anche al Brennero.
Cosa accadde a Merano in quell’attentato? “Un tizio uscì da un cespuglio vicino a casa sparando con una pistola, ma lo zio si salvò perché si era girato verso casa, dato che la moglie Stefania lo aveva richiamato per un ultimo bacio. Ecco, fu quel bacio a salvargli la vita ancora una volta”.
Ha qualche altro ricordo particolare? “Eravamo a Gallesano, vicino a Pola – continua la signora Sara Harzarich – il 4 maggio 1945 e vediamo mio padre Bruno Harzarich che era stato messo al muro per la fucilazione, perché i titini l’avevano scambiato per suo fratello Arnaldo Harzarich, così abbiamo gridato, le donne di casa che sapevano il croato glielo hanno spiegato nella loro lingua ai titini, così che non lo passarono per le armi”.
Nel 1946 a Pola c’erano tensioni e tumulti. È vero? “Era febbraio del 1946 e chi era di sentimenti italiani mostrava con orgoglio un nastrino tricolore, ce lo avevo anch’io sulla giacca. Passo vicino al porto e certi ragazzi di Pola filo-titini mi rincorsero con l’intenzione di gettarmi in mare, per dispetto, col rischio di morire annegata per l’acqua gelida. Ebbene sì, c’erano tensioni continue con gli italiani simpatizzanti comunisti”.
Quando siete venuti via da Pola? “Io, con la mia famiglia, siamo fuggiti nel 1947, col piroscafo Pola che ci portò a Trieste. Siamo passati per il Campo Profughi del Silos, poi mio padre trovò lavoro alla cartiera Dolinar di Basaldella di Campoformido, così ci siamo trasferiti in provincia di Udine. Negli anni cinquanta abbiamo abitato nelle casette del Villaggio Giuliano di Udine, dove oggi c’è un mio nipote”.
Ci sono altre storie dell’esodo? “Mi ricordo che mia zia Amelia Harzarich in Soffici, sorella di mio papà, che aveva appena avuto da un mese due gemelli, essendo nella lista dei "partenti", è dovuta partire col piroscafo Toscana con i neonati; a causa della fame e del freddo ha perso i gemelli. Erano un maschietto e una femminuccia, sono morti tutti e due a Venezia, dove era sbarcata la famiglia Soffici”.
Poi da Venezia i suoi zii Soffici dove andarono? “Zio Mario e zia Amelia Soffici, dopo aver perso i bambini, si spostarono col treno fino a Genova, in un Campo Profughi vicino a Genova; infine, emigrarono a Bueons Aires e là, in Argentina, si ripresero ed hanno avuto altri due figli maschi”.


Pagnacco, provincia di Udine, il Monumento ai Martiri delle foibe, scultura in ferro di Renato Picilli (2012), su masso in pietra e basamento in acciottolato (foto di Elio Varutti)

Lei, esule a Pagnacco, si è fatta promotrice di vari fatti per ricordare le vittime delle foibe? “Certo, nel 2001 c’è stata l’intitolazione di una piazza ai “Martiri delle foibe”, poi abbiamo fatto erigere un monumento nella stessa area, vicino alle scuole, con una scultura in ferro di Renato Picilli, inaugurata il 26 agosto 2012, in collaborazione con il Comune”. Il telaio della scultura, a forma di imbuto rovesciato – come ha detto Monica Lavarone, critico d’arte, il giorno dell’inaugurazione – ricorda  l’abisso naturale della foiba del Carso, con corde, mani rivolte verso l’alto e filo spinato, con il quale venivano legati i prigionieri, prima di gettarli, dopo un colpo alla nuca, nell’inghiottitoio.
Qual è la cosa più triste dell’esodo che ricorda, signora Harzarich? “Dopo l’esodo, ho patito tanto la fame… da mastegar il lenziol la sera”.

Il Monumento ai Martiri delle Foibe di Pagnacco ha tre targhe di ricordo. La prima di esse, posta sulla parte anteriore recita: "Ai nostri fratelli giuliani, istriani, fiumani e dalmati morti nelle foibe nel mare per testimoniare l'italianità delle loro terre - il Comune di Pagnacco - Agosto 2012". Quella posizionata sul lato dice: "Agli eroici Vigili del Fuoco del 41° Corpo di Pola: maresciallo Arnaldo Harzarich capo squadra ed ai suoi valorosi commilitoni per la loro preziosa opera di recupero, a rischio della vita, delle vittime delle foibe per una loro cristiana sepoltura - la nipote Sara Harzarich Pesle - Agosto 2012". La terza targa dedicatoria, posta sul retro, accenna alla famiglia Costantino Tonutti, che ha donato il masso su cui si erge la scultura in ferro.

ALTRE VIOLENZE TITINE

Cambiamo zona. Siamo in provincia di Gorizia, sul confine odierno tra Italia e Slovenia. Questa è un'altra vicenda sulle violenze titine, emersa nel 2015, pubblicata su "Il Friuli" del 27 marzo 2015. Giugno 1944: nel cuore del Collio, famoso per i suoi vini, tre giovani fratelli Mrak (Andrej, 30 anni, Alojz, 23 anni e Alojza, 17 anni), dei quali una minorenne, vengono catturati dalla polizia politica titina, portati in un bosco e fucilati. La madre (Katarina Mrak 1889-1944), appresa la sconvolgente notizia, muore di crepacuore.
Questa vicenda drammatica nell’anno più buio della Seconda Guerra mondiale è riemersa soltanto pochi mesi fa, quando Bruno Mrak, un parente della famiglia ha voluto conoscere la verità. La gente del paese, di Mossa, provincia di Gorizia, gli ha detto di cercare "dove si trova una parte della sua famiglia". Allora si è recato di là del confine, in Slovenia, nel cimitero di Cerò di Sotto (in sloveno Dolnje Cerovo). Così ha scoperto la tomba con tutti i Mrak fucilati o morti di dolore nel 1944. Motivo della fucilazione: un furto di patate. Peccato che a giugno lì non sono mature. Altri del paese allora gli hanno detto che i giovani maschi non volevano arruolarsi nelle formazioni partigiane iugoslave. Di qui la liquidazione.
Da varie fonti si sa che era praticato con il ricatto l'arruolamento nelle file del movimento partigiano di Tito. Come scrive Frediano Sessi, a pag. 101 del suo volume Foibe rosse, pure a Norma Cossetto, di Visinada, e a sua sorella Licia fu chiesto a forza di schierarsi con i partigiani comunisti in Istria. Al rifiuto netto di Norma, ella fu torturata, seviziata, stuprata da un gruppo di diciassette titini e gettata, ancora viva, nella foiba di Villa Surani. A novembre del 1943 i vigili del fuoco di Pola comandati dal maresciallo Arnaldo Harzarich, impegnati a recuperare corpi dalla foiba profonda 136 metri, estrassero anche quello di Norma Cossetto, il cui cadavere si trovava in cima alla catasta di corpi lì gettati. Fu riconosciuto dalla sorella 
I ricatti dei militi titini sul reclutamento dei giovani per il movimento partigiano gettano una cattiva luce su tutta la Resistenza. Altri si rifiutano di passare coi titini e furono uccisi. “A Sarezzo di Pisino il 26 giugno 1943 – ha scritto Luigi Papo de Montona nel suo L’Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 1999, pag. 44 – fu ucciso l’agricoltore Giuseppe Ghersetti di Giuseppe, nato nel 1892, non iscritto al P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), reo di essersi rifiutato di entrare a far parte del movimento partigiano slavo”.
Lo stesso Luigi Papo de Montona, alle pagg. 120-121, racconta anche di “Mario Braico, anni 26, di Villanova di Parenzo, Sottobrigadiere Mare (3971-CREM) della Brigata di Civitavecchia della Guardia di Finanza. Dalla relazione ufficiale del Comando Circolo R.(eale) G.(uardia) Finanza di Pola: Durante l’occupazione partigiana di Villanova di Parenzo (circa 7 km da Parenzo), il nostro sottufficiale, perché nativo del posto, venne invitato a prendere parte al movimento slavo-comunista, ma egli ha rifiutato decisamente di aderire. Il giorno 26 settembre 1943, alle ore 22,30, venne portato via dai partigiani e non si ebbero sue notizie sino al giorno 10 dicembre 1943, data in cui venne trovato e riconosciuto dai propri familiari, assassinato nella foiba di Surani (Antignana)”.

Vediamo altri casi ancora sugli arruolamenti forzosi nei partigiani titini. Non volontari, né liberi. Tali arruolati finiscono sempre male: eliminati. Seguiamo sempre le parole di Luigi Papo de Montona, nel suo L’Istria e le sue foibe, del 1999, alle pagine 211 e 212: «In località Sovischine (Montona) il 24 dicembre 1943 i partigiani decisero di arruolare un giovane contadino, Romano Corti – originariamente Chert – il ragazzo rispose che non ne aveva nessuna voglia e la madre, Maria Corti, si schierò dalla parte del figlio, quasi a proteggerlo. I partigiani uccisero tutti e due (…).
Giuseppe Iurincich, di Giuseppe, da Boste (Maresego) fu arruolato forzatamente, una notte tra il 1943-1944; si seppe che era deceduto in bosco.
Francesco Chermaz da Centora Valle (Maresego) fu arruolato forzatamente nel marzo 1944, di notte. Fu ucciso poco lontano dal suo paese; dissero “perché non riusciva a mantenere il passo con la colonna”.
Saulo Dobrigna di Giuseppe, da Sabadini (Maresego) fu del pari arruolato forzatamente e ucciso poco dopo mentre cercava di disertare».

La bocca della foiba di Villa Surani in cui venne gettata Norma Cossetto assieme ad altri 25 sventurati.

Un altro caso di ricatto titino, tratto dal già citato libro di Luigi Papo de Montona, L’Istria e le sue foibe. “Umberto Cova, da San Pancrazio (Montona) nel febbraio 1945 si rifiutò di arruolarsi nelle file partigiane – scrive Luigi Papo a pag. 145 –; fatto prigioniero ad Arsia, fu ucciso nei presi di Fiume”. 

Altri casi citati da Luigi Papo de Montona: «I metodi di propaganda usati dai Croati per indurre gli Italiani ad arruolarsi, indipendentemente dalla loro nazionalità, non erano altro che intimidatori; non pochi rifiuti erano pagati con la morte, mentre agli arruolati il trattamento riservato non era tra i più cordiali. È noto il caso del partigiano Pietro Maresi abitante a Pola in Via Giovia 11: le insolenze erano all’ordine del giorno e concludevano con un ‘No, tu non sei italiano, sei croato, non ti chiami Maresi, ma Maressich; è impossibile che tu non sappia il croato, impara! » (a pag. 209).
Altro autore, stesso ricatto titino. Questa volta il soggetto in questione (tale Giacomo “cognato” dell’autore, che è Gianni Giuricin, da Rovigno) non viene infoibato o ammazzato, ma “viene rilasciato con l’impegno segreto di fare la spia per conto della polizia politica – è scritto a pag. 108 – una ragione di per sé sufficiente, questa, anche se non ve ne fossero state delle altre per inventare subito una scusa e lasciare seduta stante la città per rifugiarsi nelle zone limitrofe occupate dagli angloamericani” (Gianni Giuricin, Istria, momenti dell’esodo, Trento, Luigi Reverdito Editore, 1985).

Studi sociologici del 2008 hanno dimostrato che a spingere all’esodo la gente italiana d’Istria, di Fiume, di Zara, della Dalmazia e della Valle d’Isonzo ci furono i soprusi subiti dai titini, oltre agli espropri, alla statalizzazione, alla confisca dei beni patrimoniali da parte delle autorità iugoslave, alla miseria e alla paura del comunismo. Gli studiosi, come Antonella Pocecco e lo staff dell’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG) restano sorpresi della motivazione dei “soprusi subiti” (pag. 28). Essi vengono suddivisi in quelli di tipo fisico, come: incarcerazioni, uccisioni, infoibamenti, lavori forzati, maltrattamenti e torture. Poi ci sono i soprusi di genere psicologico, come: intimidazioni, minacce, angherie e ritorsioni. Ecco i soprusi di tipo morale: obbligo di frequentare la scuola iugoslava (solo con lingua serbocroata o slovena), obbligo di cantare “Evviva Tito”. Naturalmente non potevano mancare i soprusi di tipo economico: confische, espropriazioni, licenziamenti, tangenti da pagare. L’indagine è rivolta agli esuli di prima generazione (205 intervistati, femmine 43%), esuli di seconda generazione (154 individui, femmine 46,8%) ed esuli di terza generazione (55 casi, femmine 52,7%).

Cenni bibliografici
- Dall'abisso dell'odio autunno 1943. Le cronache giornalistiche di Manlio Granbassi sulle foibe in Istria, con scritti di Fulvio Salimbeni e Roberto Spazzali, Famiglia Pisinota, Trieste, 2006.
Alberto Gasparini, Maura Del Zotto, Antonella Pocecco, Esuli in Italia. Ricordi, valori, futuro per le generazioni di esuli dell’Istria-Dalmazia-Quarnero, Gorizia, Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), 2008.
ISBN 978-88-89825-20-4
- Pagnacco: inaugurato il monumento ai Martiri delle Foibe, «L'Arena di Pola», n. 8, 28 agosto 2012.

Sulla questione delle foibe istriane e su altri eccidi si veda:
- Rossano Cattivello, Eccidio sul Collio scoperto dopo 70 anni, «Il Friuli», 27 marzo 2015, n. 12, pag. 26.
- Marco Girardo, Sopravvissuti e dimenticati. Il dramma delle foibe e l'esodo dei giuliano-dalmati, Milano, Paoline, 2006.
- Gianni Giuricin, Istria, momenti dell’esodo, Trento, Luigi Reverdito Editore, 1985.
- Pierluigi Pallante, La tragedia delle foibe, Roma Editori Riuniti, 2006.
- Luigi Papo de Montona, L'Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, vol. 1°, Unione degli Istriani Trieste, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 1999.
- Raoul Pupo, Roberto  Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003, pagg. 52-58.
- Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante edizioni, 2013. 
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Il secolo Breve in Friuli Venezia Giulia”, che  ha ottenuto il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD e del Comune di Martignacco, nel cui ambito territoriale sorge Villa Italia, che fu residenza del re Vittorio Emanuele III dal 1915 al 1917.


martedì 28 ottobre 2014

La campana di Harzarich. Intervista sull'esodo istriano, 1943

Questo brano non voleva uscire dalla penna, né dalla tastiera del computer. Del resto, raccontare delle foibe e dell’esodo istriano non è poi così facile. Andare a rovistare nella memoria può risvegliare i fantasmi del passato. Riacutizza il dolore per le persone perdute. Riaccende persino le polemiche più sterili.
Certo, anche questa è storia d’Italia e non la si può dimenticare. Nell’epoca in cui i social network contribuiscono ad indebolire le capacità mnemoniche, allontanando da noi le esperienze intime, il ricordo allora diventa un fatto antropologico di grande valenza etica.


Trovare la campana d’allarme del camion dei pompieri del maresciallo Arnaldo Harzarich non è cosa di tutti i giorni. Io l’ho vista a Tricesimo, provincia di Udine, a villa Berlam. “Il maresciallo Harzarich l’aveva regalata a mio zio – dice la signora Marisa Roman, nata a Parenzo nel 1929 – che si chiamava Gino Privileggi, per ricordare suo fratello Carlo Alberto Privileggi, finito tra le vittime riesumate dalla foiba di Vines dai pompieri di Pola”.
Chi è il maresciallo Harzarich? È colui che dal 21 ottobre 1943 andò a riportare alla luce ben 84 salme nella foiba di Vines, presso Albona, in Istria, secondo Il Piccolo del 22 ottobre 1943. L’ingegnere Privileggi lavorava ai cantieri di Monfalcone, perciò secondo i dettami della pulizia etnica iugoslava era da eliminare, come la maestra, il farmacista, il notaio e il podestà del paese. Dopo l’8 settembre 1943, con l’esercito italiano allo sfascio, i partigiani titini occuparono l’Istria. In quel frangente, per vendetta contro i soprusi patiti sotto il fascismo, effettuarono le uccisioni nelle foibe. “Mio zio, fratello di mia madre – aggiunge la signora Roman – fu fatto prigioniero con altri ‘per accertamenti’, dissero, e dalla caserma dei carabinieri di Parenzo i titini lo portarono al castello di Pisino”.
E poi, ci fu qualche testimone di questi tragici fatti?
“I titini trasportarono gli italiani da eliminare con una corriera requisita – continua la Roman – e il familiari ed ebbe la conferma che quello era un regalo ricevuto dallo zio Carlo Alberto quando lavorava in Egitto. Io ero adolescente – dice la Roman – e frequentavo la scuola magistrale di Parenzo e la mia insegnante di italiano era Norma Cossetto, che fu stuprata da 17 aguzzini, gettata nella foiba di Villa Surani, che si trova tra Pisino e S. Giovanni della Cisterna". È profonda 135 metri. Nei giorni 11 e 12 dicembre 1943 furono estratte testimone è proprio l’autista”.
In che senso?
“Lui vide i partigiani col fucile scortare i prigionieri verso la macchia, dove c’è la foiba, sentì gli spari e vide tornare solo quelli coi fucili”.
Come avete scoperto la foiba di Vines?
“Mio zio Gino con certi paesani si mise a girare per i paesi dell’Istria, chiedendo ai contadini se sapevano qualcosa e loro gli dissero dell’autista e di quella corriera che faceva vari viaggi da Pisino alla foiba di Vines, profonda 226 metri. Poi furono avvertiti i pompieri, che in ottobre si mossero col camion, al suono della campana con l’effigie di S. Barbara che lei vede qui”.
Cosa sa dei corpi delle vittime?
“Alcuni erano legati a quattro a quattro col filo di ferro alle mani – risponde la Roman – qualcuno aveva il colpo alla testa e altri solo fratture, così finirono nella cavità carsica ancora vivi, trascinati dalla vittima che aveva ricevuto il colpo alla nuca”.
Siccome i cadaveri erano nudi e irriconoscibili, come avete individuato lo zio Carlo Alberto?
Mio zio Gino vide una salma che portava un bracciale passatempo di perline, lo prese e lo portò ai familiari ed ebbe la conferma che quello era un regalo ricevuto dallo zio Carlo Alberto quando lavorava in Egitto. Io ero adolescente – dice la Roman – e frequentavo la scuola magistrale di Parenzo e la mia insegnante di italiano era Norma Cossetto, che fu stuprata da 17 aguzzini, gettata nella foiba di di Villa Surani e recuperata dai pompieri di Harzarich. Noi compagne di classe restammo sconvolte da quel fatto atroce. Come si fa a fare quelle cose?”
Questi eventi lasciano sgomenti, ma c’è qualcuno che si salvò dalla foiba?
“Mio padre si salvò – spiega la Roman – perché un amico d’infanzia, pur di sentimenti slavi, mentre si trovava a Fontane, a 6 chilometri da Parenzo, dove è cresciuta tutta la mia famiglia, gli disse di non stare in casa una certa sera, anzi se lo portò a dormire per qualche giorno a casa sua, così fu salvato dai prelevamenti forzati, invece mio cugino Bruno Roman di Canfanaro, nel 1943, si è dovuto scavare la fossa e fu obbligato dai partigiani a portare un sacco di pietre, con le quali lo lapidarono”.".
È mai ritornata in Istria?
“Siamo venuti via nel 1943, ospiti dell’architetto Arduino Berlam a Tricesimo, un mio zio acquisito. Solo da pochi anni vado con altri parenti e le associazioni degli esuli al cimitero di Parenzo, per omaggio alla lapide delle 92 vittime della guerra. Abbiamo dovuto persino cambiare il testo della lastra, perché la dicitura ‘vittime delle foibe’ fu respinta dalle autorità odierne”.
Il ricordo le serve a placare il dolore dell’esilio?
“Poco – risponde –. Mia  nonna, Maria Privileggi Clarici, originaria di Pinguente e cresciuta a Parenzo vicino alla Basilica Eufrasiana, diceva che qui a Tricesimo, siamo stati bene accolti, ma in questa bella casa non è riuscita a trovare neanche un cantonzin tranquillo”.
Cosa ne pensa dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, presieduta a Udine dall’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara?
“L’Associazione fa molto, ma noi profughi siamo come piante sradicate”.
Cosa le resta di tutto ciò?
“Mi è rimasto un grande senso di ingiustizia per ciò che abbiamo passato”.

CENNI BIBLIOGRAFICI (di E. Varutti)
Sul maresciallo Arnaldo Harzarich (Pola, 3 maggio 1903 – Merano, 22 aprile 1973) esistono varie fonti documentarie. Fra i vari autori si veda, pur con la presenza di alcuni errori, il volume di padre Flaminio Rocchi, “L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati”, Roma, Edizioni Difesa Adriatica, 1990, che contiene anche le macabre immagini dell’esumazioni delle salme della foiba di Vines, guidate da Harzarich.
Su Villa Berlam di Tricesimo, opera del 1914 dell’architetto Arduino Berlam, vedi il contributo della stessa Marisa Roman, “Cinque eserciti e una casa”, in Enos Costantini (cur), “Tresesin. Ad Tricesimum”, LXXXVIII Congrès, Tresesin, ai 2 di Otubar dal 2011, Udin, Societât Filologjiche Furlane, 2011, pp. 305-310.
L’uccisione nella foiba dell’ingegnere Carlo Alberto Privileggi era quasi inedita nel web sino al 15 agosto 2014. Viene menzionato in wikipedia nell’elenco delle 66 vittime nella foiba di Vines (visualizzazione del 15 aprile 2015). Viene citato così, in ordine alfabetico: "54. Privileggi Carlo Alberto, di Giuseppe e di Maria Clarici, nato il 30-11-1894 a Parenzo, ingegnere, vice direttore dei Cantieri Navali di Monfalcone; arrestato a Parenzo il 4-10-1943, infoibato a Vines".

Egli, poi, è menzionato in alcuni libri. Ad esempio, risulta nell’elenco degli “Infoibati 1943” a pag. 254 di: Giuseppe Cuscito, Lina Galli, Parenzo, Padova, Liviana, 1976. Viene citato a pagina 7 del seguente studio del Consorzio Culturale Monfalconese, con varie fotografie di gruppo: Archivio della memoria, Museo della Cantieristica. Luigi Papo de Montona lo menziona così nella lista degli infoibati di Vines: "Carlo Alberto Privileggi di Giuseppe e di Maria Clarici, nato il 30.11.1894 a Parenzo, residente a Monfalcone, ingegnere civile e vice direttore dei Cantieri Navali di Monfalcone; arrestato a Parenzo". (Luigi Papo de Montona, L'Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, vol 1°, Unione degli Istriani Trieste, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 1999, pag. 112).
La vicenda di Norma Cossetto, torturata, violentata e gettata nella foiba il 5 ottobre 1943, è stata raccontata dalla sorella Licia Cossetto e dallo zio ammiraglio Emanuele Cossetto, che identificarono la salma. Fu trovata nella foiba di Villa Surani.
Nella foiba di Castellier di Visinada furono estratti, invece, i corpi del padre della Cossetto, Giuseppe, andato a cercarla assieme ad un parente, Mario Bellini, uccisi entrambi dai titini. (F. Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati,… cit. p. 32.).
Della lapidazione di Bruno Roman non ho trovato cenni bibliografici, quindi pare un altro inedito. Al già citato Luigi Papo de Montona, con il suo "L'Istria e le sue foibe..." del 1999, va riferita la lapidazione di "Giuseppe Cernecca di Giovanni, nato a Gimino il 19.3.1899, impiegato del Comune, fu arrestato a Buie (...) caricato di un sacco di sassi, con i quali - nei disntorni di Villa Piffari (a 4 km da Gimino) venne lapidato" (pag. 70).
Di Silvio Cattalini (a cura di) si veda: “Foibe, finalmente un monumento a Udine, 25 giugno 2010″, Rassegna stampa, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2010.
A questo punto due parole sono dedicate al Rapporto Maffi del 1957. È chiamato il “Rapporto Maffi”. Caduto il segreto militare, nel 2013 è finalmente stato pubblicato il rapporto di Mario Maffi (Cuneo 1933), ufficiale degli Alpini, fotografo e speleologo, calatosi per ordini superiori nel 1957 dentro alcune foibe e nel pozzo minerario di Basovizza (detto comunemente Foiba di Basovizza, oggi Monumento nazionale), presenti i Carabinieri, il Gruppo Grotte di Monfalcone e la Società Alpina delle Giulie. Fotografò ossa umane e molte altre prove dell’eliminazione effettuata dai partigiani titini. Il rapporto Maffi per la foiba di Monrupino stima una presenza di circa 500 cadaveri, mentre a Basovizza sono più del doppio, considerati gli oltre venti metri di stato saponoso sulle pareti. Di notte e in segreto furono ispezionate anche altre quattro foibe poco oltre la frontiera jugoslava, con analoghi risultati.
Scrive Maffi: “La china di pietrisco proseguiva anche in questo secondo ambiente formando una scarpata di oltre una decina di metri. Lo discesi e mi sentii accapponare la pelle. Tra il pietrisco su cui camminavo spuntavano ossa umane: una mandibola, alcune costole, un osso iliacosacrale, vertebre, un braccio così corto da far pensare ad un bambino di 7 o 8 anni. Spostando le pietre si mettevano a nudo ancora ossa e materiali informi marcescenti neri che potevano essere lembi di panno mescolati ad ossa”. Si veda: Mario Maffi, “1957. Un alpino alla scoperta delle foibe”, Udine, Gaspari, 2013, pag. 80.
Altri testi pubblicati di recente sul tema: Paolo Scandaletti, “Storia dell’Istria e della Dalmazia. L’impronta di Roma e di Venezia, le foibe di Tito e l’esodo degli italiani”, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 2013. Nella letteratura dell’esodo, fino agli ultimi decenni del Novecento, la questione delle foibe viene trattata in modo marginale dagli stessi esuli autori dei libri. In un volume di oltre 300 pagine su Dignano d’Istria, ai tragici fatti del 1945 sono dedicate due righe: “Prelevamento e forzato avvio verso la morte di diversi tranquilli cittadini. In fine, nel 1947 il grande esodo dei Dignanesi, e la loro sistemazione in diverse località della Patria”. Vedi: Domenico Delton, Giuseppe Del Ton, Luigi Donorà, Giovanni Fabro, Pompea Fabro Inclimona, Giovanni Gaspard, Achille Gorlato, Laura Gorlato, Bruno Manzini, Maria Toffetti Giachin, “Dignano e la sua gente”, Trieste, Centro Culturale “Gian Rinaldo Carli”, 1975, pag. 146.
Da ultimo, ricordo i miei contributi personali sull’argomento: Elio Varutti, “Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007″, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, “Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine, 1948-1963″, «Sot la Nape», 4, 2008, pp. 73-86.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d'Istruzione Superiore "Bonaldo Stringher", 2015. Presente anche nel web; vedi: Ospiti di gente varia...

Networking
Si riportano i link di collegamento Internet riguardo alle azioni sull’esodo istriano dalmata organizzate dall’Istituto “B. Stringher” di Udine e dal prof. Elio Varutti, nell’ambito del Laboratorio di Storia della scuola, con aggiornamenti al 2015.

Fonte auditiva (presso la Biblioteca Civica "V. Joppi" di Udine)
Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata [Audioregistrazione]: critica del neoclericalismo di Paolo Bonetti / intervento di Giannino Angeli; introduzione di Silvio Cattalini; moderatore: Romano Vecchiet. – [Udine: s.n.], 2008. – 1 audiocassetta (90 min.). – (Incontri con l’autore: Elio Varutti; 2008/02/08). Biblioteca Civica Udinese (BCU).
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La campana di Harzarich è stata inserita nella copertina del Calendario storico 2015 dell'Istituto Stringher all'interno del progetto "Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia". Vedi il Messaggero Veneto del 24 dicembre 2014.
Tale progetto, sostenuto dalla Fondazione CRUP ha ottenuto il patrocinio di: Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD, del Comune di Martignacco, nel cui ambito territoriale ha sede Villa Italia, residenza di re Vittorio Emanuele III, dal 1915 al 1917, della Provincia di Udine.