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martedì 13 ottobre 2020

Norma Cossetto, 100 anni dalla nascita, cerimonia a Latina, col ricordo di un suo allievo

Riceviamo e pubblichiamo con interesse il resoconto del Ricordo del mondo esule e le celebrazioni di Latina nel LXXVII anniversario dell’uccisione nella foiba della giovane laureanda istriana. Si ringrazia Laura Brussi, esule da Pola, che ci ha inviato la cronaca dell’avvenimento del 5 ottobre 2020. È riportato, prima di tutto, l’esclusivo ricordo di un suo giovane alunno alla scuola media di Parenzo, dove la professoressa Norma Cossetto era stata nominata supplente nell’anno scolastico 1942-1943. L’alunno è Ottavio Sicconi, esule a Latina. Anche le originali fotografie che corredano l’articolo presente, inviateci cortesemente da Laura Brussi, sono inedite ed esclusive. Poche settimane dopo lo scatto di queste immagini, la Cossetto veniva seviziata e uccisa da 17 partigiani titini. - 

Premessa a cura della redazione del blog (Elio Varutti)

Norma e Ottavio Sicconi con gli alunni
    Norma e Ottavio Sicconi con gli alunni. Collezione Laura Brussi
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Ottavio Sicconi ricorda come quella fosse stata “una giornata indimenticabile, all’insegna di canti e giochi. Nulla faceva presagire ciò che accadde dopo pochi mesi! Resta il ricordo indelebile di Norma, con la certezza che dal Cielo continuerà a proteggere i suoi cari ed i suoi alunni”.

Ricorda ancora Sicconi: “A Norma è legato un ricordo affettuoso e straziante: era una ragazza di 23 anni, quasi nostra coetanea, con uno splendente sorriso, sempre disponibile, molto patriottica ed ottimista, con tanta fiducia nel futuro, sia militare che politico. Rammento la sua grande amicizia con la famiglia Visentini, che ebbe due Medaglie d’Oro al Valor Militare: quelle di Mario, Capitano Pilota, e di Licio, Tenente di Vascello, conferite rispettivamente nel cielo di Cheren e nelle acque di Gibilterra. All’epoca, la tradizionale gita scolastica consisteva in una passeggiata alla fine dell’anno. In quell’occasione, ad accompagnarci fu proprio Norma: andammo lungo il mare, facemmo il bagno, cantammo, ed al rientro lei volle fermarsi al ‘Caffè Parentino’ per offrire a tutti un bel gelato. Poi ci salutò con un ampio gesto della mano, dandoci appuntamento per la ripresa autunnale: fu l’ultima volta che la vidi! Come tutti sanno, i  partigiani la infoibarono il 5 ottobre a Villa Surani, dopo indicibili ed allucinanti torture”.

                                        Ottavio Sicconi, alunno di Norma Cossetto

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Nel 2020 si è celebrato il centenario dalla nascita di Norma Cossetto, la giovane patriota istriana seviziata e assassinata dai partigiani comunisti di Tito nel torbido autunno del 1943, ormai assurta a simbolo della tragedia di un intero popolo: in Italia, quello giuliano e dalmata fu il più colpito dalla guerra e dalle sue conseguenze a medio e lungo termine, alla luce dei 20 mila Caduti per cause non belliche e dei suoi 350 mila Esuli, un quarto dei quali destinati all’ulteriore diaspora dell’emigrazione in Pesi lontani a seguito dell’accoglienza non certo ottimale ricevuta troppo spesso da una patria matrigna.

Norma era nata a Santa Domenica di Visinada dove stava preparando la tesi di laurea dedicata alla sua Istria, che avrebbe dovuto discutere a Padova, quando sopravvenne l’armistizio dell’otto settembre 1943 che nelle zone del confine orientale fu immediatamente seguito dalla caccia agli italiani, ancor prima del momentaneo e precario ripristino di una sovranità nazionale largamente affievolita dalla presenza tedesca. Assieme alla famiglia finì subito nel mirino dei partigiani che la sequestrarono e le usarono ogni tipo di violenza prima di infoibarla a Villa Surani nella notte del 5 ottobre assieme a tante altre Vittime innocenti. Le efferatezze furono tanto più forti perché costoro non avevano accettato il rifiuto opposto da Norma alla pretesa di tradire l’Italia e di scegliere un ‘verbo’ oggettivamente perverso: motivo che avrebbe suffragato, in tempi largamente successivi, il conferimento della Medaglia d’Oro ad memoriam per iniziativa del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, avvenuto nel 2006.

Norma Cossetto scatta la foto ai suoi alunni prima di scomparire per sempre. Anno scolastico 1942-'43. Collezione Laura Brussi

La storia di Norma, che oltre a preparare la tesi aveva assunto una supplenza di lettere nella Scuola media di Parenzo dove avrebbe lasciato ricordi indelebili della sua cordiale e affettuosa disponibilità, e che sognava un futuro felice nella sua Istria, è tutta qui. A prescindere dai tanti dettagli circa la nobiltà dei suoi pensieri e dei suoi atteggiamenti, opportunamente memorizzati dai biografi e dagli storici, il suo dramma resta quello di una donna travolta da una vicenda iniqua e dal disegno di pulizia etnica e politica programmata con metodo sicuro dai pretoriani di Tito, non senza l’aggravamento di varianti proprie.

In qualche misura si tratta di una storia breve ma emblematica e di un contributo alla storia di un genocidio che non ha bisogno di soverchi commenti. Non a caso, il nome di Norma è stato affidato al ricordo dei posteri con una lunga serie di monumenti eretti in suo onore, e di titolazioni toponomastiche di luoghi pubblici, non escluse quelle di aule scolastiche, biblioteche, sale comunali e via dicendo. Evidentemente, la sua storia, conclusa da una fine orribile a causa della ‘malefica stella vermiglia’ citata nell’iscrizione del Sacrario di Basovizza, ha colpito l’inconscio collettivo lasciando una traccia indelebile nelle menti e nei cuori di tanti italiani, e promuovendo un ventaglio d’iniziative idoneo a sottolineare la perenne attualità dei valori ‘non negoziabili’ tanto più apprezzabile in un’epoca individualista - se non anche nichilista - come la nostra.

In tale ottica, quella del Cinque Ottobre di Norma è diventata una ricorrenza quasi sacrale, in cui permane una ‘pietas’ non solo rituale per la giovane Vittima dell’odio altrui che lei aveva ricambiato con l’entusiasmo del suo atteggiamento di solare cordialità; ma prima ancora, in cui permane la condivisione dei suoi alti ideali e del suo impegno patriottico, non già a parole, ma nell’ambito della famiglia, dello studio e della professione. In tutta sintesi, si tratta di un esempio idoneo a trascendere il tempo e lo spazio, e da ergersi a modello di vita semplice, e nello stesso tempo, testimone di una forte volontà nell’opposizione a ogni tipo di violenza fisica e morale.

Conviene aggiungere che quella di Norma fu la tragedia di un’intera famiglia, perché la medesima sorte fu riservata al padre Giuseppe: preoccupato per la sua prigionia, e ignaro della fine già sopravvenuta, era rientrato da Trieste e aveva iniziato a cercare la figlia, ma fu intercettato da una banda partigiana e barbaramente ucciso. Eppure, era un uomo giusto che non mancava di sovvenire alle esigenze della sua gente, come emerge da tante testimonianze, a cominciare da quelle dell’altra figlia Licia, che dopo una rocambolesca fuga per l’esilio avrebbe dedicato tutta la vita al ricordo di Norma, fino alla scomparsa che avvenne proprio nel LXX anniversario del suo sacrificio (nel 2013) mentre si stava recando a Trieste per la celebrazione del Cinque Ottobre.

Il centenario di Norma ha consentito a tanti Comuni italiani di ricordare nuovamente Norma assieme al suo esempio; e con lei, la tragedia del suo popolo, alla luce del vecchio auspicio per cui ‘indocti discant et ament meminisse periti’. Un pensiero speciale deve essere riservato a Latina, anche alla luce della sua benemerita accoglienza storica di tanti Esuli e di una forte tradizione nella memorialistica patriottica, testimoniata dai suoi monumenti e dai suoi ricordi. In effetti, la città laziale era stata all’avanguardia, subito dopo l’approvazione della Legge 30 marzo 2004 n. 92, nell’affidare al marmo un pensiero per gli Esuli e gli Infoibati o diversamente massacrati, con alti sentimenti confermati in un’altra pietra appena scoperta per Norma Cossetto in occasione del centenario dalla nascita, quale riconoscimento dei suoi ideali e della sua Medaglia d’Oro.

Latina - Ricordo di Norma Cossetto. Collezione Laura Brussi

Al riguardo, si deve menzionare la cerimonia svoltasi in occasione del LXXVII anniversario dall’atroce scomparsa in foiba (5 ottobre), alla presenza di Autorità civili e militari e delle Associazioni d’Arma, con l’intervento del Sindaco Damiano Coletta, che non ha mancato di onorare il messaggio di fedeltà ai valori civili, culturali e umani di Norma e all’alto esempio che seppe offrire alle comuni riflessioni; e con quello di Piero Simoneschi, che ha evocato il doloroso ma eroico calvario della Martire istriana fino all’olocausto della vita; per finire con la celebre ‘Preghiera dell’Infoibato’ scritta da Mons. Antonio Santin, letta con evidente commozione da Ottavio Sicconi, Esule da Parenzo, che era stato allievo di Norma durante il suo ultimo anno di insegnamento, e che ne ha dato testimonianze coinvolgenti e indimenticabili.

Il ringraziamento a Latina deve intendersi simbolicamente esteso a tutte le Città che hanno assunto decisioni analoghe, lungi da ogni intento meramente formale o celebrativo, ancorché meritorio, ma nella consapevolezza di proporre l’obbligo di non dimenticare alla stregua di un adeguato senso civico e di una riflessione davvero propositiva: come avrebbe detto David Ben Gurion, un popolo senza ricordo è un popolo senza futuro.

Oggi non è infondato chiedersi come mai Norma sia diventata un simbolo del dramma vissuto da almeno Ventimila Vittime infoibate o diversamente massacrate dai partigiani di Tito. Si tratta di una domanda legittima, tanto più che almeno settecento donne (per non parlare di tanti minori), come da pertinente ricerca di Giuseppina Mellace, conobbero lo stesso destino nefando, spesso con la tremenda fine in foiba che non sempre era immediata, come è emerso dalle testimonianze di chi udiva per giorni le urla disperate provenienti dagli anfratti del terreno. La risposta non è difficile: Norma era buona, bella e colta, apparteneva a famiglia importante, e si affacciava alla vita con tutte le speranze dei suoi giovani anni, troncate sul nascere dalla protervia criminale dei suoi diciassette aguzzini.

Come la sorella Licia non si stancava di ripetere nel corso delle innumerevoli iniziative in memoria di Norma a cui ha partecipato durante tutta la vita, costoro erano tutti italiani al servizio degli slavi: dopo la rapida riconquista dell’Istria da parte tedesca furono prontamente catturati, riconosciuti e costretti a vegliare le Spoglie mortali di Norma (appena recuperate dalla foiba ad opera della squadra di Vigili del Fuoco comandata dall’eroico Maresciallo Harzarich) durante la notte precedente la fucilazione. Al lume di candela, in un’atmosfera resa surreale dalla paura e dall’ambiente, tre di loro impazzirono ma non furono risparmiati: la Nemesi di carducciana memoria aveva colpito senza sconti.

Cartolina di Parenzo, anni '30. Collezione privata, Udine

L’appartenenza degli assassini all’etnia italiana la dice lunga circa le matrici di una tragedia tanto più assurda qualora si pensi che la famiglia Cossetto non aveva mancato di esercitare ampie attività benefattrici a vantaggio di tutti, vanificando le ipotesi formulate a posteriori sul ‘fumus’ di vendetta che avrebbe caratterizzato le agghiaccianti soppressioni in foiba, che appartenevano - invece - al disegno di pulizia etnica programmato da Belgrado ed eseguito senza remore, come fu ammesso in tempi successivi da massimi luogotenenti di Tito del calibro di Edvard Kardelj e Milovan Djilas.

Tutto ciò avrebbe contribuito in misura importante al ricordo di Norma come martire dell’italianità, ma prima ancora, della civiltà; poi le notizie circa il suo comportamento eroico hanno fatto il resto, suffragando gli onori che le furono, le sono e le saranno resi, a cominciare dalla Medaglia d’Oro del Quirinale.

Norma Cossetto ha pagato con la vita il suo impegno per l’Italia, per la giustizia e per la libertà, come è stato ricordato sulle pietre che l’Università patavina le ha dedicato a più riprese, unitamente alla laurea “honoris causa” conferita nel 1949 per iniziativa del Prof. Concetto Marchesi e per decisione unanime del Senato Accademico: il grande latinista militava nel Partito Comunista Italiano ma era un uomo giusto che aveva compreso il dramma della sua allieva senza la benché minima simpatia per gli assassini.

Giorni orsono, l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Assisi ha volgarmente insinuato che Norma è stata una ‘presunta’ Martire delle foibe, alludendo non già al fatto incontestabile confermato dal citato recupero negli anfratti del terreno ad opera dei Vigili, ma al triste destino di tanti prigionieri che nulla poterono opporre alla protervia dei torturatori. Ebbene, gli infaticabili ‘presunti’ partigiani hanno commesso un altro errore, non senza offendere, oltre a quella di Norma, anche la memoria del Presidente Ciampi: infatti, tutti dovrebbero sapere che la Medaglia d’Oro fu conferita proprio alla luce del nobile comportamento assunto dalla Martire davanti al nemico, e del rifiuto di impossibili collaborazioni.

Quel grande sacrificio non è stato moralmente vano, perché ha consentito di meditare sulle motivazioni e sul valore di scelte come quella di Norma, che fu capace di escludere l’ipotesi di ogni compromesso e di ripudiare ‘le vie dell’iniquità’ di cui alla citata preghiera di Mons. Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria in quella stagione disumana. In effetti, il male è sempre in agguato ma l’esempio dei Martiri che non vollero piegarsi alla violenza istituzionale, alla tortura più nefanda e all’ateismo di Stato è destinato a dare frutti copiosi: soprattutto se quelle meditazioni sapranno indurre una “volontà generale” idonea a spostare l’ardua frontiera del possibile.

Laura Brussi, Volontariato per non dimenticare

Norma Cossetto

Ecco una toccante video-testimonianza di Licia Cossetto, sorella di Norma; clicca qui. Da youtube.
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Testi di Laura Brussi. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

mercoledì 1 maggio 2019

Piccolo omaggio a Norma Cossetto, dall’ANVGD di Udine

A quasi 99 anni dalla sua nascita, noi la ricordiamo con queste parole. Dalle fotografie del cimitero di Santa Domenica di Visinada, oggi Croazia, si vede che la sua tomba reca solo il nome e la dicitura della “medaglia d’oro”. 

Le fu conferita nel 2005 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Sulla lastra di marmo nulla si legge riguardo al motivo della morte. Norma Cossetto era nata a Visinada il 17 maggio 1920 e fu uccisa e gettata nella foiba di Villa Surani, Comune di Antignana, il 4 o 5 ottobre 1943. Sedici partigiani di Tito l’avevano violentata e torturata prima di buttarla nella foiba ancor moribonda con altre persone tra le quali alcune donne, pure stuprate.
Ecco la motivazione della medaglia d’oro al valor civile: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”.
Il cimitero di Santa Domenica di Visinada. Fotografia di Giovanni Doronzo

Segniamo qui di seguito le parole di una intervistata del 2014. Si tratta di Marisa Roman di Parenzo nel 1929, che ebbe alcuni parenti infoibati o massacrati dai titini. “Io ero adolescente – ha detto la Roman – e frequentavo la scuola magistrale di Parenzo e la mia insegnante di italiano era Norma Cossetto, che fu stuprata da 16 aguzzini, gettata nella foiba di Villa Surani e recuperata dai pompieri di Arnaldo Harzarich. Noi compagne di classe restammo sconvolte da quel fatto atroce. Come si fa a fare quelle cose?”.
La tomba della famiglia Cossetto. Fotografia di Giovanni Doronzo

Chi è il maresciallo Harzarich? È colui che dal 21 ottobre 1943 andò a riportare alla luce ben 84 salme nella foiba di Vines, presso Albona, in Istria, secondo «Il Piccolo» del 22 ottobre 1943. Dopo l’8 settembre 1943, con l’esercito italiano allo sfascio, i partigiani titini occuparono l’Istria. In quel frangente, per vendetta contro i soprusi patiti sotto il fascismo, effettuarono le uccisioni nelle foibe. “Mio zio Carlo Alberto Privileggi, fratello di mia madre – aggiunge la signora Roman – fu fatto prigioniero con altri ‘per accertamenti’, dissero e dalla caserma dei carabinieri di Parenzo i titini lo portarono al castello di Pisino”. Poi finì ucciso nella foiba di Vines, durante la pulizia etnica. 
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Girolamo Jacobson e E. Varutti. Fotografie di Giovanni Doronzo, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia 29 – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

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venerdì 21 dicembre 2018

Giuseppe Comand, il testimone delle foibe socio onorario ANVGD


È stata una giornata memorabile ricca di emozioni struggenti. Giuseppe Comand, nato a Latisana il 13 giugno 1920 e noto per essere uno degli ultimi testimoni oculari del recupero delle salme degli italiani infoibati, ha incontrato una delegazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Udine.
Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, in posa col commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

I suoi racconti hanno impressionato fortemente la dirigenza dell’associazionismo giuliano dalmata che gli ha reso onore. Li riportiamo in queste righe con qualche annotazione aggiuntiva, emersa dalle ricerche sul tema e con la bibliografia.
Guidato da Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, il gruppo di esuli e loro discendenti ha consegnato la tessera onoraria dell’associazione al testimone della tragedia nazionale che si adoperò nella esumazione dei resti dalle voragini carsiche dell’Istria. La sua storia è venuta a galla solo da poco tempo. Dopo aver raccontato la sua devastante esperienza a Fausto Biloslavo su «Il Giornale» del 9 febbraio 2017 e a Lucia Bellaspiga su «L’Avvenire» del 6 gennaio 2018, Comand è stato insignito dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella.
Soldato dell’11° Reggimento del Genio di Udine, Comand nel 1941, con altri suoi commilitoni della Compagnia antincendi, era acquartierato a Sussa / Sussak, presso Fiume, allora Italia, oggi Croazia. Dopo l’8 settembre 1943 il suo reggimento riparò a Pola, dove fu disarmato dai tedeschi. “Colpa del generale Roatta che era sparito – si arrabbia Comand – ci siamo trovati in 70 mila militari italiani senza comandi, senza tessere annonarie e senza acqua, così son bastati 300 tedeschi per catturarci tutti quanti e tenerci richiusi in tre caserme, quella di Francesco Giuseppe, quella dei bersaglieri e quella della Marina, poi sono stato aggregato ai pompieri di Pola, come prigioniero senza stellette” (Comand 2018, p. 6).
Certificato di conferimento dell'onorificenza di commendatore a Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Come mai è stato tanto tempo in silenzio e solo da un anno ha parlato delle foibe? “Avevo paura dei comunisti e poi è troppo doloroso per me parlare di queste cose o sentire che c’è chi le nega ancor oggi – risponde Comand – ma mi ha convinto a parlare ai giornalisti la signora Sara Harzarich, nipote del maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich, morto esule a Merano nel 1973, che comandava le operazioni di recupero dei cadaveri nelle foibe istriane, era lui il primo a calarsi nella foiba di Vines, profonda 226 metri, da cui ha recuperato 84 cadaveri e io ero addetto al lavaggio delle tute dei pompieri che avevano un odore insopportabile, l’odore dei morti uccisi nella foiba si sentiva fino a quattro chilometri di distanza”.
A guerra finita il maresciallo Harzarich, nel 1945, avendo recuperato oltre 250 corpi putrefatti, scrisse un resoconto del recupero delle salme dalle foibe, allegando delle fotografie per gli anglo-americani, con i riconoscimenti dei cadaveri effettuati dai parenti e dai compaesani.
È vero che il maresciallo Harzarich, calandosi nella foiba di Villa Surani ha trovato per primo il corpo di Norma Cossetto, di Visinada? “Sì, è così – riferisce Comand – era una ragazza seminuda, con la schiena appoggiata ad uno sperone della cavità, con gli occhi aperti a guardare in su, come in una visione celestiale, così disse Harzarich, quella ragazza era stata sequestrata, interrogata, seviziata e stuprata da un branco di diciassette partigiani, poi la gettarono ancor viva nella foiba”.
Giorgio Gorlato, Giusepe Comand, Bruna Zuccolin e Bruno Bonetti con la bandiera dell’ANVGD a casa di Comand. Fotografia Elio Varutti

È mai ritornato in Istria dopo la guerra? “Nel novembre 1943 sono riuscito a tornare a casa – conclude Comand – passando per San Giorgio di Nogaro, poi mi sono sposato con la morosa Modesta, ho avuto due figli e solo nel 2009 sono ritornato a vedere a Fiume il mio posto di accantonamento militare, ma a rivedere le foibe di Vines o di Pisino, no, quella terribile storia mi fa star male ancora”.
La delegazione dell’ANVGD di Udine che, il 7 dicembre 2018, ha fatto visita al commendator Giuseppe Comand, di 98 anni, era composta, oltre che da Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio, dal vice presidente Elio Varutti, dal segretario Bruno Bonetti e da Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria.

Memorie tragiche su Fiume, Sussa e Pisino
Si inizia con un’intervista del 2016. “Mio padre, Arno Dorini lavorava al Macello di Fiume – ha raccontato Chiara Dorini – e nel 1945 quando arrivano i titini in città mio papà e i miei familiari si sono nascosti in una fossa di raccolta dei liquidi di macellazione, così si sono salvati. Mia madre, Silvana Chiesa, si è ricordata per un bel pezzo l’odore nauseabondo del sangue del macello”. Nonostante l’odore ributtante dato dalla macellazione suina, la famiglia Dorini si nasconde e resiste a Fiume fino al marzo del 1946, momento dell’esodo. Come vedremo sul Macello comunale c’è una sconvolgente rivelazione di Giuseppe Comand, riportata qui di seguito.
Il maresciallo dei pompieri di Pola Arnaldo Harzarich, al centro con due suoi pompieri, 1943. Collezione Giuseppe Comand, Latisana

Come già accennato il geniere Giuseppe Comand, nel 1941, viene comandato a Sussa / Sussak, presso Fiume, nel Golfo del Quarnaro. Lì è stato testimone di alcune atrocità perpetrate dai titini, oltre all’uccisione nelle foibe.
“Da Fiume (ora Rijeka), passando il ponte sul fiume Eneo – prosegue Comand nel suo memoriale – girando subito a sinistra, c’era una via lunga, dopo circa duecento metri ci si trovava davanti al cancello di una cartiera e sulla destra, il fabbricato. Su detta via vi era anche un Macello Comunale dove lavoravano una decina circa di macellai, i quali macellavano in buona parte maiali che scaricavano tramite uno scivolo in muratura; venivano poi uccisi con un coltello molto lungo quando erano ancora in piedi liberi ed era una cosa raccapricciante da non vedere, molto impressionante, indimenticabile. Di questi macellai parlerò più avanti, su quanto ebbe a raccontarmi a Pola il carabiniere Venanzio Moscatello”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia dal Memoriale di Giuseppe Comand, citato in bibliografia, p. 17

Detto carabiniere Moscatello è cugino del pittore impresario Nello Moscatello, sposato a una signora Pitacco di Latisana, conoscenti di famiglia dello stesso Comand. A Pola, alcuni giorni dopo l’armistizio, Comand e il carabiniere Moscatello si ritrovano con molto altri militari in disarmo. “Era molto agitato – riporta Comand – mi venne vicino e mi disse: Ti ricordi che il giorno dopo l’armistizio dell’8 settembre, per due giorni e fino a che non ce ne siamo andati dal posto, si vedeva passare diverse volte al giorno, anzi, per tutto il giorno, il furgone nero della Polizia italiana che era stato requisito o rubato non si sa bene da chi?”. A quel punto Comand risponde annuendo “me lo ricordavo bene, avendo notato che gli venivano aperti i cancelli della cartiera molto velocemente dal portinaio e come, sempre velocemente, il mezzo entrasse nello stabilimento della cartiera che era alla fine della via stessa”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia del 2009 dal Memoriale di Giuseppe Comand, p. 19. L'autore ha segnato la sede del suo accantonamento militare e la zona della Cartiera della morte, dove i titini eliminavano brutalmente gli italiani

Così il racconto si fa terrificante. “Mi raccontò che di nascosto, entrò nella cartiera ed attento a non farsi notare – scrive Comand in merito alla confessione di Moscatello – una volta dentro, assistette a una cosa impressionante. Devo premettere che nella stessa via che era cieca, in quanto finiva alla cartiera, 200 metri prima c’era il Macello Comunale, come già detto, dove ogni giorno venivano macellati suini a camionate. I macellai, che io vedevo sempre al lavoro, erano circa una decina, vestiti con stivaloni di gomma alti alla coscia ed una falda pure in gomma che li avvolgeva; erano muniti di un lungo coltello appeso alla cintola da una catenella che serviva per ammazzare i maiali. Abituati a questa carneficina, sempre secondo il racconto del carabiniere Moscatello, dal furgone nero, appena entrato in cartiera, facevano scendere le persone che vie erano all’interno e le ammazzavano, facendole a pezzi. Lui presunse che i pezzi poi venissero caricati sul solito carretto dei maiali, per essere trasportati nell’adiacente saponificio, passando per un piccolo ponticello di legno sul fiume Eneo, entrando in territorio italiano. io avevo ben presente il carretto del macello in quanto passava davanti al nostro accantonamento fuori a lato della cartiera: era su due ruote d’auto con due manici, noi tutti sapevano che conteneva gli scarti della lavorazione della macellazione. Moscatello continuò raccontandomi che, inorridito e non potendo fare niente, sempre di nascosto, si ritirò, perché se lo avessero visto di certo avrebbe fatto la stessa fine” (Comand 2018, pp. 7-8).
Tersatto, presso Fiume. Fotografia del 2009 dal Memoriale Comand, p. 20. Si nota lo spazio dell'accantonamento militare del 1943 e la scalinata per Tersatto

Sulla cartiera di Fiume c’è un cenno nel Diario Dalcich, dove si legge: “Fiume, 3 novembre 1944 – Sbucando improvvisamente tra i colli di Santa Caterina e Tersatto, proprio sulla cartiera, alle cinque del pomeriggio quattro – cinque caccia bombardieri americani bombardano il naviglio da guerra tedesco ormeggiato al molo Genova. I cannoni delle navi aprono il fuoco e uno degli aerei si allontana lasciandosi dietro una lunga scia di fumo” (Dalcich 1987, p. 11). Come risulta dal memoriale di Comand, si ha conferma dunque, dalle pagine di Dalcich, che la cartiera si trovava nei pressi di Tersatto. Pure Dalcich come Comand riferiscono di sabotaggi alla ferrovia da parte dei partigiani, di attentati vari, accoltellamenti contro i militari italiani. In particolare Dalcich descrive il clima di crisi alimentare in cui vive la città di Fiume, con la presenza dei bagarini d’oltre ponte a Sussak, attivi nel novembre 1944. Viene descritto bene il borsaro nero Ambrosich, padre di Ive, uno che denuncia ai titini gli italiani da eliminare (Dalcich 1987, p. 12-15).
Comand opera anche a Pisino, dove si trova una foiba gigante. Di recente è stato contattato dal signor Costantino Maracchi, nato a Pisino nel 1945, perché suo padre l’ingegnere Camillo Maracchi, lavorava in Comune e poi coi pompieri. “Sottotenente del Genio, al suo rientro dal fronte – così scrive Comand – e non sapendo nulla del pericolo che lo aspettava a casa, riuscì a salvarsi dalla squadracce comuniste che stavano andando a prenderlo, grazie ad una persona amica che lo avvertì; anch’egli si nascose calandosi nel fognone comunale e risalendo, dopo un breve tragitto, dentro il convento dei Frati”. Costantino Maracchi confermò al Comand che a salvarsi dai titini e dall’eliminazione nella foiba di Pisino, in quel modo rocambolesco fu proprio suo padre, l’ingegnere comunale.
Giuseppe Comand in divisa del Genio, 1941-1943. Dal Memoriale Comand, p. 20

“Mio papà fu poi comandante dei pompieri di Pisino – ha detto il signor Costantino Maracchi intervistato dal sottoscritto – e anche lui operò col maresciallo Harzarich al recupero delle salme di italiani uccisi nelle foibe”. Quando siete venuti via? “Siamo venuti via nel 1947 – ha risposto Maracchi – siamo passati dal Centro smistamento profughi di Udine e poi a Belluno”.
A Pisino Comand scopre che c’era una foiba “molto profonda dove sotto scorreva l’acqua sparendo nelle caverne – aggiunge Comand – il castello faceva da prigione e buona parte delle persone che avevano subito interrogatori sommari, vennero fatte sparire, attraverso un cancello interno, direttamente nella voragine della foiba, inghiottite dalle acque sottostanti” (Comand 2018, p. 11).
Comand ricorda di aver “sentito di altri poveri disgraziati che, dopo esser stati processati dai comunisti slavi, nel castello, vennero legati col filo di ferro vecchio e ruggine, avambraccio con avambraccio l’uno all’altro, stretti fino all’osso con le tenaglie – è la conclusione di Comand – tra le urla tremende questi poveracci (forse con la condanna per essere italiani) durante le notti venivano caricati su una corriera (era famosa e riconoscibile in quanto di colore rosso) e portati nelle località delle foibe, gettati dentro legati a gruppo ancora vivi, perché sembra che sparassero solo al primo per far tirare gli altri dietro. A questo seguiva il buttare dentro nella foiba un cane vivo, ma non so spiegarne il motivo, so solo che lo sentii raccontare dalle persone che ebbe ad incontrare, istriani italiani, ma soprattutto dalle due sorelle che erano incaricate a Pisino, dietro compenso, di farci da mangiare e che mi raccontarono che in famiglia loro avevano avuto purtroppo due fratelli infoibati”.

La gavetta di Giuseppe Comand, spesso vuota perché c'era poco da mangiare, esposta nel suo studio. Fotografia di Elio Varutti

C’è un’opinione contraria rispetto al racconto di Giuseppe Comand riguardo a Pisino. È il parere di Vittorio Pesle; ecco quanto ha sostenuto egli in un’intervista: “è molto difficile che ci siano state delle eliminazioni nella foiba di Pisino – ha precisato Pesle – perché i croati non erano così stupidi da buttare i corpi degli uccisi nella foiba vicino al paese, dato che tale fatto avrebbe provocato la puzza della putrefazione, che si sente a distanza di chilometri”. Vero è che il signor Pesle, esule a Pagnacco (UD), che ha avuto lo zio di 53 anni Francesco Castro, farmacista di Parenzo, ucciso e gettato nella foiba dai titini, riconosce che dal 1943 al 1945 ci fosse una grande confusione in paese, come pure a Trieste, nei quaranta giorni di occupazione titina. Come a dire che poteva succeder di tutto in quei frangenti.
L’uccisione in foiba di Francesco Castro è contenuta nel libro di Flaminio Rocchi ed è avvenuta tra il 20 e il 22 settembre 1943. Gli arrestati dai titini a Parenzo, Villanova e a Torre sono 94. Senza processo, legati col filo di ferro, vengono buttati nelle foibe di Vines, Zupogliano, Cimino e Surani (Rocchi 1990, p. 532)
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Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020 a Latisana (UD).
Latisana, 7.12.2018 - Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine consegna la tessera onoraria dell’Associazione al commendator Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Fonti orali e del web
Si ringraziano sentitamente le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, se non altrimenti specificato:
- Giuseppe Comand, Latisana (UD) 1920, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana (UD) in presenza della figlia Marialuisa Comand. Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020.
- Marialuisa Comand, Latisana 1952, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana.
- Chiara Dorini, Fiume 1945, int. del 18 dicembre 2016.
- Costantino Maracchi, Pisino 1945, int. del 10 febbraio 2016.
- Vittorio Pesle, Pisino 1928, int. del 21 dicembre 2018. Pesle muore il 16 dicembre 2019 a Udine. 

Fonti originali
- Giuseppe Comand, Memorie 11° Reggimento Genio Udine, Trasferimento alla Compagnia Antincendi a Susak, dattiloscritto, 2018, pp. 21, di cui 6 di fotografie e documenti.
- Torquato Dalcich (alias di Aldo Quattrocchi), Un diario (1944-1945), Larghi stralci tratti da…, Firenze, 1987, testo in PDF nel web.
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Latisana, lo studio del commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

Bibliografia
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990.

Sitologia
- Una parte del presente articolo, con il titolo seguente, è stata pubblicata nel web dal sito friulionline.com

- Serenella Bettin, Fausto Biloslavo, “Quei rastrellamenti partigiani rimasti nascosti per 75 anni”, «Il Giornale», 10 febbraio 2018.



Latisana, una immagine del commendator Giuseppe Comand, 7 dicembre 2018. Fotografia di Elio Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Ricerca storica di Elio Varutti. Grazie al sito  web friulionline.com  e poi si ringrazia per la collaborazione alle fotografie l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.