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lunedì 21 gennaio 2019

Sulle ali della memoria. Gli esuli giuliano-dalmati di Sicilia ricordano, libro di Maria Cacciola


Ce ne fossero di libri così. È una fortuna che Maria Cacciola si sia impegnata a raccogliere numerose testimonianze sull’esodo giuliano dalmata per pubblicarle in questo volume, ricco inoltre di molte fotografie. 
Il fatto che siano stati sondati solo testimoni legati all’esodo verso la Sicilia, terra di grande accoglienza, non attenua il valore nazionale dell’intera opera. Il volume originale dell’Autrice ha molte qualità, che cercheremo di illustrare.
Qui si possono trovare “memorie personali e testimonianze drammatiche di dolorose esperienze che documentano fatti ed episodi di quella storia (patria) della Venezia Giulia che va dal settembre 1943 ai giorni nostri, quasi; – come scrive nella sua Presentazione Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli Istriani – vicende lontane nel tempo che sono però ancora così vive nella memoria di ogni giuliano e perciò opportunamente riunite in uno sforzo encomiabile indirizzato a mettere a disposizione di tutti le verità più precise ed inesorabili rispetto a quanto accadde a trecentocinquantamila profughi da Istria, Fiume e Dalmazia”.
La copertina, di Carmelo Samperi, mira a far conoscere la foiba al lettore comune. Viene artisticamente mostrata, infatti, la sezione di una voragine carsica, a volte abitata da colombi svolazzanti. Nel groviglio del bosco si trovano, in Istria, oltre 1.500 di queste buche naturali, alcune delle quali sono profonde centinaia di metri. È in questi anfratti che, dopo l’8 settembre 1943, i titini uccidono e gettano nel baratro i corpi degli italiani, per vendetta contro quanto vissuto sotto il fascismo, per pulizia etnica e per espansionismo nazionalista croato.
Maria Cacciola è presidente provinciale, a Messina, dell’Associazione Nazionale tra i Congiunti dei Deportati italiani uccisi o scomparsi in Jugoslavia (ANCDJ). In tale veste è impegnata a raccogliere le testimonianze e i ricordi degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia rifugiatisi in Sicilia e dei loro discendenti. Interessante è infatti l’apporto poetico, ad esempio, pubblicato nel volume, oppure la tenerissima produzione culturale di nipoti e pronipoti degli scomparsi per uccisione dei titini. Ci sono poi resoconti sulle intitolazioni di vie e piazze ai caduti in Istria, Fiume e Dalmazia, ma anche riguardo ai militari e civili deportati e eliminati a Gorizia e a Trieste durante l’occupazione titina del 1945. Qualche testo qui pubblicato è del mondo scolastico, come quello di Francesco Calvaruso, docente al Liceo Pedagogico di Palermo.

Nel volume c’è persino l’attualità, visto che viene riprodotta la celebre intervista di Lucia Bellaspiga a Giuseppe Comand, ultimo testimone delle foibe, pubblicata il 6 gennaio 2018 sul quotidiano «L’Avvenire». Dopo aver saputo di tale intervista, tra l’altro a un personaggio che risiede a Latisana, in provincia di Udine, il presidente della Repubblica Mattarella sei giorni più tardi lo ha nominato commendatore al merito.
Il professor Dario Caroniti, nella Prefazione al testo della Cacciola, traccia la storia di come è stato recepito il Giorno del Ricordo dal Comune di Messina. Si va dalla pubblicazione di un volume divulgativo nel 2008, a cura di Davide Gambale, fino al racconto a fumetti, con disegni di ragazzi sulle vittime delle violenze titine, edito nel 2010 a cura di Enzo Migneco. La stessa Civica amministrazione, nel 2010, ha posto una lapide in ricordo dei messinesi che persero la vita nella Venezia Giulia durante la Seconda guerra mondiale.
Il volume contiene dei cenni storici sull’Istria, Fiume e Dalmazia con l’ausilio di alcune carte geografiche, per arrivare alla seconda guerra mondiale e al Trattato di pace del 1947, fino al Trattato di Osimo del 1975 e alla legge istitutiva del Giorno del Ricordo, del 2004. Mi hanno incuriosito le varie riflessioni riguardo al Giorno del Ricordo qui contenute.
Cartolina di Fiume negli anni Venti. Collezione E. Varutti

Una parte speciale in questa modesta recensione meritano i testimoni che raccontano il loro vissuto e il loro dolore. Non è da tutti. C’è chi non vuole riaccendere il dolore straziante e quindi preferisce non parlare, non raccontare. Posizione da rispettare indubbiamente, ma è molto importante parlare. Così si può leggere il racconto di Rosalia Barrile, nata a Montona, di Nelly Berdar, esule da Fiume e di Anna Maria Bruno, nata a Caltanisetta, ma trasferita col padre poliziotto in questura a Fiume.
È nata a Rovigno d’Istria Grazia Bruno, un’altra preziosa testimone. È fuggita con la famiglia nel 1945, in seguito all’uccisione del padre nella foiba di Villa Bassotti, avvenuta nel 1943. L’Autrice stessa è nata a Dignano d’Istria nel 1941; la famiglia Cacciola è esule a Messina, dopo la scomparsa del padre catturato dai titini nel 1945, a guerra finita, senza riferire alcuna notizia ai congiunti.
Un altro contributo è di Sergio Campagnoli, classe 1923, esule da Fiume. Poi c’è un altro fiumano, Antonio D’Aliberti, figlio di un sottobrigadiere della Guardia di Finanza; i titini lo catturano il 3 agosto 1944 a Sicciole di Pirano. La madre dal dolore perse la ragione e il piccolo Antonio viene raccolto da una famiglia di contadini, che lo mettono a dormire in un magazzino di mele. Nel 1945 gli zii di Antonio lo rintracciano e, con la madre ancora sconvolta, rientrano a Messina.
Altre storie dell’esodo in Sicilia sono quelle di Maria Dusman, di Pola, di Luciana Favretto, nata a Umago, di Bruna Fiore, nata a Fianona, di Lucia Hödl, nata a Fiume ed esule a Palermo e di Rosa Vasile, pure fiumana, esule a Palermo e presidente provinciale dell’ANCDJ.

Due sono i passaggi a Udine per questi esuli italiani presso il Centro smistamento profughi di Via Pradamano. Bruna Fiore racconta come “raggiungemmo Udine e con altri esuli fummo radunati in uno stanzone, dove trascorremmo tante notti su pagliericci, al freddo” (p. 124). Lucia Hödl con i familiari è profuga al Silos di Trieste. Sostiene che quella fu la sua prima tappa dell’esodo. “La seconda tappa fu Udine – aggiunge la Hödl – dove restammo pochi giorni, poi ci fermammo a Gaeta per quasi un mese e quindi fummo trasferiti a Siracusa, una ridente città siciliana, dove saremmo voluti restare per sempre perché era un piccolo centro e il suo mare ci ricordava Fiume”. Invece altri sette anni la famiglia Hödl li passerà al Centro Raccolta Profughi di Termini Imerese, vicino a Palermo (p. 130).
L’interessante libro della Cacciola si chiude con due altri contributi nella Postfazione. Col primo intervento Milena Romeo effettua una breve panoramica sulla storia dell’esodo e su quanto di nuovo porti il volume miscellaneo della Cacciola. Secondo lei “la storia, la grande storia, accaduta a più riprese già prima e dopo la Seconda guerra mondiale, irruppe nei microcosmi di famiglie e persone che dovettero difendersi da sole da rastrellamenti, sparizioni, persecuzioni, infoibamenti prima e da un nomadismo forzato dopo, che non fu un fenomeno storico amorfo e indistinguibile, ma la migrazione di un popolo fatto di singole persone, di storie minute intrise di sangue, stenti, tristezza, nostalgia, sradicamento” (p. 208).
L’ultimo scritto, di Davide Rossi, vice presidente del Coordinamento adriatico, si intitola non a caso Dall’Istria, fin giù per tutto lo Stivale.

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Il libro recensito
Maria Cacciola (a cura di), Sulle ali della memoria. Gli esuli giuliano-dalmati di Sicilia ricordano, Terme Vigliatore (ME),  Giambra, 2018, euro 13, pp. 218.
ISBN 9788898311934
Per informazioni, vedi il sito web:    www.giambraeditori.com
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Riferimenti bibliografici e del web
- Marcello Crinò, Barcellona Pozzo di Gotto: il ricordo degli esuli giuliano-dalmati di Sicilia in un libro di Maria Cacciola pubblicato da Giambra, «Messinaweb.eu», on-line da febbraio 2018.

- Lucia Bellaspiga, Udine. «Io, a 97 anni ultimo testimone oculare delle stragi delle foibe», «L’Avvenire», 6 gennaio 2018.


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Recensione di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.


venerdì 21 dicembre 2018

Giuseppe Comand, il testimone delle foibe socio onorario ANVGD


È stata una giornata memorabile ricca di emozioni struggenti. Giuseppe Comand, nato a Latisana il 13 giugno 1920 e noto per essere uno degli ultimi testimoni oculari del recupero delle salme degli italiani infoibati, ha incontrato una delegazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Udine.
Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, in posa col commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

I suoi racconti hanno impressionato fortemente la dirigenza dell’associazionismo giuliano dalmata che gli ha reso onore. Li riportiamo in queste righe con qualche annotazione aggiuntiva, emersa dalle ricerche sul tema e con la bibliografia.
Guidato da Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, il gruppo di esuli e loro discendenti ha consegnato la tessera onoraria dell’associazione al testimone della tragedia nazionale che si adoperò nella esumazione dei resti dalle voragini carsiche dell’Istria. La sua storia è venuta a galla solo da poco tempo. Dopo aver raccontato la sua devastante esperienza a Fausto Biloslavo su «Il Giornale» del 9 febbraio 2017 e a Lucia Bellaspiga su «L’Avvenire» del 6 gennaio 2018, Comand è stato insignito dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella.
Soldato dell’11° Reggimento del Genio di Udine, Comand nel 1941, con altri suoi commilitoni della Compagnia antincendi, era acquartierato a Sussa / Sussak, presso Fiume, allora Italia, oggi Croazia. Dopo l’8 settembre 1943 il suo reggimento riparò a Pola, dove fu disarmato dai tedeschi. “Colpa del generale Roatta che era sparito – si arrabbia Comand – ci siamo trovati in 70 mila militari italiani senza comandi, senza tessere annonarie e senza acqua, così son bastati 300 tedeschi per catturarci tutti quanti e tenerci richiusi in tre caserme, quella di Francesco Giuseppe, quella dei bersaglieri e quella della Marina, poi sono stato aggregato ai pompieri di Pola, come prigioniero senza stellette” (Comand 2018, p. 6).
Certificato di conferimento dell'onorificenza di commendatore a Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Come mai è stato tanto tempo in silenzio e solo da un anno ha parlato delle foibe? “Avevo paura dei comunisti e poi è troppo doloroso per me parlare di queste cose o sentire che c’è chi le nega ancor oggi – risponde Comand – ma mi ha convinto a parlare ai giornalisti la signora Sara Harzarich, nipote del maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich, morto esule a Merano nel 1973, che comandava le operazioni di recupero dei cadaveri nelle foibe istriane, era lui il primo a calarsi nella foiba di Vines, profonda 226 metri, da cui ha recuperato 84 cadaveri e io ero addetto al lavaggio delle tute dei pompieri che avevano un odore insopportabile, l’odore dei morti uccisi nella foiba si sentiva fino a quattro chilometri di distanza”.
A guerra finita il maresciallo Harzarich, nel 1945, avendo recuperato oltre 250 corpi putrefatti, scrisse un resoconto del recupero delle salme dalle foibe, allegando delle fotografie per gli anglo-americani, con i riconoscimenti dei cadaveri effettuati dai parenti e dai compaesani.
È vero che il maresciallo Harzarich, calandosi nella foiba di Villa Surani ha trovato per primo il corpo di Norma Cossetto, di Visinada? “Sì, è così – riferisce Comand – era una ragazza seminuda, con la schiena appoggiata ad uno sperone della cavità, con gli occhi aperti a guardare in su, come in una visione celestiale, così disse Harzarich, quella ragazza era stata sequestrata, interrogata, seviziata e stuprata da un branco di diciassette partigiani, poi la gettarono ancor viva nella foiba”.
Giorgio Gorlato, Giusepe Comand, Bruna Zuccolin e Bruno Bonetti con la bandiera dell’ANVGD a casa di Comand. Fotografia Elio Varutti

È mai ritornato in Istria dopo la guerra? “Nel novembre 1943 sono riuscito a tornare a casa – conclude Comand – passando per San Giorgio di Nogaro, poi mi sono sposato con la morosa Modesta, ho avuto due figli e solo nel 2009 sono ritornato a vedere a Fiume il mio posto di accantonamento militare, ma a rivedere le foibe di Vines o di Pisino, no, quella terribile storia mi fa star male ancora”.
La delegazione dell’ANVGD di Udine che, il 7 dicembre 2018, ha fatto visita al commendator Giuseppe Comand, di 98 anni, era composta, oltre che da Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio, dal vice presidente Elio Varutti, dal segretario Bruno Bonetti e da Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria.

Memorie tragiche su Fiume, Sussa e Pisino
Si inizia con un’intervista del 2016. “Mio padre, Arno Dorini lavorava al Macello di Fiume – ha raccontato Chiara Dorini – e nel 1945 quando arrivano i titini in città mio papà e i miei familiari si sono nascosti in una fossa di raccolta dei liquidi di macellazione, così si sono salvati. Mia madre, Silvana Chiesa, si è ricordata per un bel pezzo l’odore nauseabondo del sangue del macello”. Nonostante l’odore ributtante dato dalla macellazione suina, la famiglia Dorini si nasconde e resiste a Fiume fino al marzo del 1946, momento dell’esodo. Come vedremo sul Macello comunale c’è una sconvolgente rivelazione di Giuseppe Comand, riportata qui di seguito.
Il maresciallo dei pompieri di Pola Arnaldo Harzarich, al centro con due suoi pompieri, 1943. Collezione Giuseppe Comand, Latisana

Come già accennato il geniere Giuseppe Comand, nel 1941, viene comandato a Sussa / Sussak, presso Fiume, nel Golfo del Quarnaro. Lì è stato testimone di alcune atrocità perpetrate dai titini, oltre all’uccisione nelle foibe.
“Da Fiume (ora Rijeka), passando il ponte sul fiume Eneo – prosegue Comand nel suo memoriale – girando subito a sinistra, c’era una via lunga, dopo circa duecento metri ci si trovava davanti al cancello di una cartiera e sulla destra, il fabbricato. Su detta via vi era anche un Macello Comunale dove lavoravano una decina circa di macellai, i quali macellavano in buona parte maiali che scaricavano tramite uno scivolo in muratura; venivano poi uccisi con un coltello molto lungo quando erano ancora in piedi liberi ed era una cosa raccapricciante da non vedere, molto impressionante, indimenticabile. Di questi macellai parlerò più avanti, su quanto ebbe a raccontarmi a Pola il carabiniere Venanzio Moscatello”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia dal Memoriale di Giuseppe Comand, citato in bibliografia, p. 17

Detto carabiniere Moscatello è cugino del pittore impresario Nello Moscatello, sposato a una signora Pitacco di Latisana, conoscenti di famiglia dello stesso Comand. A Pola, alcuni giorni dopo l’armistizio, Comand e il carabiniere Moscatello si ritrovano con molto altri militari in disarmo. “Era molto agitato – riporta Comand – mi venne vicino e mi disse: Ti ricordi che il giorno dopo l’armistizio dell’8 settembre, per due giorni e fino a che non ce ne siamo andati dal posto, si vedeva passare diverse volte al giorno, anzi, per tutto il giorno, il furgone nero della Polizia italiana che era stato requisito o rubato non si sa bene da chi?”. A quel punto Comand risponde annuendo “me lo ricordavo bene, avendo notato che gli venivano aperti i cancelli della cartiera molto velocemente dal portinaio e come, sempre velocemente, il mezzo entrasse nello stabilimento della cartiera che era alla fine della via stessa”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia del 2009 dal Memoriale di Giuseppe Comand, p. 19. L'autore ha segnato la sede del suo accantonamento militare e la zona della Cartiera della morte, dove i titini eliminavano brutalmente gli italiani

Così il racconto si fa terrificante. “Mi raccontò che di nascosto, entrò nella cartiera ed attento a non farsi notare – scrive Comand in merito alla confessione di Moscatello – una volta dentro, assistette a una cosa impressionante. Devo premettere che nella stessa via che era cieca, in quanto finiva alla cartiera, 200 metri prima c’era il Macello Comunale, come già detto, dove ogni giorno venivano macellati suini a camionate. I macellai, che io vedevo sempre al lavoro, erano circa una decina, vestiti con stivaloni di gomma alti alla coscia ed una falda pure in gomma che li avvolgeva; erano muniti di un lungo coltello appeso alla cintola da una catenella che serviva per ammazzare i maiali. Abituati a questa carneficina, sempre secondo il racconto del carabiniere Moscatello, dal furgone nero, appena entrato in cartiera, facevano scendere le persone che vie erano all’interno e le ammazzavano, facendole a pezzi. Lui presunse che i pezzi poi venissero caricati sul solito carretto dei maiali, per essere trasportati nell’adiacente saponificio, passando per un piccolo ponticello di legno sul fiume Eneo, entrando in territorio italiano. io avevo ben presente il carretto del macello in quanto passava davanti al nostro accantonamento fuori a lato della cartiera: era su due ruote d’auto con due manici, noi tutti sapevano che conteneva gli scarti della lavorazione della macellazione. Moscatello continuò raccontandomi che, inorridito e non potendo fare niente, sempre di nascosto, si ritirò, perché se lo avessero visto di certo avrebbe fatto la stessa fine” (Comand 2018, pp. 7-8).
Tersatto, presso Fiume. Fotografia del 2009 dal Memoriale Comand, p. 20. Si nota lo spazio dell'accantonamento militare del 1943 e la scalinata per Tersatto

Sulla cartiera di Fiume c’è un cenno nel Diario Dalcich, dove si legge: “Fiume, 3 novembre 1944 – Sbucando improvvisamente tra i colli di Santa Caterina e Tersatto, proprio sulla cartiera, alle cinque del pomeriggio quattro – cinque caccia bombardieri americani bombardano il naviglio da guerra tedesco ormeggiato al molo Genova. I cannoni delle navi aprono il fuoco e uno degli aerei si allontana lasciandosi dietro una lunga scia di fumo” (Dalcich 1987, p. 11). Come risulta dal memoriale di Comand, si ha conferma dunque, dalle pagine di Dalcich, che la cartiera si trovava nei pressi di Tersatto. Pure Dalcich come Comand riferiscono di sabotaggi alla ferrovia da parte dei partigiani, di attentati vari, accoltellamenti contro i militari italiani. In particolare Dalcich descrive il clima di crisi alimentare in cui vive la città di Fiume, con la presenza dei bagarini d’oltre ponte a Sussak, attivi nel novembre 1944. Viene descritto bene il borsaro nero Ambrosich, padre di Ive, uno che denuncia ai titini gli italiani da eliminare (Dalcich 1987, p. 12-15).
Comand opera anche a Pisino, dove si trova una foiba gigante. Di recente è stato contattato dal signor Costantino Maracchi, nato a Pisino nel 1945, perché suo padre l’ingegnere Camillo Maracchi, lavorava in Comune e poi coi pompieri. “Sottotenente del Genio, al suo rientro dal fronte – così scrive Comand – e non sapendo nulla del pericolo che lo aspettava a casa, riuscì a salvarsi dalla squadracce comuniste che stavano andando a prenderlo, grazie ad una persona amica che lo avvertì; anch’egli si nascose calandosi nel fognone comunale e risalendo, dopo un breve tragitto, dentro il convento dei Frati”. Costantino Maracchi confermò al Comand che a salvarsi dai titini e dall’eliminazione nella foiba di Pisino, in quel modo rocambolesco fu proprio suo padre, l’ingegnere comunale.
Giuseppe Comand in divisa del Genio, 1941-1943. Dal Memoriale Comand, p. 20

“Mio papà fu poi comandante dei pompieri di Pisino – ha detto il signor Costantino Maracchi intervistato dal sottoscritto – e anche lui operò col maresciallo Harzarich al recupero delle salme di italiani uccisi nelle foibe”. Quando siete venuti via? “Siamo venuti via nel 1947 – ha risposto Maracchi – siamo passati dal Centro smistamento profughi di Udine e poi a Belluno”.
A Pisino Comand scopre che c’era una foiba “molto profonda dove sotto scorreva l’acqua sparendo nelle caverne – aggiunge Comand – il castello faceva da prigione e buona parte delle persone che avevano subito interrogatori sommari, vennero fatte sparire, attraverso un cancello interno, direttamente nella voragine della foiba, inghiottite dalle acque sottostanti” (Comand 2018, p. 11).
Comand ricorda di aver “sentito di altri poveri disgraziati che, dopo esser stati processati dai comunisti slavi, nel castello, vennero legati col filo di ferro vecchio e ruggine, avambraccio con avambraccio l’uno all’altro, stretti fino all’osso con le tenaglie – è la conclusione di Comand – tra le urla tremende questi poveracci (forse con la condanna per essere italiani) durante le notti venivano caricati su una corriera (era famosa e riconoscibile in quanto di colore rosso) e portati nelle località delle foibe, gettati dentro legati a gruppo ancora vivi, perché sembra che sparassero solo al primo per far tirare gli altri dietro. A questo seguiva il buttare dentro nella foiba un cane vivo, ma non so spiegarne il motivo, so solo che lo sentii raccontare dalle persone che ebbe ad incontrare, istriani italiani, ma soprattutto dalle due sorelle che erano incaricate a Pisino, dietro compenso, di farci da mangiare e che mi raccontarono che in famiglia loro avevano avuto purtroppo due fratelli infoibati”.

La gavetta di Giuseppe Comand, spesso vuota perché c'era poco da mangiare, esposta nel suo studio. Fotografia di Elio Varutti

C’è un’opinione contraria rispetto al racconto di Giuseppe Comand riguardo a Pisino. È il parere di Vittorio Pesle; ecco quanto ha sostenuto egli in un’intervista: “è molto difficile che ci siano state delle eliminazioni nella foiba di Pisino – ha precisato Pesle – perché i croati non erano così stupidi da buttare i corpi degli uccisi nella foiba vicino al paese, dato che tale fatto avrebbe provocato la puzza della putrefazione, che si sente a distanza di chilometri”. Vero è che il signor Pesle, esule a Pagnacco (UD), che ha avuto lo zio di 53 anni Francesco Castro, farmacista di Parenzo, ucciso e gettato nella foiba dai titini, riconosce che dal 1943 al 1945 ci fosse una grande confusione in paese, come pure a Trieste, nei quaranta giorni di occupazione titina. Come a dire che poteva succeder di tutto in quei frangenti.
L’uccisione in foiba di Francesco Castro è contenuta nel libro di Flaminio Rocchi ed è avvenuta tra il 20 e il 22 settembre 1943. Gli arrestati dai titini a Parenzo, Villanova e a Torre sono 94. Senza processo, legati col filo di ferro, vengono buttati nelle foibe di Vines, Zupogliano, Cimino e Surani (Rocchi 1990, p. 532)
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Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020 a Latisana (UD).
Latisana, 7.12.2018 - Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine consegna la tessera onoraria dell’Associazione al commendator Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Fonti orali e del web
Si ringraziano sentitamente le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, se non altrimenti specificato:
- Giuseppe Comand, Latisana (UD) 1920, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana (UD) in presenza della figlia Marialuisa Comand. Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020.
- Marialuisa Comand, Latisana 1952, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana.
- Chiara Dorini, Fiume 1945, int. del 18 dicembre 2016.
- Costantino Maracchi, Pisino 1945, int. del 10 febbraio 2016.
- Vittorio Pesle, Pisino 1928, int. del 21 dicembre 2018. Pesle muore il 16 dicembre 2019 a Udine. 

Fonti originali
- Giuseppe Comand, Memorie 11° Reggimento Genio Udine, Trasferimento alla Compagnia Antincendi a Susak, dattiloscritto, 2018, pp. 21, di cui 6 di fotografie e documenti.
- Torquato Dalcich (alias di Aldo Quattrocchi), Un diario (1944-1945), Larghi stralci tratti da…, Firenze, 1987, testo in PDF nel web.
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Latisana, lo studio del commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

Bibliografia
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990.

Sitologia
- Una parte del presente articolo, con il titolo seguente, è stata pubblicata nel web dal sito friulionline.com

- Serenella Bettin, Fausto Biloslavo, “Quei rastrellamenti partigiani rimasti nascosti per 75 anni”, «Il Giornale», 10 febbraio 2018.



Latisana, una immagine del commendator Giuseppe Comand, 7 dicembre 2018. Fotografia di Elio Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Ricerca storica di Elio Varutti. Grazie al sito  web friulionline.com  e poi si ringrazia per la collaborazione alle fotografie l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.