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domenica 25 novembre 2018

Sigeardo de Civitate, libro di Fornasaro presentato a Cividale


Nella splendida cornice del Museo Archeologico Nazionale si è tenuta a Cividale del Friuli la presentazione del romanzo storico di Franco Fornasaro, intitolato Sigeardo de Civitate
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018, Museo Archeologico Nazionale – Sala coi reperti del Patriarcato, oltre ai 5 figuranti in costume, Piero Tolazzi, da destra coi baffoni, Franco Fornasaro, Angela Borzacconi, Livio Bearzi e Elio Varutti

L’evento si è aperto il 23 novembre 2018, alle ore 17,30 con l’intervento di Angela Borzacconi, direttore del Museo stesso. “Siamo lieti di ospitare la presentazione di questo libro – ha detto Borzacconi – perché si può dire che esso sia nato fra le antiche carte di questo museo dove l’autore ha studiato e voglio aggiungere che gli archivi cividalesi sono uno scrigno prezioso di microstoria”.
La serata culturale, che aveva il patrocinio del Polo museale del Friuli Venezia Giulia del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC), ha ricevuto il saluto dell’Amministrazione civica nella persona di Angela Zappulla, assessore alla Cultura del Comune di Cividale del Friuli. Tra gli altri erano presenti, nell’affollata sala, Livio Bearzi, autore della Postfazione al volume, Diego Causero, nunzio apostolico di vari stati africani, della Siria, Cechia, Svizzera e Liechtenstein, Roberto Cassina, della Banca di Cividale, Lorenzo Pelizzo, della Società Filologica Friulana e Giovanni Aviani, editore soddisfatto perché il libro di Fornasaro, in men che non si dica, è già arrivato alla seconda edizione.
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018, Museo Archeologico Nazionale – Franco Fornasaro parla accanto a Elio Varutti e Piero Tolazzi

Poi è intervenuto il professor Elio Varutti, del Consiglio generale della Società Filologica Friulana, di cui si scrive poco più sotto. Un intervento accorato è stato quello di Piero Tolazzi, etnologo, cultore della storia di Cividale ed esperto conoscitore delle tecniche di combattimento medievale.
Circondato dai figuranti della Messa dello Spadone e del Palio di San Donato, Franco Fornasaro ha iniziato il suo accattivante contributo dicendo di sentirsi un friulese, nel senso di essere un immigrato nella città di Cividale, patrimonio dell’UNESCO. Poi, l’Outsider, come si sente Fornasaro, ha descritto come è nata l’dea del romanzo storico su “Sigeardo, ottantenne, figlio illegittimo con enormi qualità umane e competenze, eppur inviato per lavoro in tutte le parti del Patriarcato multietnico di Aquileia, che andava da Como a Salisburgo fino a Fiume nel Quarnero, oltre che in altri posti”. L’autore si è soffermato, infine, sul valore storico e giuridico delle Costituzioni della Patria del Friuli, emanate da Marquardo di Randech, un altro grande patriarca di quel periodo storico.
Il pubblico in sala, oltre 80 persone attente e partecipi alla serata di presentazione di Sigeardo de Civitate 

Il contributo di Elio Varutti
Sin dai tempi dei Longobardi, che nel 569 costituirono il loro primo ducato proprio a Cividale, c’era una certa conoscenza medica basata sullo studio delle opere di Ippocrate, di Galeno e di altri autori classici latini e greci. Ne ha scritto lo stesso Franco Fornasaro nel 1996. Si veda: “I longobardi e la medicina (con notule di alimurgia e di cucina)”.
A proposito di erbe medicinali esemplare pare l’elenco delle numerose specie vegetali che devono far parte dell’orto botanico, secondo l’ultimo capitolo del “Capitulare de villis”, elaborato negli ambienti della corte di Carlo Magno, secondo quanto riportato da Enzo Marigliano nel suo “Il Capitulare de Villis. Vita quotidiana di una realtà agraria al tempo di Carlomagno”, edito a Udine nel 2013. Alle erbe medicinali si è dedicato persino il poeta Ermes di Colloredo (1622 – 1692) nel suo manoscritto “Libro I. Rimedi, o sia ricette per alcune malattie del corpo umano”.
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018, Museo Archeologico Nazionale – Elio Varutti, al microfono, Franco Fornasaro e Piero Tolazzi, con 3 figuranti in costume

Si parla proprio di medicamenti a base di erbe nell’ultimo romanzo di Franco Fornasaro. È un libro bello, intrigante ed istruttivo. È bello perché è legato a un territorio, anzi è collegabile a un comune, come quello di Cividale in particolare, ricco di bellezza romana, longobarda, medievale ed altro. Scrivere un libro sul territorio di adozione, com’è per Fornasaro, è la dimostrazione dell’attaccamento manifestato per una stupenda realtà territoriale. Il fatto è da lui denunciato sin dalle prime pagine del volume.
Ha dato molto alla città di Cividale lo scrittore Franco Fornasaro, cividalese di adozione, essendo nato nella entità non italiana del Territorio Libero di Trieste, con avi di Pirano e babbo di Veglia, ambedue località della Jugoslavia dal discusso Trattato di pace del 1947. Poi la Jugoslavia si scioglie nel 1991 con violente guerre. Pirano (Piran) oggi sta in Slovenia, mentre l’Isola di Veglia (Krk) è in Croazia. Mi viene in mente un altro cividalese di adozione, come il toscano Amelio Tagliaferri, mio insigne maestro di Storia economica all’Università di Trieste. Anche il pistoiese Tagliaferri riguardo agli studi storici e alle ricerche diede molto alla nota città longobarda, poi della Serenissima Repubblica di Venezia.
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018,– Apre l’incontro Angela Borzacconi, direttore del Museo Archeologico Nazionale

Spero che il lettore non si annoi leggendo nelle presenti righe diversi nomi di storici e di ricercatori. È che per inquadrare la stupenda opera di Fornasaro bisogna fare ricorso ad altri studiosi. Non potrei liquidare tutto menzionando solo il grande Le Goff.  
Il romanzo di Fornasaro è istruttivo perché presenta vari periodi storici, con una cronologia ben definita pagina dopo pagina. Ci sono il presente e l’attualità con i giovani ricercatori un po’ precari che cercano e trovano un antico manoscritto. Ci sono le rievocazioni storiche tipiche di Cividale del Friuli, Forum Iulii poiché fondata da Giulio Cesare e Civitas Austriae, per il periodo carolingio. Per Civitas Austriae si intende città allocata nella parte orientale (Austriae) del regno di Lotario I.
Dopo l’anno Mille presero vigore gli ordini “Militari ospitalieri”, sulla scorta dell’esperienza dei Benedettini. A Cividale un ospedale venne gestito dalla Confraternita dei Battuti, operativa peraltro a Udine, Maniago, Porcia, Sacile e San Vito al Tagliamento.
Come ha scritto Pier Carlo Caracci nel suo  Appunti per una storia della medicina in Friuli del 1973-1975, a Udine c’è un medico stipendiato dal Comune sin dal 1282. Nei contratti si legge del “phisicucus”, ben distinto dal “ciroicus” (chirurgo) e dallo “speziale” (farmacista). È dal 1222 che l’Università di Padova ha aperto i battenti. Alla scuola medica della città veneta fanno riferimento gli antichi studenti friulani di medicina. Da tale università esce, ad esempio, Mondino Friulano, cividalese, allievo di Pietro d’Abano, ben citati da Sigeardo-Fornasaro nelle prossime pagine con precisione, oserei dire, anatomica.
Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli – L’intervento di Piero Tolazzi alla presentazione del libro di Fornasaro Sigeardo de Civitate

Per la loro attività in medicina nel capoluogo friulano Maestro Mannino e Bonaventura sono pagati annualmente 12 marche di denari d’argento ciascuno. Caracci ha aggiunto che c’era pure una dottoressa rispondente al nome di “Donna Gerarda Medicatrix in Castello dal 1396 al 1404”. Come pure viene rilevato sempre dal Caracci che San Daniele e Cividale ebbero il loro medico condotto fin dal secolo XIV.
Siamo dunque nel Trecento. È il periodo di “Sigeardo de Civitate”. La sua autobiografia è il tema centrale del manoscritto, oggetto della fantasia dell’Autore. È la parte più affascinante del libro, a mio parere. Personaggi e vicende storiche, invece, sono autentici. Si intersecano in un crogiuolo di eventi e di periodi storici. Ne fa fede l’attenta citazione delle fonti documentarie, cui già Fornasaro ha abituato i suoi lettori nelle varie esperienze editoriali precedenti. Si nota il suo cipiglio didascalico nel mare magnum della creatività romanzesca.
Nel Medio Evo la cultura era prerogativa delle persone inserite nei monasteri, nelle abbazie e nelle fradagle, ossia le confraternite laiche e religiose. Si sa che la chiesa di Santa Maria della Cella di Cividale, con annesso monastero, aveva varie proprietà. Dal 1267 il cameraro (o amministratore) della congregazione religiosa teneva bene annotato nel Libro contabile i sussidi, le bolle, le delegazioni e i beni in diverse località. Ora questo importante documento storico è custodito in Archivio di Stato di Udine (ASUd), Congregazioni religiose soppresse, busta 123.
Il bello è che la chiesa di Santa Maria della Cella, tra gli altri, possedeva beni immobili, dal 1283, non solo nell’area cividalese, come a Firmano, Premariacco, Cormons (dal 1294), Borgnano, ma fino a Collalto e Treppo Piccolo (dal 1329), Nogaredo di Corno, Pasian Schiavonesco (divenuto poi Basiliano) e addirittura a Ronchis di Monfalcone (dal 1377).
Studiosi come Jacques Le Goff, Steve Runciman, Giovanni Vitolo e Paolo Lino Zovatto, tra i tanti, hanno rimarcato un certo ritorno dell’ordine da parte di Carlo Magno, dopo le conquiste arabe. Tale ricrescita, pur stentata e non certo florida, generò alcune positive conseguenze sui traffici mercantili, tanto che i ricercatori parlano di “rinascenza carolingia”, verificatasi intorno ai secoli VIII-IX. Così si giunge all’epoca di Sigeardo.
A dimostrazione del rilancio economico, oltre che politico-religioso dei Franchi, attivi pure a Cividale e in altre parti del Nord Italia, altri storici hanno effettuato le seguenti considerazioni. Lo sviluppo urbano e portuale dei secoli XI-XII nelle città del Centro Nord Italia è strettamente legato a una preesistente economia in fase di sviluppo. In determinate aree geografiche si ristabilisce un interessante mercato economico intorno all’anno Mille, pur sulle antiche strade romane aggiustate, ristrutturate o rimesse alla meglio. Nell’Italia settentrionale sono proprio gli scambi locali di beni e di servizi a rivelarsi sufficienti ad alimentare i primi fenomeni d’urbanesimo, come hanno scritto Tito Maniacco nel 1985, Michael McCormick nel 2001 e Giovanni Vigo nel 2009.
Un’altra immagine del folto pubblico presente in sala a Cividale per il nono romanzo di Franco Fornasaro

Affascinante è poi la tecnica letteraria utilizzata da Fornasaro per questo suo Sigeardo de Civitate. Troviamo ancora il tema dialogante, come ne Gli appunti di Stipe, suo importante romanzo del 2015, edito dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). In qualche scritto l’Autore accenna alle sue origini istriane e anche qui l’Istria fa capolino ogni tanto. Sono solo dei piccoli cammei. Il mondo della frontiera ha sempre coinvolto l’Autore. Non a caso Gli appunti di Stipe, nel 2017, sono stati tradotti in croato. Anche in Sigeardo, pur essendo prodotto in gradevole lingua italiana, il plurilingue Fornasaro ci spiega qualcosa in lingua friulana, oppure in sloveno. Forse, con tali approcci, possiamo intendere meglio la complessità delle terre di confine, come ci ha insegnato Fulvio Tomizza, scrittore di frontiera per eccellenza.
Devo confessare, tuttavia, che le ricerche ardite, le tensioni politiche e conflitti armati entrano a gamba tesa tra le pagine di Sigeardo. Curiosa e, a tratti, scabrosa o macabra è la descrizione delle prime anatomie svolte dai ciroici, i chirurghi medievali. Il libro segna troppi punti a favore di Cividale. La prima anatomia su cadaveri della storia del Friuli avvenne a Cividale, secondo Sigeardo. La prima università degli studi fu creata là. Era il 1° agosto 1353 quando il sovrano Carlo IV, re di Boemia, re dei Romani e, di lì a poco, imperatore del Sacro Romano Impero (1355), riconosceva la prima Università friulana e transfrontaliera, avviata anni prima dal patriarca aquileiese Bertrando di Saint Geniès. “Carolus Dei Gratia… in metis Alemaniae, Hungariae, Sclavoniae, atque Italiae consistit…”, come si vede nel testo “Antiquitatum civitatis fori Iulii libri quatuor” di Basilio Zancarolo, stampato in Venezia nel 1669.

Il primo alambicco della zona per ottenere la grappa dove poteva essere usato se non a Cividale? La prima volta dell’uso della polvere da sparo nel Patriarcato di Aquileia avvenne a Cividale, la cittadina patrimonio dell’UNESCO. Sono molto intriganti queste “prime volte” nella storia del Friuli.
Sigeardo si lancia poi in una serie di elencazioni di natura varia. Forse a qualcuno verrà in mente “Il nome della rosa”, di Umberto Eco (1980), nel leggere i lunghi elenchi delle armi bianche per colpire, ferire, uccidere o squartare il nemico. Eppure Sigeardo non si scompone. Ci propina anche i nefasti malanni della peste nera del 1348, con attente spiegazioni riguardo alle tipologie e colori dei bubboni, cui nemmeno il buon Alessandro Manzoni ci aveva abituato. Come notizia a latere possiamo accennare al Santuario di Sant’Osvaldo a Sauris, località che, essendo scampata alla pestilenza, divenne meta di pellegrinaggi data la sua potenza taumaturgica.
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Il libro presentato
- Franco Fornasaro, Sigeardo de Civitate. Romanzo storico, prefazione di Elio Varutti, postfazione di Livio Bearzi, Udine, Aviani & Aviani, 2018, pp 192, euro 20.

ISBN 978 8877 722720.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Daniela Conighi, che si ringrazia per la concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente.

mercoledì 23 agosto 2017

L’Adriatico di Gino, libro di Franco Fornasaro

Butta bene se in un libro che parla dell’Istria, fin dalla prima riga è citato l’asino. L’orecchiuto quadrupede, infatti, è stato utilizzato fino al secolo scorso sia nella piccola azienda agricola familiare d’Istria, sia come elemento di traino per trasporti vari su un piccolo carro.
Una cartolina degli anni 1920-1930

Il volume in questione è intitolato “L’Adriatico di Gino / Gino, evo Jadrana!”, dell’editore Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013. La duplice edizione, in lingua italiana e croata, è stata ispirata patrocinata e realizzata dall’Ente Regionale ACLI per i Problemi dei Lavoratori Emigranti del Friuli Venezia Giulia (ERAPLE-FVG). Con la sigla ACLI si intende Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani. Con tale opera editoriale l’ente suddetto ha voluto solennizzare l’entrata della Croazia nell’Unione Europea, valorizzando la collaborazione in atto da tempo con la Comunità degli Italiani di Fiume. Detta meritoria iniziativa è stata supportata dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ed ha ricevuto il patrocinio della Federazione ACLI Internazionali, della sede del Belgio.
Le parole di Fornasaro sono come le pietre assolate dell’Istria e del Quarnaro. Schiette, dirette e senza tanti fronzoli. Si coglie subito il senso generale delle cose. Sono parole piene, definite, chiare. Non sono ambigue. Non presentano sfaccettature, insicurezza, né metamorfosi. 
È l’Istria, invece, ad essere: né sì, né no. È così che dice Nono Toni, saggio personaggio del romanzo con molti tratti autobiografici. L’Istria non è totalmente slava, né integralmente italiana (a pag. 82). Non a caso altri grandi autori l’hanno definita terra di frontiera, area multiculturale e di plurilinguismo. Si pensi a scrittori come Tomizza, Magris, Bettiza.
La copertina del volume del 2013

Nel libro è descritto l’odore di patate in tecia alla quinta pagina. Come si fa a non andare avanti nella lettura con la foga di trovare altri elementi tipici e caratteristici del territorio? Ecco che viene nominato Pepi Mustacion, ossia l’imperatore Francesco Giuseppe, che in diletto croato diventa: Pepjia Muštačona (pag. 14). Poi c’è lo spacher, il focolare economico a legna o a carbone. Adattamento linguistico dal tedesco: Sparherd (p. 18). Mi permetto di aggiungere che in dialetto fiumano è lo sparcher. E in lingua friulana: spoler.
Ci sono poi alcuni aspetti di devozione popolare, come la descrizione della cappellina con inginocchiatoio per recitare un rosario all’imbrunire (p. 19), dato che andare in chiesa era un rischio, dovendo passare davanti agli occhi degli atei titini.
Francobollo della Repubblica Sociale Italiana con sovrastampa: "3-V-1945 / FIUME RIJEKA / LIRE 4", dopo l'occupazione titina della città quarnerina. Collezione E. Varutti

Insomma Fornasaro, questo figlio di profughi, ci descrive l’Istria sparita tra le pieghe della guerra fredda. In quel tempo, i bimbi “bevono e fanno proprie le lacerazioni dei genitori” (p. 22). Lui era lì, si intuisce che il romanzo ha sfondi autobiografici. Negli anni 1960-1970 andava a trovare i nonni con i genitori, scontando al confine lunghe code e perquisizioni dei graniciari (guardie confinarie, per lo più serbe), in quella Cortina di Ferro che stava diventando sempre più di… latta per gli jugo. Belle sono le descrizioni di volpi, caprioli, vipere, funghi e del gioco delle burele, tipo le bocce (p. 23).
Nella seconda parte del libro si intravvedono i decenni seguenti. Ci sono i giovani in cerca della droga, non più delle calze di nylon e dei blue jeans occidentali. Gli adulti sono alle prese col progresso di tanti elettrodomestici, della seconda casa e di tanto lavoro per pagare le robe scritte prima. Fortuna che c’è anche l’odore del ginepro, dei pini e la citazione di quel gabbiano che vola a filo del mare (p. 44). Ci sono i racconti della famiglia di profughi istriani. Di quando era difficile trovare un lavoro, perché loro non sapevano stare con le mani in mano, allora si viveva col sussidio.
C’è la nuova generazione del mondo degli esuli. Ci sono quelli nati nel resto d’Italia. Si va a trovare i nonni. C’è – eccolo finalmente come è nel titolo – il Mare Adriatico della costa orientale e il suo dialetto istro-veneto parlato in Istria, Dalmazia, fino alle Isole Ionie (p. 48). C’è un certo spirito marinaro.
Fiume, il porto. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine

Poi c’è una lettera del 1986. Siamo nella fase del dopo-Tito, con le prime confusioni balcaniche, ma anche con qualche bella passeggiata a Miramare (pp. 50-52). Nella “Jugo” del dopo-Tito, i compagni si guardano in cagnesco, dice Zdenka, dirigente della Federativa Repubblica, amica d’infanzia del protagonista. “I problemi etnici ci stanno massacrando” (p. 56). Nessuno, tuttavia, può smentire il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57).
Non era ancora caduto il Muro di Berlino, perciò spiega Zdenka: “moltissimi miei colleghi di partito sono stati messi sotto accusa per niente (p. 66).
L’autore di questo piccolo romanzo trova lo spazio per parlare bene di Cividale e delle sue bellezze longobarde, ma poi si ritorna a dover leggere delle noiose contraddizioni “tra nord e sud della Jugoslavia” (p. 70). Oggi sappiamo come le hanno risolte. E ci si ferma al 1986.
Molto originale il “Post Scriptum” finale. Come in certi film, si vuole comunicare al lettore dove siano finiti i protagonisti della vicenda, con una fugace attualizzazione al 2013.
Il volume è bilingue (italiano e croato). Contiene una Presentazione del critico d’arte Licio Damiani, esule pure lui. Alla fine del testo compaiono tre brevi recensioni di Paolo Petricig, di Mario Micheli e di Antonio De Lorenzi, per guidare meglio il lettore nell’apprezzamento dell’opera. La copertina contiene alcuni schizzi di Lucilla Micheli Marušić sullo sfondo di una carta geografica dei secoli scorsi quando il Mare Adriatico era detto pure Golfo di Venezia. Appunto.
Fiume, Teatro Comunale. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine
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Biografia di Fornasaro
Farmacista e giornalista pubblicista, Franco Fornasaro è nato a Trieste l’8 marzo 1952 durante l’occupazione alleata. C’era il Territorio Libero di Trieste. Vanta avi di Pirano e babbo di Veglia
È autore di oltre quindici libri di natura professionale, essendo cultore di fitoterapia, altri di genere saggistico e di cinque romanzi, tra i quali Incontro (1984), Quale Terra? (1988), Frammenti di una lezione (1998), Fine Stagione (1992) e Sulle orme del cavaliere (2007).
Franco Fornasaro

Vive a Cividale del Friuli. Ha vinto numerosi premi letterari italiani e ha composto anche testi teatrali, come Medeculis, curarsi con le erbe, in scena a Mittelfest 2008. È collaboratore delle “Note fitoterapiche” nel mensile «Fuocolento», rivista enogastronomica del Friuli Venezia Giulia. Da  oltre un decennio tiene una rubrica fissa di vasto pubblico nella trasmissione Vita nei campi, in onda la domenica su RAI 3.
Ecco una sua intervista pubblicata su youtube nel 2013, col titolo: Franco Fornasaro scrittore. Clicca qui accanto sul nome.
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Franco Fornasaro, L’Adriatico di Gino. Romanzo / Gino, evo Jadrana! Roman, Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013.
Scrive Franco Fornasaro nel libro L’Adriatico di Gino che c'è il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57). Ecco una splendida immagine di un'ava dell'esodo giuliano dalmata, ossia di 350 mila italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia fuggiti sotto la pressione titina. La didascalia a matita ci dice solo: "Germana Canarich 1889 - Cherso, Fiume". Il fotografo è Ilario Carposio che aveva lo stabilimento fotografico al piano terra di Via Sant'Andrea a Fiume anche nel 1887. Archivio ANVGD di Udine

mercoledì 24 giugno 2015

La donna del chiosco sul Po, di Maurizio Mattiuzza

Un poeta fine che canta il mondo d’oggi: ecco chi è Mattiuzza. Ha vinto, nel 2014, con questa raccolta la sezione di poesie di InediTO – Premio Colline di Torino, XIII edizione. Le sue liriche affondano le radici nel passato, nei luoghi dove ha vissuto da giovane. Ariano Polesine, in provincia di Rovigo, è una località sul delta del Po che compare nel settimo verso della poesia che dà il titolo all’intera raccolta del 2015: “La donna del chiosco sul Po”. Il testo è edito da La Vita Felice, di Milano.



Chi era questa donna? E perché è addirittura finita nel titolo del suo quarto libro di poesie? Maurizio Mattiuzza ci regala, in questa sua poesia, un quadretto socio-economico italiano degli anni intorno al 1970, di cuant che al jere un frut (“quando era piccino”). Mi permetto di inserire qualche parola in lingua friulana – con traduzione – perché Mattiuzza è un poeta plurilingue. Perciò, pure il modesto recensore si sbizzarrirà in più lingue. Almeno con quelle del cuore: friulano (del papà), italiano, veneziano (della nonna) e trentino (degli studi universitari). In questo senso mi sembra di percepire una strana vicinanza esperienziale con questo grande poeta.
Egli nacque nei pressi di Zurigo nel 1965, per passare a vivere in Friuli dal 1976, ma c’è una nonna della Valsugana nella sua crescita linguistica. La se questa popetta trentinazza (“è questa bambina del Trentino”, bambina in senso figurato) che gli ha trasmesso le parole, le arie, gli accenti, le ninne nanne, nonché i fenomeni e le produzioni della cultura popolare – direbbero gli antropologi – della Valsugana, realtà economica di radicata tradizione contadina del Trentino, con uno sguardo alla fabbrica.
Allora la donna del chiosco sul Po è realmente esistita. E Mattiuzza ce la racconta poeticamente. Era una contadina che lavorava quotidianamente la terra con i suoi stivali di gomma, sognando il posto in una fabbrica. Negli anni 1960-1970 si sviluppò l’industrializzazione, soprattutto in Italia settentrionale. Ci furono pure le prime lotte sindacali.
La donna del chiosco sul Po non capisce gli operai col posto fisso che scioperano dietro i cancelli della fabbrica. L’unica sua paura è quella dell’acqua. Come nei proverbiali capitoli de Il mulino sul Po di Riccardo Bacchelli, del 1957, a portarsela via sarà proprio una lunga piena più larga di quella del Po, come scrive Mattiuzza.


Lo splendido libro di poesia è stato presentato il 21 giugno 2015 a Cividale del Friuli, nel sottoportico di Casa Costantini, nell’ambito della rassegna Mittelibro, con la presentazione di Michele Obit, che ha letto una versione in lingua slovena di una poesia di Mattiuzza.
Dopo le presentazioni di Torino e di Muzzana del Turgnano, il volume La donna del chiosco sul Po, ha goduto oltre che della incantevole location, con il delizioso frescolino cividalese, pure di un job enrichment, costituito dalla chitarra e dalla voce di Renzo Stefanutti, con la sua affascinante e coinvolgente variante carnica. “Par fuarce, o soi di Dalès!”(Per forza, sono di Alesso - frazione di Trasaghis) – mi ha detto Stefanutti, dopo il concerto – presentazione. E non è tutto!

Maurizio Mattiuzza

Non vorrei sembrarvi un venditore di piatti dei Baracconi di Santa Caterina, ma la serata di Cividale aveva un altro elevato valore aggiunto. È stata arricchita, infatti, dalla spumeggiante lettura di Stefania Carlotta Del Bianco, nonché dal contributo virtuoso e spettacolare di Susan Franzil al violoncello. I diciotto pezzi presentati, oltre ad un richiesto bis, sono filati via lisci... che neanche ti accorgi che il tempo passa. Erano solo in lettura, in italiano, friulano e sloveno, oppure sono stati anche cantati con l’accompagnamento degli strumenti citati, oltre a qualche percussione suadente. Ecco spiegato il nome che si sono dati i quattro artisti citati per questa “perfomance”: Alberi di Argan poetry Quartet.
Il libro, di cento pagine, è da leggere e rileggere, per assaporarlo pienamente in tutta la sua bellezza. Mattiuzza ci presenta qui, pure alcune esclusive traduzioni in lingua slovena (di Jolka Milič), in lingua asturiana (di Martìn Lòpez Vega) e greca (di Massimiliano Damaggio).
I suoi versi hanno una marcia in più. Alcune rime sono riprese da Gli alberi di Argan, la sua precedente raccolta poetica, del 2011.
Mattiuzza ha fatto parte del gruppo di poeti di Usmis, movimento letterario e musicale friulano degli anni 1990-2000. In quel periodo ha partecipato al collettivo artistico dei Trastolons. Ha scritto «La cjase su l’ôr» nel 1997. La seconda raccolta di poesie è del 2004 ed ha per titolo «L’inutile necessitâ(t)», editore Kappavu, con interventi di Luciano Morandini e del cantautore Claudio Lolli. Nel 2001 Mattiuzza, col cantautore nostrano Lino Straulino, ha pubblicato l’album «Tiere Nere». 

Poeti Trastolons sul palco.  Una "Reunion Trastolona al Cormòr nel 2010" dal sito web di:  lussia di uanis

Le composizioni artistiche di Mattiuza sono inserite nelle antologie, ove compare il poeta “beat” Jack Hirschman, oppure alcune firme della musica leggera italiana, come Elisa e Neffa. Mattiuzza ha vinto il premio «Naghèna d’Arjent» tal 2008. Dopo ha ricevuto il premio Città di Ceggia e, a Torino, per la rassegna «Onde d’arte in versi per l'Abruzzo». Nel 2009 si è portato a casa pure il premio "Laurentum", per una poesia inedita in italiano. Ha ottenuto la selezione al premio "Alda Merini" nel 2013. Con alcune liriche contenute nel volume appena uscito è stato recentemente inserito nella terzina finalista del premio nazionale "Mario Soldati".
«Mattiuzza fa un uso libero delle lingue nella sua poetica, perché è molto sensibile alla fonetica – ha dichiarato a Udine, nel 2011, Marina Giovannelli, scrittrice e critico d’arte – ed è sulla linea di Saba e di Morandini, ma menziona pure Giacomini, Zannier, Tavan, Endrigo e De André».
La poesia di Mattiuzza è stata definita “civile”, come quella di Pasolini del 1957-1960. Mattiuzza descrive i gruppi sociali, le loro problematiche, i conflitti ed i successi. Egli racconta della emigrazione, delle case operaie, del caffè autarchico delle piccole comunità montane, dei piccoli paesi abbandonati di montagna, del giro delle osterie, dei capannoni industriali con l’orologio dei Fratelli Solari, del mutuo da pagare, delle fabbriche che chiudono, dopo il sogno dell’industrializzazione e così via.
Mi sia consentita un’ultima considerazione - un po' divergente -, ma utile a fare un collegamento con la poesia civile di Pasolini in un modo del tutto personale, perchè Mattiuzza - a mio modesto parere - ne ripercorre le tracce... lis olmis, lis usmis.
Mentre Mattiuzza un po’ leggeva e un po’ recitava una sua poesia, dove è citato un gatto (forse è quella intitolata “In diagonale” nella raccolta fresca di stampa) nel cortile di Casa Costantini, che era allo scuro, alle spalle del Quartetto che si esibiva, spunta il gatto dei padroni di casa. Il felino era molto seccato di vedere tutta quella gente, tutti quei fili e sentire le voci amplificate. Poi è zompato via. “Povero come un gatto del Colosseo, / vivevo in una borgata tutta calce / e polverone, lontano dalla città…” (Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice, II, in Le ceneri di Gramsci, 1957).

Renzo Stefanutti e Maurizio Mattiuzza

Nei versi di Mattiuzza compaiono altri animali. Sono nominati in vari contesti, in forma specifica o generica. Ci sono farfalle, delfini, conchiglie, draghi, pesci, uccelli, lucertole, rondini, allodole e ghiandaie.
Un mio amico, esperto di estetica, mi dice che persino nei toponimi, utilizzati da uno scrittore nel suo lessico, è possibile scorgere la sua Weltanschauung (ossia la sua “visione del mondo e delle cose”). Ecco perché i nomi dei luoghi, nelle odi di Mattiuzza, possono fornirci altre possibilità di lettura critica. A parte il “deus Padus” che fa la sua bella mostra sin dal titolo del libro, ce ne sono molti altri e di ogni continente, non solo delle terre nostre. Cincischiare sulle “identità fluviali”, come le ha definite Michele Zacchigna – nel suo libro intitolato Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013 – non è che porti a molto, tuttavia può rappresentare la definizione di un campo di appartenenza.
La grossa questione è che bisogna fare in modo che non sia un campo di ortiche, zeppo di vipere, in cui un novello homo tribunus va a muoversi solo con la ruspa.
Del toponimo di Ariano dove, tra l’altro, è vivace il dialetto ferrarese, si è già detto. Anche l’Istria, nelle raccolte di Mattiuzza, è come il cammeo nei film dei grandi autori. Per non dire della Valsugana, che è quasi un assioma nella poetica di Mattiuzza, con la specificazione questa volta dei paesi di: Cismon, Solagna e Fontariva. Mi si permetta una digressione personale. Non potrò mai dimenticare un certo Paolo da Solagna. Arrivava ogni settimana alle case dell’Opera universitaria di Trento, dove si alloggiava, con un bottiglione di Clinto. “Sennò come te fa per bevere” – diceva con candida semplicità. L’acqua, per lui, serviva per la ruggine. Paolo era una persona veramente unica. Mi verrebbe da dire: un sociologo legato al territorio.
Tra i toponimi utilizzati da Mattiuzza c’è Padova, mentre come un fulmine a ciel sereno compare Fuerteventura – isola tropicale delle Canarie, Spagna – un  suo luogo di creazione dei versi.
Ci sono poi Berlino, l’Europa, l’Asia. Pure Sesto San Giovanni e Milano. Nella sezione delle traduzioni, possiamo trovare Atene, la Bosnia, Sežana (Slovenia), Duino, Poo de Llanes (nelle Asturie, Spagna), Braga, Roma, lo stato dello Iowa (USA) e Argan (Marocco).  

 La location della Casa Costantini a Cividale del Friuli, 21 giugno 2015. Maurizio Mattiuzza, a sinistra, Stefania Carlotta Del Bianco, Susan Franzil e Renzo Stefanutti per la presentazione de La donna del chiosco sul Po

domenica 24 maggio 2015

Stoffe da reliquia e rilancio economico. Tessitori tra Bologna, Ferrara, Venezia e il Friuli

Per questo scritto sono state utilizzate varie fonti, con particolare riferimento alle antiche biblioteche e agli Archivi di Stato di Udine, Ferrara e Bologna.
La presente ricerca si pone l’obiettivo di dimostrare che la tessitura europea e quella italiana più precisamente si rinvigorirono, ai tempi delle Crociate, per mezzo degli scambi con l'Oriente. In particolare, furono i raffinati tessuti, di fattura orientale, che avvolgevano le reliquie dei Santi a creare una richiesta di prodotti analoghi, tra la committenza di prelati, regnanti e aristocratici. Ciò provocò la rinascita del mercato tessile.
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Si dice che quando Adamo vangava, Eva filava, per significare che l’arte del filare e del tessere siano molto antiche. Se ai fenici della costa siro-palestinese va il merito di aver commerciato, dal XII secolo a.C., in tutto il Mediterraneo, tessuti di colore porpora ed altre mercanzie, le corporazioni dei tintori e tessitori al tempo dei Romani non furono meno importanti. Persino l’arte longobarda lasciò un’opera in lino di rara bellezza, con un ricamo di tipo alemanno. Si tratta della Tovaglia longobarda del “Sancta Sanctorum”, risalente al IX secolo. La preziosa stoffa ricamata fa parte della Galleria Alessandrina, presso i Musei Vaticani della Città del Vaticano (DE CLARICINI DORNPACHER 1941). È uno sciamito (dal latino medievale “sciammitum”, tessuto in seta) del IX secolo, un tessuto molto esteso (122 x 144 cm.) del Museo Diocesano di Ascoli, proveniente dal sarcofago di Sant’Emidio, patrono della città picena.
È stato Jacques Le Goff a scrivere che col Medioevo si verificarono dei progressi tecnici in agricoltura, come un aratro di nuovo tipo, la rotazione triennale delle coltivazioni o l’uso dell’erpice, che fu rappresentato nell’arazzo di Bayeux, nel secolo XI (LE GOFF [2003] 2005). Tale manufatto è un magnifico ricamo di lana su tela, lungo m 70 e largo circa cm 50, che narra, in 58 scene numerate, la conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo in Conquistatore, dal 1064 al 1066. Le figure ricamatevi sono assai semplici, se non primitive (un cerchio per la testa, una linea per indicare la bocca, due cerchi col puntino al centro, per gli occhi e così via), come si può vedere pure nel Velo di Sant’Anna, del Tesoro della Basilica di Apt-en-Provence, in Francia (la Apta Julia di Augusto). Risalente al 1097, tale tessuto arabo “di una qualità e di una finezza rimarchevoli” fu portato in Europa, al tempo della Prima Crociata, dal porto di Damietta, in Egitto (BERGER 2008). Sul piano religioso serviva ad avvolgere le reliquie di Sant’Anna, madre di Maria Vergine.
Oltre al sorgere dell’agricoltura moderna in quel periodo, grazie all’impegno dei monaci delle abbazie, che riprodussero, tra i servi della gleba, le conoscenze e le tecniche agricole, vi fu un cambiamento pure nelle botteghe artigiane. Il telaio fu perfezionato. Si sviluppò l’arte della tessitura. Si andarono affermando i lavori edili e quelli di estrazione mineraria e di lavorazione dei metalli. Nei secoli successivi furono riabilitati certi impieghi lavorativi, che comportavano il contatto con la sporcizia, come era per i tintori, i lavandai, i conciai o che implicavano il contatto col sangue, come per i chirurghi, macellai. Altri mestieri ancora uscirono dalla cattiva luce in cui erano finiti. Si svilupparono, inoltre, i viaggi e i pellegrinaggi. La parcellizzazione feudale della proprietà contribuì alla formazione di collettività rurali, decimate nei secoli precedenti dalle carestie e dalle invasioni barbariche.
Tali attività produttive si rivitalizzarono col sistema delle città libere del Medioevo. Per restare in ambito emiliano romagnolo, dopo il 1152, nel Ferrarese si producevano grani, lino, canapa e cuoio. Frutta a Pomposa e nella Romagna. Formaggi a Piacenza. Bestiame e lana tra Modena e Parma. Dopo l’anno 1000, in parte della pianura padana, dunque, la materia prima per taluni filati (lino, canapa e lana) iniziò a trovare un suo mercato di riferimento. Tra i ceti elevati (nobiltà, guerrieri e clero) ci fu la domanda di tessuti più fini per l’abbigliamento. Tunica corta di lino e braghe di panno o in pelle per gli uomini, oltre al pallio sacro, per i religiosi. Tunica lunga, sopravveste e velo copricapo per le donne. E un mantello, pur se di lana grezza, per tutti (CECERE 1997).
In aree limitrofe, alle volte erano i monaci benedettini cistercensi ad introdurre le lavorazioni della lana, dando origine persino ad un toponimo, come nel caso di Follina, in provincia di Treviso, la cui badia è del secolo XII. Follare la lana significa comprimerne i panni per rassodarli, facendone uscire i grassi. A Trieste il “Velum” di San Giusto, databile attorno al 1230 circa è un oggetto ancora in fase di studi. Si sa, tuttavia, che trattasi di una seta tessuta e dipinta sui due lati, che si collega alle icone musive di San Marco a Venezia. È un elaborato di altissima qualità, ellenizzante, dunque di un magister, forse, di Costantinopoli.
È la medievale città di Lucca, secondo Paolo Montanari, a detenere il primato nella produzione e nel commercio delle seterie nel secolo XII. Il motivo di tale specializzazione produttiva era nel suo maggiore cliente, ovvero la Chiesa. Necessitava essa, infatti, di tessuti per drappeggi e paramenti sacerdotali (MONTANARI 1958-1959). Alcuni autori sostengono che i tessitori di Lucca impararono presto a lavorare la seta e a fabbricarne dei drappi, in concorrenza con simili prodotti orientali (CIPOLLA 1995). È da ricordare che il fiorente comune toscano, fedele al Sacro Romano Impero, dopo l’anno 1000, all’epoca degli imperatori sassoni, fu l’unica città della regione ad avere il diritto di battere moneta.

La mobilità territoriale dei lucchesi

In quel tempo vi fu una certa mobilità territoriale da parte dei lucchesi, come pure per i tessitori e tintori di altre città. La strada per la Germania passava per Trento, oppure per Aquileia, Gemona, o per Cividale. Ulrico, marchese di Toscana, viaggiava tra la sua terra e Salisburgo, passando per il Veneto e il Friuli. Egli, il giorno 8 maggio 1149, fu testimone a Gemona in un privilegio concesso dall’imperatore Corrado II (BATTISTELLA 1898).
Il patriarca Bertoldo di Andechs, nel 1248, istituì a Udine il mercato settimanale (JOPPI 1891). In seguito alcune compagnie toscane aprirono botteghe (“Stationes”), negozi e fondaci di panni in lana, vino, ferro, pelli, cera, sapone, spezie e bestiame. Spiccavano, per le loro attività, i drappieri e i lanaioli. Nel XIII secolo certi mercanti fiorentini frequentarono le fiere di Udine, Aquileia, Gemona, Cividale e Spilimbergo. Tra le varie famiglie emigrate in Friuli si trovano: Bardi, Capponi, Chianentini, Pulci, Ramberti, Mozzi e i de’ Buonsignori. Sin dal febbraio 1265, a Cividale, Rainaldo di Rainaldino, cavaliere e Pietro Belino, mercante senese, assieme a dei loro soci, sono creditori di 200 marche di denari aquileiesi col patriarca Gregorio da Montelongo per “panni di colore e pelli ricevute da loro per uso suo e della sua corte” (BATTISTELLA 1898).  
Nel corso del Trecento l’arte della seta si diffuse da Lucca nelle vicine Prato e Firenze. Poi passò a Bologna, Piacenza, Reggio Emilia, Genova, Milano e Venezia. Sono i lucchesi – ha scritto Paolo Montanari – che trasmisero tecniche e processi della produzione serica ai bolognesi. In un primo tempo i toscani esperti in panni e in cambi, dato che furono esiliati dai loro comuni, per motivi politici, finanziari, bellici o religiosi, si trasferirono nelle regioni limitrofe, arrivando anche in Friuli, bene accolti dal Patriarcato. Nei tempi successivi la spinta al trasferimento fu motivata dalla mobilità sociale, in primis, ossia dal desiderio di arricchimento personale e della famiglia.
Nel 1230 il Comune di Bologna chiamò gli artigiani lucchesi esperti nei tessuti, oltre a maestri di panni in lana veronesi e fiorentini. Dall’archivio di Francesco di Marco Datini di Prato risulta che il traffico mercantile era sviluppato tra la Toscana e Avignone, in Francia. Dal locale fondaco Datini le merci viaggiavano per Montpellier, considerato centro di smistamento commerciale per Parigi, Bruges, Londra e le città tedesche. I magazzini Datini erano attivi pure a Barcellona, Valencia e Maiorca.
Il Museo Civico Medievale di Bologna conserva ed espone un piviale in tela di lino, ricamato in seta policroma, datato all’ultimo decennio del Duecento. Esempio di “opus anglicanum”, tale paramento liturgico dimostra la raffinatissima produzione di ricami che in Inghilterra raggiunse la sua massima espressione alla metà del secolo XIII. Appartiene alla chiesa di San Domenico e ci dà conferma sulla portata europea degli scambi mercantili emiliani e toscani.
A Venezia i lanaioli e i tessitori, il cui statuto dell’arte risale al 1244, in un primo tempo, non riuscivano a realizzare che prodotti mediocri, rispetto alla bellezza di quelli toscani. In mancanza di acqua dolce, i tessuti di lana erano inviati per la follatura a Treviso, a Padova e a Portogruaro, nella Patria del Friuli. Le tintorie con i relativi scarichi inquinanti, nei secoli successivi come ha scritto Élisabeth Crouzet-Pavan, vennero allontanate dai canali del centro urbano e da Rialto, ove c’era la sede della drapperia delle stoffe estere (CROUZET-PAVAN [1999] 2001). Si nota, altresì, la frammentazione delle arti di mestiere, definite anche “scuole”, riunite attorno alla corporazione o alla confraternita e con contatti, a volte, molto complessi. La “Scuola dei Tessitori” si trovava vicino alla chiesa di San Simeone Piccolo. Se in un primo tempo detta divisione sembrò un punto di debolezza, col passare degli anni, divenne un punto di forza, data la flessibilità che poteva sprigionare, oltre alla mancanza di conflitti fra mercanti e produttori sulla piazza lagunare.
In questo periodo si affermano a Venezia la lavorazione dei metalli intarsiati e “l’arte del vetro, appresa dagli abili artigiani siriani, imitandone la tecnica e l’iconografia, adattandola al gusto europeo” (DA CORTÀ FUMEI 2007). D’altro canto, le stoffe islamiche continuarono ad esercitare un’intensa attrazione sui maestri drappieri veneziani, per la loro soave manifattura. Non a caso, un frammento dell’abito funebre di Cangrande Della Scala, morto nel 1329, è di fattura persiana, come documenta il Museo Civico di Verona.
Nel 1341 ci fu una grande crisi finanziaria delle casate fiorentine, come quelle dei Peruzzi, degli Acciaiuoli o dei Bardi. Essi avevano filiali in Europa, come pure a Tunisi, Costantinopoli, Rodi, Cipro e Gerusalemme. Le pratiche della mercatura furono affrontate, allora, con una maggiore specializzazione. I mercanti banchieri dovettero fare i conti su scala europea con un’economia imperniata sulla proprietà della terra e sull’indiscusso primato delle attività agricole. Frattanto continuavano i flussi migratori, con l’aspirazione della mobilità economica e sociale.
Forse i toscani che si recavano a Salisburgo, passando per Trento, Bolzano e Innsbruck avranno fatto conoscenza con mastro Gotschel, che teneva un negozio con la figlia e i servi nella "Kramgasse" (vicolo delle botteghe) di Innsbruck. Su una pergamena, datata il 12 marzo 1369, mastro Gotschel è citato in veste di “chramer”, ossia: mercante con bottega (Archivio di Stato di Innsbruck).

L’Arte della seta a Bologna

Lo Statuto dell’Arte della Seta di Bologna è del 1372. È un documento membranaceo, costituito da sedici carte, vergate il lingua latina. È custodito all’Archivio di Stato cittadino. Tra i rettori dell’organismo figurano due lucchesi: “Bartholomeum quondam domini Vannis Heinrici” e poi “Carum quondam Bernardis de Caris”. Ci sono il bolognese “Pietro Nicolay de Matugliano”, un lombardo, tale “Andrea Fulchi” e un “Simonem quondam Cabrielis de Grognis” in assonanza col cognome De Crignis, segnato, sin dai primi del Cinquecento, a Ravascletto e Ovaro, in provincia di Udine. Lo statuto si riferisce alle botteghe di tessitori e tintori, che utilizzavano le acque del canale di Reno, ancor oggi presente in città, per muovere i mulini e i filatoi serici, nei pressi della duecentesca porta Govese.
Lo stesso Museo Civico Medievale bolognese custodisce uno “Statuto e Matricola della Società dei Drappieri” della città di Bologna, risalente al 1523. Il mercato, insomma, si faceva sempre più interessante. Da un documento bolognese si sa che la seta fu importata in città dal 1568, quando furono introdotte 41 mila e 704 libbre del prezioso materiale; nel 1606 la quantità raggiunse la cifra di 105 mila e 64 libbre. Da tali numeri emerge la forte domanda del prodotto. Nel 1607 si ha conferma degli scambi mercantili di livello europeo per le sete italiane. I mercanti bolognesi scrissero che “le drapperie forestiere in particolare Genovese, Napolitane e Fiorentine sono più belle delle nostre, et anco migliori non ostante che siano fabbricate d’altri orsogli [sete tramate], che de’ nostri”. Vengono menzionati, inoltre, contatti con Lucca, Padova e Londra. Le esportazioni emiliane finivano “a Venetia, in Franza & in Fiandre”.
Le tensioni fra mercanti e tessitori bolognesi dovevano essere assai sostenute, dato che nel 1607, i primi risposero per iscritto ai drappieri, tessitori e tintori che non occorrevano “mille tellari” alla città per occupare circa 22 mila addetti, altrimenti “bisognaria che tutti diuentassimo tessitori, ò suoi ministri, & non ci sarebbero persone per altra professione”. Si deve pure aggiungere che è molto complesso accettare o verificare la statistica e le cifre di quei secoli. Venezia, per esempio, possedeva circa duemila telai, con un’alta specializzazione dei “samiteri”, ossia i fabbricanti del “samito”, il tessuto serico.

Mobilità di tessitori e venditori ambulanti friulani

Alcuni autori sostengono che il rilancio degli scambi mercantili interessò il Friuli sin dall’infeudazione del Patriarcato di Aquileia, avvenuta il 3 aprile 1077, verso il patriarca Sigeardo, da parte dell’imperatore Enrico IV. Analizzando l’intitolazione delle chiese locali, è stato scritto che c’è un’influenza d’Oltralpe. Ad esempio, così avvenne per l’intitolazione della chiesa di S. Ulderico a Sutrio “attraverso i cramari, che sin dai tempi più antichi si spingevano in Germania, Austria e Boemia” (BIASUTTI 1981). C’è chi fa addirittura il nome della compagnia di mercanti ambulanti. “È certo, per esempio, che furono gli Straulino, cramârs operanti in quel tempo ad Augsburg, a portare a Sutrio, subito dopo il 1000, il culto di Sant’Ulderico, vescovo di Augsburg, canonizzato nel 993” (MOLFETTA 1992). I cramari furono favoriti dal bavarese Poppo, patriarca di Aquileia (1019-1042), che era parente del santo di Augusta. Nella parte meridionale di Udine, verso Cussignacco, c’era una chiesa alto medievale, su una lieve altura, dedicata a Sant’Ulderico; anche il duomo di Udine, nel 1200, recava il titolo di Sant’Ulderico (MOREALE 1996). Per capire la permanenza del nome di quel santo si pensi, inoltre, ai vari cognomi friulani quali: Durì, Dorlì, Dorigo, Durigutto, Durigon, Durisotti (COSTANTINI 2002).

Il primo ad interessarsi dei venditori ambulanti friulani fu il patriarca guelfo Gregorio da Montelongo, quando, il 23 settembre 1261, impose un dazio alle merci dei “cramarii” di Tolmezzo (PASCHINI 1921), centro abitato più grande della Carnia, che è l’area montana del Friuli Occidentale. Gli ambulanti vengono chiamati “cramari” – in friulano “cramârs” - dal tedesco medio alto “krâme”, che significa “cassetta in legno”, utilizzata per portare le merci a spalla. Vendevano tele, fili, spezie, pelli e medicamenti. In chiave economica furono molto importanti per tutto il territorio locale, poiché univano il mercato di Venezia con quello tedesco.

Cramari e tessitori friulani emigravano verso il Veneto, Trento, il Tirolo e poi la Baviera, il Salisburghese, Augusta e altri centri europei. Nel XII secolo a Egna / Neumarkt, in Tirolo, vicino a Bolzano sono menzionati tra i vari mestieri del posto, tessitori (definiti “tessadri” nei contratti) e cimatori di panni, per un traffico commerciale di stoffe di lino, lana e canapa. È già documentata la presenza di carnici e friulani sin dal Cinquecento, nell’area stessa (GHETTA 1977; MARTINA VARUTTI 1997), comunque ancor oggi in paese ci sono significativamente i cognomi friulani: Fabris, Furlan, Tessadri e Trebo. È opportuno precisare che in certi documenti di mercanti carnici, essendo Treppo il loro paese di origine, si ritrovano nativi di: “Trebo”. Nel cimitero di Egna c’è una lapide dedicata a un certo Giovanni Battista Giacomuzzi, morto il 9 giugno 1880. Altri cognomi di origine friulana (COSTANTINI 2002) possono essere individuati oggi nei paesi vicini o nel capoluogo dell’Alto Adige: Furlanetto a Bolzano, Delli Zotti a Laives, Plazotta a San Michele Appiano.

Per restare in Friuli, nel 1430 è segnato un tintore, “Nicolaus Pidrusij” di Fraelacco, in veste di cameraro (economo) della confraternita di Santa Maria di Tricesimo, in provincia di Udine. Nello stesso antico libro contabile, a carta 51r, si desume che ci sia un rapporto con i tessitori dalla seguente scrittura: “It(em) spendey p(er) drappo di linçuy libr. vij s.”. La partita commerciale è stata tradotta così: “Ancora spesi per tessuto da lenzuola sette libbre di soldi” (VICARIO 2000).
Anche da un altro libro contabile emerge il rapporto con i tessitori friulani, che vengono chiamati a lavorare per fabbricare le lenzuola e tovaglie di lino per un ospedale. Tra il 1438 e il 1439, dal Quaderno di Michel De Sabida, cameraro dell’ospedale di San Michele di Gemona del Friuli le tele di lino furono confezionate dal figlio di “Pieri Chargnel e da Francesch del Arey di Godo” (LONDERO 1994). È da dire che il cognome Cargnel, con le varianti di Cargnello, Cargnelutti, Carnel, venne assegnato in epoca medievale proprio a quei tessitori provenienti dalla Carnia, che emigravano in Veneto, Trentino, Tirolo ed altre località estere.
I traffici con la Francia si facevano interessanti, soprattutto col Ducato degli Estensi. I tessuti toscani giungevano pure a Mantova, della dinastia dei Gonzaga. Il loro emissario, Leonardo Arrivabene, il giorno 8 settembre 1549, giunto a Parigi, nella veste di educatore di Lodovico Gonzaga, mandato alla corte di Francia, come paggio del Delfino (il futuro Francesco II) scrisse che si faceva mandare i vestiari da Anversa, perché a Parigi tutto costava un occhio del capo. Diede altre informazioni sul mercato, chiedendo drappi di seta italiani, perché migliori. “Le biancarie da Parisio – precisò Arrivabene - vengono tutte d’Anversa, sì che pol considerar l’avantaggio; è necessario che V. S. Ill.ma mandi delli drappi di seta per vestir il signore, perché qui oltre non vi è bona né bella roba, e la mettono il doppio” (Luzio 1902, p. 14). C’è la conferma dell’ottima qualità della seta italiana, ovvero toscana.
Venezia era comunque un punto di riferimento fondamentale per cramari, lanaioli e tessitori friulani. Ma pure gli operatori di altre attività si ponevano tale meta, non escluso il ramo della prostituzione. È il caso di “Catarinella Furlana” citata, verso il 1566, con tanto di tariffe, luogo di esercizio e nome dei mezzani nel Catalogo di tutte le principali et più honorate cortigiane di Venetia.
I trasferimenti erano assai vari nell’area montana. Ad esempio certi tirolesi di Bressanone, nei primi del Seicento, si trovano segnati nei registri parrocchiali di Treppo Carnico, in provincia di Udine. Nel libro dei battesimi di detta parrocchia, il 2 novembre 1612, è annotato il nome di “Pietro di Giacomo Brixiani de Siaio e Caterina”. Nella frazione di Siaio venne al mondo Pietro, figlio di Giacomo e Caterina, i quali altro cognome non avevano se non quello di “Brixiani”. Non è un caso isolato, poiché il 30 gennaio 1614 è segnata  Caterina, figlia di Giovanni Mochini e Lucia “brixiani ora a Siaio”. Un’altra Caterina fu battezzata il 1° marzo 1614. È figlia di Francesco e di Leonarda, “brixiani” pure loro di Siaio. E il 5 aprile 1614 fu la volta di Maria, figlia di Giovanni e Mattiussa “Brixiani” abitanti a Zenodis, altra frazione di Treppo Carnico. Seguirono altre due nascite e il 30 maggio 1615 fu battezzato Matteo di Giovanni Cusina e Lucia, “brixiani” di Siaio. Questo ramo dei Cusina o Cussina diede origine nel Settecento a un’originale compagnia di cramârs, attivi a Mannheim e Kaiserslautern, nel Palatinato tedesco (VARUTTI 2000).

Veneziani e friulani a Ferrara e i tessitori di Venezia

Ormai i flussi migratori toccavano ogni tipo di mestiere e di località. A Venezia, nel 1572, su sessantaquattro proprietari fondiari non nobili si distinsero 17 friulani domiciliati nella città lagunare, tra i quali vi erano tre tessitori carnici, un cimador, un falegname e un fisico (MORASSI 1997).
Era il 16 giugno 1657. Girolama Coradazza, che era di Forni di Sopra, si trovava a Venezia, col clan mercantile dei Coradazzi, mercanti carnici di lana anche sulla piazza di Udine, da scambiarsi con farine, vino e granaglie. Scrisse al marito una lettera con molte tenerezze e saluti per tutto il parentado che si trovava nel paesino montanaro ai confini col Cadore. La missiva sta presso l’Archivio di Stato di Udine (ASUD), Comune di Forni di Sopra, busta 3.
Nel 1655, il tale Gio Batta Collina, “infermiere veneto”, risultò fra i votanti per l’elezione del nuovo “massaro” [amministratore] dell’Arte dei Barbieri della Comunità di Ferrara. Essi fungevano pure da “cauadenti”, come si legge nel libro Diverse Congregazioni, dell’Archivio Storico Comunale, busta 1, tenuto all’Archivio di Stato di Ferrara (ASFE). Il Collina (cognome presente pure a Venzone) partecipò intensamente alla vita della sua nuova corporazione, tanto che a gennaio del 1659, nella Chiesa della Santissima Trinità, nel “dopo disnare”, con altri 24 colleghi, venne eletto “sindico”, divenendone così il capo. Si alternò nelle cariche sino al 1672, ricoprendo pure i ruoli di “esaminatore” per i garzoni che volevano accedere alla professione, oppure di “secretto”, una sorta di proboviro. Tra gli altri veneti che lavoravano a Ferrara troviamo, nel 1722, Paolo Bozzo “Venezziano in Bottega del Sig. Innocencio Libanti”, come risulta dal libro Nomi de’ Lavoranti de’ Barbieri di Ferrara (ASFE).
Altri viaggiatori e altre terre di confine. Lo scrivente ha trovato un venditore ambulante carnico in una lista di decine di nominativi in una ricerca d’archivio svolta a Ferrara (VARUTTI 2003-2004). Il suo nome è annotato così: “Biaggio Pavoni da Triesto”. Risulta aver versato, nel 1709, trentasei baiocchi e quattro denari – cioè, moneta pontificia – a tale Giovanni Battista Pezzetti, per esercitare abusivamente l’arte di merciaio, ossia l’ambulante. Nel 1711 pagò baiocchi 54,4 e nell’anno successivo altri 27,2 baiocchi. Contro il Pezzetti la Corporazione dell’Arte dei Merciai di Ferrara intentò causa nel 1730, in quanto “non immatricolato”, confiscandogli i libri contabili, nei quali è citato, appunto detto Biagio Pavoni, con una ventina di altri “furlani”, assieme a decine di mercanti veneziani, trentini, milanesi, piemontesi, romani, genovesi, savoiardi, francesi, “un fiammengo” ed altri ancora.
Probabilmente il Pezzetti si spacciava per esattore della Corporazione dei Merciai ferraresi, oppure si avvaleva di uno stuolo di agenti e collaboratori per agire su quella piazza padana. Certo è che alla categoria dei Merciai – come risulta dal Libro delle Detterminazioni dell’Arte de Merciari (ASFE) - che si riunivano a Ferrara nella “sagristia di San Romano”, per eleggere il “massaro” (o contabile), appartenevano solo una ventina di operatori e non di certo le centinaia di persone elencate nel processo contro il menzionato Pezzetti.
Che i friulani, mercanti di tele e tessitori, si recassero fuori dell’ambito regionale è attestato dai libri dei morti della Parrocchia di Forni di Sopra (UD). La maggior parte dei decessi avvenuti fuori del Friuli si registra nello stato Tridentino, cui seguono: Venezia, Treviso, Cadore, Ungheria, Baviera, Slovenia e Istria (MARTINA VARUTTI 1997). È allora plausibile che Biagio Pavoni, per i suoi traffici mercantili, si sia prima recato a Triesto (ossia Trieste) e, in seguito, a Venezia e a Ferrara.
Di sicuro i Pavoni sono nativi di Forni di Sopra. Come ha scritto Fortunato De Santa nella sua Cronistoria dei Forni Savorgnani, del 1899, in una riunione di “vicinia” dell’11 agosto 1492 partecipa anche “Floriano Pavon”. Le “vicinie” erano strutture organizzative territoriali che deliberavano su questioni di esigenza collettiva. Si consideri poi che nella frazione di Vico, a Forni di Sopra, è documentato il toponimo “Cjà di Pavon”, come ha evidenziato Alfio Anziutti nel suo Loucs fornés, del 1997.
In una carta dell’8 novembre 1627 è menzionato tale “Pietro Pavoni di Forno abitante in Lorenzago” (ASUD, Comune di Forni di Sopra, b 9, ms). È un’altra verifica degli scambi commerciali friulani col vicino Veneto. Altre attestazioni sulla forte mobilità territoriale dei mercanti Pavoni sono contenute nei documenti del notaio Pavoni; c’era pure un notaio con detto cognome. A titolo di esempio si vedano le buste 2188 e 2189 dell’Archivio Notarile Antico (ANA), presso l’ASUD. Nei manoscritti viene descritta la “robba”, che poi è: “mezzalana, mezzalanetta, bombacina” (cotone). Talvolta il contratto è di fluitazione, poiché si riferisce alle “taglie n. 1000 per li primi del venturo maggio sarà 1739 al porto d’acqua solito di S. Vido (…)” – ovvero San Vito al Tagliamento (PN).  Firmato: Ludovico Pavoni.
Per concludere si elencano i nomi dei friulani indicati nella sopracitata causa intentata nel 1730 dalla Corporazione dell’Arte de’ Merciai di Ferrara contro Giovanni Battista Pezzetti. Si noti com’è facile individuare le compagnie mercantili familiari, osservando gli ambulanti con lo stesso cognome. “Pietro Smagna Furlano” è annotato sui libri contabili del faccendiere Pezzetti sin dal 1650, seguono Andrea Toffoli e Francesco Toniuzzo. Nel 1659 ci sono “Jseppe Tonegatto Furlano” e il “Magnifico Antonio Tonegatto Furlano ha pagato per obedienza 1.10”. Nel 1663 ci sono “Giovanni Buzzi Furlano e Batta Tonegutto Furlano”. Del 1665 è “Tommaso Tonegut Furlano”. Simon Toffolo paga dal 1677. Giovanni Toffolo dal 1679. Domenico Ceccoti è annotato dal 1682. Santo Zillano dal 1685. Domenico Gasparini, 1697. Giovanni Rozzi, 1698. Pietro Ceccoti, 1699. Pietro Orti da Triesto, 1708. Marco Biasi da Triesto, 1712. Domenico de’ Lorenzi paga nel 1727 e ancora, nel 1729, lo stesso Domenico de’ Lorenzi da Udine.
Per tutto il secolo XVIII, a Ferrara, le autorità tentarono invano di introdurre la lavorazione in loco della seta, cercando di limitare la presenza di tessitori, filatori, incannatori e tintori “foresti”, come emerge da due manoscritti della collezione Antonelli della Biblioteca Ariostea. Il grande errore commesso fu di volere utilizzare come manodopera le 465 zitelle degli otto conservatori arcivescovili, nonché i ragazzi del reclusorio, mentre sarebbe stata necessaria una motivata e qualificata presenza artigiana locale. È detto nei manoscritti, comunque, che le drapperie di seta ferrarese venivano inviate alle “fiere di Bolzano, nella Francia, Olanda, Inghilterra et altri luoghi”. Peccato che fossero “in altre città lavorate”, seppure estratte grezze nel distretto e Legazione di Ferrara.
Nel 1754 a Venezia gli Inquisitori delle Arti svolsero un Processo informativo testori e loro laboratoj e telai su circa ottocento tessitori, con particolare riferimento all’industria della seta, come ha scritto Marcello Della Valentina, studiando all’Archivio di Stato, b 85. Oltre al nome di ogni artigiano friulano, si sa la parrocchia di appartenenza, il numero dei telai posseduti e, talvolta, gli anni di funzionamento del laboratorio, vedi tabella n. 1. Si precisa che le note sono state aggiunte dallo scrivente, per specificare l’area territoriale di probabile provenienza. Se nel 1672 risultano 733 capimastri tessitori e circa 800 nel 1754, considerati i problemi dei rilevamenti statistici del passato, ecco che nel 1742 vennero contati 467 capimastri “con bottega attiva”. Furono addirittura 1218 nel 1696, ma in quell’anno, precisa l’autore dello studio, furono concessi i “suffragi”, ossia dei prestiti richiesti all’Arte dei Tessitori per far fronte ai momenti difficili. Ciò potrebbe spiegare la triplicazione del numero dei capimastri. Non era certo l’effervescenza del mercato serico a farne lievitare così la quantità.
È da ricordare che tra i vari capimastri tessitori venne censito pure l’udinese Antonio Zanon, trapiantato a Venezia dal 1738. Nel 1751 il suo laboratorio contava ventidue telai e l’attività proseguì poi col figlio Tommaso. Zanon si fece conoscere dalle autorità della Serenissima perché lanciò il progetto di inviare le “pannine” di seta veneziana in America, tramite Cadice e Lisbona (DELLA VALENTINA 2003).

Tabella n. 1 – Tessitori friulani attivi a Venezia nel 1754

Nome
Indirizzo
Telai
Da anni
Note
Carniel Marc’Antonio qd Bastian
Fondamenta S. Girolamo S. Marcuola
1
34
Pordenonese
Carniel Antonio qd Bastian
Chiesa alla Maddalena
6
50
Pordenonese
Carniel Simon di Antonio
Chiesa alla Maddalena
4

Pordenonese
Colussi Antonio di Zuane
Colussi Anzolo qd Francesco
Colussi Francesco di Zuane
Colussi Zuane qd Francesco
Colussi Zuane qd Giacomo
S. Geremia S. Marcuola
8

Frisanco
Dorigo, Fabris, Fantini



Carnia
Furlanetto Nadalin qd Anzolo
Furlanetto Girolamo qd Zuane Battista
S. Geremia S. Lunardo


Sacile
Nassivera Antonio qd Zuane
Calle della Racchetta S. Felice

43
Forni di Sotto
Nassivera Carlo di Zuane
Calle della Misericordia S. Geremia
3
26
Forni di Sotto
Novello Iseppo
S. Marcuola 


Friuli centrale
Pagnacco Iseppo qd Daniel
S. Girolamo S. Marcuola
3
20
Travesio
Pagnacco Z. Battista qd Daniel
S. Girolamo S. Marcuola
3
23
Travesio
Rizzi
S. Geremia
13


Tramontin Antonio qd Piero
S. Marcuola
3
28
Val Tramontina
Tramontin Bortolo qd Piero
S. Nicolò
1
32
Val Tramontina
Zuliani Antonio di Dionisio
S. Geremia
3
4
Campoformido
Zuliani Iseppo qd Marco
S. Marcuola
5
8
Campoformido
Fonte: Nostra elaborazione su dati di M. Della Valentina, Operai, mezzadi, mercanti. Tessitori e industria della seta a Venezia tra ‘600 e ‘700, Padova, Cleup, 2003


Il “tellaro” e la collana friulani

Nelle vecchie carte dei notai fornesi lo scrivente ha trovato alcune scritture assai affascinanti. Sono riferite al lavoro dei tessitori e al modo di passare il tempo libero femminile.
Il primo documento risale al 29 settembre 1727, come si desume dai manoscritti dei notai Gio Batta Pavoni e Floreano Coradazio, di Forni di Sopra, custoditi nella busta 2195 (ASUD). “In casa Pauoni - il notaio redige la - stima et nota delle robbe et effetti Dotalli del Domino…”, ossia signor Gio Batta Pavoni, figlio di Francesco. Sono interessanti il lessico e la sintassi del manoscritto, poiché, pur trattandosi di una dote femminile, il nome della destinataria appare quasi per inciso nel testo. Dunque gli effetti dotali sono del Gio Batta Pavoni, che “dà et consegna” a Giacomo Cella, figlio di Nicolò e ad Anna Maria, figlia del Pavoni stesso, “coll’absenza di Domino Nicolò”. Il padre della sposa, tale Nicolò, conoscendo le vicende delle famiglie Cella, deve essere stato a fare il tessitore in Trentino, da cui il soprannome “dal Trentin”, noto ancor oggi in paese.
La lista dei beni dotali si apre, dunque, con “una cassa di Nogaro con serratura alla Todesca lire 27”. È la cassapanca di nocciolo (“noglâr”) per contenere la dote. Poi c’è un “letto capezzale lire 93”. Seguono le coperte con “stametizzo Pergamasco (frange bergamasche) e con finimenti color viola o verde”. Vale lire 10 e soldi 10 “un mantilo da Tolla (tovaglia da tavola) a opera a dama schieto”. Il damascato è un tessuto ottenuto sfruttando sia il dritto lucido, sia il rovescio opaco.
Nella dote di Anna Maria, che in totale vale lire 527, c’è persino “una camiziola rotta ussata lire 10:10”, ma la nota più interessante, in veste antropologica, è senza dubbi la seguente: “una corda di Tondini d’Argento del ballo per lire 10”. In base al Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio per “tondini d’argento” si intende un collarino di sfere, ossia una collana, un abbellimento femminile per andare alle feste da ballo. Verifichiamo così che, oltre al tempo del filare, per la donna, c’era il tempo del ballo e dei divertimenti.
I “Tondini di Argento” sono citati pure in un Proclama del Senato della Repubblica di Venezia dei primi del Seicento, che si può leggere nella Biblioteca del Seminario di Udine. Questi ed altri monili potevano essere dati in pegno dal popolo ai “banchieri” ebraici del ghetto, col fine di avere un prestito. Anche Spilimbergo (PN), nel Settecento, è una piazza dove i prestiti ad usura erano fiorenti ad opera di un banco dei pegni al 12 per cento, tenuto da ebrei.
Verrà descritta, ora, un’altra annotazione, contenuta nello stesso cartolare. Siamo ad Andrazza, frazione di Forni di Sopra ed è il 1733. Viene redatta una “stima delle facoltà” lasciate dal signor Gio Batta Ulian, che doveva essere un bravo tessitore e un accorto imprenditore, vista la varietà dei mezzi di produzione dati in eredità ai figli. A Rinaldo, tra le varie cose, spettano “un Tellaro, corletto e fucello… e una gramola” di cui non si sa la valutazione. Il telaio è la macchina del tessitore. Tellaro, proviene dal friulano “telâr” e dal dialetto veneziano “telèr”. Il corletto è l’arcolaio per filare, dal friul. “corli”. Il fucello è il fuso, dal friul “fûs”, e la gramola – friul. “gramole” - è l’attrezzo per gramolare o maciullare il lino e la canapa, ottenendone dei fili.
A Pietro, un altro figlio, tra le varie cose, toccano “una gramola… e un corlo da filar lana per lire 4”. Così veniamo a sapere che c’era anche la lana tra le fibre tessili utilizzate, oltre al lino e alla canapa. Pure al terzo figlio, Vitto, spettano, tra le cose mobili, “una gramola”. Da questo testamento si deduce che il tessitore Gio Batta Ulian aveva la dotazione dei mezzi di produzione di una piccola azienda, considerato il telaio, tre gramole e due filatoi. In quel tempo veniva chiamata fraterna compagnia, secondo l’uso dei mercanti veneziani, poiché i rapporti familiari erano al centro delle relazioni commerciali e di lavoro.
Un altro caso di mobilità territoriale di fine Settecento. Dal citato archivio ferrarese emerge che il giorno 11 aprile 1788 Lazzaro Paolucci di Trieste chiese di essere ammesso all’Arte de’ Paroni (ASFE), ovvero dei barcaroli o barcaioli.

Tintori serici della Val di Zoldo e mercanti carnici

I Conighi erano un esclusivo clan di tintori di seta, trapiantati in “Gradisca Imperiale”, originari della Val di Zoldo (BL), luogo di specializzazione di tale attività per rifornire Venezia. Alcuni di loro furono segnati pure a Farra d’Isonzo, nel Goriziano, dove dal 1722 funzionava un filatoio serico, voluto dall’imperatore Carlo VI ed affidato in gestione dapprima ai napoletani Giuseppe de Trevano, Giuseppe Periello e Domenico Segalla. Nel 1788 fu venduto ad un gruppo di ebrei, stabilitisi a Trieste: Luzzatto, Morpurgo e Gentili.
L’occasione di introdurre la produzione della seta nella Contea di Gradisca fu propiziata da un’operazione di spionaggio protoindustriale. Il conte Francesco Ulderico I della Torre Valsassina, maresciallo della stessa contea, fu nominato dall’imperatore Leopoldo I ambasciatore austriaco a Venezia.  Con un sotterfugio riuscì a sottrarre alla Serenissima i modelli di telaio per la lavorazione della seta costruito da Antonio Correr, su imitazione di quelli inglesi. Ecco che l’arte della bachicoltura, filatura e torcitura della seta poterono essere introdotte, nel tardo Seicento nelle terre isontine che si riempirono di gelsi e, in seguito, fu eretto anche il filatoio di Farra (BOMBIG 1993).
La strada per Gradisca d’Isonzo, indicata persino nei racconti di Caterina Percoto – “Per la via di Manzano a Cormons…”, - univa il Friuli della Serenissima col Friuli austriaco o imperiale. Gli scambi mercantili dovevano essere di un certo livello. Se ne è trovato un riscontro anche nei protocolli notarili custoditi a Udine. Tra i rogiti del notaio Floriano Antonio Morocuti di Paluzza, il 23 giugno 1762, c’è un atto, infatti, degli “Eredi q.m Giacomo Broili di Gredisca con Pietro Cortolezis” (ASUD).
A Gradisca nel tardo Settecento i tintori Conighi erano in contatto con una comunità di mercanti carnici o friulani: i Vanino da Piano d’Arta, gli Sticotti da Socchieve, i Candido da Rigolato, i Broili da Siaio di Treppo Carnico e i Filippuzzi da San Daniele del Friuli, come si è potuto constatare nei libri parrocchiali. In particolare i fratelli Michele e Giovanni Battista Conighi, figli di Giacomo, erano attivi come tintori serici nella frazione di Bruma, parrocchia del Santo Spirito. Furono segnati come “tinctores” pure Angela Sonzonio, moglie di uno di loro e i figli Alessandro Maria Conighi (Gradisca 05.08.1772-06.08.1860) e Giobatta Andrea Giuseppe Valentino Conighi (Gradisca 07.03.1776).
Si sa che da Forno di Zoldo (BL), di preciso dalla frazione di Goima, tra il Seicento e il Settecento alcuni abili tintori di seta, come i Levis, i Costantin e i Dal Calice emigrarono a Venezia, Udine, Bertiolo, Gradisca d’Isonzo e, perfino, a Parigi.
Altri due tintori zoldani, secondo le indagini di Luciana Morassi, all’Archivio di Stato di Venezia, nel fondo V Savi della Mercanzia, sono Tiziano Scodona e Tiziano Del Col. Quest’ultimo, nel 1751, fu in affari con Tommaso Del Fabbro, tessitore di lino a Moggio Udinese, dove nel, 1717, il carnico Jacopo Linussio (Paularo 1691-1747) aprì una fabbrica di tele, che diede lavoro, nel 1725, a duecento tessitori. Un altro stabilimento Linussio operò a Tolmezzo (UD).
Secondo una statistica del 1766, analizzata da Dolores Catelan, dell’Università di Udine, tra Cadore, Carnia e Canal del Ferro vivevano circa 602 mila perone. L’agricoltura occupava un terzo dei lavoratori, seguivano gli addetti ai telai, ai filatoi e alle tintorie. Essi superavano gli addetti ai mulini, ai trasporti, alle botteghe e alla lavorazione del legno. La Rivoluzione Industriale stava per nascere nel Friuli della Serenissima, ma, come sappiamo, i telai inglesi ebbero il sopravvento.
C’è chi segnala come i tessitori friulani se la passassero male alla fine del Settecento, tanto da “vendere l’anima al diavolo”, con tanto di ricevuta debitamente firmata (GRI 2004). È un documento di 18 mila ducati d’oro, firmato da Santo Pizziolati, povero e illuso giovane tessitore di Morsano, che finì processato presso la sede di Portogruaro del Sant’Ufficio. Altre volte il tessitore indebitato, come fu per Francesco Vezzi – cognome da Vito d’Asio e Cercivento -, si lasciò andare alla furia iconoclasta nei confronti di un quadro di un santo. Poi, persa l’anima, avanzò la richiesta di prestito al demone. Un altro tessitore a Udine, Domenico Angeli, fuori Porta Pracchiuso o Porta Ronchi, passando nelle vicinanze dei cimiteri dei paesi e per vincere la paura o gli “sgrisoli per la schiena”, seguì un rituale magico. Puntosi il mignolo della mano sinistra, ne cavò il sangue necessario alla firma del contratto col diavolo. Fece i cerchi prescritti e pronunciò le parole dello scongiuro suggerito, assieme ad altri assurdi rituali: il rospo sotterrato vivo, il segno della croce fatto al contrario, il furto di “cera di triangolo” della settimana santa, le particole sottratte in chiesa e la polvere di ossa di morto. Nessuno di questi tessitori, sarti o contadini, conclude Gian Paolo Gri, vide mai una moneta da parte del diavolo.

Gli ultimi tessitori friulani

Nell’Ottocento la tessitura in Friuli decollò come attività industriale, assumendo un ruolo importante verso gli ultimi anni del secolo e nel primo decennio del Novecento. Nelle campagne rimase confinata tra le attività integrative, ma fu diffusa in molte famiglie, allo stesso tempo gli artigiani, mutate le condizioni del mercato, calarono di quantità. Nel 1818 Udine contava 17.390 abitanti. Il comparto della tessitura occupava 610 addetti (3,5%), con “370 manufatturieri della seta, 194 manufatturieri del lino e della canapa e 46 tintori”. Tra tutte le altre attività spiccano 2342 “coltivatori di terreni, giardini e ortaglie, maschi e femmine” (13,5%). In tutti gli altri mestieri ci sono cifre più basse di addetti (ASUD, Archivio Comunale di Udine, Parte Austriaca 1°, b 10).

Alcuni autori hanno studiato i trasferimenti degli artigiani carnici dai monti alla pianura friulana (MARTINA 1998). Agli inizi dell’Ottocento “i tesseri Zuanne Passudet e Giovanni q. Daniel Fior” hanno cognomi diffusi a Ampezzo e Verzegnis, ma lavoravano a Bertiolo. Sempre lì, nel 1821, è segnato come tessitore Giovanni Verona, originario di Avaglio, in Carnia. Nel 1833 è registrato il “linajolo” Angelo Fior e il tessitore Gio.Batta Concina, da Clauzetto, nel 1844. Poi, a Bertiolo, ci sono Gio.Batta Travane, di Trava, oppure Giacomo de Candido, negoziante di canape, da Rigolato, le famiglie Piutti, di Cazzaso, sono tessitori e mercanti di stoffe, come pure gli Spangaro, commercianti di tele, originari di Ampezzo. Questi ultimi hanno relazioni commerciali con la ditta tessile Foramitti di Cividale, oltre che con altri operatori di Venezia, Trieste e Fiume.

A Udine, nel 1862, un certo Valentino Antoniacomi – nome tipico di Forni di Sopra – è annotato come “conciapelli” e marito di Lucia Biasutti, come emerge dall’Anagrafe dell’Archivio Comunale di Udine (ASUD, b 527 bis). Forse un suo parente, tale Giovanni Battista Antoniacomi, sposo di Anna Marissig, è di mestiere “scorzaro”, ovvero riferito ancora alla lavorazione delle pelli animali. Nel 1866, mentre Udine passava col Regno d’Italia, il tale Pietro Zanussi, era segnato come “filatore di seta” nella parrocchia del S. Redentore, come risulta dagli stessi cartolari. Poi c’era il tintore Pietro Colla, della parrocchia di S. Quirino.

Era un “filatore di seta” Sebastiano Del Negro, marito di Giulia Bon. Lei, il 10 settembre 1867, diede alla luce un figlio di nome Giacomo. Erano della parrocchia del S. Redentore. Della stessa zona erano altri “filatori di seta”, come: Andrea Cumano e Valentino Quargnassi. In quello stesso anno nella parrocchia di S. Quirino sono registrati due “filatojari”: Luigi Gri e Antonio Ternoldi. Ci sono tre “linajuoli” nella parrocchia di S. Giorgio: Antonio Zamparo, Luigi Pidutti e Giovanni Moro. Un altro “filatojaro” è segnato nella parrocchia della Beata Vergine del Carmine: Antonio Chieri. Due “filatojeri” di Cussignacco, frazione meridionale della città, si notano poiché sono partiti per l’America (ASUD, Archivio Comunale di Udine, Anagrafe, b 527 bis).

Il lavoro del filare e del tessere veniva scambiato con altri artigiani locali. I falegnami sapevano aggiustare e fabbricare telai, filatoi ed altri strumenti. È per tale motivo che nel Libretto contabile del falegname Antonio Antoniutti Bisaru”, della collezione di Aurelia Cella, di Forni di Sopra si trova, al 17 marzo 1875, a debito di Giovanni Comis, detto Cugnal, tale scrittura: “aver Giustatto la corletta importa 0,50”. L’arcolaio in friulano è il “corli”. A gennaio 1878 ci sono dei riferimenti ad operazioni di filatura “per libre 9,5” a credito di Agostino De Santa, detto Dient, per lire italiane 2,32. Lo stesso falegname, nel 1880, riporta a credito di “Pio nono” la seguente annotazione: “Marzo avermi sgartisato [sgarzato] libre 4 di lana importa [Italiane Lire] 0,60”.  Nel 1884, si segna in “avere” del conto di Isidoro D’Andrea: “aver fatta filare e intenser [tessere] Mezalana a loro per c.mi 68”. Il falegname fabbricava zoccoli, cardense (credenze, cioè armadi per cibi), aggiustava le slitte, le travature dei tetti ed altro, oltre a fare dei piccoli prestiti. I suoi clienti saldavano con contanti e con vari lavori, compresi quelli legati alla tessitura.

In un’altra area montana il cramaro venne chiamato “Handelsmann”, ossia: uomo di commerci. Il riferimento è alla Val Canale, in provincia di Udine, vicino al confine austriaco. Nel cimitero di Malborghetto si può notare la lapide Sigmund von Pollaky, nato nel 1829 e morto nel 1882, di mestiere “Handelsmann”. Una variante di tale attività è quella di “Kaufmann”, cioè: commerciante, negoziante. Come si vede nella lapide della chiesa di Santa Geltrude a S. Leopoldo di Pontebba. È il caso di Peter Unteregger, nato nel 1820 e morto nel 1882 in Tirolo. Era un commerciante ambulante.
Alcune rimanenze di onomastica friulana in Tirolo, derivanti dalla emigrazione dei tessitori, possono essere intraviste nella “Schützen Kompanie Auer” di Ora. Nel 1909, infatti, c’era un Sepp Scarazzola. È un cognome friulano: “scraçule” significa “crepitacolo”. Il cognome è di San Vito al Torre. Durante la Prima guerra mondiale altri nomi di militari inquadrati in un battaglione tirolese dimostrano una lontana origine friulana. Da Aldino c’erano Alois Zanin e Anton Zanin. Da Laives c’era Johann Scandella (cognome di Montereale Valcellina). Da Bronzolo: Josef Furlan. Da Salorno c’erano Albin Nikolussi e Rudolf Nikolussi. Da Molina di Fiemme un Battista Pollo (Polo è cognome di Forni di Sotto). Da Sover un Luigi Tessadri (CEMBRAN 1993).
La pratica del tessitore ambulante, che produceva tele in cambio di vitto, alloggio e di un compenso in denaro, restò in auge in Friuli sino ai primi del Novecento, come ha scritto Riccardo Castellani, quando venne soppiantata dalle filande e dagli stabilimenti tessili. Vengono ricordati due tessitori: un certo Zuan di Placcia da Colza di Enemonzo, in provincia di Udine e Giovanùt di Batistìn da San Lorenzo di Arzene, provincia di Pordenone (CASTELLANI 1978). Nella zona di Fagagna vengono ricordati anche “Talie Cosean dal Cjessidôr”, oltre alla famiglia Catasso Cjessidôr (DI NARDA 1997).
A Gemona, nel 1910, c’era la filanda da seta De Carli Giuseppe, il cui titolare era impegnato in una ferramenta e in un ufficio di cambiavalute (VALENTINIS 1910). Prima della Grande guerra in Friuli c’erano 40 filande, mentre nel 1921, dopo le requisizioni e il bottino bellico austriaco e tedesco, ne restarono attive soltanto 21, come riferisce Gualtiero Valentinis. Il 16 marzo 1928, in pieno fascismo, le novanta operaie della filanda Lodigiani di Gemona effettuarono una singolare manifestazione sindacale. La notizia fu riferita il giorno 11 maggio successivo dal questore Boldini al prefetto di Udine. Le filandaie “sospesero il lavoro per protesta – scrisse il questore – contro i rigori disciplinari usati verso di loro da una assistente, pretendendone il licenziamento””. Allora il direttore chiamò i Reali Carabinieri, sicché lo sciopero pare che ebbe la durata di soli “15 minuti” e finì con la denuncia di “tutte le operaie”. Un’ulteriore denuncia venne elevata contro “quattro operaie istigatrici” (ASUD, Prefettura di Udine, b 10).
La filanda gemonese viene ricordata pure da qualche fonte orale. “Lavorò fino alla fine degli anni sessanta – ha detto Patrizia Bierti – ricordo la tessitura Goi, vicino al monastero e la filanda presso Via S. Rocco, lavoravano canapa, cotone e lana… facevano lenzuola e altri capi da corredo, ricordo il corredo di mia zia Elisa Bierti, che faceva la maestra, con tessuti fini e di qualità, con solo lino e misto canapa e lino… dopo il terremoto del 1976 si sono trasferiti a Taboga, in Via Nazionale”.
Tra gli artigiani ancor attivi oggi, per concludere, ci sono dei laboratori di tessitura a Udine, Sauris e Villa Santina.

Riferimenti bibliografici, sitologici, museali e sigle


-          Archivio parrocchiale di Gradisca d’Isonzo (GO), “Liber Baptizatorum Brumae”, 1766-1784, “N.ro IV Liber Matrimoniorum…” 1723-1819, “Liber Defunctorum Brumae”, 1842-1871
-          Archivio di Stato di Ferrara (= ASFE), Archivio Storico Comunale, Serie Finanziaria, Corporazioni delle Arti della Comunità di Ferrara, buste (bb) 1-3, manoscritti (ms)
-          Archivio di Stato di Ferrara (ASFE), Archivio Storico Comunale, Corporazione dell’Arte de’ Merciai, b 22, 3, ms.
-          Archivio di Stato di Innsbruck, Austria
-          Archivio di Stato di Udine (= ASUD), Archivio Comunale di Udine, Anagrafe, b 527 bis
-          Archivio di Stato di Udine (ASUD), Archivio Comunale di Udine, Parte Austriaca 1°, b 10
-          Archivio di Stato di Udine (ASUD), Archivio Notarile Antico (= ANA), b 2195
-          Archivio di Stato di Udine (ASUD), ANA, b 4793, “Elenco dei Rogiti del Notajo Floriano Antonio Morocuti  residente nella Comune e Cantone di Paluzza, distretto di Tolmezzo, Dipartimento di Passariano (1759-1806)”
-          Archivio di Stato di Udine (ASUD), Comune di Forni di Sopra, bb 3, 9, ms
-          Archivio di Stato di Udine (ASUD), Prefettura di Udine, b 10
-          Biblioteca Civica “V. Joppi”, Udine
-          Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna
-          Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara
-          Biblioteca del Seminario, Udine
-          Chiesa di S. Geltrude, S. Leopoldo di Pontebba (UD), lapidi
-          Cimitero di Malborghetto (UD), lapidi
-          Museo Civico Medievale, Bologna
-          Museo Civico, Verona
-          Museu de Civiltât Contadine dal Friûl Imperiâl, Dael dal Friûl (UD)
-          Museo della Vita Contadina “Cjase Cocèl”, Fagagna (UD)
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-          BIERTI P., Gemona del Friuli (1951), intervistata dall’A. il 12.11.2006
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-          http://www.sfuoifornes.it, n. 86, 1° maggio 2006.
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Questo articolo (di Elio Varutti), col titolo medesimo, è stato pubblicato sul «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 11, 2009, pagg. 98-111. ISNN 1971-9914.


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