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giovedì 9 maggio 2024

La libertà e un mandarino. Testimonianza di Massimo Speciari esule di Fiume in Brasile, 1951

Buongiorno, gentile Massimo Speciari, nato a Fiume nel 1937: come era la vita nel Centro smistamento profughi di Udine? Ricorda qualcosa? Grazie. “Siamo rimasti solo pochi giorni a Udine, era il 1951 – ha detto il testimone – poi siamo partiti subito per il Campo profughi di Servigliano e da lì per il campo IRO, poi in nave per il Brasile. La mia mamma, Anna Stradiot Speciari fece domanda di opzione per l'Italia nel 1947”. 

Carta del Registro stranieri di San Paolo del Brasile, del 14 luglio 1952, intestata a Massimo Speciari.  Collezione Massimo Speciari

Il comune di Servigliano è in provincia di Fermo, nelle Marche. Si ricorda che l’IRO era l’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati ("International Refugee Organization" = IRO) che organizzò partenze delle navi di migranti da Bagnoli, presso Napoli, verso le Americhe e l’Oceania.

“Io mi ricordo che appena arrivati a Udine verso sera, da Fiume, eravamo tutti affamati – ha aggiunto Speciari – ci hanno dato la cena più un mandarino che io ho salvato per consumarlo più tardi. Durante la notte mi sono svegliato per gustarmelo e ho mangiato anche le scorze. Erano proprio buone tutte quelle bucce del mandarino da tanta fame che avevo, perché eravamo partiti da Fiume alla mattina, siamo stati tutto il giorno in treno senza mangiare niente, non lo dimenticherò mai quel mandarino. Un abbraccio Fiumano dal Brasile”.

Il transito dal Campo profughi di Bagnoli della famiglia Speciari-Squasa è documentato da una carta d’imbarco dell’Archivio di Bad Arolsen (Germania). Si tenga presente che gli Archivi Arolsen sono un Centro internazionale di documentazione sulla persecuzione nazista. Costituiscono l’archivio più completo al mondo riguardo alle vittime e i sopravvissuti del nazionalsocialismo. Lì sono confluiti pure certi documenti sui movimenti dei rifugiati nel dopoguerra. Si deve sapere che determinati Campi di concentramento nel dopoguerra vennero utilizzati per accogliere rifugiati, sfollati, apolidi e optanti per l’Italia provenienti dall’Istria, Fiume e Dalmazia appena annesse alla Jugoslavia, secondo il trattato di pace del 10 febbraio 1947. Erano i Campi IRO e furono utilizzati per il disbrigo delle pratiche concernenti l’emigrazione, solitamente Oltre oceano.

Ruolo nominale del trasporto via nave, il penultimo nucleo familiare in elenco è quello della famiglia Squasa Speciari, partita da Bagnoli (NA) il 27.11.1951. Arolsen Archives, Bad Arolsen, Germany

C’erano Campi IRO a Trieste, a Carinaro (CE), a Trani (BA), a Pagani (SA), a Bagnoli, di Napoli, a Palese (BA) e in altre parti d’Italia. Ce n’erano anche in certi paesi d’Europa, come a Bremerhaven, Aurich e a Berlino (Germania), come hanno raccontato i Salucci Bazzara, passando dall’Istria all’Australia, con incubi tremendi sulle uccisioni nelle foibe.

Reso pubblico da poco tempo, il documento di Arolsen, alla data del 27 novembre 1951, nel porto di Bagnoli, contiene il riferimento a Eugenio Squasa, nato a Fiume nel 1917, patrigno del nostro testimone, di mestiere carpentiere in legno. Il documento lo cita come: “Squassa”. Poi c’è Anna Stradiot, già vedova Speciari, la mamma di Massimo, nata a Fiume nel 1912, sotto l’Austria-Ungheria. Ci sono, infine, i fratelli del testimone, tutti nati a Fiume: Aldemira Speciari, fu Gualtiero, detta Mira, nata nel 1935 e Gualtiero Speciari, detto Walter, nato nel 1939. Poi c’è un fratellastro: Angelo Cantiello del 1941.

Udine, marzo 1951, Eugenio Squasa (patrigno di Massimo Speciari) e sua moglie Anna Stradiot, vedova Speciari, sul cavalcavia della stazione, vicino al Centro smistamento profughi. Collezione Massimo Speciari

Dai documenti familiari si sa che Eugenio Squasa ottiene la qualifica di profugo per sé e tutti i familiari il 31 dicembre 1951 dal prefetto di Ascoli Piceno, dato che Servigliano, a quel tempo, era in provincia di Ascoli Piceno. Si viene a sapere, com’era d’uso, che il prefetto nel concedere la qualifica al richiedente sentì “il parere del Comitato Provinciale Venezia Giulia e Dalmazia, sede di San Benedetto del Tronto”. Quest’ultimo comune italiano è della provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche.

La famiglia fiumana Speciari Squasa sbarcò a Rio de Janeiro il 30 gennaio 1952 in esilio e cominciò una nuova vita, molto lontano dal Golfo del Quarnaro.

Per sfuggire alle violenze titine e col desiderio di libertà, in conclusione, si sa che circa 70 mila esuli giuliano dalmati emigrarono in Canada, Argentina, Stati Uniti, Australia, Sud Africa, Brasile e altri parti del globo, mediante l’intervento dell’IRO (Micich M 2023 : 155).

Attestato di profugo di Eugenio Squasa e 5 familiari, tra i quali Massimo Speciari, rilasciato dalla Prefettura di Ascoli Piceno il 31 dicembre 1951. Collezione Massimo Speciari

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Fonte digitale – Massimo Speciari, Fiume 1937, esule a Itatiba, San Paolo, Brasile; messaggi in Messenger dei giorni 8-10 aprile 2024 ed autorizzazione alla pubblicazione del giorno 8 maggio 2024.

Fonte archivistica (consultazione del 2.5.2024) – Arolsen Archives, Archiv zu den Opfern und Überlebenden des Nationalsozialismus, Bad Arolsen, Deutschland, personen Speciari Massimo, geburtsdatum 12.08.1937 geburtsort Fiume. Doc. ID: 81730254

 

Cenni bibliografici e del web 

- Marino Micich, "Il lungo esodo dall'Istria, Fiume e Zara (1943–1958)", in: Giovanni Stelli, Marino Micich, Pier Luigi Guiducci, Emiliano Loria, Foibe, esodo, memoria. Il lungo dramma delle terre giuliane e dalmate, Roma, Aracne, 2023, pp. 67-177.

- E. Varutti, Vines. Mio marito con Harzarich in foiba a tirar su italiani uccisi dai titini, on line dal giorno 8 ottobre 2020 su  evarutti.wixsite.com

Dichiarazione della Scuola Magistrale Italiana di Fiume circa la frequenza della quarta classe di Massimo Speciari, rilasciata il 23 marzo 1951. Notare la sigla finale “M. F. – L. P.” che sta per: “Morte al fascismo - Libertà a popoli”. Collezione Massimo Speciari

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Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Massimo Speciari, Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo), Bruno Bonetti, la professoressa Elisabetta Marioni (ANVGD di Udine), i professori Stefano Meroi e Enrico Modotti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e ANVGD di Arezzo. Copertina: Documento brasiliano dal Registro stranieri di Massimo Speciari. Fotografie della collezione di Massimo Speciari, esule in Brasile. Ricerche per il blog presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Oltre a ringraziare la direzione degli Archivi di Arolsen, grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine. Sito web: https://anvgdud.it/

Centro smistamento profughi Udine, 1957; fonte: ISTORETO, Torino

Passaporto di sola andata di Anna Stradiot Speciari tra gli altri con i timbri, del 1951, del Centro smistamento profughi di Udine e del Centro raccolta profughi di Servigliano. Collezione Massimo Speciari


"Abbiamo viaggiato sottocoperta (ultima classe) con la nave 'Florida' fino in Brasile" - ha raccontato Massimo Speciari. Ricerche di Massimo Speciari, di Fiume, esule a Itatiba, San Paolo, Brasile


lunedì 14 maggio 2018

Esodo da Fiume, i ricordi di Mirella Tainer, emigrata in Illinois

Ho raccolto e analizzato il messaggio che la signora Mirella Tainer ha inserito in Facebook il 25 aprile 2018, nel gruppo “Un Fiume di Fiumani”. 
Gruppo di famiglia a Fiume. Collezione Mirella Tainer

Nel suo racconto la Tainer menziona un certo signor Antonio Toich “parente e della fabbrica di birra”. Nelle mie ricerche ho trovato un suo omonimo a pag. 661 dell’interessante libro bilingue (italiano e croato) di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski, intitolato Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947). Ho scoperto che un Antonio Toich, italiano, nato a Veglia il 21 maggio 1927, figlio di Federico fu imprigionato e probabilmente soppresso il 31 dicembre 1945 in Jugoslavia dai titini. Era un milite del 3° Reggimento della Milizia di Difesa Territoriale a Fiume e fu arrestato dai partigiani jugoslavi a Sappiane nel mese di maggio 1945.
La Tainer cita anche un parente di nome Nereo Lupetti. Costui, nel 1959, risulta parte del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), occupandosi specificatamente del settore assistenza, mentre un suo conoscente, tale Marco Cerlenco appare in veste di fiduciario per Latisana e Lignano Sabbiadoro del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD nel 1955. Il sodalizio dei profughi si occupava, in accordo con la locale prefettura, di oltre 200 esuli a Udine città e di altri 300 fuoriusciti nella provincia, per la maggior parte anziani. Nel 2016 ho parlato di questi fatti con il signor Giovanni Lupetich, figlio di Renato e ho poi scritto un articolo nel blog. Passo, allora, a riportare in carattere corsivo, qui di seguito, le parole di Mirella Tainer, con qualche lieve miglioria  (Elio Varutti).
Documenti di famiglia di Fiume. Collezione Mirella Tainer
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Ho trovato un tesoro, un tesoro vero – ha scritto Mirella Tainer – tra foto e ricordi ospitati in due scatoloni usciti dall’attico di Daniela e Joe, ed ora in casa mia! C’è un libro di ricette di papà e mamma. Poi ci sono diverse brutte copie di lettere, che la mamma poi mandava, naturalmente ricopiate in bella, alla Lumi in Australia.
Vi appaiono nomi di amici e parenti e tante riflessioni sugli avvenimenti di Fiume e del dopo esodo, come profughi e nei campi dell’International Refugees Organization (IRO), in attesa di poter partire per l’America.
Così scriveva la mamma: “L’America, l’attesa fu lunga, parecchie volte andammo al campo IRO di Bagnoli (Napoli), la prima volta però si andò a Udine. A Udine incontrai tanti Fiumani, tra i quali mio cugino Ruggero Sigon, povero, i tedeschi gli avevano ammazzato il figlio, era tanto disperato che non poteva parlarne senza piangere. Aveva l’osteria in Santa Entrata, mi ricordo che era sempre piena, perché faceva della buona cucina.
L’unica figlia era anche nipote dell’Antonio Toich, nostro parente, della fabbrica di birra, che poi si buttò dal palazzo Adria, ma fu costretto dai titini e non di sua voglia certamente.
E poi si legge ancora: a Udine si era trasferita la famiglia di mio cugino Ernesto Leban, mio tutore, grande sportivo, corridore, faceva parte dell’Olimpia. La moglie Ilonka, ungherese, era figlia del direttore delle ferrovie di Fiume.
A Udine risiedeva pure, con la famiglia, mio cognato Nereo Lupetti, sposato all’unica sorella di mio marito, Gina. Lui era patriota al massimo, rifiutò la pensione meritatasi per una ferita ricevuta combattendo come soldato italiano, dicendo che non voleva ricompense e che l’aveva fatto per amor di patria”.
Ricettario di casa Tainer a Fiume. Collezione Mirella Tainer

Continua scrivendo: “Ricordo, durante uno dei viaggi da Torino a Bagnoli, eravamo con Guido e Anna Stecich e la figlia Leda. Mio marito viaggiava con la sua chitarra eravamo alla stazione di Napoli per prendere il treno per Bagnoli, Franzele e Guido si mettono a cantare ...macchinista, macchinista daghe oio...che a Fiume volemo andar ...i macchinisti di due treni ritardarono la partenza di un paio di minuti.
A Bagnoli incontrammo tanti Fiumani, come Rino e Anita Superina che erano stati da noi a Torino in Porta Palazzo e poi più tardi vennero a farci visita dall’Australia in Florida. Altri poi, ma non ricordo i loro nomi. Berto e Maria Ghersi vennero anche loro a trovarci in Florida dal Canada.
Quando gli americani ci chiamavano a Genova per i visti, andavamo a Camogli dalla Bertogna e dalla Nina che vendeva pane dal Chiopris anni addietro, a Fiume. Loro ci accoglievano sempre con tanta allegria, con i nostri canti e le interminabili partite a carte, briscola, tressette”.
Ecco qualche stralcio degli scritti della mamma, sotto foto del mare di Bagnoli, Fiumani insieme a fare i bagni e poi a Camogli ed infine alla partenza per Genova e poi New York, in stazione Porta Nuova a Torino nel febbraio del 1956.
Fiumani a Bagnoli, dopo l'esodo giuliano dalmata. Collezione Mirella Tainer
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Ringraziamenti
Desidero ringraziare distintamente la signora Mirella Tainer Zocovich, di Fiume, che vive a Deerfield - Illinois (USA), per il suo messaggio in Facebook del 25.4.2018.
Ringrazio sentitamente pure il signor Giovanni Lupetich, con padre di Fiume. Egli è nato a Udine nel 1953 ed è residente a Belluno; è stato da me intervistato al telefono il 10-14 giugno, il 7 agosto 2016, oltre ad un contatto faccia a faccia del 1° settembre 2016, verificatosi a Udine assieme a sua figlia Marianne Lupetich e ad altre telefonate del 2017.

Bibliografia e cenni nel web
- Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002.

- E. Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine : ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo: 1945-2007, Udine, Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007.

- E. Varutti, Memorie italiane dei Lupetich su Fiume, esodo 1947, on-line dal 2 luglio 2016.
Torino, stazione Porta nuova, partenza per Genova e, poi, per New York, febbraio 1956. Collezione Mirella Tainer

venerdì 22 settembre 2017

Fiorella Capolicchio, di Pola. Dai Campi profughi campani alla Svezia

La signora Fiorella Capolicchio, classe 1941, tra settembre 2015 e dicembre 2016, ha raccontato la vicenda del suo esodo istriano nel profilo Google intestato al suo nome. Il suo certificato di cittadinanza italiana rilasciato dal Comune di Pola “per uso esodo” è del 30 dicembre 1946, col piroscafo Toscana. 
Nel febbraio 1947 ha inizio il valzer dentro e fuori dai Centri Raccolta Profughi (CPR) e i Centri dell'International Refugeé Organisasion (IRO). Tra le varie tappe del suo peregrinare si ricordano i Centri di Bergamo (Gandino) e della Campania (Bagnoli, Capua, Carinaro, S. Antonio di Pontecagnano). Lei studia e si fa una professione, dato che ricopre il ruolo di aiuto infermiera all’ambulatorio del Centro rifugiati di Carinaro, provincia di Caserta. Entra da bambina in un Campo Profughi, con la famiglia. Vi rimane fino al 1962 quando, raggiunta la maggiore età, decide autonomamente di andarsene dall’Italia, partendo da Napoli. In Svezia giunge con passaporto turistico italiano nel 1963, poi lavora lì fino alla meritata pensione. Oggi vive a Göteborg.
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Ringrazio per la diffusione delle fotografie e dei testi, selezionati dallo scrivente, ove non specificato diversamente, la signora Fiorella Capolicchio, nata a Pola il 31 marzo 1941, pensionata, che vive in Göteborg (Svezia). 
I titoli dei paragrafi sono a cura di E. Varutti. Ecco il racconto di Fiorella Capolicchio, contattata, via social media, il 19 e 20 settembre 2017, dall'Autore. 

La didascalia, in sovrimpressione, è della signora Fiorella Capolicchio, prima a destra. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)


Partire da Pola, 1947
«Dovevamo partire e basta! Disse mia madre con l’ultimo nato in braccio e poi aggiunse;Metti scarpe e calze e asciuga quelle lacrime che non abbiamo tempo per la tristezza, il carro aspetta e la nave è in porto, la nostra via è segnata Si, ma quelle parole a me bambina non dicevano molto. Quello che più di tutto mi aveva fatto preoccupare erano, le scarpe e le calze. Proprio così, aveva detto la mamma. Bisognava obbedire e non perdersi in piagnistei.Anche se il fratellino più piccolo stava al caldo in braccio alla mamma ed io invece seduta per terra dovevo fare tutto da sola. Le sedie e i letti erano ammucchiati in mezzo alla cucina, avremmo anche portato via lo “spacker” (la foghera de ghisa) che aveva fatto mio padre.
Ubbidire e basta, così mi hanno insegnato, e in quel di febbraio 1947, tutti abbiamo obbedito alla cattiva sorte.
“Metite scarpe e calse” (mettiti scarpe e calze) mia madre aveva detto scarpe e calse proprio in questo ordine mi ripetevo nella mente, bisognava ubbidire senza indugi, ma poi mia madre dovette aiutarmi a togliere la calza che io con grande fatica avevo messo sopra la scarpa…
Ubbidire, come quando i tedeschi avevano minato la casa per farla saltare, quando eravamo sfollati a Capodistria ed io volevo tornare indietro per la scarpa persa, mia madre con il piccolo in braccio e le pallottole dei partigiani sopra la testa aveva gridato dal canale sotto il filo spinato, "lassa star la scarpa” (lascia stare la scarpa).
Avevo ubbidito stringendo forte la mano di mio fratello maggiore, continuai a correre con il piede nudo nel fango, tra corpi ammazzati, mentre io mi preoccupavo per la scarpa, la casa minata era saltata in aria, noi invece fummo salvi al riparo del canale che era un buco di fogna.
Una notte dopo i bombardamenti su Pola tornati dal rifugio e non potendo slegare il laccio di una scarpa mia madre disse: “Va a dormir con la scarpa” (dormi con la scarpa). Mi era sembrato molto strano appoggiare la scarpa sporca di fango sul bianco delle lenzuola, vinse il sonno.Sono cresciuta timida e ubbidiente qualità valide solo se in ambiente familiare, ma devastanti per chi è esule, in giro per il mondo».
Particolare del Certificato di cittadinanza italiana del Comune di Pola, del 30 dicembre 1946, intestato a Fiorella Capolicchio, rilasciato "per uso: esodo". Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al CRP di  Gandino nel 1947, al posto delle galline
«Gandino, in provincia di Bergamo, primo Comune di residenza dopo l'esodo da Pola nel febbraio del 1947.
Nel cassetto del comò dove era stata messa la bambolina di pezza con il vestitino a quadretti rosso e blu spedita dalla zia materna, quel giorno la bambina ci trovò una nidiata di topolini e c'era anche la muffa.
In quell'ala del vecchio lazzaretto, (in paese chiamavano così il vecchio ospedale), le suore fecero sgombrare le galline per far posto a noi esuli. Un muro sottile ci separava dalla camera mortuaria da dove si sentiva il pianto dei parenti del morto di turno.
Oltre la strada che portava all'ospedale c’era un prato in discesa poi un’altra strada separava il prato dall'asilo gestito da suore, la stessa che portava a Monte Farno e all’osteria Macallè dove mio padre a volte mandava il mio fratellino a comperare il vino. Ma di sera con il buio lui di quattro anni aveva paura di andarci da solo ed io sei anni dovevo andare con lui perché in due ci si faceva coraggio. In principio mio padre lavorava come guardiano notturno in una fabbrica tessile, ma la fabbrica fallì e lo pagarono dandogli delle coperte che mio fratello maggiore cercava di vendere.
Eravamo in sette e mia sorella quattordicenne era l'unica che lavorava nella fabbrica tessile di Leffe, ma la paga non bastava e ci andava a piedi per risparmiare i soldi della corriera. Così che tornando a casa con le vesciche ai piedi per le scarpe troppo grandi a volte neanche la cena trovava. A volte mia sorella portava a casa dalla fabbrica il dopo lavoro, grandi rotoli di frangia per copriletto da rifinire a mano con ciuffi come guarnizione. I miei due fratelli più grandi di undici e diciassette anni che aiutavano mio padre, facevano a gara a chi rifiniva più metri di frangia di copriletto oltre ai metri imposti da mio padre in un periodo di tempo stabilito.
Volendo imparare anch'io e gareggiare con loro, dopo di aver tanto insistito presi posto ad un lato del tavolo dove su tanti chiodini in fila vi era attaccata parte della frangia da rifinire, dai chiodini si toglieva parte di frangia rifinita che veniva arrotolata e penzolante posta in una cesta a sinistra dopo che mio padre aveva contato i metri rifiniti dei miei due fratelli, nuova frangia da rifinire prendeva posto sui chiodini dal rotolo di destra. Tra un lato del tavolo e l'altro c'erano i metri stabiliti da mio padre che ognuno doveva fare in fretta in modo di poter spostare il tutto di quel lavoro a catena con nuovo metraggio.
Fiorella Capolicchio sulla vespa davanti al Centro Raccolta Rifugiati di Carinaro, provincia di Caserta, di cui si intravvede il Corpo di guardia. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Se il lavoro era fatto male si doveva disfare e si perdeva tempo. Fu così che quando mio padre in piedi contava i metri di frangia rifiniti suoi e dei miei fratelli usando come misura di metro la lunghezza dalla spalla sinistra alla mano del braccio destro allungato, non poteva finire il conteggio visto che al mio lato del tavolo non avevo finito il metro di frangia assegnatimi. Come castigo per aver tanto insistito senza poi essere all'altezza di quel lavoro a catena mi arrivò il frustino sulla coscia sinistra. Il frustino era un rametto lungo e sottile. Guardai poi atterrita la conseguenza del castigo inflittomi. Una ferita rossa e blu mi attraversava la coscia. Capii che i miei fratelli non facevano a gara per gioco, ma contro la promessa di quel frustino che mio padre teneva a fianco durante il lavoro.
L'ala del lazzaretto aveva tre portoni tramite i quali vi si accedeva alle due stanze divenute nostra dimora, il nostro portone era vicino al muro che faceva angolo con il muro del giardino del lazzaretto, dal portone di mezzo alle camere di due famiglie esuli come noi, ed il terzo portone sulla facciata portava alla camera dove il contadino Servali teneva il fieno. Il muro del fienile non arrivava fino al tetto in modo che noi bambini salivamo sul muro e da lì saltavamo sul fieno, divertente e proibito. Dall'altra parte del muro si potevano vedere i fiori artificiali che le ammalate del reparto tubercolosi sotto cura delle suore dell'ospedale preparavano per la processione della madonna Pellegrina.
A giugno del 1947 mia madre diede alla luce il suo sesto figlio. Una sera mio padre e mia madre uscirono in gran segreto con la borsa della spesa, era la vigilia di natale, rimasti soli noi piccoli con i fratelli più grandi, uno di loro ci svelò il gran segreto: mamma e papà andavano a prendere il regalo di natale per i figli degli esuli visto che Babbo Natale non esiste. Ricordo sì la delusione, ma mai dimentico la gioia all'indomani quando al nostro risveglio trovammo sul letto di ognuno di noi un grande piatto di alluminio pieno di noci mele e mandarini. Ancora oggi per me ormai non più credente noci mele e mandarini sono i soli simboli gioiosi del Natale rimastimi».
Vittorio, Fiorella e Galliano nel giardino della Scuola Elementare di stato Via Cesare Battisti, a Gandino (Bergamo). Primo comune di residenza dopo l'esodo del 1947. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Il senso della patria perduta. Centro rifugiati di Carinaro
«Tutti gli anni il 4 novembre attraverso il filo spinato che recintava il campo profughi di Carinaro, provincia di Caserta, si poteva vedere un piccolo gruppo di vecchine vestite di nero con scialle in testa, radunate davanti al Monumento ai caduti del 1915-18.
E tutti gli anni attratta dalla banda musicale che suonava la canzone del Piave e l’Inno Nazionale, Fiorella correva verso il cancello per uscire dal campo profughi e raggiungere il monumento dall’ altra parte del filo spinato, per partecipare alla commemorazione di quella storia che le apparteneva.
Fiorella era stata sempre l’unica profuga davanti al monumento ai caduti il 4 novembre. Sua madre non le avrebbe mai permesso di uscire da sola fuori dal campo, e tutti gli anni senza dire nulla a nessuno d’impulso seguiva il richiamo della musica del Piave, che le faceva muovere i suoi passi verso il monumento per unirsi al dolore di quelle donne che tenendo alti i cartelli con foto ricordavano i loro morti, caduti per la Patria.
Quella Patria che per Fiorella ormai era per sempre perduta, anche se allora era troppo piccola per poterlo capire.
Da Carinaro a S. Antonio di Pontecagnano. Sul camion viaggiava la famiglia che dal campo di Carinaro in provincia di Caserta veniva trasferita al Centro raccolta profughi stranieri di S. Antonio di Pontecagnano, in provincia di Salerno.
Amici accompagnano Fiorella, a destra, in partenza per Napoli, finalmente maggiorenne: addio Campi profughi! Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al Campo Profughi di Sant’Antonio in Pontecagnano, 1961
«E come nei villaggi o piccoli paesi regnavano le chiacchiere e gli uni sparlavano degli altri, le donne in fila, divertimento quotidiano, si passavano le prime del mattino oppure le ultime della giornata.
Esse si raccontavano di tutto, anche storie e storielle che in quegli anni potevano essere considerate improprie agli orecchi dei ragazzi che accompagnavano le madri in fila davanti alla mensa in attesa di apertura. Storie velate però in modo che solo i più smaliziati avrebbero capito.
Storie e storielle erano diventate noiose perché erano sempre le stesse ed ormai non appassionavano più, ed i pettegolezzi avevano lasciato il posto allo sdegno collettivo per la riprovevole situazione creatasi ultimamente, già da prima si sapeva dei rifornimenti di verdura che prendevano vie diverse, senza passare neanche il deposito viveri della mensa del campo profughi.
Avevano spostato i pochi rimasti nelle baracche vicino alla nuova direzione e poco distante dalla baracca magazzino da dove prima si distribuivano vestiti estate / inverno ma che ultimamente non si distribuivano più.
Eravamo agli ultimi sgoccioli, in un tardo pomeriggio di fine settimana si vedevano gli impiegati della direzione uscire dal magazzino ad intervalli di pochi minuti che con il viso nascosto nel bavero della giacca e con un pacchetto sotto il braccio.
Passando ogni limite di sfacciataggine, pur con il viso nascosto ormai rubavano a cielo aperto. Tuttavia quel quadretto idillico ora parte del passato dell’allora diciottenne riaffiorando nella mente rimane esempio di come la vita può regalare momenti armoniosi anche in tempi difficili».
Che prima o poi ci avrebbero trasferiti in un altro campo profughi stentavamo a crederci, visto che negli ultimi anni avevano costruito una nuova direzione per gli uffici con servizi igienici moderni e termosifoni per gli impiegati che si erano lamentati per il mancato riscaldamento nella vecchia direzione nel periodo invernale.

Speravamo che come cittadini italiani quelle due case, che avevano costruito all'interno del muro di cinta del campo profughi che dava sulla strada nazionale per Battipaglia, fossero state costruite per noi esuli. Noi eravamo tra quelli finiti nei centri rifugiati del dopoguerra per scopo emigrazione, ma mai emigrammo.
Pola, cartolina con vista giardini e Banca d'Italia, anni 1930. Si ringrazia per la diffusione e pubblicazione: Archivio storico digitale Patria Italia

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Sitologia
Per un approfondimento sul senso della patria perduta, per degli esuli da Fiume, vedi: E. Varutti, “La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947”, nel web dal 23.02.2016.