venerdì 22 settembre 2017

Fiorella Capolicchio, di Pola. Dai Campi profughi campani alla Svezia

La signora Fiorella Capolicchio, classe 1941, tra settembre 2015 e dicembre 2016, ha raccontato la vicenda del suo esodo istriano nel profilo Google intestato al suo nome. Il suo certificato di cittadinanza italiana rilasciato dal Comune di Pola “per uso esodo” è del 30 dicembre 1946, col piroscafo Toscana. 
Nel febbraio 1947 ha inizio il valzer dentro e fuori dai Centri Raccolta Profughi (CPR). Tra le varie tappe del suo peregrinare si ricordano i CRP di Bergamo (Gandino) e della Campania (Bagnoli, Capua, Carinaro, S. Antonio di Pontecagnano). Lei studia e si fa una professione, dato che ricopre il ruolo di aiuto infermiera all’ambulatorio del CRP di Carinaro, provincia di Caserta. Entra da bambina in un Campo Profughi, con la famiglia. Vi rimane fino al 1962 quando, raggiunta la maggiore età, decide autonomamente di andarsene dall’Italia, partendo da Napoli. In Svezia giunge con passaporto turistico italiano nel 1963, poi lavora lì fino alla meritata pensione. Oggi vive a Göteborg.
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Ringrazio per la diffusione delle fotografie e dei testi, selezionati dallo scrivente, ove non specificato diversamente, la signora Fiorella Capolicchio, nata a Pola il 31 marzo 1941, pensionata, che vive in Göteborg (Svezia). 
I titoli dei paragrafi sono a cura di E. Varutti. Ecco il racconto di Fiorella Capolicchio, contattata, via social media, il 19 e 20 settembre 2017, dall'Autore. 

La didascalia, in sovrimpressione, è della signora Fiorella Capolicchio, prima a destra. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)


Partire da Pola, 1947
«Dovevamo partire e basta! Disse mia madre con l’ultimo nato in braccio e poi aggiunse;Metti scarpe e calze e asciuga quelle lacrime che non abbiamo tempo per la tristezza, il carro aspetta e la nave è in porto, la nostra via è segnata Si, ma quelle parole a me bambina non dicevano molto. Quello che più di tutto mi aveva fatto preoccupare erano, le scarpe e le calze. Proprio così, aveva detto la mamma. Bisognava obbedire e non perdersi in piagnistei.Anche se il fratellino più piccolo stava al caldo in braccio alla mamma ed io invece seduta per terra dovevo fare tutto da sola. Le sedie e i letti erano ammucchiati in mezzo alla cucina, avremmo anche portato via lo “spacker” (la foghera de ghisa) che aveva fatto mio padre.
Ubbidire e basta, così mi hanno insegnato, e in quel di febbraio 1947, tutti abbiamo obbedito alla cattiva sorte.
“Metite scarpe e calse” (mettiti scarpe e calze) mia madre aveva detto scarpe e calse proprio in questo ordine mi ripetevo nella mente, bisognava ubbidire senza indugi, ma poi mia madre dovette aiutarmi a togliere la calza che io con grande fatica avevo messo sopra la scarpa…
Ubbidire, come quando i tedeschi avevano minato la casa per farla saltare, quando eravamo sfollati a Capodistria ed io volevo tornare indietro per la scarpa persa, mia madre con il piccolo in braccio e le pallottole dei partigiani sopra la testa aveva gridato dal canale sotto il filo spinato, "lassa star la scarpa” (lascia stare la scarpa).
Avevo ubbidito stringendo forte la mano di mio fratello maggiore, continuai a correre con il piede nudo nel fango, tra corpi ammazzati, mentre io mi preoccupavo per la scarpa, la casa minata era saltata in aria, noi invece fummo salvi al riparo del canale che era un buco di fogna.
Una notte dopo i bombardamenti su Pola tornati dal rifugio e non potendo slegare il laccio di una scarpa mia madre disse: “Va a dormir con la scarpa” (dormi con la scarpa). Mi era sembrato molto strano appoggiare la scarpa sporca di fango sul bianco delle lenzuola, vinse il sonno.Sono cresciuta timida e ubbidiente qualità valide solo se in ambiente familiare, ma devastanti per chi è esule, in giro per il mondo».
Particolare del Certificato di cittadinanza italiana del Comune di Pola, del 30 dicembre 1946, intestato a Fiorella Capolicchio, rilasciato "per uso: esodo". Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al CRP di  Gandino nel 1947, al posto delle galline
«Gandino, in provincia di Bergamo, primo Comune di residenza dopo l'esodo da Pola nel febbraio del 1947.
Nel cassetto del comò dove era stata messa la bambolina di pezza con il vestitino a quadretti rosso e blu spedita dalla zia materna, quel giorno la bambina ci trovò una nidiata di topolini e c'era anche la muffa.
In quell'ala del vecchio lazzaretto, (in paese chiamavano così il vecchio ospedale), le suore fecero sgombrare le galline per far posto a noi esuli. Un muro sottile ci separava dalla camera mortuaria da dove si sentiva il pianto dei parenti del morto di turno.
Oltre la strada che portava all'ospedale c’era un prato in discesa poi un’altra strada separava il prato dall'asilo gestito da suore, la stessa che portava a Monte Farno e all’osteria Macallè dove mio padre a volte mandava il mio fratellino a comperare il vino. Ma di sera con il buio lui di quattro anni aveva paura di andarci da solo ed io sei anni dovevo andare con lui perché in due ci si faceva coraggio. In principio mio padre lavorava come guardiano notturno in una fabbrica tessile, ma la fabbrica fallì e lo pagarono dandogli delle coperte che mio fratello maggiore cercava di vendere.
Eravamo in sette e mia sorella quattordicenne era l'unica che lavorava nella fabbrica tessile di Leffe, ma la paga non bastava e ci andava a piedi per risparmiare i soldi della corriera. Così che tornando a casa con le vesciche ai piedi per le scarpe troppo grandi a volte neanche la cena trovava. A volte mia sorella portava a casa dalla fabbrica il dopo lavoro, grandi rotoli di frangia per copriletto da rifinire a mano con ciuffi come guarnizione. I miei due fratelli più grandi di undici e diciassette anni che aiutavano mio padre, facevano a gara a chi rifiniva più metri di frangia di copriletto oltre ai metri imposti da mio padre in un periodo di tempo stabilito.
Volendo imparare anch'io e gareggiare con loro, dopo di aver tanto insistito presi posto ad un lato del tavolo dove su tanti chiodini in fila vi era attaccata parte della frangia da rifinire, dai chiodini si toglieva parte di frangia rifinita che veniva arrotolata e penzolante posta in una cesta a sinistra dopo che mio padre aveva contato i metri rifiniti dei miei due fratelli, nuova frangia da rifinire prendeva posto sui chiodini dal rotolo di destra. Tra un lato del tavolo e l'altro c'erano i metri stabiliti da mio padre che ognuno doveva fare in fretta in modo di poter spostare il tutto di quel lavoro a catena con nuovo metraggio.
Fiorella Capolicchio sulla vespa davanti al Centro Raccolta Profughi di Carinaro, provincia di Caserta, di cui si intravvede il Corpo di guardia. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Se il lavoro era fatto male si doveva disfare e si perdeva tempo. Fu così che quando mio padre in piedi contava i metri di frangia rifiniti suoi e dei miei fratelli usando come misura di metro la lunghezza dalla spalla sinistra alla mano del braccio destro allungato, non poteva finire il conteggio visto che al mio lato del tavolo non avevo finito il metro di frangia assegnatimi. Come castigo per aver tanto insistito senza poi essere all'altezza di quel lavoro a catena mi arrivò il frustino sulla coscia sinistra. Il frustino era un rametto lungo e sottile. Guardai poi atterrita la conseguenza del castigo inflittomi. Una ferita rossa e blu mi attraversava la coscia. Capii che i miei fratelli non facevano a gara per gioco, ma contro la promessa di quel frustino che mio padre teneva a fianco durante il lavoro.
L'ala del lazzaretto aveva tre portoni tramite i quali vi si accedeva alle due stanze divenute nostra dimora, il nostro portone era vicino al muro che faceva angolo con il muro del giardino del lazzaretto, dal portone di mezzo alle camere di due famiglie esuli come noi, ed il terzo portone sulla facciata portava alla camera dove il contadino Servali teneva il fieno. Il muro del fienile non arrivava fino al tetto in modo che noi bambini salivamo sul muro e da lì saltavamo sul fieno, divertente e proibito. Dall'altra parte del muro si potevano vedere i fiori artificiali che le ammalate del reparto tubercolosi sotto cura delle suore dell'ospedale preparavano per la processione della madonna Pellegrina.
A giugno del 1947 mia madre diede alla luce il suo sesto figlio. Una sera mio padre e mia madre uscirono in gran segreto con la borsa della spesa, era la vigilia di natale, rimasti soli noi piccoli con i fratelli più grandi, uno di loro ci svelò il gran segreto: mamma e papà andavano a prendere il regalo di natale per i figli degli esuli visto che Babbo Natale non esiste. Ricordo sì la delusione, ma mai dimentico la gioia all'indomani quando al nostro risveglio trovammo sul letto di ognuno di noi un grande piatto di alluminio pieno di noci mele e mandarini. Ancora oggi per me ormai non più credente noci mele e mandarini sono i soli simboli gioiosi del Natale rimastimi».
Vittorio, Fiorella e Galliano nel giardino della Scuola Elementare di stato Via Cesare Battisti, a Gandino (Bergamo). Primo comune di residenza dopo l'esodo del 1947. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Il senso della patria perduta. CRP di Carinaro
«Tutti gli anni il 4 novembre attraverso il filo spinato che recintava il campo profughi di Carinaro, provincia di Caserta, si poteva vedere un piccolo gruppo di vecchine vestite di nero con scialle in testa, radunate davanti al Monumento ai caduti del 1915-18.
E tutti gli anni attratta dalla banda musicale che suonava la canzone del Piave e l’Inno Nazionale, Fiorella correva verso il cancello per uscire dal campo profughi e raggiungere il monumento dall’ altra parte del filo spinato, per partecipare alla commemorazione di quella storia che le apparteneva.
Fiorella era stata sempre l’unica profuga davanti al monumento ai caduti il 4 novembre. Sua madre non le avrebbe mai permesso di uscire da sola fuori dal campo, e tutti gli anni senza dire nulla a nessuno d’impulso seguiva il richiamo della musica del Piave, che le faceva muovere i suoi passi verso il monumento per unirsi al dolore di quelle donne che tenendo alti i cartelli con foto ricordavano i loro morti, caduti per la Patria.
Quella Patria che per Fiorella ormai era per sempre perduta, anche se allora era troppo piccola per poterlo capire.
Da Carinaro a S. Antonio di Pontecagnano. Sul camion viaggiava la famiglia che dal campo di Carinaro in provincia di Caserta veniva trasferita al Centro raccolta profughi stranieri di S. Antonio di Pontecagnano, in provincia di Salerno.
Amici accompagnano Fiorella, a destra, in partenza per Napoli, finalmente maggiorenne: addio Campi profughi! Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al Campo Profughi di Sant’Antonio in Pontecagnano, 1961
«E come nei villaggi o piccoli paesi regnavano le chiacchiere e gli uni sparlavano degli altri, le donne in fila, divertimento quotidiano, si passavano le prime del mattino oppure le ultime della giornata.
Esse si raccontavano di tutto, anche storie e storielle che in quegli anni potevano essere considerate improprie agli orecchi dei ragazzi che accompagnavano le madri in fila davanti alla mensa in attesa di apertura. Storie velate però in modo che solo i più smaliziati avrebbero capito.
Storie e storielle erano diventate noiose perché erano sempre le stesse ed ormai non appassionavano più, ed i pettegolezzi avevano lasciato il posto allo sdegno collettivo per la riprovevole situazione creatasi ultimamente, già da prima si sapeva dei rifornimenti di verdura che prendevano vie diverse, senza passare neanche il deposito viveri della mensa del campo profughi.
Avevano spostato i pochi rimasti nelle baracche vicino alla nuova direzione e poco distante dalla baracca magazzino da dove prima si distribuivano vestiti estate / inverno ma che ultimamente non si distribuivano più.
Eravamo agli ultimi sgoccioli, in un tardo pomeriggio di fine settimana si vedevano gli impiegati della direzione uscire dal magazzino ad intervalli di pochi minuti che con il viso nascosto nel bavero della giacca e con un pacchetto sotto il braccio.
Passando ogni limite di sfacciataggine, pur con il viso nascosto ormai rubavano a cielo aperto. Tuttavia quel quadretto idillico ora parte del passato dell’allora diciottenne riaffiorando nella mente rimane esempio di come la vita può regalare momenti armoniosi anche in tempi difficili».
Che prima o poi ci avrebbero trasferiti in un altro campo profughi stentavamo a crederci, visto che negli ultimi anni avevano costruito una nuova direzione per gli uffici con servizi igienici moderni e termosifoni per gli impiegati che si erano lamentati per il mancato riscaldamento nella vecchia direzione nel periodo invernale.

Speravamo che come cittadini italiani quelle due case, che avevano costruito all'interno del muro di cinta del campo profughi che dava sulla strada nazionale per Battipaglia, fossero state costruite per noi esuli. Noi eravamo tra quelli finiti nei centri rifugiati del dopoguerra per scopo emigrazione, ma mai emigrammo.
Pola, cartolina con vista giardini e Banca d'Italia, anni 1930. Si ringrazia per la diffusione e pubblicazione: Archivio storico digitale Patria Italia

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Sitologia
Per un approfondimento sul senso della patria perduta, per degli esuli da Fiume, vedi: E. Varutti, “La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947”, nel web dal 23.02.2016.