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sabato 30 agosto 2025

In memoria di Alma Cosulich vedova Gabrielli. Commiato di Laura Brussi e Cesare Montani

Riceviamo e pubblichiamo “uno scritto in ricordo della cara Alma Cosulich  Ved. Gabrielli, Amica di fede e di vita”. Ne sono autori Laura Brussi, esule di Pola, e Carlo Cesare Montani, esule di Fiume. Il commiato è rivolto ai discendenti della maestra Alma Cosulich. (A cura di Elio Varutti).

Alma Cosulich Ved. Gabrielli con l'amico Carlo Montani

“Cari Familiari, unica consolazione per la dolorosa scomparsa della Vostra carissima Mamma Alma, e nostra amica di alta fede patriottica, è la certezza di sapere che vive nella gloria del Signore unitamente al diletto ed amato Italo. A Voi giungano le espressioni della nostra commossa partecipazione ad un dolore già annunciato, ed a più forte ragione, tanto sofferto.

Vi sia di conforto l’affettuoso Ricordo degli amici che di Alma ed Italo hanno potuto apprezzare il vivo ed esemplare patriottismo, l’amore per la Famiglia, quello per la propria terra nativa ingiustamente perduta e per la grande Patria italiana, perdonando le troppe incomprensioni, se non anche i tradimenti, con una convinta ed esemplare fede cristiana. Motivo in più per conservare sempre il nostro vivo apprezzamento e per onorare Chi ci ha dato lezioni indimenticabili di Vita morale.

Ebbene, vogliate considerarci sempre a disposizione per qualsiasi pur modesto contributo alla memoria dei Vostri Cari Mamma e Papà. Vi abbracciamo con tutto il cuore, partecipando al Vostro dolore ed a quello di tanti Amici, di tutti gli altri familiari e della comunità Esule, confidando nelle intercessioni di Alma ed Italo per le nobili Cause della Giustizia e della Libertà.

Con affetto, Laura Brussi e Carlo Cesare Montani”

Il commiato per Alma Cosulich vedova Gabrielli
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Laura Brussi e Alma Cosulich vedova Gabrielli, ultima recente foto insieme. Collezione di Laura Brussi e Cesare Montani

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Si legge in un annuncio pubblico sul «Piccolo», del 27 agosto 2025, che il funerale di Alma Cosulich ved. Gabrielli si terrà sabato 30 agosto 2025 alle ore 11 nella Chiesa di Nostra Signora della Provvidenza a Trieste con la celebrazione della Santa Messa. Seguirà la tumulazione il mercoledì 3 settembre successivo nel cimitero di Sant’Anna a Pirano alle ore 11:00. È prevista la sepoltura nella tomba di famiglia.

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Collezione familiare di Laura Brussi e Cesare Montani, fotografie.

Carlo Cesare Montani e Italo Gabrielli in una foto d'archivio


venerdì 23 febbraio 2024

‘Me vergognavo de eser profuga’. Voci dell’esodo da Zara, Cittanova, Rovigno e Pirano, 1943-1960

Stefano Gilardi mi ha raccontato come è stato l’esodo della sua nonna. Si chiamava Redenta Orlich, nata a Zara nel 1919 e deceduta ad Alghero nel 2013. È da premettere che risale all’Ottocento la fondazione della Gilardi & Bettiza di Spalato, la più antica e la più importante di tutte le fabbriche dalmate. L’impresa affronta i sempre più grandi e frequenti ampliamenti e rimodernamenti a cavallo dell’Ottocento e Novecento, per terminare con la vendita alla famiglia croata Ferić, negli anni Venti del Novecento, messa in atto a causa un susseguirsi di circostanze storiche e politiche sfavorevoli. Ci fu un primo esodo dei Gilardi da Spalato a Zara, unico territorio dalmata nel Regno d’Italia, dal 1918 al 1943.

Redenta Orlich, sposata a Lorenzo Gilardi, scappò un’altra volta da Zara, probabilmente nel 1943, in treno, transitando per Trieste e la destinarono al Centro raccolta profughi di Reggio Calabria, poi la famiglia trovò un alloggio a Fertilia, nel Comune di Alghero, provincia di Sassari. Fertilia è una città di fondazione del fascismo, sorta nel 1936, ma non completata per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. L’opera di colonizzazione in Sardegna si bloccò e la maggior parte degli edifici rimase di fatto inutilizzata. Nel dopoguerra giunsero gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, diventando un microcosmo linguistico culturale vicino a quello di Alghero, di lingua catalana.

Sentiamo un’altra voce. Carla Pocecco, esule da Cittanova, mi ha detto che “semo vignudi via nel 1955 iera la Zona B appena passada sotto la Jugoslavia col Memorandum de Londra, mentre i fratelli de mia nonna iera stadi spedidi in Italia nel 1947”. È passata da qualche Campo profughi? “Sì, certo ierimo al Centro raccolta profughi de Valmaura a Trieste – ha aggiunto la Pocecco – me ricordo che ierimo tel fango e andavo a giogar al Campo profughi de San Sabba con tutte quelle scritte sui muri, chi ge gaveva dà el permesso de scriver su pei muri?” Poi la signora Pocecco, da grande, scopre che erano graffiti dei prigionieri ebrei, che furono deportati al Campo di sterminio di Auschwitz.

Perché siete fuggiti dall’Istria? “La gente italiana subiva atti di intimidazione e di violenza fisica –  ha proseguito la Pocecco – che non potevano risolversi diversamente che nella scelta dell’esodo, avevo fatto le scuole croate, dopo me vergognavo de essere profuga e domandavo papà cosa xe successo?”. Solo quando compì diciassette anni, il babbo che era carabiniere spiegò alla signora Carla Pocecco i fatti accaduti alla famiglia e la fuga dall’Istria, abbandonando i vari beni economici. “I miei decisero di partire prima che fosse troppo tardi – ha detto – mi dispiace, gò perso la cultura agraria e della pesca dei nonni, quella xe la mia storia”.

Fabbrica Gilardi e Bettiza a Spalato
Daniele De Fazio, mio amico d’infanzia, ha sposato Idanna Veggion, figlia di Antonio, esule da Rovigno, passato dal Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine. “Pensa che verso il 1984-1985 – ha riferito De Fazio – per il prezzo più basso, andavo a fare il pieno di benzina in Jugoslavia, con mia moglie e mio suocero Antonio Veggion, ebbene lui si faceva scaricare in Italia e ci aspettava al confine, da tanta paura che aveva ancora degli jugoslavi titini”.

Andare via da Pirano con il “lasciapassare il 20 maggio 1960”. È capitato a Mario Dugan esule a Marina di Ravenna. Egli ha voluto “ritornare in Istria nel mese di ottobre 1964 – ha concluso – e ho dovuto fare il passaporto italiano e aspettare il visto jugoslavo; non vi dico i controlli alla frontiera, molte volte le persone venivano spogliate, biancheria intima compresa. Buona giornata”.

Fonti orali - Le interviste (int.) sono state condotte a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica da Elio Varutti, se non altrimenti indicato.

- Daniele De Fazio, Udine 1956, int. del 24 luglio 2017.

- Mario Dugan, Pirano 1942, vive a Marina di Ravenna (RA), messaggio in FB del 2 luglio 2017.

- Stefano Gilardi, Fertilia di Alghero (SS) 1983, int. del 24 novembre 2018.

- Carla Pocecco, Cittanova 1949, int. al telefono del 27 novembre 2018; componente del Consiglio Direttivo dell’Associazione delle Comunità Istriane, Trieste.

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Progetto di Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Ricerche e Networking di Tulia Hannah Tiervo, e E. Varutti. Lettori: Sebastiano Pio Zucchiatti e Enrico Modotti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

domenica 7 gennaio 2018

Morto Italo Gabrielli, patriota esule da Pirano, di Carlo Montani

Pubblichiamo volentieri un articolo, scritto da Carlo Cesare Montani, in memoria di Italo Gabrielli, un esule da Pirano, scomparso l'altro ieri a Trieste. Ringraziamo il signor Montani, esule da Fiume, per questo accorato intervento e per il corredo fotografico del servizio sottostante, ove non altrimenti indicato. Lo scomparso Italo Gabrielli, già presidente dell'Unione degli Istriani, nell'autunno 1972 dalle pagine de “Il Piccolo” indusse il maresciallo Tito a dichiarare che “oltre 300 mila istriani hanno lasciato l’Istria”. Fu il primo di una serie di articoli, segnalazioni, opinioni, pareri, interventi e volantini, in difesa della verità e dei diritti degli Esuli pubblicati su vari giornali. (a cura di E.V.)
Italo Gabrielli. Foto Montani

Onore a Italo Gabrielli. Pensiero e azione di un patriota esule dall’Istria
Esule da Pirano, patriota intemerato e straordinario protagonista della lunga battaglia contro la stipula e la ratifica del trattato di Osimo che nel 1975 diede alla Jugoslavia l’ultimo lembo dell’Istria italiana, in spregio di etica e diritto, e senza contropartite di sorta, il professor Italo Gabrielli è “andato avanti”. Ha affidato alla storia un messaggio di autentica fede e di indomita speranza, e spunti di riflessione sempre attuali, che costituiscono un forte memento per tutti, ed in primo luogo per coloro che continuano a perseguire obiettivi contingenti all’insegna dell’opportunismo, facendo strame dei valori di un’antica e nobile civiltà.
Nella vicenda istriana, giuliana e dalmata dell’ultimo mezzo secolo Gabrielli, scomparso alla vigilia dei 97 anni, spesi al servizio della Patria e della scienza, ha svolto un ruolo di grande rilievo morale, ancor prima che politico. Senza di lui e senza il suo impegno convinto e tenace, i fautori di Osimo avrebbero trovato ostacoli meno significativi nel loro disegno oggettivamente colpevole. È vero che la “Zona B” venne perduta, col sacrificio di Buie, Cittanova, Isola, Pirano ed Umago, andato ad aggiungersi a quello assai più ampio compiuto sottoscrivendo il “diktat” (10 febbraio 1947), ma se non altro il disegno di creare una Zona franca industriale a cavallo del Carso, in territorio italiano e jugoslavo, che avrebbe ulteriormente pregiudicato l’avvenire di Trieste, venne scongiurato. Lo stesso dicasi per altre ipotesi d’intervento a carico dell’Italia, tra cui la surreale realizzazione di una faraonica idrovia che avrebbe dovuto unire l’Adriatico al bacino del Danubio, scavalcando elevate altitudini, con quali costi è facile immaginare.
Il percorso patriottico di Italo Gabrielli è stato un segno di incrollabile coerenza di tutta la vita, a partire dal lunghissimo impegno in armi iniziato nel 1941, e trovando momenti di massimo impegno civile nel quinquennio successivo ad Osimo. In quel periodo - anche nel ruolo di Presidente dell’Unione degli Istriani - egli seppe porre in luce con encomiabile oggettività le responsabilità degli “osimanti” e le connivenze di cui costoro ebbero a fruire “in alto loco”: fra le tante, persino quella del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, il quale si permise di assicurare a Lino Sardos Albertini, andato a Roma con una folta delegazione triestina a rappresentare l’inopportunità della ratifica, che non avrebbe mai sottoscritto la legge, mentre l’aveva già controfirmata poche ore prima. Erano tempi duri, in cui si rischiava anche di persona, perché l’imperativo, nell’epoca plumbea della “solidarietà nazionale” e della “non sfiducia”, era quello di sopire e quando necessario, di soffocare le sacrosante proteste degli esuli e di tutti i veri italiani; ma Gabrielli, assieme a tanti altri patrioti, non era certo uomo da tirarsi indietro, ed ebbe modo di dimostrarlo tangibilmente.
Pirano, Palazzo Gabrielli. Fotografia Montani

In proposito, non è fuori luogo ricordare come la “Lista per Trieste”, sorta quale spontanea reazione alla nequizia di Osimo, avesse raccolto 65 mila firme per sottolineare il carattere popolare di un’opposizione che ebbe carattere interclassista ed interpartitico, ma sempre all’insegna di un beninteso patriottismo dal volto umano. Del resto, il clamoroso successo elettorale della “Lista” ed i forti ridimensionamenti delle forze politiche governative e della stessa sinistra, avrebbero dimostrato, ben oltre talune approssimative interpretazioni autonomistiche, che l’anima della città di San Giusto era sempre quella del 3 novembre 1918, quando accolse i primi bersaglieri.
Le occasioni perdute furono tante anche in tempi successivi, a cominciare dall’inizio degli anni novanta, quando la Repubblica federativa jugoslava, catafratta da una crisi economica senza precedenti e senza uguali, cadde come un castello di carte. Gabrielli, che nel frattempo aveva fondato il Gruppo “Memorandum 88” in cui convennero le forze migliori del movimento giuliano e dalmata, profuse le forze della sua esperienza e del suo patriottismo, collezionando ripetute “sconfitte” di cui parlava sempre con rammarico, ma nello stesso tempo con la matura consapevolezza di avere compiuto il proprio dovere e di avere gettato un buon seme destinato a germogliare, perché la storia costituisce un perenne divenire, imponendo, come avrebbe detto San Paolo, il dovere di “essere pronti”.
Cattolico di comprovata osservanza, ed in quanto tale sempre pronto ad impegnarsi in favore della giustizia e della verità, Italo sapeva e voleva confrontarsi con la triste realtà “effettuale” dei suoi tempi, ma senza compromessi sul piano dei valori morali e delle “alte non scritte ed inconcusse leggi” che dovrebbero prevalere sul diritto positivo, almeno nel cuore degli uomini liberi. In questa ottica, il Presidente Gabrielli, unitamente a coloro che si impegnarono al suo fianco, non può e non deve essere considerato un “perdente” sia pure a termine: al contrario, esce da una lunga e complessa esperienza come vero vincitore sul piano dell’ethos, diversamente da tutti coloro che affossarono le “speranze d’Italia” nel 1947 a Parigi, nel 1975 ad Osimo, e più tardi, quando riconobbero in modo smaccatamente gratuito l’indipendenza delle nuove Repubbliche di Croazia e Slovenia; o peggio, quando rinnegarono le scelte per cui si erano immolati i Martiri triestini del maggio 1945 (Corso Italia) e quelli del novembre 1953 (Chiesa di Sant’Antonio), senza dire delle migliaia di cittadini inermi ed incolpevoli, infoibati od altrimenti massacrati dai partigiani slavi e dai loro corifei.
Cartolina de Piran. Da Facebook

Il tricolore italiano e la bandiera dell’Istria erano particolarmente cari alla mente ed al cuore di Italo, quali simboli dei valori di fede e di speranza cui si faceva riferimento, tanto più saldi in un Uomo come lui, che non aveva mai fatto mistero della sua milizia cristiana, e tanto più esemplari in chi aveva perduto, assieme alla propria terra, importanti beni materiali, ceduti per cifre unitarie meno che marginali. Del resto, il vessillo regionale, con la sua celebre capretta, sottintende una paziente ma pervicace attesa: il “grido dell’Istria” dei terribili anni quaranta non può, non deve avere echeggiato invano.
Gabrielli si è battuto con costante coraggio - giova sottolinearlo - anche per le questioni riguardanti l’indennizzo e laddove possibile, la restituzione dei suddetti beni, evidenziando quanto siano state diffuse e ricorrenti le responsabilità e le menzogne istituzionali. Ciò, per un’esigenza elementare di giustizia, essendo a più forte ragione iniquo che gli esuli abbiano dovuto pagare doppiamente: dapprima perché costretti a lasciare i propri focolari ed ancor più dolorosamente le tombe avite, e poi per essersi dovuti fare carico, loro malgrado, di una parte molto significativa dei debiti di guerra. Ciò, ben s’intende, senza pregiudizio veruno per i valori essenziali: del resto, come fu detto, chi ha cura del poco, a più forte ragione avrà cura del molto.
Col trattato di Osimo, ancor prima che una vergogna, come talvolta si sente tuttora ripetere, fu commesso un reato imprescrittibile, quello di alto tradimento: all’epoca, avrebbe potuto e dovuto essere punito con la pena dell’ergastolo, che solo parecchi anni più tardi, grazie ad una sorprendente maggioranza “trasversale”, sarebbe stata ampiamente ridotta, assieme a quella per il reato di oltraggio alla bandiera, declassato a semplice illecito amministrativo. Ebbene, ad Italo Gabrielli si deve dare atto della coerenza con cui si è sempre battuto nel campo dell’onore, contro Osimo ed i suoi artefici, ma più generalmente, per obiettivi di giustizia, onde fossero riconosciuti i gravissimi torti subiti dagli esuli, spesso fino al delitto, e con essi, la verità storica. Eppure, i giuliani, gli istriani e i dalmati, popolo paziente come pochi, erano immuni da colpe, salvo quella, peraltro indelebile, del “reato di Italianità”.
Pirano ai primi del '900. Da Facebook

L’impegno a tutto campo di questo autentico “vir bonus cum mala fortuna compositus” è stato tanto più commendevole, perché ha sempre ignorato i limiti della bassa politica, all’insegna di valori universali, con l’obiettivo di non disperdere l’esempio dei Martiri: da quelli del primo irredentismo, simboleggiati nei grandi Nomi di Guglielmo Oberdan e di Nazario Sauro, a quelli di una tragedia epocale che si tradusse nelle foibe o nella strage di Vergarolla, a guerra abbondantemente finita (18 agosto 1946). Non va trascurato, peraltro, uno scopo di maggiore impatto che il grande patriota istriano, con indiscutibile ed evidente merito, ha inteso perseguire contestualmente: promuovere un’informazione “formativa” a tutto campo per cui la grande massa degli ignari possa finalmente apprendere e comprendere, ed i migliori si apprestino, sull’esempio di Italo, a muovere con rinnovata lena verso “egregie cose”.
“Non omnis moriar”. L’affermazione di Orazio è sempre valida per chi, come il professore, lascia un segno tangibile della sua presenza nel mondo ed affida alle future generazioni un testimone ed un esempio di alto valore spirituale. Italo Gabrielli: presente!


Biografia di Italo Gabrielli
Italo Gabrielli (Pirano 26 gennaio 1921 - Trieste 5 gennaio 2018), discendente da un’antica famiglia istriana di consolidate tradizioni irredentiste, dopo avere ottenuto la maturità classica presso il Liceo “Combi” di Capodistria, si iscrisse alla Facoltà di Fisica presso la Normale di Pisa, dove conseguì la laurea nel 1946, a seguito di un lungo periodo sotto le armi e l’esodo a Trieste. Nominato assistente presso la nuova Facoltà di Ingegneria del capoluogo giuliano, intraprese la carriera dell’insegnamento come professore associato, proseguita fino al 1991, alternandola con ripetute collaborazioni in Italia ed all’estero, fra cui l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il CERN di Ginevra, il Lawrence Radiation Laboratory di Berkeley (California), i Centri francesi di Grenoble e Saclay e quello polacco di Danzica: durante tali attività, fu Autore di oltre 80 pubblicazioni scientifiche su Riviste internazionali del settore, ed intervenne a Congressi di fisica in numerosi Paesi, quali Italia, Belgio, Francia, Giappone, Gran Bretagna, Jugoslavia ed Unione Sovietica. Il multiforme impegno a livello universitario e nel campo della ricerca non gli precluse l’impegno politico, tradottosi in alcune centinaia di pubblicazioni monografiche e di articoli in difesa di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, ingiustamente sacrificate allo straniero.
Tra le opere  di maggiore impatto specifico firmate da Italo Gabrielli, cfr. “Dove l’Italia non poté tornare” (1954-2004), Associazione Culturale Giuliana, Trieste 2004, pagg. 48 (per il cinquantenario del ripristino della sovranità nazionale sulla città di San Giusto); “La mia vita di Esule”, in AA.VV., Il dovere della memoria, Unione degli Istriani, Trieste 2008, pagg. 73-95 (con altre dieci testimonianze di esuli e patrioti); “Istria Fiume Dalmazia: Diritti negati - Genocidio programmato”, Edizioni Lithos Stampa, Udine 2011, pagg.160 (esaustiva ricostruzione storica e giuridica dell’ultimo secolo di storia locale). Sempre in prima linea nel suo costante impegno patriottico, Gabrielli fu Presidente dell’Unione degli Istriani (1976-1981), Consigliere comunale della “Lista per Trieste” (1982-1988) sorta quale espressione della protesta popolare contro il trattato di Osimo, e fondatore del “Gruppo Memorandum 88” finalizzato a promuovere la tutela delle terre adriatiche nuovamente irredente. Coniugato con Alma Cosulich nel 1964, è padre di quattro figli (tra cui Marco - attuale Presidente del Consiglio comunale di Trieste) che ne continuano l’opera.
Giova rammentare che, in occasione della struggente udienza che il Santo Padre Giovanni Paolo II concesse agli esuli giuliani, istriani e dalmati (26 ottobre 1985), il contributo di Italo Gabrielli alla realizzazione ed all’organizzazione dell’iniziativa fu decisivo.
Carlo Cesare Montani
        
Cartolina di Pirano da Facebook, grazie a Paolo De Luise, de Piran

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Testo e opinioni di Carlo Cesare Montani, esule da Fiume. Ricerche e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e di Elio Varutti     

martedì 10 ottobre 2017

Libro di Fornasaro (ANVGD) presentato a Pasian di Prato. Udine

Con “Gli appunti di Stipe” Franco Fornasaro ha scritto il suo ottavo romanzo, edito nel 2015 dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. 
Paolo Montoneri, a sinistra, Franco Fornasaro e Elio Varutti a Pasian di Prato

L’autore, di origine istriana, lo propone, dal dicembre 2016, in formato bilingue (italiano e croato), tanto per dimostrare ancor di più il suo essere scrittore di frontiera, alla maniera di Fulvio Tomizza, come egli stesso ama ricordare.
Oltre quindici partecipanti hanno potuto seguire la presentazione nella sala “Franco Sguerzi” della Biblioteca “Pier Paolo Pasolini” di Pasian di Prato, in provincia di Udine. L’evento, svoltosi il 5 ottobre 2017, nella rassegna Incontri con l’autore si è aperto con le parole di Paolo Montoneri, consigliere comunale con delega alla Cultura del Comune di Pasian di Prato, che ha portato il saluto del sindaco Andrea Pozzo.
Poi ha parlato il professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, ringraziando la Civica amministrazione che ospitava l’incontro. «Porto i saluti di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine – ha detto Varutti – e voglio ricordare il compianto presidente Silvio Cattalini, che ha voluto fermamente questo volume, che ha un valore didascalico ed è stato scritto con pacatezza e spirito di dialogo, proiettandosi in una dimensione europea». 
Pasian di Prato, Biblioteca "P. P. Pasolini", una parte del pubblico alla presentazione del libro di Franco Fornasaro del 5 ottobre

Poi ha parlato Fornasaro, che fa parte del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine. «Mio papà, con antenati di Pirano, scappa nel 1947 da Cittanova – ha detto – con la mitragliatrice che si faceva sentire alle spalle e io ho vissuto con questi pesi tra nazionalismi e interculturalità, ma proprio a quest’ultima propende il mio sentimento di italiano e di ex ufficiale della Marina militare».
Poi l’autore ha ricordato che la cultura italofona va, lungo l’Istria, Fiume e la Dalmazia, da Muggia a Ulcinio, in Montenegro, dove di recente e, nonostante quello che è successo con le guerre balcaniche degli anni Novanta, 2017 cittadini si sono dichiarati di lingua e cultura italiana. In seguito ha spiegato che il suo è un romanzo documentario, perché cerca e cita i documenti storici dal Risorgimento in poi. «Da bambino – ha aggiunto Fornasaro – ho dovuto assistere in un negozio di fruttivendolo alle offese pronunciate nei confronti di mia madre, che erano del tipo: Bruta ‘sciava torna in Istria».
“Le vicende qui narrate – ha scritto nella prima edizione Silvio Cattalini, presidente ANVGD di Udine, dal 1972 al 2017 – inquadrano le sofferenze e le ricchezze di un popolo diviso dalla Storia, vale a dire gli italofoni e gli italiani dell’esodo e dei rimasti”. Il testo, di 176 pagine, è corredato da originali carte geografiche della Balcania, con tutti i cambiamenti di bandiera subiti nel Secolo breve. Si pensi che alla metà del Settecento, tutto l’Adriatico era per la Repubblica di San Marco, niente altro che il Golfo di Venezia, considerati i porti e i territori veneziani posseduti da secoli in Dalmazia, fino in Morea (Peloponneso) e oltre.
Franco Fornasaro in primo piano

Al termine della presentazione si è aperto un piccolo dibattito. L’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola, per decenni vice presidente dell’ANVGD di Udine, ha detto: «La mia famiglia è venuta via dopo l’attentato di Vergarolla, dell’agosto 1946 e siamo andati a Bolzano, mi ricordo che al liceo mi vergognavo di dire che ero profugo, perché mi davano subito del fascista, ma vorrei ricordare anch’io il grande merito del vecchio presidente Silvio Cattalini, che per primo ebbe l’intuizione di aprire il dialogo tra le due sponde dell’Adriatico, sin dagli anni 1990-2000, tra gli italiani “andati” e quelli “rimasti” e le altre componenti etniche della costa adriatica orientale». Sono intervenuti infine l’architetto Franco Pischiutti, con parenti che lavoravano a Fiume e un signore sardo, che ha ricordato i profughi istriani riparati a Fertilia, in Sardegna.
All’evento erano presenti e silenziose anche due signore che hanno perso i loro cari nella foiba. Si tratta di Bruna Travaglia, di Albona, componente del Consigli Esecutivo dell'ANVGD di Udine. Suo nonno Marco Gobbo e la zia Zora Gobbo «furono gettati in foiba nel 1943, probabilmente in quella di Vines, una località vicino ad Albona, il nostro paese di origine». In loro memoria Bruna Travaglia ricevette a Roma, al Quirinale, direttamente dalle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel 2010, l’onorificenza per le vittime delle foibe. Bruna Travaglia aveva 13 anni nel 1947, quando partì con tutta la sua famiglia da Pola, con la nave 'Toscana", che l’avrebbe portata in salvo a Venezia. Ma un altro aspetto tragico della vita di Bruna Travaglia è che anche il padre di suo marito, Giuseppe Rauni, è stato vittima delle foibe. «Nella mia famiglia – conclude Bruna citata dal «Messaggero Veneto» del 10 febbraio 2010 – ci sono state tre vittime delle foibe. Ma senza piangersi addosso i fiumani, gli istriani e i dalmati si sono ricostruiti una vita in giro per il mondo».
Pasian di Prato, 5.10.2017 - Un altro scorcio della conferenza di presentazione de "Gli appunti di Stipe" di Franco Fornasaro. Tra il pubblico, il primo a destra è l'ingegnere Sergio Satti, per decenni vice presidente dell'ANVGD di Udine

C’era poi anche la signora Daria Gorlato, il cui babbo Giovanni Gorlato, nato nel 1900, notaio di Dignano d’Istria, venne prelevato, assieme ad un gruppo di altri italiani del paese, da quattro militi titini armati giunti col camion di sera, il 3 maggio 1945. Li hanno portati al castello di Pisino e poi non si seppe più nulla di tutti loro. Fu detto che li avevano uccisi e gettati nella foiba.

Ci si è posti il problema di trattare in questo articolo la questione delle uccisioni nella foiba di Giuseppe Rauni, di Marco e Zora Gobbo e della scomparsa del notaio Giovanni Gorlato. Allora si ricorda lo spirito di fondo della Legge 30 marzo 2004 n. 92, che istituì il Giorno del Ricordo, col fine di conservare e rinnovare  «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». 
Solo esponendo tali fatti, dunque, si può continuare ad abbattere il Muro del silenzio, eretto dal dopoguerra per non disturbare Tito che stava staccandosi dai paesi satelliti della dittatura di Stalin. Si ritiene che tale obiettivo possa essere raggiunto nell’alveo del dialogo tra le sponde dell’Adriatico, con le mete della pacificazione in una dimensione europea, andando oltre il cosiddetto Silenzio degli esuli istriani.
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Riferimenti nel web
- Per chi fosse interessato a leggere altri commenti  e recensioni sul libro di Franco Fornasaro veda: E. Varutti, “Udine, nuovo libro di Fornasaro sull’Istria”, nel web dal 14 ottobre 2015.
- Una recensione è comparsa anche su «La Voce del Popolo», Quotidiano dell’Istria e del Quarnero a firma di Rosanna Turcinovich Giuricin, “Gli appunti di Stipe in italiano e incroato perché i giovani conoscano le radici della storia”, nel web dal 31 dicembre 2016.
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Bibliografia
Il primo testo che rivelò la storia dei tre parenti di Bruna Travaglia infoibati a Vines probabilmente è il seguente: Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Anvgd, Comitato Provinciale di Udine, 2007. Vedi pag. 43.
  
Per la vicenda tragica subita da Bruna Travaglia vedi inoltre: Renato Schinko, “Non dimenticherò mai la notte in cui portarono via mio padre”, «Messaggero Veneto» del 10 febbraio 2010.

Bruna Travaglia, al centro in prima fila a Pasian di Prato per la presentazione del libro di Fornasaro
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Rassegna stampa
- Dal «Messaggero Veneto» del 3 ottobre 2017.

- Dal sito web di friulionline “Un popolo diviso dalla Storia Un libro a Pasian di Prato” del 15 ottobre 2017.

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Ricerca storica e servizio di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, Girolamo Jacobson e di E. Varutti. Fotografie di Fulvio Pregnolato, che si ringrazia per la collaborazione.

domenica 1 ottobre 2017

A Parenzo e Pirano sulle orme di Beato Odorico, con l’ANVGD friulana

Ecco un viaggio di devozione, di cultura e di incontro con le Comunità di italiani di Croazia e di Slovenia in dimensione europea. 
Pirano - Pellegrini e gitanti in Duomo

Promossa dalla Commissione Beato Odorico per la canonizzazione e il culto (di Udine e Pordenone) assieme ai Comitati Provinciali di Gorizia, Pordenone e Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste, l’escursione si è svolta sabato 30 settembre 2017.
Chi era questo frate Odorico? Perché fare oggi un pellegrinaggio in Istria (Slovenia e Croazia)  dal Friuli Venezia Giulia (Italia)? Beato Odorico da Pordenone salpò da Venezia nel 1318, poco dopo Marco Polo, in direzione dell’Estremo Oriente. Da Pechino il frate rientrò per obbedienza, poco prima di morire. Spirò a Udine il 14 gennaio 1331 con fama grande di santità e di miracoli. Ben sei di tali fatti, avvenuti nei giorni del santo trapasso, sono documentati a favore di istriani dell’allora Patriarcato di Aquileia. La verità sulle guarigioni, avvenute in seguito alle preghiere per il frate missionario, sono documentate da una commissione di medici e di giuristi inviata appunto dal Patriarca di Aquileia Pagano Della Torre nei mesi di maggio e giugno 1331 nelle città di Isola d’Istria, Pirano e Parenzo.
Volto di pietra a Parenzo. Fotografia di Adina Ruffini

Particolare della lunetta all'ingresso della Basilica Eufrasiana di Parenzo. Fotografia di Adina Ruffini

Parenzo - Gitanti all'ingresso della Basilica Eufrasiana

Il viaggio del 30 settembre 2017 è stato un successo, visto l’alto numero di partecipanti, suddivisi in tre pullman partiti da Pordenone, Udine e, l’ultimo, da Gorizia e Trieste. Non è stato facile coordinare la gita – o pellegrinaggio – di 163 persone, tra le quali tre frati conventuali di Padova e due suore brasiliane.
Tra i gitanti-pellegrini molti erano familiari, amici e discendenti di esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. Nel pullman partito da Udine, ad esempio, ben 14 erano i nomi raccolti dalla locale ANVGD (il 22%) su 63 partecipanti. Si capisce allora quanto sia forte il desiderio degli esuli giuliano dalmati di sviluppare e approfondire il legame con le Comunità italiane dei “rimasti” nelle cosiddette terre perse dopo la seconda guerra mondiale, anche nello spirito della fraternità religiosa.
L’ANVGD di Udine nel 1975, quando era presidente l’ingegnere Silvio Cattalini (1927-2017), iniziò a proporre il dialogo con gli italiani delle terre abbandonate, con i “rimasti”. Furono così organizzate delle gite in Istria, annessa da Tito alla Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia nel 1945. Per molti esuli fu la prima volta di ritornare là, dopo la fuga dall’Istria e dalla Dalmazia. Nel 1982, quando i soci a Udine erano 430, la tradizionale gita dell’ANVGD del capoluogo friulano giunse a Zara e Sebenico, passando per Fiume. Le gite nel segno della pacificazione proseguirono negli anni 1980-1990 e dopo le guerre balcaniche (1990-2001), fino al primo decennio del Terzo Millennio. In particolare con le crociere della pace l’ANVGD di Cattalini portò in Istria, in Dalmazia e nel Montenegro gruppi di oltre 250 partecipanti alla volta, organizzando fino a tre crociere all’anno.
Parenzo - Basilica Eufrasiana coi pellegrini friulani e triestini dell'ANVGD
Parenzo. Fotografia di Adina Ruffini

Il pellegrinaggio del 30 settembre 2017 si pone, nel nome di Beato Odorico, in continuità con il Giubileo degli Esuli, celebrato nel 2016 all’Isola di Barbana, nell’anniversario del venerabile Egidio Bullesi di Pola. L’evento poi è inserito nella programmazione della rubrica radiofonica “Esuli” curata da Walter Arzaretti su Radio Voce nel Deserto, emittente cattolica di Pordenone. Tale rubrica, con cadenza quindicinale il martedì, fino al 31 ottobre 2017, sulle frequenze 92.100 MHz, sta mettendo e in onda in undici puntate oltre trenta testimonianze dal mondo dell’esodo giuliano dalmata a settant’anni dal Trattato di pace di Parigi del 1947, che “pei esuli el xe el Diktat”.
La gita-pellegrinaggio ha avuto queste tappe. Arrivati a Parenzo, piccolo itinerario fino alla sede della Comunità degli Italiani, dove c’è stato un gradito momento di convivialità. Qui ha parlato Graziano Musizza, presidente emerito della locale Comunità degli Italiani, per salutare con affetto gli oltre 160 gitanti provenienti dal Friuli Venezia Giulia e per affermare l’importanza degli incontri di dialogo e di amicizia fra gli istriani. 
Musizza ha accennato, con amarezza, alla fuga di circa il 95% degli abitanti di Parenzo alla fine e dopo la seconda guerra mondiale. Musizza ha riferito poi dei 34 bombardamenti alleati subiti dalla città portuale di Parenzo, uno dei quali capitato il 25 aprile 1945.
Da sinistra: Bruna Zuccolin, presidente dell'ANVGD di Udine e Graziano Musizza, presidente onorario della Comunità degli Italiani di Parenzo, nella sede dello stesso organismo

È intervenuta in seguito Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, per portare il saluto dei Comitati Provinciali ANVGD di Gorizia, Pordenone, Udine e dell'Associazione delle Comunità Istriane di Trieste. Anche la Zuccolin ha ribadito il valore degli incontri e del dialogo tra istriani nel segno della pacificazione, secondo lo slogan tanto caro agli italiani d’Istria: “Il nostro mare unisce”.
Il reliquiario di Beato Odorico da Pordenone esposto a Parenzo e a Pirano. Fotografia di Giorgio Gorlato

Alle ore 11 il gruppo di spostò nella Basilica Eufrasiana, per assistere alla Messa celebrata da monsignor Ivan Milovan, vescovo emerito della diocesi di Parenzo-Pola. Erano presenti e concelebravano tra gli altri monsignor Guido Genero, Vicario generale dell’Arcidiocesi di Udine e don Giancarlo Brianti, parroco della Parrocchia della Beata Vergine del Carmine di Udine, dove si trova il sarcofago di Beato Odorico. Nella Basilica Eufrasiana è stata esposta anche una reliquia di Beato Odorico, portata dal Friuli. Era presente, in prima fila, Loris Peršurić, sindaco di Parenzo.
Al centro dell'altare: il reliquiario di Beato Odorico, portato dal Friuli ed esposto a Parenzo

Poi il gruppo si è trasferito a Pirano per il pranzo di pesce nei ristoranti sulla Riva Nova. Pirano è una stupenda cittadina sul mare, dotata di ben nove musei o contenitori culturali di alto interesse. Nel pomeriggio si è svolta una visita al Duomo, che sorge a picco sul mare. Ha fatto da ottima guida Kristjan Knez, vice presidente della Comunità degli Italiani di Pirano. Presso la Chiesa dei Frati Conventuali, in compagnia di un frate croato e della locale Comunità degli Italiani, si è tenuta la declamazione di quattro miracoli documentati e interceduti dal Beato Odorico a favore di antichi piranesi, con fini letture in italiano dell’attore Tullio Svettini, introdotto da Walter Arzaretti.
Mentre alcuni gitanti rientravano in Friuli Venezia Giulia, un gruppo guidato dai pordenonesi ha fatto una tappa mariana al Santuario di Strugnano, per concludere il giro al duomo di Isola d’Istria, con l’accoglienza della locale Comunità degli Italiani, per il ricordo di un miracolo “odoriciano” avvenuto nel Trecento in quest’altro ameno paese istriano.
Parenzo - Bella accoglienza della locale Comunità degli Italiani ai 163 pellegrini e gitanti giunti dal Friuli Venezia Giulia

Tra gli altri gruppi organizzatori del singolare evento, oltre alla parrocchia del Carmine di Udine, si ricordano quelle “odoriciane” di Pordenone: S. Marco, B-V. delle Grazie, Beato Odorico, Villanova S. Ulderico e Cristo Re. Poi ci sono i Frati conventuali di Padova, il Comitato Beato Marco di Pordenone, le Associazioni Panorama di Pordenone, la Pro-Pordenone, la Radio Voce nel Deserto di Pordenone, i Comitati Provinciali di Gorizia, Pordenone e Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), l’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste e le Comunità degli Italiani di Parenzo, Pirano e Isola d’Istria.
Kristjan Knez, vice presidente della Comunità degli Italiani di Pirano, spiega con fervore le bellezze del Duomo a picco sul mare


Monsignor Ivan Milovan, vescovo emerito della diocesi di Parenzo-Pola, mentre concelebra la Messa il 30.9.2017

Questo è il testo della preghiera odoriciana, di 4 pagine, recitato nelle chiese di Parenzo, Pirano e Isola d'Istria il 30 settembre 2017 da oltre 160 pellegrini giunti dal Friuli Venezia Giulia e dalle Comunità degli Italiani del posto


Rassegna stampa
- OctOdoricusFest”, gli eventi per Odorico da Pordenone, «Messaggero Veneto», Cronaca di Pordenone, 25 settembre 2017.

- Dal sito di friulionline del giorno 8 ottobre 2017: Pellegrinaggio a Parenzo.


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Pirano, Chiesa dei Frati Conventuali, monsignor Guido Genero è il  secondo da destra
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Servizio giornalistico e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, Girolamo Jacobson e di E. Varutti. Fotografie di E. Varutti, ove non altrimenti indicato.

Il Duomo di Pirano con i gitanti del Friuli Venezia Giulia

mercoledì 27 settembre 2017

Da Pirano al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, 1953-1970

Si riporta ora una ricerca sugli esuli giuliano dalmati al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, nella provincia di Modena, che fu attivo dal 1953 al 1970.
Villaggio San Marco a Fossoli, ingresso. Immagine tratta dal sito web del Comune di Modena

L’area di Fossoli di Carpi dal 1942 fu dapprima un Campo di prigionia durante la seconda guerra mondiale. Dal mese di maggio 1942 all’8 settembre 1943 è il Campo per prigionieri di guerra del Regno Unito (PG 73). Dal 5 dicembre 1943 al 15 marzo 1944 diviene un Campo concentramento per ebrei della Repubblica Sociale Italiana e quindi direttamente delle Waffen SS . Tra coloro che vi transitarono, prima di arrivare al Campo di sterminio di Auschwitz, ci fu anche Primo Levi. Nel Campo di detenzione c’era perfino una sinagoga.
Si pensi a come si incrociano incredibilmente a Fossoli i fatti cruciali della storia italiana: la Shoah e l’esodo giuliano dalmata.
In un convegno tenutosi il 4 maggio 2013 a Carpi sono state rivissute le vicende dei profughi provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia ed è stato presentato il progetto di restauro della chiesetta. Opera poi effettuata.
Dal 1953 il Villaggio San Marco ospitò 250 famiglie italiane dell’Istria e della Dalmazia, alcune delle quali vi rimasero per 17 anni. Nel sessantesimo anniversario del Villaggio San Marco di Fossoli, nel 2013, è stata dedicata un’iniziativa culturale promossa dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), in collaborazione con il Comune e la Provincia di Modena e la città di Carpi. L’evento è culminato sabato 4 maggio nel convegno storico, con la presentazione del progetto di restauro della chiesetta del Villaggio.
Bimbi con le maestre al Villaggio San Marco di Fossoli

Intitolato “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli: storia, presenza, prospettive”, il convegno si è tenuto dalle ore 9 presso la sala congressi di piazzale Allende 7, a Carpi. Era sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica. È stato presentato a Modena venerdì 26 aprile, in una conferenza stampa, alla quale hanno partecipato il sindaco di Modena Giorgio Pighi, il sindaco di Carpi Enrico Campedelli, il presidente della Provincia di Modena Emilio Sabattini e il presidente del Consiglio comunale di Carpi Giovanni Taurasi. Per il Comitato Provinciale di Modena dell’ANVGD hanno partecipato il presidente Giampaolo Pani e il segretario Luigi Vallini.
Nella mattinata del 4 maggio si sono alternati numerosi interventi dedicati alla storia del campo, allo scenario storico e politico dell’epoca, al ricordo delle personalità, modenesi e no, che hanno svolto un ruolo importante per il villaggio San Marco. Non sono mancate alcune testimonianze di tre cittadini carpigiani, all’epoca bambini, che vissero nel campo. Infine, sono stati presentati i progetti di restauro, in particolare dell’edificio della chiesetta, per il quale l’ANVGD si è impegnata in una raccolta di fondi. L’opera è stata poi realizzata.
Nel dopoguerra la struttura fu assegnata all’opera dei Piccoli apostoli di Don Zeno Saltini e ospitò la comunità di Nomadelfia.
La Chiesetta del Villaggio San Marco a Fossoli

Dal 1953 fino alla fine degli anni Sessanta divenne invece, con il nome di Villaggio San Marco, un campo destinato ai cittadini italiani originari delle zone dell’Istria e della Dalmazia. Arrivarono a Fossoli 250 famiglie, in tutto quasi 2.500 persone, che avevano abbandonato le proprie case dopo gli accordi internazionali. Il Trattato di Pace di Parigi del 1947 ridefinisce il confine orientale italiano, assegnando quei territori alla Federativa Repubblica di Jugoslavia. Le famiglie arrivate nel modenese furono una parte delle circa 250-350 mila persone, appartenenti alle comunità italiane dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che lasciarono case e proprietà tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, dirette in 90 città italiane, ma anche oltreoceano, dal Canada, Australia, USA, al Venezuela. È il cosiddetto esodo giuliano dalmata.
Al Villaggio San Marco è stata organizzata una Mostra fotografica di carattere storico, nel 2014.
Immagine del Campo di Fossoli tratta dalla ricerca "Ricordi fiumani" di Giulio Scala, del 2015
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Proposta a monumento nazionale per l’ex Campo profughi di Fossoli
Nel Giorno del Ricordo del 2013 l’onorevole Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, ha presentato il progetto di legge per dichiarare monumento nazionale l’ex Campo Fossoli e sostenere l’attività di ricerca della Fondazione relativa. Ecco il messaggio di Manuela Ghizzoni.
«Oggi celebriamo il Giorno del ricordo, istituito con la legge 92 del 2004, per conoscere, coltivare e rinnovare la memoria della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati.
Un tornante della storia recente, troppo a lungo rimosso, al quale dobbiamo riferirci per rafforzare la nostra identità nazionale e per costruire con lungimiranza il nostro futuro.
La diaspora condusse numerose famiglie anche nella nostra provincia: dal giugno 1954 al marzo 1970, molti profughi giuliani vissero presso l’ex campo di Fossoli, in quello che poi fu noto come il Villaggio San Marco.
Ho depositato come prima firmataria in questi giorni – volutamente nel periodo compreso tra il 27 gennaio Giorno della memoria e il 10 febbraio Giorno del Ricordo – un proposta di legge per sostenere la Fondazione ex Campo Fossoli, al fine di valorizzare il sito e sostenere l’attività di ricerca e di documentazione, necessaria per dare voce a chi è transitato nel Campo durante le diverse fasi della sua storia. La proposta di legge è stata sottoscritta da deputati di diverso orientamento (tra gli altri Nirenstein, Castagnetti, Bachelet, Perina e Granata) e colleghi modenesi di centrodestra e centrosinistra (Bertolini, Miglioli, Levi e Santagata): credo sia il modo migliore per ricordare quelle drammatiche vicende che hanno toccato anche la nostra comunità e per far sí che la memoria si trasformi in vera coscienza critica, in un codice etico che orienta ogni nostra scelta per il futuro. Confido, anche per la condivisione da parte di maggioranza e opposizione, che questa iniziativa si trasformi presto in Legge dello Stato». (Fonte dal web: sassuolo2000.it)
Pirano nei primi decenni del Novecento

Ultime novità sul “Fossoli Camp”
Il 21 settembre 2017 la stessa Manuela Ghizzoni nel suo sito web pubblica questa notizia: «Arrivano i fondi attesi per proseguire con buona lena la conservazione e la valorizzazione del Campo di Fossoli. Oggi pomeriggio, la Conferenza unificata (stamane analogo passo era stato compiuto in Conferenza delle Regioni) ha approvato il piano strategico “Grandi progetti per i beni culturali”. Con questo piano, dal Ministero arriveranno a Comuni e Regioni ben 65 milioni di euro, 3 milioni e mezzo dei quali sono destinati al Campo di Fossoli. Questo finanziamento, unitamente al milione di euro stanziato dalla Regione Emilia-Romagna e ai 500mila euro dalla Presidenza del Consiglio, rappresenta un punto di svolta nella tutela e nella valorizzazione del Campo di Fossoli. A questo luogo della Memoria sono stati destinati 3 milioni e mezzo di euro, di cui una piccola parte, 240mila euro, per la progettazione, e la gran parte per la realizzazione pratica delle opere. Ci saranno le condizioni economiche per poter, finalmente, mettere mano a specifici interventi di tutela e salvaguardia (tra i quali illuminazione della struttura, approvvigionamento idrico e sistemazione della pavimentazione). I “Grandi progetti per i beni culturali” sono una innovazione strategica nelle politiche culturali, introdotta nel 2014 e le cui risorse sono state aumentate con la Legge di stabilità 2016, che aveva stanziato ulteriori 30 milioni per la tutela del patrimonio culturale. A questo piano il ministro Dario Franceschini, in questi anni, ha lavorato con determinazione, in raccordo con le Regioni e gli Enti locali, per selezionare i 17 interventi da finanziare con priorità. Come carpigiana e come componente della Commissione Cultura non posso che esprimere soddisfazione perché, finalmente, il Campo di Fossoli, luogo simbolo della Memoria del ‘900 italiano ed europeo, potrà essere valorizzato come avevo da tempo auspicato.
Don zeno sfida il governo e con i suoi ragazzi demoliscono la recinzione del Campo di Fossoli

Nel 2013, infatti, ho presentato un progetto di legge per la “Dichiarazione di monumento nazionale del Campo di concentramento di Fossoli e misure di sostegno per le attività della Fondazione ex campo di Fossoli”. Ora quel progetto trova, di fatto, realizzazione attraverso il canale innovativo del piano strategico. Come istituzioni locali e come carpigiani siamo sempre stati consapevoli della responsabilità storica e morale di avere sul nostro territorio un luogo della Memoria di così alto valore e vi abbiamo sempre fatto fronte; altresì siamo sempre stati convinti che il Campo Fossoli non costituisca un monumento solo carpigiano, ma rappresenti un pezzo significativo della storia nazionale».
Alcuni profughi istriani e i loro discendenti si domandano come verranno spesi tali finanziamenti.
Maestra e scolari al Villaggio San Marco di Fossoli, Carpi, Modena
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Una testimonianza su Pirano e su Gorizia
«A Gorizia si passava il confine solo con il passaporto – racconta Mario Dugan, fino all’adesione della Slovenia all’Unione Europea, avvenuta nel 2004 –.  L’ultima volta che sono andato a Gorizia – aggiunge – è stato l’11 giugno 2017. Sulla stele, vicino al vecchio confine tra Italia e Jugoslavia, è scritto: “Dal 1947 al 2004”. In effetti dal 1947 al 2004 lì c’erano la sbarra e il filo spinato. Io sono nato e abitavo a Pirano, che era chiamata “Zona B”. Dal 1945 eravamo sotto protettorato alleato. Per andare a Trieste, sul confine di Rabuiese, tra la “Zona A” e la “Zona B” bastava avere la carta d’identità. Dal 10 ottobre 1952 al 5 ottobre 1954, siamo stati chiusi completamente, diciamo come in tempi moderni a Gaza. Con il Memorandun di Londra del 5 ottobre 1954 potevamo andare a Trieste con un lasciapassare. Si poteva andare nella “Zona A” per quattro volte al mese. Potevamo rimanerci all’inizio per 48 ore e, dopo qualche anno, per 72 ore.
Sono andato via da Pirano il con il lasciapassare il 20 maggio 1960. Ci sono ritornato nel mese di ottobre del 1964. Ho dovuto fare il passaporto italiano e avere il visto. Non vi dico i controlli che facevano gli slavi alla frontiera. Molte volte le persone venivano spogliate, biancheria intima compresa. Buona giornata».
Paolo De Luise con una fotografia dei suoi cari, vicino ai resti del Villaggio San Marco, di Fossoli, nel 2017 
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Fonti delle testimonianze dirette
Si è grati, per le informazioni su Pirano e Gorizia a: Mario Dugan, nato a Pirano nel 1942. Vive a Marina di Ravenna, provincia di Ravenna. Messaggio in Facebook del 2 luglio 2017.

Si ringrazia, per i dati e le fotografie sul Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi: Paolo De Luise, nato a Pirano nel 1949. Vive a Carpi, provincia di Modena. Messaggi in Facebook e telefonate del 13-14 luglio e del 22 settembre 2017.
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Servizio giornalistico e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e di E. Varutti.