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sabato 6 luglio 2019

A Lom, in Slovenia, trova la tomba dello zio bersagliere ucciso nel ‘43

La pietà e lo spirito di umanità non hanno bandiere. Questo è un racconto di forte emozione. È successo a Tolmino, oggi Slovenia, nella frazione di Lom, poche case in un ambiente bucolico presso Cal di Canale. Siamo nella Valle dell’Isonzo, appartenuta, dopo la Grande Guerra, al Regno d’Italia e facente parte della provincia di Gorizia. Dopo la Seconda guerra mondiale divenne Jugoslavia. Nel piccolo cimitero ci sono due tombe senza iscrizione. Un signore del posto Antonio, di 93 anni, assieme alla moglie si reca a rendere omaggio a quei poveri resti umani, per pietà e umanità. Erano due nemici, erano due militari italiani di Verona, fucilati dai titini a fine ottobre del 1943.
Ecco i loro nomi: Stefano Rizzardi, studente universitario di 17 anni, fratello del conte Rizzardo Rizzardi, e Sergio Bragaja, di 19 anni, fratello maggiore di Giorgio, noto esponente del Pci veronese. Nell’Elenco dei Caduti della Repubblica Sociale Italiana sono citati come bersaglieri volontari dei Battaglioni B. Mussolini. Il primo militare è fucilato il 25 ottobre, mentre il secondo è ammazzato il giorno successivo. Il conte Rizzardo Rizzardi desiderava tanto sapere il luogo della sepoltura del fratello, ma non fu mai accontentato fino alla sua morte, avvenuta nel 2010. Stefano Ederle il nipote, avvocato, con grandissima emozione ha trovato invece l’occasione di scoprire dove fosse stato seppellito il caro zio Rizzardi diciassettenne, che fu prima Medaglia d’Oro della RSI.
Alle famiglie dei caduti, come succede, giungevano pochi dettagli sul massacro. Vennero a sapere solo che i due militari vennero fucilati da partigiani titini in un paesino dalle parti di Tolmino, dietro una vecchia scuola e poi gettati in una fossa comune.
Allora il nipote Stefano Ederle, nel 2019, si reca in Slovenia proprio a Lom e a Cal di Canale, alla ricerca di notizie riguardo alla tomba dello zio e del suo commilitone. Parla in lingua inglese con qualche giovane e con alcuni abitanti del posto che, rispondendo in sloveno, nulla sanno di fatti storici così in là nel tempo. Stefano Ederle non demorde e così la cortese giovane traduttrice e la sua famiglia lo portano dal vecchio del villaggio, tale Antonio Baldazzi, di 93 anni, oggi con cognome slavizzato. Gospod Anton, il signor Antonio disse di ricordare bene quella vicenda e rivelò dei nuovi particolari pieni di umanità.
La famiglia Rizzardi di Verona sapeva che i due giovani bersaglieri erano stati catturati dai partigiani, passati per le armi, seppelliti in una fossa comune e mai più ritrovati. In quel villaggio di poche anime, sotto il controllo titino, però qualcuno aveva avuto pietà di quei due giovani ammazzati e li aveva tolti dalla fossa e sepolti cristianamente nel minuscolo cimitero locale, dove oggi le loro tombe anonime sono ancora curate da Antonio, allora giovane, e dalla sua consorte. Come ha scritto Maria Vittoria Adami su «L’Arena» di Verona, del 10 febbraio 2019, dopo aver intervistato Stefano Ederle: “I dettagli combaciano: quei corpi erano di due giovani italiani uccisi dietro l’ex scuola e sono gli unici italiani assassinati qui. Mi hanno detto che ci sono ancora i bunker dove erano stati imprigionati. Ad aprile andrò a vederli, ma porterò anche del vino in dono per ringraziarli non solo di avermi svelato il luogo di sepoltura, ma anche per aver curato quelle due tombe. Mio zio combatteva dalla parte sbagliata, ma era giovane. Fu assassinato. Mio nonno non si diede mai pace. Sapere che lo zio non è stato solo, che qualcuno si è preso cura di lui per tutto questo tempo ci commuove e avrebbe riempito di gioia mio nonno”.
Lom di Canale (Slovenia), le due tombe di Stefano Rizzardi e Sergio Bragaja (in basso a sinistra), massacrati dai titini nel 1943. Fotografia di Stefano Ederle 2019

Stefano Rizzardi era partito da Verona nel mese di ottobre del 1943 col Battaglione Mussolini. Pure il fratello Rizzardo, di 19 anni, e Sergio Bragaja erano di stanza nell’Alta Valle dell’Isonzo. Stefano fu incaricato della difesa della stazione di Auzza, mentre Rizzardo a Santa Lucia d’Isonzo (in sloveno: Most na Soči).
Dopo qualche giorno di servizio, Stefano fu catturato dai titini e messo in galera con Sergio Bragaja a Lom. Il fratello Rizzardo Rizzardi tentò invano un’azione per liberarlo, ma dovette ripiegare lungo le fognature e fu colpito dalle bombe a mano lanciate dai titini. Ebbe una lesione alla gamba che si portò dietro per tutta la vita. Ci furono pure dei patteggiamenti per la liberazione dei due bersaglieri. Si pensò ad uno scambio con dei partigiani. L’operazione fallì e Stefano fu fucilato il 25 ottobre, Bragaja il giorno successivo. A Stefano Rizzardi, prima Medaglia d’Oro della RSI, fu intitolato il 21° Corpo delle Brigate Nere del Partito Fascista Repubblicano, che ebbe decine di caduti nel 1944-1945 soprattutto in Veneto.
I corpi dei due bersaglieri uccisi a Lom finirono nell’oblio, ma la gente del luogo ha avuto pietà e li hanno sepolti degnamente. Così si conclude l’articolo di Maria Vittoria Adami che riporta le parole di Stefano Ederle: “Ho chiesto ad Antonio perché fecero quel gesto: ‘Perché erano giovani’, mi ha risposto. E ci siamo abbracciati”.
Il conte Rizzardo Rizzardi. Coll. Stefano Ederle, Verona

Altre notizie, 120 bersaglieri fucilati
Signor Stefano Ederle ha qualche altro ricordo di quei fatti? “Mio nonno Rizzardo, bersagliere combattente a Santa Lucia dell’Isonzo mi raccontava sempre che i partigiani si massacravano tra loro – ha detto Stefano Ederle – basti pensare a quanto è accaduto ai partigiani delle Brigate Osoppo a Porzùs, in Friuli”.
Per quanto tempo suo nonno Rizzardo è stato nella Valle dell’Isonzo? “Mio nonno ha combattuto per due anni – è la risposta – ed è stato poi fatto prigioniero dai titini. Condannato a morte, è fuggito per due volte, l’ultima fuga qualche minuto prima della fucilazione sua e di altri 120 commilitoni bersaglieri. Fu l’unico a salvarsi. Si potrebbe scrivere un libro!”.
Allora il nonno Rizzardo Rizzardi raccontava in famiglia della guerra? “Mio nonno era molto riservato e non parlò mai degli orrori che visse in guerra – conclude Stefano Ederle – Negli ultimi suoi anni di vita, si lasciò andare solo con me e mi raccontò tantissimo dei due anni di guerra, poi la sua prigionia e la fuga. Fu braccato come un cane. C'erano episodi terribili, come quando si trovò circondato dall’intero IX Korpus titino (nel cielo probabilmente si era appena paracadutato il figlio di Churchill) e fu l’unico a salvarsi. Gli morì davanti il suo migliore amico, il conte Carlo Alberto Giusti del Giardino, il 17 dicembre 1943 a Chiapovano (GO). Mi raccontò di quando fu catturato a fine giugno 1945, delle torture e della prigionia, delle fucilazioni e  delle due fughe, durante le quali ebbe dei corpo a corpo”.
Così si conclude il contributo di Stefano Ederle, ancora commosso per aver ritrovato la tomba dello zio Stefano Rizzardi e del suo commilitone accudita con pietà da Gospod Anton e dalla sua signora.
Tragico destino in quelle terre anche per un altro prozio di Stefano Ederle: la nota Medaglia d’Oro Carlo Ederle, cui sono intitolate molte vie, piazze e la caserma USA di Vicenza (Camp Ederle). Pluridecorato ufficiale d’artiglieria del Regio Esercito, Carlo Ederle durante la Prima guerra mondiale cadde in combattimento nel dicembre del 1917, venendo insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

La lettera del Duce alla madre di Stefano Rizzardi
Si riporta qui di seguito il testo della lettera del Duce manoscritta in risposta alla missiva della bisnonna di Stefano Ederle. Nonna Rizzardi non voleva che il Duce intitolasse il nome di un reparto di Camicie nere al giovane fucilato dai titini Stefano Rizzardi (Zio di Stefano Ederle, di cui porta orgogliosamente il nome di battesimo). Pensate un po’ voi, nonna Rizzardi disse che suo “figlio era caduto solo nel compimento del proprio dovere”. (Collezione Stefano Ederle, Verona).

“Repubblica Sociale Italiana (intestazione)
Il Duce (prestampato)
Gentile Signora e Camerata,
la vostra lettera mi ha profondamente / commosso e farò come voi desiderate. / Il vostro eroico figliuolo è entrato / nella Storia gloriosa della Patria / che vuole risorgere e risorgerà. / Il suo sacrificio non deve non / può essere vano. Accogliete i / segni della mia simpatia insieme / coi miei cordiali rispettosi saluti. / 16 marzo XXIII. Mussolini”.
Un lacerto della lettera di Mussolini alla mamma di Stefano Rizzardi ucciso dai titini nel 1943. Collez. Stefano Ederle, Verona

Fucilazioni fra partigiani titini
Mi permetto di riportare un fatto accadutomi durante alcune interviste sull’esodo italiano dall’Istria, dalla Valle dell’Isonzo, da Fiume e dalla Dalmazia. Stefania Bukovec, mia vicina di casa quando ero bambino, in Via delle Fornaci, a Udine, nei pressi del Centro di smistamento profughi istriani di Udine, mi raccontava della sua fuga, nel 1949, da ciò che era diventata Jugoslavia di Tito.
Era il 4 maggio 2007. La signora Bukovec è nata nel 1921 a Cal di Canale, frazione di Canale d’Isonzo, in quella che era provincia di Gorizia, dal 1918 al 1945. Oggi è Slovenia. Non voleva affrontare un certo argomento. Quello delle sparatorie fra partigiani. Me lo accennava e poi si ritraeva, pensando di svelare chissà quale segreto a me, suo dirimpettaio, che lei vide nascere e crescere nelle case di esuli, sfollati e statali. Le raccontai di ciò che avevo ascoltato nelle mie interviste, delle foibe, della pulizia etnica, di partigiani titini arrivati sul litorale istriano dalla Bosnia, dalla Serbia e da altri posti lontani della Jugoslavia che fucilavano i dalmati, accusati di “renitenza alla leva partigiana”.
Allora lei si aprì e mi raccontò di un giovane del suo paese, in divisa partigiana, freddato da un ufficiale titino venuto da distante. “C’era un giovane di Cal, ce lo ricordiamo bene io e i miei familiari, perché lo conoscevamo da bambino – ha detto Stefania Bukovec – si chiamava Valentino Lipicar, era coi partigiani e gli ha sparato un altro che era con lui”. Come, è proprio sicura, un partigiano ucciso da un altro partigiano titino? “Sì è successo così – è la risposta della signora Bukovec – a Valentino avevano ordinato di sparare su un civile, ma lui si rifiutava di uccidere quell’uomo disarmato, allora l’altro partigiano gli ha sparato; in paese tutti dicevano ‘Come si fa ad ammazzare un ragazzo perché si rifiutava di sparare a un uomo’. In paese siamo rimasti tutti male”. Fin qui il ricordo di Stefania Bukovec, scomparsa nel 2015.
Agostino Negro, Plezzo, Panorama di Oltresonzia con il Monte Canin, "Edizione Riservata A. Negro - Tolmino". Coll. E. Varutti

Lo scrittore udinese Lino Leggio, è nato nel 1944 a Santa Lucia d’Isonzo, nella vecchia provincia di Gorizia, divenuta, dopo il 1945, Jugoslavia. Figlio di Giovanni, siciliano salito al Nord per il servizio militare, e di Giuseppina, anch’egli fa parte dell’esodo giuliano. Leggio ha raccontato degli anni Cinquanta, delle bande giovanili, ma anche del gua (arrotino), del gelataio col carretto, della caldarrostaia, dei primi blue jeans e dei dischi di Elvis Presley. Lino Leggio ha detto di essere “sfollato a Udine con la famiglia nel 1945”, quando la Jugoslavia ha allargato le frontiere. Il babbo andò a vedere che aria tirava al Campo profughi, che accoglieva allora soprattutto italiani d’Istria, della Valle dell’Isonzo, di Fiume e della Dalmazia, ma pure qualche individuo dei Balcani, forse buttato fuori dalle galere patrie, per liberarsi della zavorra. “Noi lì non andiamo, perché ho visto dei rumeni con i coltelli”. Così la famiglia Leggio si adattò a vivere in una casa sistemata alla meno peggio dal babbo, con accorgimenti degli anni 1945-1946. Potete solo immaginare! Infatti, nel 1950, uscì il bando per le graduatorie delle Case Fanfani di Via delle Fornaci, vicino al Centro smistamento profughi più grande d’Italia, da dove passarono oltre 100 mila individui, un terzo dell’esodo giuliano dalmata. La famiglia Leggio ebbe il punteggio massimo, per le condizioni miserevoli in cui viveva, così entrò nella casa popolare al n. 5 di Via delle Fornaci. Si veda: Prefettura di Udine, Foglio Annunzi Legali, n. 80, 4 aprile 1951.
I piccoli discendenti di Stefano Rizzardi mettono un fiore accanto al ricordino del loro avo alla foiba di Basovizza (TS). Coll. Stefano Ederle, Verona

Fonti orali e digitali
Per la grande disponibilità dimostrata, desidero ringraziare e ricordare le seguenti persone da me intervistate a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
- Stefania Bukovec, Cal di Canale, frazione di Canale d’Isonzo  (GO) 1921-Pradamano (UD) 2015, int. del 4 maggio 2007.
- Stefano Ederle, Verona 1975, messaggi in Facebook nel gruppo “Essere italofoni TM” del 20-30 giugno ed e-mail del 3-4 luglio 2019.
- Lino Leggio, Santa Lucia d’Isonzo (GO), 1944, dati raccolti in pubblico il 4 luglio 2015 a Palazzo Morpurgo, a Udine, durante un evento col sindaco, con l’assessore al turismo e il giornalista Gian Paolo Polesini, figlio di un esule da Parenzo.

Collezione privata
Coll. Stefano Ederle, Verona.

Bibliografia e sitologia
- Maria Vittoria Adami, “Scopre a Tolmino la tomba dello zio ucciso nel ’43”, «L’Arena», 10 febbraio 2019.
- Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, nel web.
- Li Noleggio, La banda delle cataste: i ragazzi del Friuli anni Cinquanta, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1999.
- E. Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine: ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo. 1945-2007, Udine,  Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007 (esaurito).
- E. Varutti, Esodo dolce da Tolmino, 1945, on line dal 18 maggio 2016.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (esaurito). Seconda edizione nel web (2018).


Approfondimenti
Sulle uccisioni tra partigiani titini si possono vedere le seguenti opere, derivanti dalle ricerche del Laboratorio di Storia del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD:

- Andrea Negro, Josip Bavcon. Storia dell’uomo sopravvissuto alla strage di Cerkno nel 1944, Università degli studi di Udine, Corso di laurea in Lettere, relatore prof. Paolo Ferrari, a.a. 2017-2018, pp. 120.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Lettore: Stefano Ederle. Fotografie di Stefano Ederle, da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
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lunedì 11 giugno 2018

Fuga da Isola d’Istria nel 1953, perché papà è “nemico del popolo”


Arduino Coppettari mi racconta della sua vita al Centro smistamento profughi di Udine. “Siamo stati lì per un mese – ha detto – dove i bambini e le donne venivano separati dagli uomini nelle camerate; per mangiare si doveva andare alla mensa della Pontificia Opera Assistenza (POA) coi piatti de latta”.
Arduino Coppettari, in seconda fila con la camicia grigia, a un recente incontro dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD)



È uno dei tanti ricordi dell’esodo giuliano dalmata, quello di Arduino Coppettari, nato a Isola d’Istria nel 1950. Ora vive a Nogarole Rocca, in provincia di Verona. Ha un modo di parlare un po’ ridicolo. Mi perdonerà il signor Arduino se scrivo così, ma egli parla in dialetto istriano con un forte accento romanesco. Ecco perché fa un po’ sorridere. Anche questi sono gli esiti della profuganza. 
“Dopo de Udine – ha continua Arduino – ci hanno messo nel Centro raccolta profughi (CRP) de Latina per tre anni, là è poi sorto il Villaggio Trieste, per dare una sistemazione abitativa ai profughi e se fazeva ‘na coda per magnar dalla mattina alle 10, perché se zera in 3.000, compresi i senza tetto de Montecassino”.
Allora domando quando sono fuggiti sotto la pressione e le violenze titine. “Siamo venuti via nel 1953 – ha replicato il signor Coppettari – perché mio papà, nativo de Rovigno, era stato dichiarato nemico del popolo. Cattivi, ci hanno inculcato il terrore di essere fascisti”. Fanno dispiacere certe etichette, così tanto che “ancor oggi, da pensionato, viene un po’ di emozione” – mi dice Arduino, col groppo in gola. È il tipo di fuga che hanno dovuto attuare che lo fa star male. Io non voglio andare avanti con l’intervista. Il signor Arduino si rimette in sesto, così decidiamo che non c’è tempo per andare a fondo su questa parte dell’accaduto.
“Al CRP de Latina – ha aggiunto il signor Coppettari – i omini uscivano alle 6 per andare al lavoro e si doveva rientrare entro le ore 19 al corpo di guardia, ci presero le impronte digitali, eravamo nella vecchia caserma dell’82° Reggimento Fanteria, c’erano tanti de Rovigno, oggi lì c’è l’università”.
Ci sono altri ricordi? “Ricordo che una mia bisnonna era Francesca Fabris – ha spiegato Arduino – e  un nonno bis lavorava alle poste tra Canfanaro e Rovigno sotto l’Austria, eh! Mi raccontavano che è stata proprio l’Austria dopo il 1848 a slavizzare tutto in funzione anti-italiana in un’Istria che era italiana al 95 per cento. La gente di Latina diceva che eravamo slavi e al lavoro a Udine in ferrovia, siccome provenivo da Latina, i colleghi si dicevano tra loro: Viôt che chel li al è teron (Attento che quello lì è terrone)”. Per la cronaca, Arduino Coppettari è l’intervistato n. 363 del mio archivio.
Cartolina da Neresine. Foto da Internet

Altri racconti del popolo in fuga
“Io sono esule da Pirano, Zona B, siamo fuggiti tra il 1958 e il 1959” – ha esordito così il signor Claudio Apollonio, cresciuto a Bertocchi, frazione di Capodistria, fino al 1953. “Ci siamo dovuti dividere in famiglia – ha spiegato il signor Apollonio – siamo venuti via un po’ per mare e un po’ per terra, così non ci hanno presi e siamo riusciti ad arrivare a Trieste, dove siamo stati ospiti del Campo profughi della Risiera di San Sabba per sette giorni”.
Poi cos’è successo? “Poi siamo stati al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, mi ricordo che da bambino mi piacevano tanto i reni ed andavo a guardarli allo scalo vicino al campo profughi, poi la mia famiglia ha avuto la casa a Busto Arsizio, lì i giovani si sono sposati e si è messo su famiglia”.
Vi hanno mandato in qualche altro Centro raccolta profughi? “Sì – ha concluso il signor Apollonio – abbiamo vissuto per sette anni al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, mi ricordo di quel posto perché i miei genitori facevano l’albero di Natale e per addobbarlo usavano delle semplici arance, era bellissimo”.
Un altro intervistato ricorda un battesimo del 1959 a Dignano d’Istria, in pieno regime jugoslavo di Tito. “Metà della mia famiglia è esule e l’altra metà è rimasta – ha detto Livio Sessa – così in estate negli anni 1950-1960 andavo dagli zii a Dignano e lavoravo con loro nei campi, se parlava istrian e croato. Per passare i confini c’erano dei severi controlli da parte dei graniciari, che temevano fughe di giovani verso Trieste e mi ricordo il battesimo di un mio parente, io facevo da santolo, era il 1959, non si poteva andare dai preti secondo i titini, così si esce di sera tardi e si va in chiesa a Dignano per battezzare il piccolo, poi si rientra a piccoli gruppi per non dare nell’occhio, è andato tutto bene”.
Ho trovato dei discendenti di esuli istriani persino tra i tecnici di Telefriuli, dove sono stato invitato per una trasmissione sui temi storici. “Sa che i miei nonni e i miei bisnonni erano di Pola – mi dice il signor Gabriele Gustin, mentre mi sistema il microfono per la diretta sui temi dell’esodo giuliano dalmata – pensi che ho parenti nell’Indiana (USA) e in Australia”. Posso raccontare anche di lei? “Sì, ma adesso devo andar nell’altra sala”.
Tessera dell'ANVGD del 1959. Coll. privata Udine
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Fonti orali
L’autore desidera ringraziare gli intervistati, che hanno accettato di raccontare la propria esperienza di fuga dalla Jugoslavia, anche se tragica e disorientante. L’intervista a cura dello scrivente si è svolta a Udine con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
- Claudio Apollonio, Capodistria 1947, esule a Busto Arsizio (VA), int. telefonica del 2 giugno 2018.
- Arduino Coppettari, Isola d’Istria 1950, esule a Nogarole Rocca (VR), intervistato a Padova il 9 giugno 2018.
- Gabriele Gustin, trentenne, tecnico audio di Telefriuli, int. a Tavagnacco (UD) del 9 febbraio 2018.
- Livio Sessa, Trieste 1942, int. del 19 maggio 2018, con ricordi su Pola e Dignano d’Istria.

Bibliografia ragionata
- Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web.

- Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia fino in Sicilia? Ebbene sì, ben tre erano i Centri Raccolta Profughi (CRP) attivati nell’isola: a Termini Imerese, provincia di Palermo, a Cibali, quartiere di Catania e a Siracusa. Vedi l’interessante libro di Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese, Lo Bono editore, Termini Imerese (PA) prima edizione 2016, seconda edizione 2018.


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Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti.