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mercoledì 6 aprile 2022

Chiasalp di Moimacco. Una ricerca di toponomastica friulana

Il toponimo di Chiasalp, in Comune di Moimacco (UD) è formato da Chiasa e da alp. Si può dire che Chiasa è una forma friulana del tipo comune diffuso in Italia (Caselle, Casette) derivante da Casa. In Friuli c’è, ad esempio, Chiasottis in Comune di Mortegliano. Federico Vicario cita un “Pyeri di Chyasottis” annotato nel Registro della Confraternita dei Pellicciai di Udine (Vicario F 2010 : 507).

Chiasa è un etimo trasparente dal latino Casa. In friulano è: cjase. Nel contesto del Comune di Moimacco sta ad indicare un insieme di dimore al di fuori del centro abitato. La villa rustica romana era costruita in aperta campagna, con adeguati spazi per gli addetti all’agricoltura. La domus era abitazione di un ricco patrizio dell’antica società romana, mentre le classi povere (i plebei) risiedevano in edifici chiamati insulae. Col termine Alp-e si intende la parte più grande dell’altura di un paese, o di un agglomerato edilizio (Cinausero Hofer B, Dentesano E 2011). In effetti i “Casali Chiasalp” sono citati nella tavola IGM di Cividale del Friuli, Comune di Moimacco, come ha riportato Ermanno Dentesano nel 2005. La zona è pianeggiante, con un’altitudine che varia dai m. 118 di Moimacco ai 125 di Bottenicco e ai m. 119 di Chiasalp. Ecco che con -alp deve intendersi in questo frangente un casolare invece di un rilievo, pur mite, del terreno.

A Moimacco la Villa dei Conti De Puppi è in una cartolina del 1931.

È noto che Moimacco sia un toponimo prediale formato da un patronimico latino e dal tipico suffisso aggettivale celtico in –acco (in antico: –accus) invece della forma latina Mommejanus, col suffisso in –ano, o –anus, alla latina. Mommejus, oppure Mummius sarebbe il nome dell’antico proprietario del podere, passato poi a designare, nella sua forma di aggettivo, il paese intero (Visintini M 1980 : 12). Si sa pure che la pronuncia più antica di Moimacco era: Momiaco. Secondo Cornelio Cesare Desinan la dizione primigenia è mutata per una “metatesi”, o rovesciamento fonemico (Desinan CC 2005 : 132).

La citazione più antica di Moimacco rilevabile nei documenti medievali risale al XII secolo, come ha notato Pio Paschini. Con una bolla del 24 novembre 1192 papa Celestino III conferma i diritti e i possedimenti capitolari della Collegiata di Cividale; fra le varie chiese ad essa sottoposte c’è proprio quella di Moimacco (Gaberchek C 1980 : 77). Il toponimo Moymas è menzionato pure negli anni successivi.

Le scoperte del 1821 di Michele della Torre

È del 1821 la scoperta di ampie vestigia romane a Chiasalp. Michele della Torre, a poca distanza di una grande villa a Moimacco di tipo urbano-rustico affiorata dopo uno scavo di decine di giorni, trova un secondo gruppo di costruzioni di epoca romana. Precisamente tra Togliano e Moimacco, nel n. di mappa 1.553 presso i campi dei conti de Puppi, detti “Chiasalp”, egli rileva due edifici separati dal torrente Rucco. Rimane il disegno di quegli scavi archeologici conservato presso il Museo Archeologico di Cividale del Friuli (Libro III, Tavola XIV, come annota Maria Visintini, pag. 29). I due antichi edifici paiono suddivisi in vari vani. C’è persino un’area con trenta sarcofagi accostati a coppie. Nello scavo furono trovati frammenti di mosaici, di urne fittili, un frammento di macinino in pietra, un’insegna militare di legione e ferro grossi ad uso di carro (Visintini M : 30).

I frammenti musivi fanno supporre l’esistenza di una villa signorile, mentre gli altri reperti inducono a pensare a dimore di lavoranti e a locali di servizio. Potrebbero essere l’una ipotesi e l’altra vissute in tempi diversi. C’è persino un locale absidato a forma di exedra, sorta forse in una seconda fase della villa, dopo la metà del III secolo e il V secolo d.C., come emerso in certe ville di Ostia; detta ipotesi è formulata dalla Visintini. Altri rinvenimenti fanno avvalorare la tesi che si tratti di una villa romana. Si è notato un settore riscaldato a suspensurae, analogo al tepidarium dello stabilimento termale pubblico di Forum Iulii, nome romano di fondazione di Cividale del Friuli. Si sono trovate varie monete e ciò porta a dire che fu abitata dal I secolo a.C. fino al IV secolo d.C. La villa, a nord-ovest di Cividale, fu in un secondo tempo destinata a sepolcreto. Fin qui la Visentini (p. 30).

Una interpretazione assai suggestiva è proposta dallo stesso scopritore del sito archeologico: Michele della Torre. Gli edifici di epoca romana di Chiasalp, a suo dire, potrebbero essere niente meno che un tempio di Nettuno. “Egli giunse a questa identificazione – ha scritto la Visintini – seguendo il parallelo topografico Roma-Cividale, in base al quale l’acqua Vergine di Roma, che scorre presso il Quirinale e sbocca a Campo Marzio, corrisponderebbe al Torrente Rucco, che scorre ai piedi dei colli a nord-ovest di Cividale. Poiché presso l’acqua Vergine sorgeva il Tempi di Nettuno, anche a Cividale si sarebbe ripetuta la stessa topografia” (Visintini M : 31-32).

Chiasalp romana. Tavola dalle ricerche archeologiche di Michele della Torre, vicino al torrente Rucco. Museo Archeologico di Cividale del Friuli, Libro III, Tavola XIV, riprodotta nel saggio di Maria Visintini.

Per avvalorare la sua teoria Michele della Torre, friulano illustre, sostiene che “le trenta sepolture a cassa, ritrovate in un’ala del grade cortile del fabbricato proverebbero l’esistenza del supposto tempio di Nettuno poiché …per istituto di luoghi sacri alle Deità tenevansi vicini i loro defunti, così è per il Direttore argomento di asserire con maggior fiducia, che ivi possa essere stato il Tempio di Nettuno” (Idem).

Sempre ai tempi del Regno Lombardo Veneto, sotto il dominio austriaco, c’è una notizia del 1831 riguardo ai beni e proprietà da vendersi nelle Provincie Venete, tratta dal Foglio d’Annunzj della Gazzetta privilegiata di Milano. Il giornale milanese comunica la messa in vendita del borgo Chiasalp con la seguente dicitura: “Distretto di Faedis. Partita di Chiasalp di 7 case, 72 pezzi di terra di pertiche 739, con 124 annualità perpetue della cassa di ammortizzazione” (pag. 1.302).

Riguardo al suffisso –alp, –alpis, si aggiunga che Giovanni Frau attesta in Svizzera, nel Vorarlberg, in luoghi di primitive regioni celtiche, dal 1368 un alpis de Madrixio. La seconda parola è riconducibile alla base latina mater, unita al suffisso –is(i)us, ma è la prima che ci interessa (Frau G 2010 : 279).

C’è un’ultima considerazione da proporre come ipotesi di ricerca su Chiasalp. Sarà solo un’assonanza, ma –alp si avvicina alla parola friulana Aip, Laip, Agplus e Alpis. Come si vede nel vocabolario “Nuovo Pirona”, aip, con le citate varianti, sta ad indicare un trogolo (parola non a caso di origine longobarda), ovvero una vasca di abbeveraggio animale. Il tutto ci porta al corso d’acqua (torrente Rucco) e al Tempio di Nettuno, dio delle acque appunto, adombrato da Michele della Torre, ma non si vuol correre troppo con la fantasia.

Nome strano e tante riflessioni

Qui di seguito c’è il gradito contributo di Barbara Cinausero Hofer e Ermanno Dentesano sul tema.

“Chiasalp è un nome alquanto strano, che si presta a molte riflessioni, senza con ciò escludere che la soluzione possa essere delle più banali, nascosta dietro un angolo. Ovviamente si tratta di un nome composto, come scritto poco sopra, la cui prima parte è trasparente e probabilmente di origine moderna, che non si esita a collocare nella prima metà del secondo millennio, se non ancor più tarda.

Il problema è quell’alp che compone la seconda parte sembra avere proprio l’origine citata. La questione pone però qualche dubbio perché in tal caso dovrebbe trattarsi di un toponimo originatosi in epoche veramente molto antiche. La base ha infatti sì prodotto molti toponimi, anche in tempi a noi più vicini, ma quasi sempre con riferimenti a luoghi pascolivi di alta quota. A ciò si aggiunga che la diffusione di tale base pare essere avvenuta da est con propagazione verso ovest, sfiorando dapprima a nord delle Alpi, per poi valicarle e diffondersi a sud. In tale movimento avrebbe aggirato l’area più orientale delle Alpi, lasciando scoperto il settore delle Giulie (Rousset PL 1991: 185). La spiegazione si attaglierebbe quindi bene a Stavoli Posalalp di Ovaro, per esempio.

A ciò si aggiunga una ulteriore difficoltà, legata a una base simile e parimenti antica, che però ha valore idronimico (Beretta C 2003: 26, 37) e a tale proposito ci sovviene un Rio Costalp di Zuglio.

Anche in assenza di difficoltà del tipo appena indicato, è sempre preferibile avanzare ipotesi di basi più recenti, ma in questo caso non è semplice.

Potremmo in effetti pensare a un latino albus ‘bianco’, ma con una forte limitazione: se si tratta di un aggettivo legato alla prima parte, che è femminile, dovrebbe essere alba che in forme più recenti e in alcune aree sarebbe diventata albe. Poiché la vocale “a” non cade mai nel passaggio al friulano, è impossibile che alba sia diventato alb con successivo assordamento della consonante finale (>alp). Non resterebbe allora che pensare a un maschile o neutro album, come aggettivo retto da un appellativo, poi caduto. L’aggettivo si sarebbe così sostantivato e sarebbe stato poi assunto come specificativo con l’introduzione del nuovo appellativo Cjase.

A questo punto bisogna dire che tale processo, benché possibile, è piuttosto arduo da sostenere. Un’ultima possibilità, anch’essa piuttosto labile, è che la consonante finale del termine alp sia di restituzione, come è successo con i termini lacum>lâc>lât, stomachum>stomi(t), ma anche con toponimi come Carpacco/Cjarpât, Casiacco/Cjasiât e qualche altro. In questo caso la difficoltà sta nel fatto che mentre le consonanti di restituzione di questi nomi sono tutte precedute da una vocale, nel caso di alp essa sarebbe preceduta da “l”, che però è liquida e sostanzialmente semivocale. Ciò renderebbe possibile la realizzazione, ma è chiaro che il processo formativo sarebbe complesso”.

Con queste righe di riflessione, composte da Barbara Cinausero Hofer e Ermanno Dentesano, si conclude, per il momento la ricerca presente. Pare interessante accennare, infine, al fatto che da qualche decennio il borgo Chiasalp è un accogliente agriturismo, gestito dalla famiglia Nicolini  Giorgio, i cui avi, come la famiglia Pontoni Giorgio, sono impegnati in attività agricole dalla fine dell’Ottocento.

L'agriturismo Chiasalp, da una fotografia del 2013 dal sito web aziendale.

Bibliografia

- Barbara Cinausero Hofer, Ermanno Dentesano, Dizionario toponomastico. Etimologia, corografia, citazioni storiche, bibliografia dei nomi di luogo del Friuli e della provincia di Trieste, con la collaborazione di Enos Costantini e Maurizio Puntin [S.l., a cura dell’A.], Palmanova (UD), Officine Grafiche Visentin, 2011.

- Michele della Torre, Prospetto storico, V, cap. XLI, pp. 120-121, Archivio Museo Archeologico di Cividale del Friuli (UD).

- M. della Torre, Libro III, Tavola XIV, Archivio Museo Archeologico di Cividale del Friuli (UD).

- Ermanno Dentesano, Raccolta dei toponimi del Friuli riportati sulle tavolette IGM 1/25.000, la bassa, Associazione per lo studio della friulanità del Latisanese e del Portogruarese, Latisana (UD), S. Michele al Tagliamento (VE), 2005.

- Cornelio Cesare Desinan, “Atôr atôr di Cividât”, in Cividât, a cura di Enos Costantini, Claudio Mattaloni, Mauro Pascolini, Societât Filologjiche Furlane, 76n Congres, 26 setembar dal 1999.

- Foglio d’Annunzj della Gazzetta privilegiata di Milano, vol. II, 23 novembre 1831.

- Giovanni Frau, “Rivisitazioni toponomastiche”, in: Il mestri dai nons: saggi di toponomastica in onore di Cornelio Cesare Desinan, a cura di Franco Finco e Federico Vicario, Udine, Società Filologica Friulana, 2010, pp. 275-281.

- Carlo Gaberschek, “Dal Medio Evo ai giorni nostri”, in: Carlo Gaberscek, Maria Visintini, Moimacco: storia e ambiente [S.l. : s.n.], Udine, Arti grafiche friulane, 1980, pp. 75-170.

- Pio Paschini, Storia del Friuli, vol. I, Udine, Libreria editrice “Aquileia”,1953.

- Giulio Andrea Pirona, Ercole Carletti, Giovanni Battista Corgnali, Il nuovo Pirona: vocabolario friulano (1.a edizione: 1932), Udine, Società filologica friulana, II ediz. II ristampa, 2011.

- Federico Vicario, “In lu lù chu si clama. Presenze toponomastiche nelle carte friulane antiche”, in: Il mestri dai nons: saggi di toponomastica in onore di Cornelio Cesare Desinan, a cura di Franco Finco e Federico Vicario, op. cit., pp. 503-517.

- Maria Visintini, “Un angolo di Friuli romano riscoperto nei manoscritti di Michele Della Torre”, in: Carlo Gaberscek, Maria Visintini, Moimacco: storia e ambiente, op. cit., pp. 7-72.

Una cartolina di Cividale del Friuli, viaggiata nel 1954. Collez. privata.

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Note – Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo alla Università della Terza Età (UTE) di Udine. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Barbara Cinausero Hofer, Ermanno Dentesano, che si ringraziano per il contributo scientifico portato alla fine dell’articolo. Rivolgo i miei autentici ringraziamenti al personale e alla direzione delle seguenti biblioteche per la collaborazione riservata: Biblioteca Civica “Vincenzo Joppi”, Udine e Biblioteca del Seminario arcivescovile “Mons. Pietro Bertolla”, Udine. Grazie alla dott.ssa Katia Bertoni, della Biblioteca della Società Filologica Friulana, Udine.

sabato 28 settembre 2019

Tharros, Oristano, antichità e megalopoli da scoprire


Le vecchie pietre mi affascinano. Nel sito archeologico di Tharros ce ne sono a bizzeffe. Vero è che fa la differenza se, a spiegarti l’importanza storica del luogo, è una guida turistica locale, orgogliosa di tutto ciò che sardo o nuragico è. 
Tharros, area portuale. Foto di Elio Varutti

Il porto e la città di Tharros sono d’origine fenicio-punica, poi romana, nella Sardegna centro-occidentale. A dirla tutta, la sua storia è ancor più antica, visti i resti di un villaggio dell’età del Bronzo medio, con sepolture, databili a partire dall’ultimo quarto del VII sec. a.C.; esse sono per lo più delle fosse scavate nella sabbia o nella roccia, dove furono deposti i resti incinerati dei defunti, con corredi ceramici e oggetti personali. Tutta la Penisola del Sinis, in Comune di Cabras, provincia di Oristano, è un luogo di grande interesse archeologico. La bellezza di questo posto è tutta da apprezzare e da gustare in chiave estetica, oltre che storica.
Forse, per me è più facile, essendo di formazione aquileiese. Da ragazzo ho partecipato alla gita scolastica sulle antichità classiche di Aquileia romana, fondata nel 181 a.C. in una regione un po' gallo-celtica, che più tardi si chiamerà Friuli, da Forum Iulii: il foro di Giulio (il mercato e il sito giudiziale di Giulio Cesare). Poi le antichità Alto Adriatiche mi hanno sempre più interessato. Da insegnante ho seguito certi corsi universitari di archeologia a Udine e ad Aquileia. Saranno stati bravi i professori di quei corsi, o non so cos'altro, ma per me ogni tessera musiva, ogni lucerna, ogni ambra lavorata finemente erano meraviglie da ammirare. Poi ad Aquileia ho accompagnato le mie classi di studenti. Ricordo che, con una vecchia Fiat Panda, ci ho portato perfino alcuni miei nipoti, interessati più ai negozi di Benetton che ai mosaici della Basilica del Patriarcato di Aquileia. Poi i nipotini furono tutti soddisfatti.
Tharros, 11.9.2019, i visitatori al sito archeologico superano le 100 mila presenze

Non c'è solo Tharros. A una dozzina di chilometri di lì, è stata individuata niente meno che una megalopoli sul Mont'e Prama. A trovarla, col suo georadar, è stato Gaetano Ranieri, professore di Geofisica applicata presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Cagliari. Ne ha dato notizia «La Nuova Sardegna» del 24 settembre 2019, ripresa poi da Stefano Bucci sul «Corriere della Sera» il giorno seguente. La novità è ghiotta per gli archeologi. Pare che ci siano “16 ettari da scavare” nel sito di Mont'e Prama. Sono vicino allo stagno di Cabras, dove nidificano i fenicotteri rosa. Il sito individuato dall’ecoscandaglio terrestre è gigantesco. Per estensione è più vasto di Pompei. Poi è molto più antico, dato che risalirebbe al 950-730 a.C. Il georadar mostra delle anomalie, ossia aree di non solo terreno, con grandi pietre squadrate. Le lunghe linee rette danno l’idea di strade. Altre tracce di antropizzazione potrebbero essere delle costruzioni, templi, case, tombe e edifici di ampie dimensioni. Come mai il professor Ranieri, coadiuvato dal fior fiore degli archeologi dell’Università di Sassari ha trovato tutto questo ben di dio? È andato a sondare il terreno dove, nel 1974, casualmente, vennero alla luce i Giganti di pietra. Da quell’anno, con le campagne di scavo del 1975-1979 e dal 2014-2017 sono saltati fuori i 27 Giganti di Mont'e Prama.
Cagliari, Museo archeologico nazionale, 12.9.2019, i Giganti di pietra. Foto di Elio Varutti

Oggi quei colossi scultorei stanno arricchendo le sale del Museo archeologico nazionale di Cagliari e di quello civico “Giovanni Marongiu” di Cabras. È una gran botta culturale. Si pensava che la civiltà nuragica fosse riassunta in qualche torre difensiva o funeraria. Dalle scoperte dei Giganti di pietra e dal sito archeologico di Barumini, o Area Archeologica “Su Nuraxi”, in provincia del Medio Campidano, il mondo è cambiato. È emersa una civiltà forte che navigava, commerciava, costruiva nuraghi per viverci, per celebrare il culto dell’acqua e per custodire con rispetto i resti ossei dei propri avi dal 1900 a.C. Nell’Età del Bronzo i nuragici avevano una fonderia per fabbricare statuette votive presso ogni santuario. Lo stesso luogo di culto era dotato di arrangiamenti – si direbbe oggi – bed & breakfast per i numerosi pellegrini. I nuraghi sono migliaia; si dice 7-8 mila. Diversi tali complessi abitativi e difensivi fanno da fondamenta per costruzioni venute in seguito con la dominazione romana e aragonese, come Casa Zapata a Barumini. Le statuette bronzee e le sculture dei 27 Giganti di Mont’e Prama ci mostrano dei sacerdoti, arcieri, pugilatori e guerrieri raffinatamente agghindati. È stato smentito che pensava ai nuragici come rozzi predatori che vestivano di pelli ovine.
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Bibliografia
- Cristiana Baietta (coordinamento editoriale), Guida d’Italia. Sardegna (1.a ediz. 1918), Milano, Touring Club Italiano, 6.a ediz., 2008.

- Stefano Bucci, “La Pompei nascosta di Sardegna. C’è una megalopoli sottoterra”, «Corriere della Sera», 25 settembre 2019, p. 41.
Tharros, 11.9.2019, i visitatori al sito archeologico
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Servizio giornalistico e di fotografia di Elio Varutti. Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti.
Tharros, particolare costruttivo

venerdì 16 dicembre 2016

Il sito archeologico di Bene Vagienna, Cuneo

Augusta Bagiennorum è un insieme di resti romani per visitatori trender. Non è un luogo molto noto, messo lì nella Piana della Roncaglia, a 2 chilometri dalla cittadina attuale (di 3.600 abitanti), ma è ricco di fascino storico dell’antichità.
Bene Vagienna - Il teatro romano

Uscendo dalla cittadina odierna di Bene Vagienna, il sito archeologico si trova in località Roncaglia, seguendo le indicazioni stradali in direzione Narzole – Bra. Julia Augusta Bagiennorum era la capitale dei liguri Vagienni, una popolazione di origine iberica.
Se chiedete oggi dove si trova il sito archeologico a qualche abitante di oggi di Bene Vagienna, provincia di Cuneo, potrebbe rispondervi con un sorrisino, perché non è molto valutato da qualcuno degli stessi cittadini. Per i più autocritici e, soprattutto, per certi abitanti dei paesi limitrofi non si tratta che di «quattro sassi in mezzo ai campi».
La chiesa di San Pietro all'inizio del percorso nell'area archeologica di Bene Vagienna

Non hanno tutti i torti. Intendiamoci: da che mondo è mondo uno scavo archeologico mette in mostra vecchie pietre ritrovate, che costituivano la struttura delle abitazioni, dei palazzi o dei luoghi istituzionali, come il tempio, il foro, il teatro, le porte arcuate, l’anfiteatro e la necropoli. È l’archeologia stessa ad essere intesa come una scienza che studia le antiche civiltà, come quella romana, mediante l’analisi dei monumenti e, se non resta altro, dei reperti, dei ruderi, ritrovati per mezzo degli scavi.
Bene Vagienna, resti del foro romano e, a sinistra, del tempio

Nel museo civico, nella sezione archeologica, a Palazzo Rorà, in Via Roma 125, si possono vedere i pezzi di valore ritrovati, come una coppa mosaicata in vetro, del I secolo d.C., vasi, monete, piatti, anfore, bottiglie, bicchieri ed altre vestigia romane.
Julia Augusta Bagiennorum è stata ritrovata per la passione di due suoi illustri e benemeriti cittadini. Tra il 1892 e il 1909, infatti, Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta svolsero una serie di operazioni di scavo. I due studiosi benesi, nonostante l’esiguità dei ritrovamenti, non si rassegnavano e continuarono, anno dopo anno nella loro opera, prendendo in affitto i terreni dai contadini, anche a proprie spese. Documentavano con precisione i ritrovamenti, anche con schizzi e disegni personali, poi reinterravano ciò che avevano scoperto, per evitare la rovina del tempo, trafugamenti o vandalismi.
Bene Vagienna - Il teatro romano

Con una pazienza piemontese riuscirono a identificare la struttura urbana dell’antica città. Julia Augusta Bagiennorum fu fondata nel 25 a.C. secondo lo schema tipico utilizzato dai Romani per le città di fondazione coloniale. L’imperatore Augusto inviò qui alcune migliaia di veterani, con le rispettive famiglie e fece spartire i terreni.
Assandria e Vacchetta scoprirono gli assi stradali ortogonali fra di loro – il decumano e il cardo – dotati, sotto la pavimentazione stradale, di condotti per lo smaltimento delle acque reflue. Le strade erano pavimentate in ciottoli, provenienti dal vicino torrente Mondalavia. Erano demarcate da marciapiedi in terra battuta, in isolati di forma quadrata, di metri 70 x 70, oppure rettangolare, di m 80 x 100. Sono stati individuati il foro, il tempio, la basilica civile (tribunale), le terme, l’anfiteatro, e il teatro con un quadriportico retrostante il palco di scena (“porticus post scaenam”), oltre alla cinta muraria.
Pietre accumulate forse dai contadini che lavorano i terreni ove sorgeva Julia Augusta Bagiennorum

La pianta della città romana è a forma di trapezio. Era alimentata da un grande acquedotto, di cui rimangono dei resti nelle pareti della Chiesa di San Pietro, all’inizio del percorso archeologico, dotato di parcheggio autoveicolare. 
Interessante è che l’intera area sia parte dell’Ente Gestione dei Parchi e delle Riserve Cuneesi, dato che l’itinerario di visita all’aperto si snoda lungo dei sentieri carrarecci, una pedana in legno e una pista pedonale e ciclabile su strada asfaltata di scarso traffico veicolare. Il percorso turistico è adatto alle famiglie, ai passeggini e alle biciclette. La città romana misurava, tra le due porte turrite di accesso, circa m 600.
Lungo il percorso ci sono vari pannelli esplicativi in lingua italiana e in inglese.
Julia Augusta Bagiennorum, resti della la basilica cristiana

Alla caduta dell’Impero romano, la città fu distrutta dai barbari. Tra gli invasori si ricordano anche i saraceni, provenienti dalla penisola iberica. Per le loro razzie, avevano predisposto un porto sulla costa della Provenza. I profughi della vecchia città romana costruirono un nuovo borgo alla confluenza dei torrenti Mondalavia e Cuccetta, in una altura di facile difesa. Fu il nucleo primitivo dell’attuale città e fu chiamata: Bene. Essa prosperò tanto che nel 901 l’imperatore Ludovico III l’assegnò in possesso temporale al vescovo di Asti, che la mantenne per 500 anni.
Poi passò sotto il dominio dei Savoia e dei Costa di Chieri, vivendo nel Seicento lo splendore del Barocco. Alla fine del Settecento fu un presidio napoleonico, per poi ritornare ai Savoia, al Piemonte e all’Italia. Nel 1862 il consiglio comunale attribuì alla città di Bene l’attribuzione di “Vagienna” in onore degli antichi abitanti.
Un'ape, a dicembre, sta... curiosando su uno dei pannelli turistici lungo il percorso di Bene Vagienna romana

Nei pressi dell’anfiteatro romano si trova una locanda (Marsam) nel cui cortile è visitabile liberamente un curioso e intelligente “orto romano”, con le classiche erbe da cucina, inaugurato il 6 giugno 2015.
Dunque tra le langhe si trovano anche delle vestigia romane che potrete ammirare camminando in appositi spazi e in tali luoghi potrete dedicarvi alla caccia fotografica. Vi potrà capitare, ad esempio, di trovare un mattone “sgorbiato”, ossia con un segno fatto dall’artigiano che lo produsse nel I secolo d.C. chissà? Oppure potrete fotografare il teatro antico di Julia Augusta Bagiennorum. Non disdegnerete i resti della la basilica cristiana, sorta sulle tracce di un tempietto di epoca pagana. E così via.
Le langhe non sono solo celebri per i rinomati vini di alta qualità (Nebbiolo, Dolcetto, Barolo…), per i paesaggi mozzafiato e per il famoso tartufo d’Alba, anche l’archeologia vuole la sua parte.
L'orto romano, presso la locanda Marsam, a Bene Vagienna

Sitologia

Riferimenti bibliografici
Enzo Drocco, Monforte. Un paese ed un territorio dal neolitico al terzo millennio, Monforte d’Alba, provincia di Cuneo, Fondazione Mario Lattes, 2008.
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Servizio giornalistico, di fotografia e di networking di Elio Varutti.

 Un mattone “sgorbiato”, ossia con un segno fatto dall’artigiano, come un marchio di fabbrica

L'anfiteatro, visibile solo per una parte

giovedì 2 aprile 2015

I bronzi greci di Firenze

C’è una mostra più unica che rara a Firenze. Si vede: Potere e pathos. Alcune opere qui presenti sono state scoperte da poco. Questo è un altro motivo interessante per la visita. 
La rassegna è bella ed agevole da visitare. Il titolo completo è «Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico». Si trova a Palazzo Strozzi. Inaugurata il 14 marzo scorso, resterà aperta fino al 21 giugno 2015. Palazzo Strozzi è la prima sede di questa originale esposizione, progettata e realizzata dalla competente équipe fiorentina in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la Soprintendenza Archeologica della Toscana
Parlare di sinergia, in questo caso, sarebbe fin troppo facile. Qui si è formata non solo la sommatoria delle tre entità culturali di altissimo profilo che hanno realizzato la mostra, ma c'è una spinta nuova, nascente dalla terna istituzionale che ci propone questo magnifico viaggio, tra «Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico».


Testa-ritratto maschile, fine del II - inizi del I secolo a.C., bronzo, pasta di vetro, pietra nera, cm 32,5 x 22 x 22. 

Sono in mostra 50 capolavori in bronzo. Qui si può capire l’eccellente sviluppo artistico dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.). L’arte della scultura riflette il clima di apertura culturale del tempo. Il titolo spiega la funzione eroica del potere che ha il capo con l’esperienza emozione vissuta oggi dal turista o dal visitatore guardando tali opere. Con la loro forza drammatica, le sculture trasmettono, appunto, l’emozione affettiva e una commozione estetica.
Dopo questa prima puntata fiorentina la rassegna traslocherà negli Stati Uniti d’America. Prima sarà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015. Poi chiuderà i battenti alla National Gallery of Art di Washington DC, dal 6 dicembre 2015 al 20 marzo 2016.
Potrete vedere, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i più potenti capolavori del mondo antico. Le eccezionali opere d’arte provengono dai più prestigiosi musei archeologici italiani e internazionali come il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il Museo Nacional del Prado di Madrid, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il BritishMuseum di Londra, il Metropolitan Museumof Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Atene, il Museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, il Museo di Copenaghen, quello di Tbilisi
È stato Plinio il Vecchio ad affermare che il bronzo corinzio fosse ritenuto più prezioso dell’argento; forse paragonabile all’oro. Divisa in sette sezioni tematiche, l’esposizione inizia con la grande statua del cosiddetto Arringatore, già facente parte della raccolta di Cosimo I de’ Medici, a indicare il collezionismo di cui erano oggetto le opere ellenistiche già nel Rinascimento e con la Base di statua con firma di Lisippo, rinvenuta nel 1901 nell’antica Corinto.


Statua-ritratto di Aule Meteli (L’Arringatore).  Fine del II secolo a.C., bronzo, cm 179. Firenze, Museo Archeologico Nazionale

Orari: tutti i giorni 10.00-20.00, Giovedì 10.00-23.00. Dalle ore 9.00 solo su prenotazione. Accesso in mostra consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura.

Per informazioni e prenotazioni: Sigma CSC T. +39 055 2469600 F. +39 055 244145 e attività didattiche:  prenotazioni@palazzostrozzi.org

GUARDA IL VIDEO - Firenze, Palazzo Strozzi - Il curatore Kenneth Lapatin introduce la mostra "Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico" (14 marzo - 21 giugno 2015), realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la Soprintendenza Archeologia della Toscana.

Quei nasi all'insù
La immagine seguente è ripresa dal profilo Facebook di Palazzo Strozzi, tra l'altro per i curiosi è un apporto di notiziole interessante. La fotografia mostra l'impegno dello staff di Palazzo Strozzi anche per i piccoli visitatori. Comprendere la bellezza di una statua o di un'altra opera d'arte a quell'età è un'esperienza che verrà ricordata, forse, per tutta la vita. Altro che sindrome di Stendhal... 


Martedì 31 marzo 2015 alle 17.30 "L'arte a piccoli morsi" ! L'attività per famiglie con bambini di 3-6 anni di#BronziFirenze.
Info e prenotazioni http://bit.ly/picmobr