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giovedì 2 novembre 2017

Cinquecento a Firenze tra sacro e profano. Pittura e scultura

C’è una bella mostra a Firenze da non perdere. Col titolo assai centrato “Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna”, è stata curata da Carlo Falciani e Antonio Natali a Palazzo Strozzi. 


Qui ci sono veramente delle chicche da assaporare. L’esposizione consente al visitatore nazionale o straniero di gustare un bel po’ di bellezza. Sono presenti 41 artisti. In tutto le opere d’arte esposte sono 71, tra dipinti e sculture. Il fatto nuovo e interessante, oltre che di scelta etica nell’allestire la mostra, è che ben diciassette opere sono state sottoposte ad importanti e attenti interventi di restauro, coinvolgendo agenzie socio-economiche del territorio.
Non si mettono solo in mostra opere con titoli giubilari per fare cassetta, come capita in certe città del Veneto. Qui lo stile è un altro, anzi diciamo che qui c’è lo stile, dalle altre parti non lo so.
Tutte le tele, le sculture e le tavole di questa esposizione classica si riprendono la scena.  Recuperano la fruibilità del visitatore per un certo sfavillio che riescono ad emanare all’interno di un cammino espositivo, basato sul parallelo intrigante, tra il sacro e il profano, tipico del panorama cinquecentesco di Firenze, attraversato dalla Controriforma e dei fatti dei periodi successivi.
La presente esposizione è l’ultima tappa di una speciale trilogia analizzata da alcuni anni nel capoluogo fiorentino. Il tema di fondo verte sul periodo artistico che ha per protagonisti la città di Firenze, il “manierismo” e la “controriforma cattolica”. La prima rassegna sul tema è stata aperta nel 2010 con la personale sul “Bronzino” e, nel 2014, c’era la serie su “Pontormo e Rosso Fiorentino”.
Potrete assaporare, come dicono i critici, il dialogo tra i grandi maestri della storia dell’arte: Michelangelo, Pontormo, Giorgio Vasari, Rosso Fiorentino, Bronzino, Giambologna, Santi di Tito, Bartolomeo Ammannati, Andrea del Sarto ed altri.

La rassegna è aperta a Palazzo Strozzi dal 21 settembre al 21 gennaio 2017.
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Didascalia dell’immagine - Compianto su Cristo morto (Pietà di Luco), di Andrea del Sarto (Andrea d’Agnolo; Firenze 1486-1530), 1523-1524, olio su tavola, cm 238,5 x 198,5. Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina, inv. 1912 n. 58.
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domenica 17 aprile 2016

Da Kandinsky a Pollock a Firenze

C’è una mostra interessante ed istruttiva da vedere. Intitolata “Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim”, la rassegna è aperta al pubblico a Firenze presso Palazzo Strozzi dal 19 marzo al 24 luglio 2016. Se vi appassionano i colori, qui c’è trippa per gatti. Si va dal Surrealismo all’Action Painting fino all’Informale e alla Pop art.


Fare un elenco delle opere sarebbe riduttivo. La rassegna, pensata da Luca Massimo Barbero, curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, è nata dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York. Mette in scena un originale ed innovativo rapporto tra le collezioni di Solomon e Peggy, zio ed appassionata nipote. L’itinerario proposto si sviluppa tra i più grandi artisti della storia dell’arte del XX secolo. Iniziando con Kandinsky (visto il titolo della mostra) e proseguendo con Duchamp, Picasso e Max Ernst. Ci si sofferma sull’arte del dopoguerra tra Europa e America, con i cosiddetti informali europei tipo Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana. Poi ci sono i pezzi da novanta dell’arte moderna americana del periodo 1940-1960, tra cui emergono Jackson Pollock, di cui sono esposte 18 tele, oppure Mark Rothko presente in mostra con ben sei quadri. Di Alexander Calder vedrete cinque grandi sculture cosiddette mobiles, ma anche, tra gli altri, Willem de Kooning, Robert Motherwell, Roy Lichtenstein e Cy Twombly.
Una pagina del depliant della ottima mostra di Palazzo Strozzi con la riproduzione di una tela di Jackson Pollock, Senza titolo (argento verde) / Untitles (Green Silver), 1949 circa, New York, Solomon R. Guggenheim Museum

La stanza più bella è quella dedicata a Rothko. È un parere personale. Tutta nera. Con le tele dell’artista sotto i faretti a illuminare solo le sue campiture a forma di “rettangoloni”. Le scritte accanto ad ogni opera sono stampate sulla parete. A caratteri grandi, molto leggibili, anche da una certa distanza. Sono poste ad un metro e venti centimetri da terra. Oserei dire: a norma europea (del parapetto). Mi scuserà il lettore se insisto su tali aspetti diciamo così noiosamente accessori. Ho visto troppe esposizioni o musei con le targhette di spiegazione formato francobollo, posizionate a pochi centimetri dal battiscopa. Utili alle pantegane forse, ma poco agevoli per gli umani.
Certi miei amici architetti (e allestitori di mostre e musei) sostengono, ad esempio, che le targhette color argento metallizzato (tipo specchio accecante) con le scritte azzurre siano molto “di tendenza”. Sarà, ma sono illeggibili, quindi demenziali. A Palazzo Strozzi è tutto leggibile e fruibile, persino alle famiglie e ai bambini.
Uno degli ingressi alla originale rassegna di Firenze, Palazzo Strozzi Da Kandisky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim” 
Fotografia di Elio Varutti

È logico che le opere d’arte siano al primo posto in una mostra, ma l’allestimento e la fruibilità dei visitatori non sono da trascurare. Lo sapevano già i primi raccoglitori di opere d’arte: sovrani e papi. Ma anche le casate nobili, come i Medici, gli Estensi e i Gonzaga. Mi vengono in mente il corridoio vasariano, la galleria degli Uffizi, oppure la Wunderkammer (camera delle Meraviglie) dei paesi nordici, originatasi dal medievale tesoro dei castelli principeschi. Per giungere, appunto, a Peggy Guggenheim e alla Galleria surrealista di “Art of This Century” realizzata a New York nel 1942 circa, in piena seconda guerra mondiale. Pareti ricurve, luci che si accendevano e si spegnevano ogni tre secondi, sgomentando i visitatori, secondo le parole della stessa Guggenheim.
Appena entrati in questa rassegna c’è la citazione dell’allestimento della Galleria surrealista del 1942. Si incappa nelle deliziose linee squadrate di Giorgio De Chirico de “Il pomeriggio soave (Le Doux Après-midi)” del 1916. Cent’anni fa, altro periodo di tremenda guerra. Lì appresso c’è un Max Ernst intitolato “Il bacio (Le Baiser)”, olio su tela del 1927, che campeggia nelle fotografie della mostra surrealista del 1942. Corpi che si avvinghiano. Figure molli ed un piedone che spunta in basso a destra. Max Ernst mi ha sempre fatto rivoltare le celulline del cervello. Con l’encefalo ribaltato (o aumentato?) posso accingermi a visitare questa mostra così intrigante. Allora capisco al volo la scultura in ottone di Constantin Brancusi intitolata “Uccello nello spazio (L’Oiseau dans l’espace)”, cm 151,7, del periodo 1932-1940, cui lo stesso autore era così affezionato da esitare nel venderla, pur sapendo che sarebbe finita in ottime mani.
Tutta questa mostra è una dimostrazione di affetto per l’arte dei mecenati, quali furono i Guggenheim. Generosi, oltre tutto, con vari musei del mondo, viste le donazioni effettuate da Peggy Guggenheim. Hanno creato, inoltre, due istituzioni culturali tra le più celebri al mondo per l’arte moderna, la Collezione di Venezia, del 1951 e il museo Guggenheim di New York, inaugurato nel 1937.    
Ritorno alla sala di Rothko, perché è come un ventre materno direbbero altri miei amici, psicanalisti, questa volta. L’effetto buio genera nel visitatore un risultato moltiplicatore delle sensazioni sprigionate dalle opere e dai colori caldi di Rothko. Usciti di lì c’è l’ultima sala con un quadro di Roy Lichtenstein di dimensioni ciclopiche. È un olio e acrilico su tre tele ravvicinate per dimensioni totali di cm 304,8 x 548,6 intitolato Preparativi, del 1968. Ci sono volti grandissimi, tipo statue dell’Isola di Pasqua, con fumanti ciminiere e una mano con martello che batte sulle travi e putrelle metalliche di una metropoli industriale e città dei consumi.  
Qualche visitatore si sarà stizzito (anziché divertirsi) nell’osservare le sculte dondolanti di Alexander Calder. Sono esse inserite in una grande sala con appese alle pareti opere con forme tondeggianti e ricurve come le note lamiere di Calder.
C’è chi avrà esclamato: “Ma quello lo so fare anch’io”, dinanzi alle tele sforacchiate di Lucio Fontana, oppure dinanzi alle plastiche e cellotex incendiate e combuste di Alberto Burri, nell’opera “Bianco B.” del 1965, o ai baffetti piazzati sull’immagine di Monna Lisa da Marcel Duchamp nella sua “Scatola in una valigia (Boîte en-valise)” del 1941. A parte che l’aveva già detto e scritto William Hogarth nella sua “The Analysis of Beauty”, Londra, 1753. Scrive Hogarth di certi semplici profili riprodotti nel volume “ed ognuno potrebbe fare il medesimo ad occhi chiusi” (p.12 della edizione italiana “L’analisi della bellezza”, Milano, Se srl, 1989). In generale bisogna ricordare quale sia il percorso artistico compiuto da un pittore. Picasso non ha dipinto sempre e solo nasoni strani come nel “Busto di uomo in maglia a righe” del 1939, presente pure in questa rassegna. Il modernismo è anche questo.
Alle ore 16 di sabato 16 aprile 2016 "solo" 60 persone in coda, in fondo nella fotografia

Ho lasciato per ultimo in questi modesti commenti un cenno a Mirko Basaldella, scultore nato a Udine nel 1910 e morto a Cambridge nel 1969. Qui le sue sculture leonine degli anni Cinquanta sono valorizzate tanto da evocare l’ingresso in certe importanti cattedrali italiane, dove appunto si notano a destra e a sinistra del portale principale la scultura dei grandi felidi. 

C’è infine da dire che la mostra “Da Kandisky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim” è tra le cinque cose da non perdere al mondo. Ciò almeno stando all'articolo del magazine "Ulisse" di Alitalia, marzo 2016.

Ultimissime dalla biglietteria della rassegna. Nel pomeriggio del 18 aprile 2016 è stata superata la quota 50 mila visitatori. Non male come inizio!

Teoria e pratica del magnetino di Klee
Avesse saputo Paul Klee che i suoi dipinti sarebbero finiti sui magnetini del frigorifero, non so cosa avrebbe pensato. Eppure la mini riproduzione del “Portrait of Mrs. P. in the South”, del 1924, della Peggy Guggenheim Collection di Venezia è proprio lì sul mio frigorifero. Me la godo ogni volta che la vedo. Mi fa impazzire per il miscuglio di tecniche usate dall’autore. Disegno ad acquerello e ricalco a olio su carta montata su tavola dipinta a gouache. Neanche fosse stato un tipografo! Quel delizioso cappellino con la veletta della signora “P. nel Sud” poi è lì in mostra a Firenze a Palazzo Strozzi. Klee mi ha sempre fatto sognare, e lo ringrazio.
Non vorrei scomodare Walter Benjamin col suo “Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit” (L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica) del 1936. Egli sostiene che, col Novecento, le nuove tecniche per produrre, rifare e diffondere, a livello di massa, opere d’arte abbia sostanzialmente mutato l'approccio verso l’arte sia degli autori che del pubblico. Benjamin incrocia nel suo geniale saggio due temi di fondo, la riflessione sul rapporto tra arte e tecnica e la fruizione dell’opera d’arte nella società di massa.

È un dato di fatto che un banale magnetino di pochi euro (o un poster, una fotografia) di una celebre opera d’arte consenta la fruizione in ogni spazio, che non sia un museo o una galleria d’arte. Persino la portiera di un frigorifero.
Paul Klee, “Portrait of Mrs. P. in the South”, 1924, Peggy Guggenheim Collection, Venezia
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Orario mostra: tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00. Giovedì: 10.00-23.00
Info: telefono +39 055 2645155 sito web: www.palazzostrozzi.org/mostre/guggenheim/
info@palazzostrozzi.org

Prenotazioni: Sigma CSC. Dal lunedì al venerdì: 9.00-13.00 / 14.00-18.00. Telefono: +39 055 2469600.
prenotazioni@palazzostrozzi.org

mercoledì 9 dicembre 2015

Bella, divina la mostra di Palazzo Strozzi a Firenze

Mi riferisco alla rassegna intitolata “Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana”, aperta dal 24 settembre 2015 al 24 gennaio 2016 a Palazzo Strozzi a Firenze. Nei primi giorni di dicembre era già un evento record, con i suoi 75 mila visitatori.
Madonna II
Edvard Munch (Løten 1863-Ekely 1944), 1895-1902, litografia colorata a mano, mm 605 x 445. Collezione privata.
Ars Longa, Vita Brevis/Tor Petter Mygland, Oslo

Vorrei iniziare questa recensione con il frammento n. 1100 di Novalis, che recita: «Il bello è il visibile per eccellenza». Ho visitato la mostra durante il ponte dell’Immacolata, come dice la gente. Ciò ha favorito un maggiore afflusso turistico, come dicono i commercianti. Anche a Palazzo Strozzi c’era il pienone, con la lunga coda per il biglietto d’ingresso, come la si poteva vedere nelle esposizioni degli anni Novanta.
Allora sono proprio belle le opere esibite con un filo conduttore di eccellenza: una bellezza da essere divina! A cominciare dal biglietto d’ingresso, che riproduce la piccola Pietà di Vincent van Gogh, del 1889 circa in possesso ai Musei Vaticani. È la stessa immagine riprodotta nei bozzetti pubblicitari dei giornali stampati. C’è il Cristo con una barba fulva e corta; è una formula iconografica fuori dai canoni estetici tradizionali. La riflessione tra arte e sacralità qui vola per ogni sala espositiva.
Che piacere vedere nugoli di bambini accompagnati da un genitore o da altri! Ognuno con la propria audioguida, essi erano impegnati a cercare il numero sotto l’opera col simbolo di bambino. Poi tutti a bocca aperta ad ascoltare ciò che dice la voce registrata. Certo, alcuni di loro correvano un po’ di qua e un po’ di là, ma educare all’arte è un compito sociale, non solo della collaudata esperienza del team didattico di Palazzo Strozzi.
Pietà
Vincent van Gogh (Groot Zundert 1835-Auvers-sur-Oise 1890), (da Delacroix) 1889 circa, olio su tela, cm 41,5x34. Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 23698.
Foto © Governatorato dello Stato della Città del Vaticano - Direzione dei Musei

Altri artisti internazionali della mostra sono un giovane Pablo Picasso, col dipinto del Cristo con la testa disumana, oppure un figurativo Max Ernst. La Madonna rappresentata da Edvard Munch (1885-1902) ti lascia senza parole, con la sua espressione di dolore. Le occhiaie affossate, il corpo nudo appena percepito ed altri stilemi classici del grande pittore nordico trasmettono l’ansia, l’insicurezza, quasi la tragedia del vivere quotidiano, ancor di più enfatizzati dai fatti di terrorismo e cronaca nera di questi ultimi mesi del 2015.
Ci sono poi opere di Jean-François Millet, Henri Matisse e due inquietanti volti di Georges Rouault. I prodotti artistici in mostra sono oltre cento. Tra gli artisti italiani si ricordano: Lucio Fontana, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Gino Severini, Felice Casorati, Gaetano Previati, Domenico Morelli e Manzù.

Un ultimo frammento di Novalis che desidero menzionare, dopo aver visto la interessante mostra fiorentina, è quello col n. 1111. Esso dice: «La cosa interessante è la materia che si muove intorno alla bellezza. Dove c’è spirito e bellezza il meglio di tutte le nature si accumula in vibrazioni concentriche». Questa rassegna produce vibrazioni positive e fa meditare. Per quanto mi riguarda è stata una soave esperienza-emozione.  

giovedì 2 aprile 2015

I bronzi greci di Firenze

C’è una mostra più unica che rara a Firenze. Si vede: Potere e pathos. Alcune opere qui presenti sono state scoperte da poco. Questo è un altro motivo interessante per la visita. 
La rassegna è bella ed agevole da visitare. Il titolo completo è «Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico». Si trova a Palazzo Strozzi. Inaugurata il 14 marzo scorso, resterà aperta fino al 21 giugno 2015. Palazzo Strozzi è la prima sede di questa originale esposizione, progettata e realizzata dalla competente équipe fiorentina in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la Soprintendenza Archeologica della Toscana
Parlare di sinergia, in questo caso, sarebbe fin troppo facile. Qui si è formata non solo la sommatoria delle tre entità culturali di altissimo profilo che hanno realizzato la mostra, ma c'è una spinta nuova, nascente dalla terna istituzionale che ci propone questo magnifico viaggio, tra «Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico».


Testa-ritratto maschile, fine del II - inizi del I secolo a.C., bronzo, pasta di vetro, pietra nera, cm 32,5 x 22 x 22. 

Sono in mostra 50 capolavori in bronzo. Qui si può capire l’eccellente sviluppo artistico dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.). L’arte della scultura riflette il clima di apertura culturale del tempo. Il titolo spiega la funzione eroica del potere che ha il capo con l’esperienza emozione vissuta oggi dal turista o dal visitatore guardando tali opere. Con la loro forza drammatica, le sculture trasmettono, appunto, l’emozione affettiva e una commozione estetica.
Dopo questa prima puntata fiorentina la rassegna traslocherà negli Stati Uniti d’America. Prima sarà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015. Poi chiuderà i battenti alla National Gallery of Art di Washington DC, dal 6 dicembre 2015 al 20 marzo 2016.
Potrete vedere, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i più potenti capolavori del mondo antico. Le eccezionali opere d’arte provengono dai più prestigiosi musei archeologici italiani e internazionali come il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il Museo Nacional del Prado di Madrid, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il BritishMuseum di Londra, il Metropolitan Museumof Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Atene, il Museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, il Museo di Copenaghen, quello di Tbilisi
È stato Plinio il Vecchio ad affermare che il bronzo corinzio fosse ritenuto più prezioso dell’argento; forse paragonabile all’oro. Divisa in sette sezioni tematiche, l’esposizione inizia con la grande statua del cosiddetto Arringatore, già facente parte della raccolta di Cosimo I de’ Medici, a indicare il collezionismo di cui erano oggetto le opere ellenistiche già nel Rinascimento e con la Base di statua con firma di Lisippo, rinvenuta nel 1901 nell’antica Corinto.


Statua-ritratto di Aule Meteli (L’Arringatore).  Fine del II secolo a.C., bronzo, cm 179. Firenze, Museo Archeologico Nazionale

Orari: tutti i giorni 10.00-20.00, Giovedì 10.00-23.00. Dalle ore 9.00 solo su prenotazione. Accesso in mostra consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura.

Per informazioni e prenotazioni: Sigma CSC T. +39 055 2469600 F. +39 055 244145 e attività didattiche:  prenotazioni@palazzostrozzi.org

GUARDA IL VIDEO - Firenze, Palazzo Strozzi - Il curatore Kenneth Lapatin introduce la mostra "Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico" (14 marzo - 21 giugno 2015), realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la Soprintendenza Archeologia della Toscana.

Quei nasi all'insù
La immagine seguente è ripresa dal profilo Facebook di Palazzo Strozzi, tra l'altro per i curiosi è un apporto di notiziole interessante. La fotografia mostra l'impegno dello staff di Palazzo Strozzi anche per i piccoli visitatori. Comprendere la bellezza di una statua o di un'altra opera d'arte a quell'età è un'esperienza che verrà ricordata, forse, per tutta la vita. Altro che sindrome di Stendhal... 


Martedì 31 marzo 2015 alle 17.30 "L'arte a piccoli morsi" ! L'attività per famiglie con bambini di 3-6 anni di#BronziFirenze.
Info e prenotazioni http://bit.ly/picmobr

sabato 25 ottobre 2014

Però, Picasso a Firenze

Donne piangenti, il pittore e la sua modella, studio del cavallo, il toro, disegni e stampe preparatori per Guernica, collegamenti con altri artisti spagnoli, quadri di grandi dimensioni. Esco con questa scheda di frammentazione dei contenuti dalla bella mostra di "Picasso e la modernità spagnola", allestita a Palazzo Strozzi a Firenze aperta dal 20 settembre 2014 al 25 gennaio 2015.
Di Pablo Picasso è stato scritto e detto di tutto e di più. La rassegna è curata attentamente e si visita piacevolemente. Mi hanno colpito i gustosi collegamenti con altri pittori, certi calibri da 90! Prendiamo, ad esempio: Joan Miró, Salvador Dalí, Juan Gris, Maria Blanchard e Julio González. Gran parte dei visitatori conosceranno i primi due nomi, ma pure il resto degli artisti è interessante e culturalmente formativo.
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Le opere in esposizione sono eccezionali e provengono dalla collezione del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid.
La mostra, che nasce dal buzzo buono di Eugenio Carmona, professore ordinario di Storia dell’arte all’Università di Malaga, propone in visione una novantina di opere dell'attività di Picasso e di altri artisti tra dipinti, sculture (alcune materiste, tremendamente materiste) disegni, incisioni e, perfino un film di José Val del Omar. Qui sono presenti capolavori storici di Picasso, tipo: Testa di donna, del 1910, oppure il Ritratto di Dora Maar, del 27 marzo 1939 (riprodotto nel biglietto d'ingresso, nei manifesti e in tutta la promotion della mostra). Poi troverete Il pittore e la modella, del 1963, con colori chiassosi. Un numero così alto di quadri, sculture, e disegni su Picasso e sui moderni artisti spagnoli - dicono - che non sia mai stato esposto in Italia, con alcuni prestiti inediti.
Un significato forte è dato dagli aspetti culturali, storici e politici che si possono cogliere tra le opere e gli eventi del periodo. Basti pensare al bombardamento nazifascista di Guernica, nel 1937. L'olio su tela che l'artista produce misura 349 cm × 776 cm.; qui è quasi presente con tutti gli apparati preparatori del grande artista.
A margine di questa breve recensione, scritta nel giorno del compleanno di Picasso, mi si lasci riferire un quesito di una certa Giorgia, di nove anni, postato in Facebook, che si chiede "perché Picasso usava le modelle, tenendole immobili per ore, se poi dipingeva tutt'altro?" La domanda della piccola visitatrice sino ad oggi si è beccata 911 "mi piace" e 345 "condivisioni". Gli storici dell'arte e le guide turistiche sono avvertiti: a Firenze non ci si viene solo per la sindrome di Stendhal, ci si capita pure per fare domande puntute come quella di Giorgia, piccola dolce curiosa di Picasso.