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domenica 13 febbraio 2022

L’Olocausto degli Ebrei di Bosnia, da una tesi di laurea dell’Università di Udine

La presente ricerca si basa su una tesi di laurea di Marica Dukic, dal titolo Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, discussa all’ateneo friulano nell’anno accademico 2014-2015. Relatrice di tale originale indagine è stata la professoressa Natka Badurina, dell’Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere. La laureanda si è avvalsa della recente letteratura sul campo in lingua bosniaca, come è per l’autore Jakov Danon, col suo: Memoari na holokaust Jevreja Bosanske Krajine, del 2010.

Siamo onorati di pubblicare nel blog, con qualche integrazione, la parte riferita alla Shoah della sua tesi. La pubblicazione in anteprima di queste interessanti pagine è frutto dello studio attento di Marica Dukic, che ringraziamo per averci messo a disposizione generosamente la sua opera per il presente articolo (a cura di Elio Varutti).

                                                                               

Gli ebrei giungono sul territorio della Bosnia ed Erzegovina nel 1541, passando per la Turchia, l’Albania, la Grecia, oppure per l’Italia, o per la Repubblica di Ragusa. I primi documenti scritti sugli ebrei risalgono al 1565, gli scritti di Sidžila, ossia le fonti ufficiali della corte di Sarajevo. I primi monumenti ebraici in Bosnia risalgono al 1551. La maggior parte degli ebrei che arrivano in quel periodo sono sefarditi, espulsi dai Paesi Iberici, ma c’è anche un gruppo di ebrei autoctoni di ascendenza askenazita, originario dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa.

Gli ebrei, dopo esser giunti in Bosnia-Erzegovina e fino ad oggi, a differenza di tutte le altre religioni, non hanno mai come scopo la sottomissione degli altri. Nel passato cercavano di andare d’accordo con tutti i popoli e con tutte le religioni del luogo. I sefarditi usano il ladino come lingua, invece gli askenaziti usano lo yiddish. Si stabiliscono maggiormente nelle città bosniache, concentrandosi intorno a quattro grandi centri urbani: Sarajevo, Travnik, Banja Luka e Bijeljina. Prima arrivano in piccoli gruppi o singoli individui per verificare le condizioni di vita, conoscere meglio il posto e la gente. Quando sono sicuri che non c’è il rischio di essere perseguitati o allontanati, comunicano alle famiglie e ai parenti di raggiungerli. Dalle quattro città più grandi si trasferiscono a Gradiška, Prijedor, Bosanski Novi, Kostajnica, Derventa, Bihać, Sanski Most, Foča, Višegrad, Zenica, Jajce ed altre località (Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, pag. 10).

Vengono accolti bene dal sultano turco Bayezid e ciò è confermato dalla costruzione della sinagoga nel 1581 a Sarajevo. Con il passare degli anni, tuttavia, gli ebrei perdono il loro status di privilegiati a causa dei corrotti detentori del potere ottomano, bramosi di arricchirsi chiedendo imposte e regali. Tale negativa situazione cambia durante la seconda metà del XIX secolo, quando Abdul Medžida, o Abdülmecid I, nel 1840 proclama il decreto per dare a tutti gli ebrei della Bosnia-Erzegovina la piena autonomia, riconoscimento dei diritti civili, la libertà religiosa e il permesso per la costruzione delle sinagoghe.

L’esercito dell’Impero Austro-ungarico, alla fine di giugno del 1878, invade la Bosnia-Erzegovina, instaurando una nuova amministrazione nella regione fino al 1918, provocando l’esodo di vari musulmani. L’area è pretesa dalle Autorità Austro-ungariche a seguito del Congresso di Berlino del 1878, sebbene continuasse a far parte dell’Impero ottomano. Nel 1908 l’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ai propri domini, ponendoli sotto il proprio comando.

In tale periodo si nota un consistente sviluppo demografico della comunità giudaica. Si va dai 3.300 ebrei del 1878, dei quali 3.000 sono sefarditi, agli 11.868 individui del 1910, dei quali i sefarditi sono 8.219 e il resto sono askenaziti. Gli ebrei sono lo 0,62 per cento della popolazione bosniaca nel 1910, che non arriva a sfiorare i 2 milioni di abitanti (Marica Dukic, p. 11).

C’è la creazione di due distinte comunità ebraiche, una sefardita e l’altra askenazita a Sarajevo e Banja Luka. Sono stati scelti due rabbini e si sono diffuse due lingue diverse. Solo il 10 per cento della popolazione di fede ebraica vive in stato di povertà, mentre il resto degli individui è suddiviso egualmente tra chi vive in ottime, medie e modeste condizioni di vita (p. 12).

Alla fine della Grande guerra la Bosnia-Erzegovina fa parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,  abbreviato in Regno di SHS. È uno Stato dell’Europa, riconosciuto dopo la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Tale stato cambia nome alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Con l'inizio del 1940 pian piano si inizia a sentire che la guerra e il crollo del Regno di Jugoslavia si stanno avvicinando, ma nessuno sospettava che potesse creare danni così grandi e prendere così tante vite. Il periodo di terrore inizia con le leggi antisemite, emanate sotto il governo fascista dello Stato indipendente della Croazia-NDH (Stato indipendente di Croazia-Nezavisna Drzava Hrvatska), comandato da Ante Pavelić, che ha considerato gli ebrei come “elementi indesiderabili”, o “di poco valore”. Queste leggi hanno impedito agli ebrei di lavorare, di studiare, di andare a scuola, all’università, di utilizzare trasporti pubblici, di andare al cinema o a teatro. Tutto questo, giorno dopo giorno, porta alla persecuzione e al genocidio. La propaganda antisemitica, presente su tutto il territorio bosniaco, è stata fatta con tutti i mezzi a disposizione: mediante i giornali, riviste, volantini, radiotrasmissioni, film documentari, mostrando gli avanzamenti del potere tedesco e la liquidazione degli ebrei.

Con la creazione della NDH, che era uno stato satellite della Germania nazista, la Bosnia fu sottomessa al nuovo potere. La politica di Hitler consisteva nel risolvere “la questione ebraica” tramite la loro liquidazione dalla faccia della terra. I fascisti di Bosnia, affermando che il loro scopo era giustificato, cominciano a torturare, rubare, uccidere e rapinare la popolazione ebraica senza alcuna compassione. Il giorno d’inizio dell’Olocausto è il 10 aprile 1941, che è anche la data della creazione del governo NDH. È pure la data nella quale gli ustascia (ustaša) decidono di risolvere la questione ebraica, come avevano fatto i tedeschi. Il 1° agosto 1941 furono fucilati i primi ebrei a Vrace, vicino a Sarajevo. Alcuni ebrei sono riusciti a salvarsi, comprando i documenti falsi, e scappando verso Spalato (3.000 persone) e altri 3.500 ebrei si rifugiano a Ragusa (Marica Dukic, p. 13). Altre centinaia di loro trovano la salvezza essendo internati da Mostar al Campo di concentramento di Arbe, sotto il controllo dell’Esercito Italiano (Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009).

Si ricorda che il generale del Regio esercito italiano Vittorio Ambrosio, nel mese di aprile 1941, conquista in pochi giorni tutta la costa adriatica della Jugoslavia, entrando a Spalato accolto felicemente dai diversi cittadini di etnia italiana, coinvolti nel 1920 nei sanguinosi incidenti provocati dai nazionalisti croati. Un mese dopo Mussolini annette la nuova provincia al Regno d’Italia, istituendo il Governatorato italiano della Dalmazia. Migliaia di ebrei croati, allora cercano rifugio nel Governatorato stesso, trasferendosi a Spalato, specialmente nel 1942 (vedi: Spencer Tucker, Who's Who in Twentieth Century Warfare, Taylor & Francis, 14 dicembre 2003).

Il fascista croato Ante Pavelić, con i suoi ustascia, fa costruire decine di campi di concentramento, dove raccogliere dissidenti, serbi, ebrei, rom e antifascisti, soggetti a torture e lavori massacranti fino allo sterminio nei forni crematori.

Al Campo di concentramento di Jasenovac – spiega Marica Dukic – sono stati uccisi 20.000 bambini di nazionalità ebrea, serba e rom. Le donne sopravvissute e i loro figli sono stati uccisi il 20 aprile 1945. Per nascondere i loro crimini, gli ustaša hanno deciso di liquidare quelli che erano rimasti ancora in vita, anche se si trattava solo di un piccolo gruppo. Essi hanno provato a fuggire, ma la maggior parte non è riuscita nemmeno a uscire dalla porta, sono stati uccisi subito, e un piccolo numero di sopravvissuti (90 persone) si è avviato verso il fiume Sava. Le truppe partigiane jugoslave sono entrate nel campo Stara Gradiška il 23 aprile 1945 e a Jasenovac il 2 maggio 1945, senza però trovare anima viva, ma solamente cadaveri e rovine dei campi distrutti, le uniche testimonianze del crimine avvenuto. Il numero delle persone uccise non è mai stato stabilito con precisione: si parla all’incirca di 700.000 persone, e tra questi 33.000 ebrei, che rappresentano l'80% di tutta la popolazione ebraica presente sul territorio bosniaco in quel periodo (pp. 15-16).

Lo sterminio delle comunità ebraiche in Bosnia, dal punto di vista quantitativo, è illustrato nella tabella n. 1, che considera anche i pochi cambiamenti dopo il 1945 e le guerre sorte allo scioglimento della Jugoslavia, avvenuto dal 1991.

Tab. n. 1 – La Shoah in Bosnia-Erzegovina

Città

Ebrei nel 1941

Nel 2009

Banja Luka

480

92

Bihać

168

-

Sanski Most

79

-

Prijedor

47

-

Derventa

136

-

Doboj

105

Morti il 93%

Sarajevo

7.065 circa

1.413 nel 1946

750 nel 2014

Fonte: Nostra elaborazione su dati di Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014-2015.

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L’opera inedita analizzata - Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014/’15, pp. 106.

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Cenni bibliografici e sitologici – E. Varutti, “Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)”, on line dal 10 luglio 2018 su   eliovarutti.blogspot.com/

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Note - Autore di riferimento: Marica Dukic. Altri testi a cura di Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, Gregorio Zamò, Marco Balestra e il professor Stefano Meroi. Copertina: cartolina di Sarajevo; collez. privata. Si ringrazia Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici e naturalistici e alla Biblioteca del Comune di Tarcento (UD) che in occasione del Giorno della Memoria 2022 ha messo in contatto Marica Dukic con l’Autore dei testi. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.


venerdì 1 febbraio 2019

Tarcento, Giorno della Memoria parlando del Ghetto di Varsavia e del Campo di Arbe


Non pare neanche vero che un Campo di concentramento possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento (come a Gonars e a Arbe) gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Tarcento, Giorno della Memoria. Fotografia di Bruno Bonetti

Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare ogni forma di resistenza antifascista, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei. Di queste notizie ha parlato il professor Elio Varutti nella Biblioteca di Tarcento il 30 gennaio 2019, in occasione del Giorno della Memoria.
Ha aperto i lavori dell’incontro Luca Toso, vice sindaco di Tarcento, portando i saluti della Civica Amministrazione, presente in sala con altri consiglieri comunali, come Luca Paolone e  Luisa Fossati. In seguito è intervenuta la seconda relatrice della riunione, la studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia”.
Tarcento, Tiziana Menotti relatrice al Giorno della Memoria. Fotografia di E. Varutti

Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
“Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità – ha detto Tiziana Menotti – Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente”.
Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Tarcento, Giorno della Memoria, parte del pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti

Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto.
“Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città – ha concluso la Menotti – si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas”.
Tiziana Menotti (Udine 1954) è medico e slavista, appassionata di lingua e cultura ceca. Fotografia di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

martedì 10 luglio 2018

Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)


È un libro importante e molto documentato questo di Menachem Shelah. È intitolato “Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943)”. Destò un certo interesse sin dalla sua prima edizione, nel 1991, con la traduzione dall’ebraico di Gaio Sciloni. Era un pezzo di storia del tutto sconosciuto.
Il cancello nell’area Parco della Rimembranza di Arbe / Rab (Croazia). Fotografia di Giovanni Doronzo 2018

Descrive la sorprendente vicenda di 3.577 ebrei jugoslavi imprigionati, nell’isola di Arbe / Rab (oggi: Croazia) sotto la vigilanza delle truppe italiane di occupazione. Essi furono liberati quando cadde il regime mussoliniano nel 1943. Fu così che si salvarono “dalle grinfie naziste”, come ha scritto Yossef Lapid, da Tel Aviv, nel 1985, per la presentazione del volume edito nel 1991. 
Per quali motivi furono salvati, pur essendo in vigore dal 1938, con l’avallo del re, le leggi razziali fasciste contro gli ebrei? La risposta dell’autore, condivisa dal presentatore, è dovuta a motivi umanitari, col pericolo di essere denunciati all’Opera di Vigilanza e di Repressione dell’Antifascismo (OVRA), ossia la polizia segreta fascista.
Nel 1941-1942 molti alti ufficiali dell’esercito, il corpo diplomatico, i funzionari statali, la polizia e la Chiesa avevano ormai cognizione delle stragi e delle uccisioni di massa di ebrei perpetrate dai nazisti e dai loro complici nei territori invasi, dalla Polonia, alla Francia come, ad esempio, nella Croazia degli ustascia di Ante Pavelić, terribilmente antiserbo e antisemita.
Menachem Shelah spiega che alcuni generali dell’esercito di occupazione italiano e taluni funzionari statali, ad esempio, quelli del ministero degli Esteri, consapevoli dell’imminente crollo del fascismo, fecero la rischiosa scelta anche per calcolo politico. Nel senso che il salvataggio di quegli ebrei avrebbe potuto servir loro come salvacondotto nel momento della resa dei conti con gli alleati anglo-americani vincitori. È vero, altresì, che tale considerazione non scalfisce il valore del salvataggio compiuto, a rischio di essere spediti a loro volta nei lager nazisti, come capitò a Giovanni Palatucci, questore di Fiume, un altro italiano che aiutò gli ebrei. Egli fu ucciso a Dachau.
Nell’edizione del 2009 è contenuto un originale aggiornamento. Prima di tutto in una Presentazione alla ristampa, il colonnello Antonino Zarcone, capo Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, chiarisce che: “Il dato fondamentale che emerge dalla lettura della ricostruzione storica di Shelah è il ruolo assunto dalle Unità dell’Esercito Italiano e dei militari presenti in Croazia nel tutelare gli ebrei dalla persecuzione” (pag. IV).
Ogulin, Zona d’operazioni – Foto ricordo del 1° Squadrone del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, 12 aprile 1941. Collezione Giulio Orgnani, Udine

Di più, Leone Elio Paserman, presidente della Fondazione Museo della Shoah, nella Prefazione alla ristampa precisa che: “Resta il fatto che il Reale Esercito, insieme con l’appoggio di alcuni diplomatici, protesse gli ebrei allora dimoranti nella Dalmazia occupata, come, anche, nello stesso periodo, nella Francia meridionale, rifiutandone la consegna ai nazisti con vari stratagemmi, salvandoli da morte certa” (p. VI).
Le righe più significative di questa iniziale parte della seconda ristampa, in ogni caso, sono riferite alle parole di Renata Conforty pronunciate nella sinagoga di Cuneo il 31 maggio 2006, nel volume pubblicate col  titolo: Testimonianza (pp. VII-VIII). La signora Renata Conforty ha detto che: “insieme alla mia mamma Olga, di 90 anni, e a mia sorella Dina, che vive in Israele, possiamo pubblicamente ringraziare il tenente colonnello Antonio Bertone, che ha salvato e protetto la nostra famiglia durante tutto il periodo bellico, dal 1941 al 1945”.
I Conforty vivevano a Zagabria, dove il capofamiglia Salvatore commerciava all’ingrosso in pellami e pelliccerie. Con l’invasione della Jugoslavia da parte di Germania e Italia nel 1941 per gli ebrei locali iniziarono le persecuzioni da parte degli ustascia con la deportazione verso i campi di sterminio. Fuggiti da Zagabria, per salvare la pelle, i Conforty, il 17 luglio 1941, si rifugiarono da parenti a Ogulin, nella zona d’occupazione dell’esercito italiano. Molti ufficiali italiani trovarono alloggio presso le famiglie ebraiche di Ogulin. Fu così che i Conforty conobbero il tenente colonnello Antonio Bertone, ospite di Elsa Hamburger in Goldner, zia di Renata Conforty.
Ogulin, Zona d’operazioni – Rancio al 1° Squadrone del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, 12 aprile 1941. Collezione Giulio Orgnani, Udine

Bertone allora si diede da fare per far espatriare clandestinamente la famiglia ebraica, con l’aiuto di altri militari italiani, facendola arrivare in treno a Fiume. Il capo ufficio stranieri di Fiume era proprio Giovanni Palatucci, che ospitò il gruppo dei Conforty niente meno che nella soffitta della questura, finché ebbero il permesso di soggiorno. Stabilitisi a Fiume i Conforty, il 15 agosto 1942, non sentendosi abbastanza sicuri, si trasferirono assieme ad altri parenti ebrei a Sestola, Mirandola e Zocca, in provincia di Modena, sempre con l’intervento determinante di Bertone e dei mezzi che metteva loro a disposizione.
La liberazione del 1945 colse la famiglia Conforty a Valenza Po e i contatti, divenuti affettuosi, con Nino Bertone si svilupparono pure nel dopoguerra. Il 10 novembre 2005 la Commissione per la designazione dei Giusti, istituita dallo Yad Vashem di Gerusalemme, assegnò al tenente colonnello Antonio Bertone la medaglia di Giusto fra le Nazioni.
Molto importante e centrata in veste storica è la Prefazione di Antonello Biagini, ordinario di Storia dell’Europa orientale all’Università “La Sapienza” di Roma, che firma pure una chiara e limpida Introduzione alla ristampa. Il volume, dato alle stampe nel 1991 e risultante a cura dello stesso Antonello Biagini e di Rita Tolomeo, va contro una certa storiografia tesa a manipolare i fatti pronunciando la condanna dei protagonisti.
Negli scorsi decenni si è sviluppata una storiografia tendente a contrastare l’immagine del soldato italiano “brava-gente”, veicolata dal dopoguerra agli anni 1980-1990. È vero, tuttavia, che non si può generalizzare. I comportamenti di certuni furono di sentimenti nobili ed umani, mentre altri si macchiarono di certi crimini.
Josipdol, Zona d’operazioni – Festa del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria con la messa al campo, 24 giugno 1941. Collezione Giulio Orgnani, Udine

Pure alcuni storici di Belgrado, come Jaša Romano, nel 1980, accennarono al salvataggio effettuato dagli italiani di oltre 3500 ebrei del Campo di Arbe contro le pretese ustascia e dei nazisti che li pretendevano per la soluzione finale hitleriana. Si ricorda che in Jugoslavia negli anni ’30 c’erano oltre 80 mila ebrei. Dopo la guerra se ne erano salvati 13.500. Il 30 per cento di essi erano al Campo di Rab, gestito dagli italiani, che in un’altra parte della struttura avevano concentrato oppositori sloveni e croati.
Dopo l’8 settembre 1943 al Campo di concentramento di Arbe gli internati (ebrei, da un parte e sloveni-croati, dall’altra) presero il comando dei due campi. Con il colonnello Vincenzo Cujuli, comandante del Campo fu deciso che ai soldati di guardia fosse consentito di evacuare il posto, mentre il colonnello fu arrestato e consegnato ai partigiani. Egli si suicidò qualche giorno dopo la sua prigionia tra i miliziani di Tito, ma altre fonti riferiscono della sua cattura da parte dei titini, con conseguenti sevizie e fucilazione.
Gli ex internati, munitisi di armi italiane, addirittura ebbero la forza fisica di organizzarsi in varie unità partigiane (ebraica e croato-slovena). La formazione ebraica contava 240 combattenti. Quelle slave, di oltre 1.400 elementi (dati del Parco della Rimembranza ad Arbe / Rab, allestito in memoria dalla Repubblica slovena), potevano contare pure su diverse decine di personale sanitario ebraico, come medici ed infermiere.
Karlovac, Zona d’operazioni – Posto di blocco con soldati italiani al carro veloce CV33, chiamato poi L3/33 o tankette, 5 aprile 1942. Collezione Giulio Orgnani, Udine

Il Parco della Rimembranza di Arbe fu istituito nel 1953, su progetto dell’architetto sloveno Edvard Ravnikar. C’è tuttavia un aspetto conturbante riguardo al Memoriale di Rab, come si legge nella relativa scheda del sito “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”. Vero è che fu edificato in onore delle vittime del Campo di concentramento fascista, ma ciò avvenne con il lavoro forzato degli internati di una altro campo di detenzione. Erano essi i detenuti politici rinchiusi sulla vicina isola di Goli Otok (Isola Calva), utilizzata dal regime comunista jugoslavo come carcere per dissidenti, compresi i 2.500 italiani stalinisti, emigrati dal 1946-1948 dai cantieri di Monfalcone, in provincia di Gorizia, verso i cantieri ormai jugoslavi di Fiume e di Pola, convinti di contribuire alla edificazione del paradiso socialista di Tito. Ancora una volta la storia di Arbe / Rab si tinge di sangue e di violenza politica. Il memoriale nel 1953 diviene strumento del regime autoritario di Tito, anziché un sito solenne dove onorare i morti.
La struttura di detenzione di Arbe era alle dipendenze del Regio Esercito Italiano, II Armata, Intendenza. Il Comandante era Vincenzo Cujuli, Tenente colonnello, dal luglio 1942 all'8 settembre 1943. Il Corpo di guardia era costituito da circa duemila tra militari e carabinieri. Il numero complessivo degli internati, secondo i dati del sito “Campi fascisti”, era circa di 10 mila individui, non presenti contemporaneamente. Il numero accertato dei detenuti deceduti nel campo è di 1.477.
Il volume di Menachem Shelah si chiude con una breve galleria fotografica dei principali personaggi citati nel testo e con un doveroso indice dei nomi.
Sabotaggio dei ribelli (ovvero i partigiani) sula linea ferroviaria Karlovac-Fiume. Il 1° Squadrone del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria è sul luogo, 22 maggio 1942. Didascalia originale. Collezione Giulio Orgnani, Udine
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Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009, pp. 192, fotografie b/n.
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Nota sulle immagini qui riprodotte
Il tenente Giulio Orgnani (Udine 1912-1988) era inquadrato del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria di stanza a Palmanova (UD) nella seconda guerra mondiale. Fu impegnato a Fiume, in zona d’operazioni militari dell’Esercito Italiano. Secondo i suoi album fotografici, in possesso ai discendenti, il Reggimento Cavalleggeri di Alessandria fu occupato, nel periodo 1941-1943, nelle seguenti località di occupazione italiana: Barilovic, Jaškovo, Josipdol, Karlovac, La Plat Plaski, Ogulin, Oshalj e Voinic. Nel presente articolo si pubblicano alcune immagini di Ogulin, la stessa città degli ebrei Hamburger, Conforty e dei loro parenti, menzionati nella edizione del 2009 del volume di Menachem Shelah.
Alfredo Patti, Il tenete colonnello Giulio Orgnani del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, carboncino su cartone, cm 25 x 35, 1942, “XX”. Collezione Giulio Orgnani, Udine

Dopo l’8 settembre 1943, essendo in convalescenza in Friuli, Giulio Orgnani, di spirito monarchico, fu ricercato dalle Waffen SS per internarlo in Germania, come accadde a molti militari italiani. Allora egli si mise alla macchia a Colza di Maiaso, in comune di Enemonzo (UD) in Carnia. Col nome di battaglia di “Riccardo” – in base alle ricerche presso l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli, sito a Udine – collaborò, in zona carnica, con le Brigate partigiane Osoppo, ispirate all’area cattolica e del Partito d’Azione. Nel 1976 a Udine sposò, in seconde nozze, l’esule fiumana Helga Conighi (1923-2000).
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Sitologia
- Marco Severa, Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018.  

E. Varutti, Ebrei al Campo di concentramento fascista di Arbe,1942-1943, on-line dal 4 aprile 2018.
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La copertina del libro di Menachem Shelah

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Recensione e servizio fotografico di Elio Varutti. Ricerche e Networking a cura di Gerolamo Jacobson e E. Varutti. Si ringrazia per la collaborazione riservata Carlo Cesare Montani, esule da Fiume. Per le fotografie del 2018 si è riconoscenti a Giovanni Doronzo e, per quelle storiche, ai familiari di Giulio Orgnani di Udine, che si ringraziano per la gentile partecipazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog.


mercoledì 4 aprile 2018

Ebrei al Campo di concentramento fascista di Arbe,1942-1943

È come un tour fotografico al Parco della Rimembranza di Arbe (Rab in croato).
Arbe - Rab (Croazia), Lapide coi nomi dei caduti al Campo di concentramento fascista, Parco della Rimembranza. Fotografia di Giovanni Doronzo

Qui esisteva un campo di concentramento fascista per prigionieri civili, politici croati, sloveni e per ebrei jugoslavi. In base a quanto ha scritto, nel 2008, Loris Palmerini nel suo articolo “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana” è ben documentata l’esistenza del campo di concentramento di Arbe, isola oggi chiamata Rab, in Croazia. L’11 aprile 1941 le truppe italiane occupavano Lubiana, issando il tricolore sabaudo sul castello. L’isola croata di Arbe è occupata dalle truppe fasciste nel 1941 ed annessa il 18 maggio successivo al Regno d’Italia. 
Il 31 gennaio 2018 è stato l’ambasciatore a riposo Gianfranco Giorgolo a sollevare il caso dei 5.000 ebrei salvati dai militari italiani di occupazione in Jugoslavia, con un articolo – lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Citando autori ebrei jugoslavi, Giorgolo riferisce “come alti funzionari del ministero degli Esteri italiano, con l'autorizzazione dello stesso ministro Galeazzo Ciano - che ottenne il relativo nullaosta da Benito Mussolini - insieme ad ufficiali superiori delle nostre truppe di occupazione nella ex Jugoslavia per due anni si opposero alle ripetute ed insistenti richieste ustascia e naziste rifiutandosi di consegnare circa 5.000 ebrei fuggiti dalle altre zone della ex Jugoslavia per rifugiarsi in quella occupata dagli Italiani. Eloquente e significativa è anche l'affermazione che gli ebrei salvati – sottolinea Giorgolo – devono la vita agli sforzi compiuti da funzionari e ufficiali italiani, fascisti certo, ma non disposti a partecipare ad un genocidio”.

1. La storia del Campo di Arbe
L’isola di Arbe è oggi una località turistica della Croazia. Come si legge nel sito web “Campi fascisti”, in essa fu attivo l’omonimo Campo di concentramento dal 29 luglio 1942 al giorno 8 settembre 1943. Variano di un paio di giorni, invece, le date nelle tabelle turistiche del Parco della Rimembranza ad Arbe, allestito dalla Repubblica slovena (27 luglio e 11 settembre).
La struttura di detenzione era alle dipendenze del Regio Esercito, II Armata, Intendenza. Il Comandante era Vincenzo Cujuli, Tenente colonnello, dal luglio 1942 all'8 settembre 1943. Il Corpo di guardia era costituito da circa duemila tra militari e carabinieri. Il numero complessivo degli internati, secondo i dati del sito “Campi fascisti”, era circa di 10 mila individui, non presenti contemporaneamente. Il numero accertato dei detenuti deceduti nel campo è di 1.477. Leggendo sempre le stesse pagine web la causa dei decessi è dovuta all’alimentazione insufficiente (cachessia, grave deperimento organico) e a malattie varie.
Un'infilata di tombe al Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo 
Nel Parco della Rimembranza, istituito nel 1953, su progetto dell’architetto sloveno Edvard Ravnikar, tuttavia, le tombe con i nomi menzionate sulle tabelle turistiche sono 1.056, mentre sulla lapide è scolpito il numero di 1.433 “vittime del fascismo”. Nell’area museale e di memoria è molto apprezzabile il fatto che le tabelle di indicazione storica siano trilingui: croato, sloveno e italiano.
C’è tuttavia un aspetto inquietante riguardo al Memoriale di Rab del 1953, come si legge nella relativa scheda del sito “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”. Vero è che fu edificato in onore delle vittime del Campo di concentramento fascista, ma ciò avvenne con il lavoro forzato degli internati di una altro campo di detenzione. Erano essi i detenuti politici rinchiusi sulla vicina isola di Goli Otok (Isola Calva), utilizzata dal regime comunista jugoslavo come carcere per dissidenti, compresi gli italiani stalinisti, emigrati nel 1946 dai cantieri di Monfalcone, in provincia di Gorizia, ai cantieri di Fiume e di Pola, convinti di contribuire alla edificazione del paradiso socialista di Tito. Ancora una volta la storia di Arbe – Rab si tinge di sangue e di violenza politica. Il memoriale diviene strumento di un nuovo regime autoritario, anziché un sito solenne dove onorare i morti causati dal fascismo.
Gli autori delle indicazioni turistiche e storiche dell’attuale Parco della Rimembranza si sono guardati bene dal segnare le atrocità del regime di Tito. Il memoriale di Rab evidentemente non cita il lavoro forzato dei prigionieri politici del regime comunista jugoslavo che lo costruirono. Né a maggior ragione è stato costruito alcun memoriale a Goli Otok, dove gli edifici dell’isola-prigione sono addirittura in stato di degrado. Per la sua capacità evocativa del periodo più buio della storia del comunismo jugoslavo, Goli Otok è di fatto divenuto un luogo della memoria, pur in assenza di un monumento commemorativo. 
Per ricordare eventi del proprio passato, le società si affidano a rappresentazioni che possono prendere la forma di rituali collettivi quali giornate commemorative, o assumere forme materiali come monumenti, musei e toponimi. Lo storico francese Pierre Nora, tra i primi, ha definito tutte queste rappresentazioni i “luoghi della memoria”. Così concludono gli autori del sito web “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”.
Il medesimo sito web “Campi fascisti” menziona lo storico Tone Ferenc (da una sua opera del 2000, p. 20) con i dati sulla nascita del luogo di detenzione fascista di Arbe. Pare che l’idea di erigere un grande campo di concentramento sull’isola di Rab risalga al mese di maggio del 1942. Ciò perché si stavano esaurendo i posti nei campi di prigionia di Lovran, Bakar e Kraljevica. Il sito individuato per la costruzione del nuovo campo di concentramento si trova in località Kampor, non lontano dall’abitato di Arbe – Rab. Esso si estende lungo un’ampia spianata che si trova tra due insenature, perciò vicino al mare.
Il progetto iniziale, secondo i ricercatori di “Campi fascisti”, prevede la costruzione di quattro diverse aree di prigionia (campo 1, campo 2, campo 3, campo 4), per una capienza complessiva di oltre 16 mila posti. Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto, quando giungono i primi internati provenienti da Lubiana e dalla zona di Cabar – Čabar, sono state costruite solo alcune baracche di servizio e sono state montate le piccole tende da sei posti nel primo campo. Più tardi verrà aperto il campo 3, dove saranno spostati gli internati del campo 1. Nell’autunno del 1942 ha inizio la costruzione delle prime baracche in legno. Nella primavera del 1943 prendono il via i lavori del campo 3, destinato ad accogliere gli ebrei già internati nel campo di Kraljevica e in diverse altre località della Dalmazia (ciò secondo Capogreco, in un libro del 2004, pp. 268-269; citato nel sito web: Campi fascisti). 
In seguito alla capitolazione dell’Italia, nel 1943, i superstiti del Campo di concentramento costituirono incredibilmente la Brigata Arbese (Rapska Brigada) con 1.700 uomini suddivisi in cinque battaglioni, fra i quali un Battaglione Ebraico e una compagnia di Croati di Castua (Kastav), vicino a Fiume.

 Il cancello nell'area Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo

2. Se è lo storico a dare i numeri
Ad Arbe 10.564 persone furono internate dai fascisti, tra di essi ci sono 1.027 ebrei. Pochi sono gli italiani, molti deportati sono invece civili croati, sloveni o di altre nazionalità jugoslave. Come per i deportati dissidenti croati e sloveni (prigionieri politici), anche fra gli ebrei molti erano i bambini. Se ne contano 287. Secondo Palmerini “i fini del campo erano lo sterminio e la deportazione e non la sicurezza pubblica”. Lo stesso autore conclude: “Ad Arbe i prigionieri stavano in vecchie tende marcescenti, senza riparo dal freddo, frustati, pieni di pidocchi e cimici, allora dobbiamo ricordarci anche di quelli che furono perseguitati perché diversi nella Venezia orientale, ed erano cittadini italiani del Regno”.
Gli storici, tuttavia, non sono concordi e forniscono cifre differenti sul caso in questione. Per certi studiosi il Campo di concentramento di oppositori slavi a Arbe conteneva 21 mila internati a dicembre 1942. Secondo Marina Cattaruzza (pag. 214 del suo L’Italia e il confine orientale) ed altri esperti gli ebrei in fuga dalla Croazia degli ustascia (alleati dei nazisti) e rinchiusi a Arbe dai fascisti ammontano a 3.500-4.000 individui a novembre 1942. C’è discordanza persino sui morti di tale campo di concentramento: si va dai 1400-1500 defunti secondo gran parte degli storici, fino ai 3500 o, addirittura, ai 4500 individui. Uno tra i primi studiosi a descrivere il campo di concentramento di Arbe è stato Franc Potočnik, con il suo “Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab”, edito a Torino dall’ANPI nel 1979.
Arbe, Parco della Rimembranza, una lapide ricordo della Fondazione "Ferramonti di Tarsia". Il campo di internamento di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza, è stato il principale (per consistenza numerica) tra i luoghi di internamento per ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi aperti dal regime fascista tra il giugno e il settembre 1940. Fotografia di Giovanni Doronzo

In linea di massima è tuttavia difficile destreggiarsi tra le interpretazioni degli storici, soprattutto se si tratta dei cosiddetti deviazionisti, ossia di coloro che ingigantiscono oppure che riducono le cifre delle tragedie del confine orientale italiano, secondo il proprio tornaconto ideologico.
Dal sito web: Loris Palmerini, “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana”, on-line dal 26 gennaio 2008.

3. Notizie su Arbe dal sito Ebraismo e dintorni
Riguardo agli internati ebrei, ecco cosa ha scritto Marco Severa, nel suo saggio Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. Tratto dal sito web:  Il campo di Arbe – sostiene Severa – va ricordato anche per aver ospitato 1027 ebrei, grazie alla protezione dell’esercito italiano, sfuggirono alla deportazione nei lager nazisti. Fin dall’occupazione le forze tedesche e gli ustascia croati, attuarono la deportazione della popolazione ebraica e alcuni dei suoi membri videro nell’esercito italiano, attestato sulla costa dalmata, la possibilità di sfuggire alla cattura. Ed in effetti un migliaio di essi, soprattutto croati, chiesero protezione al generale Mario Roatta che, respingendo non senza fatica le pressanti richieste dei tedeschi, li collocò ad Arbe in internamento protettivo. Fra la capitolazione dell’otto settembre e la riconquista del territorio da parte dei tedeschi, fecero in tempo a trovare riparo presso le truppe di Tito e ad evitare la deportazione.
Nello specifico - aggiunge Marco Severa -, alcune centinaia di ebrei erano concentrati soprattutto nella città di Mostar, l’attuale Bosnia, a cui si aggiunsero migliaia di profughi in fuga dallo Stato Indipendente di Croazia per sfuggire ai massacri commessi appunto dagli ustascia e dai loro alleati  tedeschi. Tranne una parte respinta alla frontiera di Fiume gli ebrei furono accolti nella Dalmazia annessa dall'Italia e la protezione fu estesa anche a quelli che si trovavano nelle zone occupate dalle truppe italiane in Croazia, i quali pur sottoposti a vigilanza continuarono a vivere liberamente. Alla fine del '42 la situazione si rese più complicata quando alle richieste croate di ottenere gli ebrei presenti nei territori occupati italiani si aggiunsero anche le pressioni tedesche. In totale, gli ebrei residenti o rifugiati nella zona di occupazione italiana in Croazia, furono 2.761.
Arbe – Parco della Rimembranza. Il Santuario, fatto al modo delle tende del campo di concentramento e il mosaico, opera del pittore sloveno Mario Pregelj. Fotografia di Giovanni Doronzo

La tragedia che avrebbe colpito gli ebrei in caso di consegna ai propri alleati, fece sì che il Regio Esercito escogitasse pretesti e oppose una serie di rinvii per non procedere ad alcuna consegna degli ebrei internati anche ad Arbe. Si ipotizzò in un primo tempo di internare gli ebrei in locande e alberghi dismessi nella città di Grado, poi si preferì la soluzione del campo di Arbe dove fu allestita appositamente un’area separata, in cui furono fatti confluire complessivamente gli oltre 3.500 nuovi internati. Qui vissero in una condizione sicuramente migliore degli internati slavi potendo ricevere visite esterne e svolgere attività ricreativa, come spiega Marco Severa. 
Le autorità militari e civili che operavano in Jugoslavia nel frattempo avevano esercitato pressioni su Mussolini che revocò le precedenti disposizioni e dispose che tutti gli ebrei sarebbero invece rimasti internati in territorio sotto giurisdizione italiana, une escamotage per sviare alle richieste di consegna degli ebrei con passaporto croato da parte del governo; inoltre gli organi italiani si impegnarono per avviare le pratiche di rinuncia alla cittadinanza croata. Insieme agli ebrei, ad Arbe  furono internati a scopo "protettivo", anche molti serbi sfuggiti alle persecuzioni croate.
Ancora nell’agosto '43 le autorità italiane si preoccuparono dell'incolumità degli internati ebrei immaginando, in caso di ritirata delle truppe italiane, di mantenere un presidio armato affinché gli internati protettivi non cadessero “in mani straniere”.
Arbe – Parco della Rimembranza. Tombe. Fotografia di Giovanni Doronzo

Questo atteggiamento benevolo, emerse anche da una relazione del Ministero degli Affari Esteri datata 1946, sugli atteggiamenti che lo stesso ministero adoperò per la tutela delle comunità ebraiche (1938–1943). Da questa relazione, si evinse che il ministero “ritenne suo dovere ostacolare come poté, nell’ambito della propria competenza, l’applicazione di tali leggi e di tali direttive (leggi antiebraiche)”. Il suo scopo era duplice: quello di proteggere la situazione degli ebrei stranieri in Italia e quello di proteggere la situazione degli ebrei italiani all’estero.
Addirittura, nell’estate del 41, un reparto italiano in Croazia, simulò un inesistente rastrellamento di partigiani per raggiungere  un gruppo di ebrei e portarli in salvo con carri armati. L’episodio suscitò violente reazioni da parte dei croati, tanto che il comando italiano si vide costretto a intervenire e a definire alla corte marziale gli ufficiali colpevoli che furono puniti, per cosi dire, con qualche giorno d'arresto.
Il comportamento degli italiani nei confronti degli ebrei in Croazia, venne analizzato anche da due saggi di Jacques Sabille, inseriti nel testo di  Leon Poliakov  “Le condition des juifs en France sous l’occupation italienne” pubblicato e tradotto in italiano nel '56.  Da essi emerse un giudizio lusinghiero nei confronti delle truppe d'occupazione italiane, come riferisce Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una stele. Fotografia di Giovanni Doronzo

Secondo De Felice, invece, l‘intervento del ministero degli Affari Esteri e dei comandi militari italiani nei territori occupati dalle nostre truppe, in Francia, Jugoslavia e Grecia, permise che queste zone diventassero il riparo per migliaia di ebrei che con ogni mezzo vi affluirono dalle vicine zone di occupazione tedesca e da quelle sotto amministrazione collaborazionista.
Il fenomeno assunse misure cosi imponenti - aggiunge Marco Severa - da creare seri dissapori tra i comandi italo-tedeschi e con i governi collaborazionisti, da provocare addirittura una serie di passi ufficiali di protesta da parte della diplomazia nazista a Roma. Nella Jugoslavia occupata dagli italiani (metà Croazia, Dalmazia e Montenegro) divenne il rifugio degli ebrei. Nel '41  nei primi mesi del '42, l'azione di aiuto e soccorso furono realizzate più o meno tacitamente e individualmente dai vari comandi locali italiani, con il tacito consenso delle più alte autorità militari che reagirono in tal modo agli orrori commessi dagli ustascia.
Sull’isola, dopo la partenza della maggior parte degli internati, rimasero circa 250 ebrei, vecchi donne e bambini. Alcuni dei quali erano ammalati e dopo l’occupazione da parte dei tedeschi, furono trasferiti alla Risiera di San Sabba e  poi deportati ad Auschwitz. Un più ridotto gruppo di ex internati ebrei, servendosi di barche di pescatori, riuscì a raggiungere l’isola di Lissa (Vis). Da lì, poi approdarono dopo qualche giorno a Bari. Così conclude il suo acconto Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. L'obelisco. Fotografia di Giovanni Doronzo

4. Quella spia ebrea jugoslava che passava da Sussak a Fiume
Qui non c’entra il Campo di concentramento di Arbe. Il periodo è quello, tuttavia; siamo intorno alla seconda guerra mondiale. C’era un pullulare di spie, come in tutte le realtà di frontiera, in provincia di Udine nel 1939. Il caso analizzato più sotto, come nei più loschi romanzi gialli, fa muovere le questure di Roma, Milano, Udine e Bolzano. Il fatto emerge dagli archivi, non dalla fantasia di un creativo storico.
Il regio questore di Udine, tale Cosenza, scrive di procedere secondo le emergenze agli Uffici di Pubblica Sicurezza di Tarvisio e di Tolmezzo e, per conoscenza, al Commissariato di P.S. della IV Zona di Frontiera di Bolzano “il 9 ottobre 1939 – XVII”. Ecco il testo della comunicazione di protocollo N° 030044 Gab.: “Per accurate ricerche trascrivo seguente telegramma della R. Questura di Roma del 7 corrente n° 07675/8: «Con anonimo proveniente da Zagabria viene segnalato che ebreo jugoslavo certo Ziga Stark recasi spesso Italia sotto falso nome Ziga Jegig et farebbe parte centro di spionaggio jugoslavo ove porterebbe importanti informazioni et fotografie riguardante potenza militare italiana varcando confine Sussak [presso Fiume]. Predetto straniero potrebbe identificarsi per ebreo jugoslavo Jagio Ziga fu Carlo et Anna Sor nato Zagabria 31/5/1877 commerciante che atti questo Ufficio risulta condannato locale Tribunale sentenza 1928 at anni uno reclusione et lire 500 multa per truffa pena condonata per amnistia e giusta segnalazione Questura Milano risulta che cattiva condotta morale. Caso rintraccio prego procedere secondo esigenze»”. Vedi: Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, b 1.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una targa ricordo dell'ANPI di Trento. Fotografia di Giovanni Doronzo

5. Ero a Arbe nel 1943, il racconto di Mirella Tainer Zocovich, fiumana
Il ricordo della fiumana Mirella Tainer Zocovich, esule negli USA, ci è pervenuto tramite un messaggio di Facebook, nel gruppo “ANVGD di Udine”. La ringraziamo per questo suo originale intervento che riportiamo con qualche piccola correzione negli accenti e poche note in parentesi riquadrate. (Elio Varutti)

“Io e mia sorella, come sempre durante l’estate, eravamo in Arbe bellissima isola della Dalmazia. Era il 1943 – scrive Mirella Tainer Zocovich. La sorella di mamma con la famiglia Usmiani aveva lì dimora stabile. Le nostre indimenticabili vacanze estive si alternavamo sempre tra Arbe e Bescanuova (Isola di Veglia la nostra famiglia là era dai Toich e Leban). In quelle isole, come del resto anche a Lussino, Cherso ecc..., si parlava il nostro bel dialetto, così problemi di lingua per me e mia sorella non ce n’erano davvero.
Quell’anno però, sembrava che le nostre vacanze si protraessero più a lungo del normale. Infatti era già quasi la fine di settembre e noi eravamo ancora là, nell’isola.
In Arbe, mi ricordo, c’era un distaccamento di soldati Italiani. Molti di questi soldati erano diventati amici di casa e venivano da noi volentieri per parlare soprattutto dei loro cari. C’era uno in particolare al quale, mia sorella ed io, ci eravamo molto affezionate. Avevamo avuto il permesso di chiamarlo zio Sandro. Di quel tempo mi sono rimaste impresse le forme di parmigiano, credo che fossero doni dei soldati addetti alla cucina della caserma. Quello era veramente un bene di Dio perché a quei tempi mia mamma ed i miei zii facevano fatica a mettere qualcosa sul fuoco ed il parmigiano aiutava parecchio.
Mi ricordo anche della casa vicina alla nostra. Mi viene in mente una stanza grande con tante donne sedute davanti ad altrettante macchine da cucire. Noi bambine, insieme alle nostre cuginette, andavamo là per farci cucire i vestiti delle bambole ed anche per aiutare a tagliare tanti piccoli pezzetti di pano rosso a forma di stelle [per i partigiani]. Noi ci divertivamo tanto senza naturalmente immaginare lo scopo di tutto quel gran daffare.
Una sera tardi mio zio invece di ritirarsi in camera sua si allontanò da casa insieme a degli amici e, con una barca a remi attraversando quel piccolo pezzetto di mare, attraccò sulla terra ferma dirimpetto a Segna. Ritornò ad Arbe il giorno dopo sempre con gli stessi amici e sulla stessa barca. Tutti avevano in testa un copricapo verde stile militare con, applicata sul davanti, una piccola stella rossa.
Arbe, 1941. Fotografia da Facebook

Da quel momento in casa cominciò un gran via-vai. A noi sembrava che tutti ascoltassero lo zio con deferenza, inclusi i soldati italiani. Dopo qualche giorno la mamma ci annunciò che aveva deciso di ritornare a casa, a Fiume, da papà, di cui non sapevamo la sorte da parecchio. Naturalmente gli zii avevano cercato di dissuaderla. Era troppo pericoloso e l’isola era completamente tagliata fuori da ogni comunicazione sia con Fiume che con il resto d’Italia. Lei non si voleva dar per vinta e proseguì con i preparativi.
Appena si sparse la notizia della nostra prossima partenza, le visite dei soldati italiani, ormai disarmati, si fecero molto più assidue. Questa volta però arrivavano in casa e consegnavano alla mamma dei pezzetti di carta. Sui quei pezzetti di carta c’erano scritti i loro nomi ed indirizzi delle loro abitazioni in Italia. L’idea era che una volta arrivate dall’altra parte [dato che Arbe era controllata dai partigiani], mamma avrebbe contattato le famiglie dei soldati nostri amici per tranquillizzarle sulla loro sorte.
La mamma ci chiese di memorizzarne più nomi ed indirizzi possibile e lei fece altrettanto. Sarebbe stato troppo pericoloso andare in giro con quei bigliettini visto che dovevamo, ad un certo punto, attraversare le linee di blocco dei tedeschi e perciò andavano distrutti.

Cartolina di Arbe – Rab del 1940. Immagine da Internet

Ci preparavamo a partire e portavamo con noi, oltre che qualche vettovaglia, anche un paio di scarpe ciascuna. Queste scarpe erano nuove ed erano state fabbricate apposta per noi. Non erano da vestire subito, ma solo al nostro eventuale arrivo a Fiume. Il materiale adoperato era quasi tutto cartone e con la pioggia si sarebbe disfatto. Mamma avvolse i nostri piedi in innumerevoli stracci portandone altri di riserva. Pareva che una volta arrivati a Segna avremmo dovuto sgambettare parecchio non potendo contare su alcun mezzo di trasporto. E così fu. I partigiani, eseguendo gli ordini dello zio, ci fecero prima salire su un barcone e poi su un motoscafo. Mi ricordo che il mare era agitatissimo e che io e mia sorella stavamo parecchio male. Come Dio volle attraccammo a Novi sulla costa e di lì cominciò il nostro cammino verso Fiume e verso casa. Pioveva in continuazione durante il nostro viaggio e pioveva a dirotto anche al posto di blocco dei tedeschi. Eravamo bagnate fradicie tanto da farli intenerire vedendoci. Ci fecero passare attraverso il blocco senza problemi e senza chiedere spiegazioni, sembravano addirittura gentili. Dovemmo camminare ancora a lungo. Arrivate in vista di Fiume, la pioggia era finalmente cessata, avevamo avuto il permesso di vestire le nostre scarpe nuove e così papà ci avrebbe viste in ordine e senza gli stracci ai piedi. Quell’avventura, se si può chiamare così, sarebbe finita lì. C’erano però da contattare le persone delle quali avevamo tenuto a mente nomi ed indirizzi. Mamma scrisse le sue brave lettere e ricevette molti ringraziamenti in risposta. Dopo quel primo scambio di notizie tutto finì lì soprattutto a causa degli eventi bellici. Con zio Sandro però ci siamo tenuti in contatto. A fine guerra, aveva saputo della nostra situazione di profughi a Torino e, non avendo dimenticato il periodo e le vicissitudini passate insieme ad Arbe, volle avere me e mia sorella [ospiti], a casa sua a Chiusi, in provincia di Siena”.

Francobollo delle Poste di Fiume del 12 settembre 1919 di centesimi 5, con sovrastampa “Arbe Reggenza Italiana del Carnaro [centesimi] 55”. Arbe, infatti fu annessa alla effimera Reggenza Italiana del Carnaro di Gabriele D’Annunzio nel 1920. Immagine da Internet
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6. Per la storia di Fiume e Arbe
Dai censimenti austro-ungarici si sa che il paese di Arbe poteva registrare alla fine dell’Ottocento una schiacciante maggioranza italiana: il censimento austriaco del 1880 contava 567 Italiani su 811 abitanti. Per spiegare il francobollo si può ricordare che, il 13 novembre 1920, le isole di Arbe e di Veglia furono soggette ad un’effimera annessione alla Reggenza Italiana del Carnaro (1919-1920) di Gabriele D’Annunzio, in risposta al Trattato di Pace di Rapallo tra Italia e Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. 
Il Natale di sangue vide le cannonate della corazzata “Andrea Doria” contro il Palazzo del Governo di D’Annunzio. Ciò provocò 54 morti. I legionari e D’Annunzio, entro il 18 gennaio 1921, evacuarono definitivamente da Fiume. 
Vedi in merito, in particolare a pag. 144: Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017. Vedi pure: Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009, p. 220.

Bibliografia e sitologia
L’autore ringrazia, per la cortesia riservata, gli operatori e i direttori delle seguenti entità. Si ringraziano gentilmente pure gli studiosi dei seguenti siti di Internet per la diffusione e pubblicazione.

- Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, Comunicazione del Questore Cosenza del 9 ottobre 1939, protocollo N° 030044 Gab., b 1.

I Campi Fascisti. Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò, scheda del Campo di Rab (Arbe), dal sito web sui Campi Fascisti. 

- Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. l'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Torino, Einaudi, 2004 (citato dal sito web: Campi fascisti).

- Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Bologna, Il Mulino, 2007.

- A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani, Luoghi e memorie, Rab (con ampia bibliografia). 

-Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima. Confinamenti-Rastrellamenti-Internamenti nella provincia di Lubiana - 1941-1943. Documenti, Ljubljana, Inštitut za novejšo zgodovino – Društvo piscev zgodovine NOB, 2000 (citato dal sito web: Campi fascisti). 

Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009.

- Gianfranco Giorgolo, “II salvataggio ignorato degli ebrei in Dalmazia. Lettera aperta a Mattarella. I militari italiani si rifiutarono di consegnare circa 5.000 persone a nazisti e ustascia”, «La Verità», 31 gennaio 2018, anche nel web. 

- Boris Mario Gombač (a cura di), “Nei campi di concentramento fascisti di Rab – Arbe e Gonars. Intervista a Marija Poje e a Herman Janež”, «DEP, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», n. 7, 2007, pp. 199-215.

- Loris Palmerini, Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana, on-line dal 26 gennaio 2008. 

- Arbe – Rab (Croazia), Parco della Rimembranza, In memoria delle Vittime del Campo, Repubblica di Slovenia.

- Franc Potočnik, Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab, Torino, ANPI, 1979.

- Marco Severa, Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. 

Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017.

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Fonte digitale: Mirella Tainer Zocovich, nata a Fiume, messaggio in Facebook del 6 aprile 2018, vive a Deerfield, Illinois (USA).

Arbe – Parco della Rimembranza. Un campo di... croci. Fotografia di Giovanni Doronzo
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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Elio Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti.
Fotografie di Giovanni Doronzo, 2018, che si ringrazia per la gentile collaborazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione.


Arbe – Parco della Rimembranza. La tomba di Martin Jaklic. Fotografia di Giovanni Doronzo