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martedì 5 luglio 2022

Carlo Mihalich, pittore veneziano nato a Fiume, nel Quarnaro

Chi è il pittore Carlo Mihalich? Nasce a Fiume il 9 aprile 1934 da genitori di tradizione e cultura mitteleuropea. Fin dalla tenera età dimostra una grande e marcata predisposizione per il disegno e il colore. Trascorre l’infanzia e la fanciullezza tra le dolci e profumate colline del Carso e l’azzurro del mare del Quarnaro.

Col 6 aprile 1941 le truppe tedesche, italiane, bulgare e ungheresi, invadono la Jugoslavia, abbattendo il regno jugoslavo dei Karageorgevich e spartendosi le zone occupate. Le autorità militari di Fiume e di Zara, nel Regno d’Italia, fanno evacuare le città. C’è chi finisce sfollato nelle Marche, come la famiglia di Silvio Cattalini, di Zara, o in Sardegna, come ha raccontato Miranda Brussich in Conighi, riguardo a certe famiglie di Fiume. E a Carlo Mihalich cosa succede? “Con la famiglia mi trovo sfollato a Oriago di Mira (Ve) – ha detto Mihalich – dopo un mese si rientra a Fiume, ma le giornate si fanno sempre più tristi per la guerra e perché il padre è alle armi”. 
Venezia 1949, la famiglia Mihalich. Il padre Nereo e la madre Ida con in braccio la figlia Rita, nata a Venezia. Carlo è il primo a sinistra, sotto i fratelli Mauro e Alfio. A fianco della madre, il fratello Vittorio. Collezione Carlo Mihalich.

Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi occupano Fiume, l’Istria e la Dalmazia. Iniziano i bombardamenti angloamericani su Fiume, Zara e Pola. Il 3 maggio 1945 entrano a Fiume i titini, dopo che i tedeschi hanno fatto saltare con l’esplosivo gli impianti ferroviari e portuali. Che fanno i Mihalich? “Dopo la fine della seconda guerra mondiale e con l’occupazione slava – è la risposta – in attesa del trattato di pace tutta la famiglia, nell’ottobre del 1946 si trasferisce a Venezia, ospite di conoscenti veneziani. Oltre a papà Nereo e alla mamma Ida Africh, siamo noi fratelli: Carlo, Mauro, Alfio e Vittorio. Più tardi, a Venezia, nascerà la sorella Rita”.

Poi cosa succede? “Poi mio fratello Vittorio ed io veniamo accolti all’Istituto Artigianelli di don Orione – ha concluso il testimone – dove passiamo dei momenti di angoscia e di tristezza, senza la presenza dei genitori e degli amici d’infanzia”.

La famiglia conosce anche Centro raccolta profughi ‘Luigi Foscarini’ di Venezia. Nel 1948 Carlo entra nel convitto ‘Fabio Filzi’ di Grado (GO), ritrovando la cultura e l’educazione mitteleuropea dell’infanzia. Col 1950 frequenta per qualche tempo l’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia senza trovare soddisfazione, mentre si appassiona in Piazza San Marco agli acquerelli di Carlo Cherubini e studia da autodidatta.

Carlo Mihalich, Vendette sociali, politiche e personali del 1945, incisione su lamiera di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 20, 1988. Courtesy del'artista.

Nel 1955 Carlo Mihalich lavora alla Montedison, ma continua a dipingere e sposa Mariagrazia, che gli dà tre figli: Roberto, Rossella e Susanna. È proprio la moglie a stargli vicino, nella seconda metà degli anni ’50, quando nella sua pittura alterna varie tecniche dagli acquerelli agli oli su tela.

Negli anni ’70 frequenta l’ambiente culturale veneziano, dove conosce il poeta Mario Stefani, che apprezza i suoi acquerelli e lo incoraggia a continuare a dipingere. Espone dal 1976 in varie località del Veneto. Negli anni ’90 è in mostra pure in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, in altre regioni d’Italia, oltre che all’estero: Toronto, Parigi, Londra, Melbourne, Città del Messico e Stoccolma. A Mestre, dal 9 settembre al 20 novembre 2021, si è tenuta la mostra antologica “Emozioni della vita nell’arte pittorica di Carlo Mihalich” nelle sale espositive della Galleria d’Arte D’EM Venice Art Gallery. L’artista vive a Martellago (VE).

Cenni critici sul maestro Carlo Mihalich - Dei suoi mirabili acquerelli veneziani hanno scritto in molti. Sin dal 1988, Domenico Bon riporta nei suoi riguardi le seguenti parole: “L’abilità tecnica di Mihalich si fonda sulla padronanza del segno, ora espanso in vivaci pennellate nelle tempere, ora incisivo e scarno negli acquarelli. Ciò dimostra che l’impianto costruttivo d’insieme ha solida base. Autenticità, verità ed espressività sono le qualità che definiscono l’indole artistica di Carlo Mihalich” (Bon D 1988 : 6). In questo artista, come ha scritto Angelo Dolce “con un percorso diverso dal solito, parte dal figurativo per giungere all’astratto, tale è la ricchezza d’impulsi, di stati d’animo e di sintesi che si addensano nel tema proposto tanto nelle opere ad acquerello, quanto nelle tempere e i quadri a olio” (Dolce A 2021 : 8).

Carlo Mihalich, Esodo, olio su tela, cm 120 x 80, 1977. Courtesy dell'artista.

Ritengo a questo punto che Mihalich possa essere avvicinato ad altri grandi pittori di Fiume. Un nome per tutti: Romolo Venucci (1903-1976). Anch’egli ha saputo spaziare tra il figurativo ed altre suggestioni pittoriche, come il futurismo ad esempio e l’astrattismo (Rocchi I 2022 : 38).

Non nascondo che nelle pagine presenti mi interessi parlare delle opere di Mihalich riguardanti l’esodo giuliano dalmata, poiché vissuto dall’artista in prima persona. Inizio con la sua acquaforte del 1988 intitolata “Vendette sociali, politiche e personali del 1945”. Nell’opera grafica c’è una gran confusione, com’era nel momento delle uccisioni nelle foibe da parte dei titini. Filo spinato, mani legate dietro la schiena, teschi, corda, tanta corda. Opera netta, cruda e piena di verità, non lascia spazio a interpretazioni varie.

Passo a esaminare la pittura a colori intitolata “Esodo”, del 1977, opera esposta in una mostra a Mestre (VE). Ha fatto venire un tuffo al cuore a vari esuli giuliano dalmati. Quella fila indistinta di persone in cammino in salita da destra verso sinistra, sotto un cielo plumbeo, anzi scuro è presagio di tempi bui. Sulla stessa onda si pone anche un olio su tela del 1977 intitolato “Profughi”, che mostra una coppia traballante in cammino verso l’orizzonte, verso il resto d’Italia. Verso quella patria agognata che non saprà accoglierli se non con degli insulti e, solo in seguito, con un minimo di decenza.

Carlo Mihalich, Profughi, olio su tela, cm 30 x 40, 1977. Courtesy dell'artista.

Altre ombre indistinte e figure schematicamente impresse possiamo trovare nella pittura a colori intitolata “Attesa per il rancio” e come sottotitolo: “In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia”. Il gruppo è in coda, appunto, perché dovevano mangiare così in ogni Centro raccolta profughi. L’Italia matrigna ne ha aperti oltre cento di tali strutture disagevoli per gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. In qualche caso è accaduto che qualcuno avvelenasse loro l’acqua, oppure il cibo, perciò le autorità furono costrette a non fare la mensa per tutti, ma a risolvere la questione col classico: ognun per sé e dio per tutti.

Un’altra opera del maestro Mihalich, così lo definisce Elena Petras Duleba, è un’acquaforte dedicata a tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo. Si intravvedono alcune figure, forse dei sepolcri, ma la forma astratta è prevalente e dà un tono suggestivo e sublime all’insieme.

C’è, infine, un’opera composita, come intricato e tortuoso è stato l’esodo giuliano dalmata. Si intitola “Fiume città... dolce... amara”, dal progetto Frazioni di vita. È un’originale amalgama di  tecnica mista, olio e vernici su tela, del 2022. È un quadro che dimostra una grande sensibilità e complessità visiva. Abbiamo chiesto all’autore di descrivere la composizione che assomiglia alle deliziose cartoline a mosaico, dei primi del Novecento. La sua combinazione è il risultato di un travagliato collage di sentimenti per fare la sintesi di una vita. Si possono scorgere varie immagini, come il mesto acquerello sul litorale del Quarnero, oppure l’acquaforte del Carso, o la foto dell’asilo ‘Ai Gelsi’. In basso a sinistra si intravvede uno spargher, la veccia cucina a legna; è la riproduzione di una sua acquaforte intitolata affettivamente Il nido. Non potevano mancare la Cittavecchia, le vendette politiche e personali del 1945, el Cameron del Centro profughi Foscarini di Venezia, o il Collegio per orfani Artigianelli. Il tutto rivisto a olio e vernici.

Carlo Mihalich, Attesa per il rancio, sottotitolo In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia, olio su tela, cm 40 x 50, 1958. Courtesy dell'artista.

Hanno scritto di lui - Tra i critici e gli esperti d’arte che hanno scritto dell’opera di Carlo Mihalich troviamo: Elena Petras Duleba, Angelo Dolce, Guglielmo Gigli, Renato Musetti, Guido Perocco, Filomena Spolaor, Mario Stefani, Domenico Bon, Nereo Laroni, Fulgenzio Livieri, Oliviero Pillon e Ferdinando Ranzato.

Conclusioni – L’amore per la propria terra è assai forte tra le genti dell’esodo giuliano dalmata. Ne è prova il seguente messaggio. “Sono Fiumana, padre Fiumano, madre Istriana. Dalle scuole elementari fino alle superiori ho sempre frequentato la scuola Italiana di Fiume. Poi ho continuato gli Studi Universitari a New York. Però Fiume è sempre nel mio cuore. Un caro saluto, Iolanda Radovcich Ferri, da New York”.

Vorrei chiudere questo elaborato con le sagge parole di un esule istriano. È l’ingegnere Sergio Satti, classe 1934, esule di Pola e vicepresidente dell’ANVGD di Udine dal 1987 al 2015, ai tempi della presidenza dell’indimenticato ingegnere Silvio Cattalini, esule di Zara. “Il mio messaggio di pace – ha detto Satti – è rivolto a tutte le genti istriane, fiumane e dalmate; siamo italiani rimasti e sparsi in tutto il mondo per ricordare e non dimenticare le tragedie della guerra che non risparmia vittime, senza distinzione tra vincitori e vinti”.

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Fonti orali e digitali – Le interviste sono a cura di Elio Varutti che ha operato a Udine con penna, taccuino, macchina fotografica, se non altrimenti indicato.

Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 1919-Ferrara 2013), esule da Fiume, int. a Ferrara del 21 agosto 2013 con Daniela Conighi.

Silvio Cattalini (Zara 1927-Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.

Carlo Mihalich, Fiume 1934, vive a Martellago (VE), messaggi in Messenger del 14-20 giugno e 6 luglio 2022.

Jolanda Radovcich Ferri, Fiume 1937, esule a New York (USA), messaggio del 6 luglio 2022 in Messenger.

Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 4 luglio 2022.

Carlo Mihalich, A tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo, incisione su lastra di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 14,5, 1990. Opera ispirata ascoltando la Messa da Requiem K 626 di Mozart. Courtesy dell'artista.

Documenti originali

Carlo Mihalich, Biografia e note critiche degli acquerelli, testo in Word con fotografie, 2021, pp. 6.

Bibliografia

- Domenico Bon, “L’opera pittorica di Carlo Mihalich”, «L’Arena di Pola», 3 dicembre 1988, p. 6.

- Angelo Dolce, “Saggio sull’arte di Carlo Mihalich”, in Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana…, cit.

- Guido Perocco et alii, Carlo Mihalich, opere 1970-1990, Provincia di Venezia, Assessorato alla Cultura, Comune di Venezia, Assessorato alla Cultura, Venezia 1991, p. 40.

- Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana tra le pietre d’Istria e i silenzi veneziani. Catalogo antologico delle opere, D’EM Venice Art Gallery, Venezia Mestre, 2021, pp. 228.

- Ilaria Rocchi, “Romolo Venucci maestro fiumano ed europeo”, «Panorama», Rjieka-Fiume, LXX, 11, 15 giugno 2022, pp. 37-39.

- Filomena Spolaor, “Nelle opere di Carlo Mihalich angoli e colori della laguna”, «Il Gazzettino», Cronaca di Venezia, 11 gennaio 2022.

Carlo Mihalich, Fiume città... dolce... amara, tecnica mista, olio e vernici su tela, cm 120 x 80, 2022. Courtesy dell'artista.

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Recensione di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età, Udine. Testi di Carlo Mihalich. Ricerca e Networking a cura di Girolamo Jacobson, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie della collezione di Carlo Mihalich, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione delle sue opere; si è riconoscenti, in particolare, alla “D’EM Venice Art Gallery” di Mestre (VE) per la valorizzazione artistica dello stesso Mihalich. Lettori: Carlo Mihalich, Sergio Satti (ANVGD di Udine), Jolanda Radovcich Ferri, Daniela Conighi e Silvia Zanlorenzi (ANVGD di Venezia).

Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Carlo Mihalich, Rio della Toletta n. 1, acquerello, cm

30 x 22, 2000. Courtesy dell'artista.

Carlo Mihalich, 2021



domenica 18 novembre 2018

Opere di Michele Piva in mostra all’Unicredit di Udine, 2018-2019

C’è una piccola, ma interessante mostra di opere di Michele Piva nel centro di Udine. Volendo ricordare i cinque anni dalla morte del pittore, deceduto a ottantadue anni il 12 maggio 2013, è stata inaugurata il 15 novembre 2018 la mostra di una buona selezione di opere sue allo Spazio “Unicredit Città di Udine”, in via Vittorio Veneto numero 20, fino al 29 marzo 2019.

Udine, Spazio “Unicredit Città di Udine”, via Vittorio Veneto – Cristiano Dallavalle, Franca Piva, Enzo Santese e il sindaco Pietro Fontanini alla mostra di Michele Piva il 15 novembre 2018. Fotografia di Elio Varutti

La rassegna è visitabile da lunedì a venerdì dalle ore 8,30 alle 16,00. Sabato e festivi resta chiuso. Già nel 2015 lo Spazio Unicredit di Udine aveva ospitato la mostra “Venezia... amore mio”, in ricordo di Michele Piva. Si trattò di una originale serie di pitture di scorci veneziani allestite dal 27 marzo al 28 aprile 2015.
Le pitture in esposizione nel 2018-2019 si riferiscono ad un incontro avvenuto a Roma, come ha scritto Licio Damiani, dal quale si originò una viva amicizia, col famoso scrittore Riccardo Bacchelli, il quale aveva definito Michele Piva “pittore di ali infrante”.
Ha aperto l’incontro dell’inaugurazione Cristiano Dallavalle, responsabile area manager Unicredit, ringraziando la famiglia Piva che ha concesso le opere per l’esibizione. Pietro Fontanini, sindaco di Udine, ha ricordato la gentilezza del professore Michele Piva, che si è occupato in veste artistica di temi molti impegnativi. Il sindaco ha ringraziato poi la banca che ha messo a disposizione la bella sala per la mostra d’arte. Un saluto e un ringraziamento agli organizzatori della rassegna è giunto dalla vedova di Piva, che all’ingresso della sala aveva omaggiato le signore ospiti con una rosa bianca. Era presente anche Enrico Berti, presidente del Consiglio comunale di Udine.
Michele Piva, Ali, smalti e metallo, 2006. Udine, mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Fotografia di Elio Varutti

La presentazione critica è stata merito di Enzo Santese, che ha accennato alla grande carica umana che ha contraddistinto i segni e i simboli tracciati sulle tele e sui cartoni da Piva con colori delle terre prevalentemente, fino a tagliare le pagine. “Non è un pittore da salotto il Piva – ha aggiunto Santese – perché è artista sobrio che ama spaziare su vari temi della società, come quelli del contatto con i poeti e gli scrittori italiani”. Santese si è soffermato anche sui Soli, che Michele Piva ha realizzato con parti metalliche e colori rossastri, dando speranza al visitatore che la vita continua, nonostante tutte le oscurità e le malvagità. Quello dei Soli è un tema caro dell’artista, come ha scritto Santese nel cartoncino d’invito alla rassegna. Piva interpreta il Sole metallico “come un varco verso il bene in ogni processo individuale e sociale”.
È appena il caso di ricordare le Impressioni, quadri composti da diversi riquadri astratti, alle quali Eugenio Montale dedicò persino una lirica. Piva incontrò anche Montale e diventarono subito amici.
“A paesaggi antropomorfi – ha scritto Licio Damiani – accennano le melodie sussurrate dei Nudi femminili suggeriti da spezzoni di silhouette dolci come golfi di luce, che ricordano poeticamente la semplicità essenziale, la bellezza lineare, dei nudi di donna anelanti nelle sculture di Henry Moore a farsi idea pura sublimata dall'astrazione. Nelle Prigioni costruite a perpendicolari fasce nere, echi di Hartung e dell’americano Franz Kline si trasformano in sostanza etica”.
Mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Il pubblico vicino ai Nudi e ai Soli di Michele Piva. Fotografia di Elio Varutti

Altre parole assai incisive sull’artista Piva, nato a Fiume, sono ancora di Licio Damiani, che ha scritto: “Il portamento distinto di signore d’altra epoca, la vena cordiale eppur riservata, rendevano Michele un personaggio atipico. Era autore appartato nel panorama friulano; operava in una posizione di aristocratico isolamento, staccato dai problemi teorici e formali delle avanguardie, con le quali tuttavia interferiva per suggestioni istintive. La sua solitaria ricerca nasceva da una profonda riflessione sulle tragedie e i rivolgimenti della storia con il loro carico di dolore e di speranza: una analisi poetica della contraddittoria condizione umana”.
Michele Piva, pur essendo nato a Fiume, nel Golfo del Quarnaro, sotto il Regno d’Italia, non si sentiva parte dell’esodo fiumano, istriano e dalmata. Me ho ha spiegato con pacatezza varie volte. Altri scrittori, tuttavia, hanno individuato in quel suo rifiuto, una profuganza di riflesso e un desiderio di impegnarsi sul fronte artistico sui temi civili e di grande umanità che hanno afflitto la storia del Novecento: la Shoah, i lager, le prigioni. L’impegno artistico di Piva è sempre stato di alto profilo etico.
Le Ali infrante, come scrisse Riccardo Bacchelli. Mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Una scultura in ferro e una pitto-scultura. Fotografia di Elio Varutti

La professoressa e scrittrice Annalisa Vucusa, di origine zaratina, ha affermato in un incontro pubblico a Udine, nel 2015, di “ritrovarsi nelle parole di Michele Piva, quando diceva: Come faccio a sentirmi un profugo se la mia famiglia mi portò via che ero bambino e non ho alcun ricordo di Fiume”. La Vucusa, che è socia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, ha condiviso l’argomento secondo cui: Quello di Piva, forse, fu un esodo vissuto di riflesso. Mi ritrovo pienamente in queste parole: sicuramente un riflesso è il senso di sradicamento da Zara, la terra del mio babbo, che mi porto dentro”.

Biografia di Michele Piva 
Ecco il profilo biografico di un pitto-scultore, come fu definito. Michele Piva è nato nel 1931 a Fiume, allora Regno d’Italia. Ha studiato a Roma, Milano e Venezia. Ha insegnato nelle scuole superiori di Udine. È morto a Udine il 12 maggio 2013. Sue opere si trovano al Museo Revoltella, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Museo de Henriquez, Palazzo del Governo di Toronto, Pinacoteca di Wilson, Museo della Guerra, raccolta Sir Bertrand Russel, Fondazione Guggenheim, Museo “Terra” di Chicago, Accademia dei Concordi e in numerose collezioni private in Italia e all’estero.
Mostre personali: Udine, Milano, Toronto, Venezia, Cremona, Bergamo, Cividale, Grado, Vicenza, Gorizia, Zurigo, Winterthur, Siena, Roma, Trieste, Sesto San Giovanni, Hong Kong, Torino, Rovigo, Padova, Wilson, Ottawa, Genova, Verona, Brescia, San Daniele, Aquileia, Belluno, Lugano, Forni, Vittorio Veneto, Vulcano, Lipari, Londra, Cortina, Montreal, New York, Fiesole, Bologna, Varese, Napoli, Siena, Palermo, Bolzano, Piacenza, Treviso, Monfalcone, Novara, Lignano
Sue sculture pubbliche: a Grado (GO) nei giardini e in mare, presso palazzo Zipser; a Udine presso il Chiostro della Basilica delle Grazie e giardini di piazza Belloni; Tarcento, in piazze e giardini; a San Daniele presso Palazzo Sonvilla; a Cividale del Friuli presso le rive del fiume Natisone.
Le pitture riferite a Montale e ai grandi scrittori. Mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Fotografia di Elio Varutti

Bibliografia
- Elio Varutti, “Michele Piva: prossima esposizione alla Loggia di Udine”, on-line dal 6 ottobre 2006 su mondocrea.it               http://www.mondocrea.it/itartisti-159/

- Licio Damiani, “Udine rende omaggio a Piva l’artista che dialogava con Bacchelli e Montale”, «Messaggero Veneto», 14 novembre 2018.
Udine, Spazio “Unicredit Città di Udine”, via Vittorio Veneto – Santese, il sindaco Fontanini e il consigliere comunale Berti alla mostra di Michele Piva. Fotografia di Elio Varutti

Michele Piva, Prigioni, disegno su carta, 1968. Udine, Spazio “Unicredit Città di Udine”, via Vittorio Veneto Fotografia di Elio Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Elio Varutti e Tulia Hannah Tiervo. Fotografie di E. Varutti.

mercoledì 17 agosto 2016

La stravagante arte di Lunazzi, Udine

Ancorata al Magic bus dei The Who, la vivacissima opera artistica di Luciano Lunazzi è il riflesso della sua filosofia del viaggio. Nato nel 1952 a Ovaro, in provincia di Udine, Lunazzi a sette anni si ritrova in Svizzera, frutto di quell’emigrazione friulana che si arresta solo nel 1967, secondo la sociologa Elena Saraceno
Luciano Lunazzi, "Afghan Truck", 2009, tecnica mista su cartone, cm 95 x 138.

Nel 1968 Lunazzi abbraccia la tendenza degli Hippies, i figli dei fiori, mossi dagli ingenui, ma sinceri slogan di pace, amore e libertà. Nel 1973 lascia la Svizzera per l’India, l’Afghanistan, il Pakistan, Grecia, Turchia e Iran.
Dopo tre anni rientra in Italia e, per problemi familiari, lavora come panettiere e pasticcere a Buja, in provincia di Udine, fino al 1979, vicino al padre e al fratello. Col 1980 è in Messico e poi in California, a Berkley, dove si ferma per otto anni.
Inizia a dipingere, da autodidatta, verso la metà degli anni Novanta, mentre si trova in Germania, per lavoro. Sperimenta tecniche pittoriche miste, soprattutto con colori acrilici, pennarelli su carta e collage. In Spagna decide di fare l’artista di strada e di vivere così. Si appassiona sempre di più al cartone come supporto delle sue pitture un po’ stralunate, che sembrano copertine di dischi, intendiamoci: di Long Plaing.
Sempre negli anni Novanta viaggia tra Colonia, Ibiza, Tenerife, Barcellona, San Firmino di Pamplona, Saragozza. Crea anche T-Shirt, vendute come le sue pitture al pubblico di strada fino al 2004.
Ritorna in Friuli e, trovando alcuni interessati alla sua arte, espone per la prima volta nel 2007 al caffé Caucigh di Udine. Collabora con varie associazioni culturali come “Venti d’Arte” e “Vicino / Lontano”. Inventa e dipinge la copertina del CD per i trent’anni di attività di Radio Onde Furlane.
Luciano Lunazzi. Fotgrafia dal sito web topartist.it

La sua forma artistica
Artista diretto e ironico, se non provocatorio. Egli utilizza vari segni tribali per i suoi stralunati disegni, come nella serie dei “Bamboccioni”, dei “Cagnolini nervosi” e degli innumerevoli “Magic bus”, con quelle assurde ruote fatte con i vecchi vinili. Qualche critico l’ha avvicinato a Richard Hamilton, uno dei promotori della Pop Art.
Lunazzi propone delle immagini surreali, impossibili, al limite della stravaganza, ma a modo loro esse paiono molto legate al vivere contemporaneo. Le sue opere, anzi i suoi cartoni “underground” sono un grido contro la violenza, sono un inno alla creatività esuberante, sono un Manifesto politico a riutilizzare materiali di scarto per dare loro la dignità, anche se effimera, di coloratissima ed ingegnosa opera d’arte.
È morto a Udine per un malore, a 65 anni, Luciano Lunazzi nella sua abitazione di via Albona, il 3 ottobre 2017.

Bibliografia
Raffaella Ferrari, Il meraviglioso magic bus si è fermato allagalleria d’arte La Piazzetta, Udine, cartoncino di sala, s.a.

Sitologia

martedì 28 aprile 2015

I quadri di Rocco Burtone

Si intitola “Musica nascosta” la mostra d’arte di Rocco Burtone alla Loggia di Udine. Conosciuto dal pubblico udinese in veste di cantautore, l’artista ha voluto mettere da parte la chitarra per qualche minuto, inforcando pennelli e colori. Allora egli mette in piazza un'altra parte del suo originale modo di comunicare, quello dell’espressione artistica in pittura. Poi, ce ne sono altri ancora...
Anche in questo campo Rocco non poteva esimersi dalla sua potente ironia, che rasenta il sarcasmo in qualche opera in esposizione. Persino le didascalie che accompagnano i quadri in mostra hanno del dissacrante. Sono mini poesie, anzi “popsie”, com’è il neologismo creato dall’artista, che fanno sorridere il visitatore, se non resta allibito. Un "pospia" è una opera che nasce dal desiderio di proporre liriche poetiche legate al mondo della musica.
Le opere in mostra alla Loggia sono a tecnica mista, ma molte sono degli acrilici su supporti vari, non mancano i disegni molto curati, meticolosi nella drammaticità dei personaggi stralunati che eruttano svastiche e croci. Ogni tanto, tuttavia, compaiono pure dei cuori rossi, ossia un barlume di speranza.

La Galleria d’Arte La Loggia di Udine, sita in Piazza Libertà, 11 ospita la mostra personale di Rocco Burtone.  L’inaugurazione è avvenuta sabato 18 aprile 2015 alle 18.30. Durante l’evento è stata offerta una degustazione di vini della Vigna Meridiana di Ara Grande di Tricesimo. 
La rassegna sarà visitabile fino al 13 maggio con il seguente orario: feriali 17.30 – 19.00 / festivi 11.00 – 12.30 / Lunedì chiuso.
Ecco un quadro in acrilico che rappresenta Ludovica col suo inseparabile violino; è la figlia di Rocco Burtone. Colori alla fauves, tanto per non smentirsi. 
Si ricorda, infine, che Rocco Burtone è famoso per aver ideato il "Festival mondiale della canone funebre" che si tiene a Rivignano il 2 novembre, come riporta il settimanale "IL FRIULI" del giorno 1 novembre 2014.

Cenno bibliografico:
Fra alcuni libri di Rocco Burtone ho scelto questo cenno: Rocco Burtone, Musicisti suicidi e anche, Udine, Edizioni del Sale, pp. 216, ©2007, euro 15. Tale volume è stato da me recensito nel 2009 in Facebook nel seguente link.

venerdì 24 aprile 2015

Aldo Ghirardello artista a Udine

In una location assai intrigante ed inusuale mercoledì 22 aprile è stata inaugurata alle 17,30 a Udine con un folto pubblico, per lo più di specialisti, la mostra «Percorsi di ricerca 1990-2015» di Aldo Ghirardello

Aldo Ghirardello mentre spiega al pubblico una delle due opere all'aperto: Altarino in blu, tecnica mista su pannello in legno, cm 80 x 100, 1993. Sottoportico di Palazzo Caiselli, Udine.

L’esposizione dell’artista, udinese di adozione – è docente all’Istituto Statale d’Arte “Sello” di Udine –, ritorna sui passi della sua carriera. Si va dalla pittura (matite, olio, acquerello, tempera, tecniche miste) fino alle performance. Il tutto non in un museo, non in una galleria d’arte, bensì tra gli spazi dell’Università di Udine restaurati da alcuni anni. Si tratta di un palazzo di una famiglia nobiliare del Friuli, in vicolo Florio 2.
Originale proprio originale l’area espositiva, dato che la mostra ha luogo secondo una serie di stazioni, secondo una serie di varie contaminazioni – mi viene in mente la total contamination di Pier Paolo Pasolini, con i dovuti distinguo. Siamo a palazzo Caiselli, nell’ambito del programma di esposizioni che il Dipartimento di storia e tutela dei beni culturali dell’ateneo friulano dedica agli artisti che operano nel territorio. Idea senza dubbi vincente. Tra l’altro è una buona occasione per il pubblico udinese e friulano di vedersi le varie stanze del palazzo, che non sono trascurabili.

Aldo Ghirardello, Altarino, tecnica mista su porta in legno, cm 40 x 170, 1994. Corte di Palazzo Caiselli, Udine 

Video del collettivo "La Badini"

Ghirardello, nato a Vicenza nel 1963, si è laureato al Dams di Bologna in Psicologia delle arti. Collabora col gruppo artistico "La Badini". Rappresenta l’ala più effervescente dell’arte contemporanea friulana. Dopo gli esordi negli anni ’80, con esposizioni nella ‘Casa del Mantegna’ a Mantova, all'Arte Fiera di Bologna, alla galleria ‘Diecipuntodue Arte’ di Milano, alla ‘Romberg’ di Latina e al Trevi Flash Art Museum a Palazzo Lucarini, nei decenni seguenti l’artista ha affrontato i temi caldi a lui più congeniali. Allora si va dalla durezza e dall’evanescenza della vita, fino all’esasperazione della quotidianità, mostrando i corpi, i volti e i ritratti, finché sta nel campo figurativo, mediante un’interpretazione del tutto particolare, surreale, ironica. Talvolta affronta il settore astratto, lasciando le parti “non finite”, per suggerire all’osservatore chissà quale messaggio. Forse disagio? Sicuramente ansia. È quasi un “Balthus locale” (oserei dire un “Balthus padano”, tanto per individuare rilassanti identità fluviali…) negli interni di famiglia, che offrono uno struggente quadretto di vita familiare dei decenni passati.

Aldo Ghiradello, Questione di geni, installazione con pupazzi di pezza, 2009. Palazzo Caiselli, Udine, piano terra.

Pino Roveredo di lui ha scritto che trattasi di un pittore “che trattiene gli istanti di una vita già avvenuta”. Il riferimento è appunto alle tracce iconiche degli album di famiglia per trasferire in pittura attenta, quasi rinascimentale, la memoria  individuale e quella collettiva. Si possono riconoscere in certi quadri di Ghirardello le prime fotografie domestiche pure dei nostri ricordi o dei nostri cari. Sono immagini da tardo boom economico o da prime crisi politiche degli anni Sessanta dello scorso secolo. Lo scavo psicologico è lì che si getta nella mischia. Attenzione a non rimanervi coinvolti. Guardate, ammirate e pensate alle vostre situazioni con un pensiero positivo. Così l’arte può servire anche da terapia.
La rassegna sarà visitabile fino al 15 maggio 2015, da lunedì a venerdì, dalle 8 alle 18.30. Vedi info su:  qui.uniud.it e-magazine dell'Università degli Studi di Udine.


Aldo Ghirardello, Rifigurazioni. Pinocchio, tecnica mista su pannello di poliestere, cm 60 x 120, 2014. Palazzo Caiselli, Udine, piani superiori.
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Ora impiego qualche parola sul luogo dell’esposizione: il palazzo Caiselli, dal sito dell’università.
Al Dipartimento di Storia e Tutela dei Beni Culturali (DIBE) appartengono docenti e ricercatori di varie discipline, che si possono raggruppare in quattro settori principali: area storico artistica, area archeologica, area archivistico libraria, area storica e filologica. Dal 2008 il Dipartimento ha la sua sede in Palazzo Caiselli. I conti Caiselli, alla metà del XVII secolo, acquistarono alcuni edifici in "Borgo San Cristoful", con l'intento di accorparli per realizzare un unico grande palazzo. Nel 1658 già erano iniziati alcuni lavori di trasformazione, ma dovette passare quasi un secolo e mezzo prima che l'opera potesse dirsi conclusa. Solo all'inizio dell'Ottocento, infatti, la fabbrica assunse il suo aspetto attuale, grazie alla realizzazione della facciata neoclassica progettata dall'architetto francese Jean Le Terrier de Manetot. I Caiselli, colti mecenati, fecero decorare molte sale del palazzo da abili artisti, fra cui spicca il nome di Giambattista Tiepolo (che realizzò il dipinto La Virtù e la Nobiltà trionfano sull'ignoranza, 1740, oggi ai Musei Civici di Udine).
A tali vicende ha fatto seguito un periodo di degrado e di manomissioni, che si è protratto quasi per l'intero Novecento.

Divenuto proprietà dell'Università degli Studi di Udine, il palazzo, fra il 2001 e il 2004, è stato finalmente oggetto di un complesso restauro, grazie al quale sono state recuperate significative testimonianze architettoniche e decorative e sono stati eseguiti gli interventi necessari per destinarlo a sede del Dipartimento di Storia e Tutela dei Beni Culturali.

L'ultima stazione della mostra «Percorsi di ricerca 1990-2015» di Aldo Ghirardello. Titolo: Rifigurazioni. Il suo mondo, tecnica mista su pannello in poliestere, cm 60 x 120, 2009. Palazzo Caiselli, Udine. Foto di Elio Varutti, fin qui...

Un ritrattone, come l'ha chiamato l'autore. Fotografia di Ale Loni. Palazzo Caiselli, Udine, pianerottolo scale.


Aldo Ghirardello in un bello scatto di Ale Loni. Udine, corte di Palazzo Caiselli, 22 aprile 2015 ore 17,30.