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venerdì 26 aprile 2019

Visita d’istruzione a Gonars sul sito del Campo di concentramento fascista


La Parrocchia di S. Pio X di Udine, col suo Gruppo culturale, ha voluto questo viaggio della memoria. Così il 25 aprile 2019 una dozzina di persone ha effettuato una visita d’istruzione al luogo dove esisteva il Campo di concentramento fascista di Gonars. Guidati da Tiziana Menotti, i visitatori hanno potuto constatare come non ci sia nemmeno un cartello sulla strada che indichi il campo. Se uno non sa che quello è il sito del campo, ci passa davanti indifferente.

C’è all’interno dei prati un monumento costituito da quattro mosaici (che riprendono 4 disegni degli internati pittori) inseriti su 4 supporti a forma di colonnina. Poi c’è un rotolo di filo spinato, oltre a 4 pennoni senza bandiere. C’è anche una tabella esplicativa con poche righe e una foto. Tutto qui. Al cimitero si ragiona un po’ di più. A memoria del campo di concentramento di Gonars, per iniziativa delle autorità jugoslave nel 1973, lo scultore Miodrag Živković realizzò un sacrario nel cimitero cittadino, dove in due cripte furono trasferiti i resti di 453 cittadini sloveni e croati internati e morti nel campo di concentramento.
La comitiva di gitanti di Udine sud ha poi fatto una visita anche alla stupenda chiesetta di Gris, nel vicino comune di Bicinicco.
Il Gruppo culturale di S. Pio X, sorto nel 2016 sulla spinta di don Paolo Scapin, parroco di S. Pio X si dedica ai temi della Shoah, dell’esodo giuliano dalmata e della detenzione nei campi di concentramento. Si voleva ricordare il parrocchiano e beneamato maestro elementare Alfredo Orzan (1930-2017), cantore di Baldasseria. Il Gruppo culturale anche con don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X dal 24 luglio 2018, si è occupato di organizzare conferenze e mostre di fotografia, d’arte nonché spettacoli teatrali con particolare riferimento alla Parrocchia di San Pio X di Udine. Sono appartenenti al gruppo: Tiziana Menotti, Elio Varutti, Germano Vidussi, Anna Del Fabbro e Gregorio Zamò. Il Gruppo culturale collabora con l’Associazione Insieme con Noi, con gli Alpini di Udine sud, con l’ANED di Udine, con l’ANVGD di Udine e con altri organismi del territorio.

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Fotografie di Francesco Saverio Comisso, che si ringrazia per la gentile concessione alla diffusione e pubblicazione. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti su informazioni di Tiziana Menotti.

sabato 29 settembre 2018

Mostra di disegni dei deportati sloveni e croati al Campo di concentramento di Gonars (UD), 1942-1943


È stata inaugurata una mostra di carattere storico il 28 settembre 2018 a Palazzo Morpurgo di Udine. A portare il saluto del sindaco Fontanini è stato Alessandro Ciani, assessore comunale all'Edilizia privata, essendo in convalescenza Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura. “Questa è una mostra interessante e toccante sui fatti della seconda guerra mondiale – ha detto Ciani – perciò vi auguro una buona visita alla rassegna e ringrazio gli organizzatori per questa iniziativa”.
Nikolaj Pirnat, Senza titolo, Gonars 1942. Fotografia di E. Varutti

L’originale rassegna espositiva si intitola: 1942-43: la Storia che ci ri-guarda. Il dottor Mario Cordaro e gli artisti sloveni e croati nel campo di concentramento di Gonars.
Ha aperto gli interventi Monica Emmanuelli, direttrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine (Ifsml). “Questa mostra nasce da un progetto del 2017 messo in atto con la precedente amministrazione comunale – ha detto Emmanuelli – che è stato confermato dalla nuova giunta e penso che proverete delle grandi emozioni nel vedere i disegni dei deportati sloveni e croati in queste sale”.
Udine, Palazzo Morpurgo, Alessandro Ciani, assessore comunale porta il saluto del sindaco, accanto a Monica Emmanuelli e Paola Bristot. Fotografia di Leoleo Lulu

In mostra è esposta una raccolta di disegni originali realizzati dagli internati del Campo di concentramento di Gonars. Molti di essi sono inediti. Detti disegni sono stati donati in segno di riconoscenza al dottor  Mario Cordaro, medico del campo dal 1942 al 1943. Nel Dopoguerra la collezione si ampliò grazie ai rapporti di amicizia instaurati con alcuni degli artisti prigionieri. Lo scultore NikolajPirnat realizzò anche un busto in gesso, ora esposto presso il Museo di storia contemporanea della Slovenia a Lubiana. A palazzo Morpurgo è in mostra la copia in bronzo, di proprietà della famiglia Cordaro. Saranno inoltre presentati alcuni documenti d’archivio, strumenti clinici d’epoca e un prezioso prestito di 13 disegni del Museo di Storia contemporanea della Slovenia che offre un prospetto più ampio e completo del difficile periodo in cui il dottor Mario Cordaro si trovò ad operare.
Udine, Palazzo Morpurgo, una delle opere in mostra, del Museo di storia contemporanea della Slovenia a Lubiana. Fotografia di Leoleo Lulu

All’inaugurazione hanno parlato anche Paola Bristot, per sottolineare il valore artistico delle opere esposte, oltre al dato storico, ancora poco noto ai friulani e agli italiani. Per ultimo ha portato il saluto dei discendenti del dottor Coradro un nipote del bravo medico. “Siamo onorati di partecipare a questa iniziativa culturale – ha detto Emanuele Rampino – per ricordare il senso di umanità di mio nonno, che era il medico del Campo di concentramento di Gonars, che portava agli artisti rinchiusi le matite, i fogli di carta ed altri strumenti per disegnare e dipingere”.
Udine, Palazzo Morpurgo, l'intervento di Emanuele Rampino che ricorda il nonno Mario Cordaro, medico al Campo di Gonars. Fotografia di E. Varutti

La mostra è stata curata da Monica Emmanuelli e da Paola Bristot, per la realizzazione dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine (Ifsml). Gli allestimenti espositivi sono su progetto dell’architetto Marco Pasian. Alla realizzazione della mostra hanno contribuito lo studio VivaComix, in collaborazione con il Comune di Udine, Udine Musei, il Muzej Novejše Zgodovine Slovenije (Museo di storia contemporanea della Slovenia a Lubiana), il Centro medico Coram di Udine, oltre al contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

Biografia di Mario Cordaro
Nato a Giardini Naxos nel 1910, dopo gli studi a Catania in Medicina, si perfeziona in Ematologia prima a Catania, quindi a Praga (1938-1941). Richiamato in Italia alle armi, venne destinato a Gonars, dove restò fino al momento dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943. Si fermò in Friuli, prima a Cividale, quindi a Udine, dove nel 1973, in collaborazione con la figlia, dott.ssa Dagmar Maria Cordaro e il genero, dott. Antonio Rampino, fondò l’Istituto Diagnostico Friuli Coram, dove fu attivo fino al 1994, anno della sua scomparsa.
L’interesse per la sua figura nasce dalla volontà di approfondire le conoscenze storiche e artistiche rispetto alla sua sensibilità oltre che umana, artistica. Durante lo svolgimento del suo servizio come Medico e Interprete a Gonars, riuscì a costruire un rapporto di fiducia e di stima reciproca con gli internati del Campo di Internamento, in particolare con gli artisti in esso rinchiusi. Forniva loro i materiali artistici per consentire il proseguimento della loro attività e trovare la forza di sopravvivere in quella drammatica situazione.
La collaborazione lo spinse a dare ai prigionieri ruoli di coordinamento o di infermiere e aiutante di infermeria, stabilendo e facilitando le comunicazioni interpersonali. Le memorie di quegli anni sono state recentemente pubblicate nel libro “Album. 1942-43” (Viva Comix, Gaspari, 2015).

F. Scagnetti, Panorama del campo 1942, gouache su carta. Fotografia di E. Varutti

Pezzi di storia
Certi pezzi di storia sono venuti a galla negli anni 1990-2000. Ad esempio alcuni studiosi sloveni in quegli anni hanno riferito notizie del Campo profughi di Gonars. Si tratta di Franc Perme, Anton Zitnik, Franc Nucic, Janez Crnej, Zdenko Zavadlav, che con la loro ricerca intitolata Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, hanno anche riportato notizie sul comportamento dell’esercito italiano nei confronti di una parte della nascente resistenza iugoslava. Allora c’è il generale Robotti, comandante delle autorità italiane di Lubiana occupata ed annessa al Regno d’Italia, intenzionato ad aprire “campi di concentramento per l’internamento delle persone sospettate, poiché a Lubiana ve ne erano detenute già 200 e ci si aspettava che il numero avrebbe raggiunto i 1.000” (Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, p. 129).
Anonimo, Il campo di notte, gouache su cartoncino. Fotografia di E. Varutti

Poi nel volume degli studiosi sloveni c’è anche un po’ di Friuli. È fatto cenno al Campo di concentramento di Gonars, per detenere sospetti sloveni e croati (p. 128). Qui finiscono molti ufficiali sloveni, con un aiutino dato ai militari italiani da parte della Osvobodilna Fronta (OF), ovvero il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno. Infatti i primi partigiani, sapendo che molti degli ufficiali sloveni erano monarchici e non comunisti, li precettarono ad entrare nell’OF con delle cartoline aperte, cosicché l’esercito italiano venne a sapere i loro indirizzi e li prelevò tutti senza tanti problemi.
Ivan Garbajs, Panoramica del campo 1942, gouache su carta. Fotografia di E. Varutti

Poi sono menzionate le trattative di Tapogliano del 15 giugno 1944. Artefice di tale iniziativa è il prefetto di Gorizia, conte Marino Pace, che prese contatti coi capi partigiani comunisti per azioni di non aggressione (pp. 350-353). Per ringraziare l’OF dei vari favori fatti all’esercito sabaudo imperiale, nel 1943 il generale Cerutti, comandante della divisione “Isonzo” a Novo Mesto “aveva mandato tre vagoni di armamenti, munizioni e divise militari italiane per l’Esercito di Liberazione del Popolo” (p. 144).
Ancora oggi la storia del Campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine è poco nota agli italiani. Bisogna chiarire che sin dal 1941, quando l’Italia fascista invade la Jugoslavia ed annette alcune parti del suo territorio, come la provincia di Lubiana o il Governatorato della Dalmazia, viene organizzata dall’esercito italiano l’operazione di concentramento di militari e civili iugoslavi, per sottrarli alla nascente resistenza contro gli invasori. I primi campi attivi in Friuli e nella Venezia Giulia furono quelli di Cighino e di Gonars. Il primo era sito vicino a Tolmino, in provincia di Gorizia, mentre il secondo era a sud di Udine. Nel 1942 a Gonars – ha scritto Alessandra Kersevan nel suo Lager italiani – c’erano oltre 4.200 internati civili, bambini inclusi.
M. Lebez, Ritratto dottor Cordaro 1942, olio su tela. Fotografia di E. Varutti

Nel 2012 è stato prodotto un interessante documentario del regista Dorino Minigutti. Il regista friulano ha aperto una pagina dimenticata della storia del ‘900. È quella dei campi di concentramento italiani dove vennero internati gli abitanti di interi villaggi sloveni e croati. Ci furono migliaia di vittime per stenti in quei campi.
Il documentario di Minigutti racconta l’inedita storia di un gruppo di bambini sopravvissuti ad uno di quei campi, come a Gonars. Si intitola Oltre il filo. L’audiovisivo accompagna i bambini di allora in un viaggio nella memoria. Artisti e studenti dell’Accademia di Lubiana, internati nel campo, riuscirono a ritrarre durante la prigionia i volti e la vita dei detenuti. Anche i bambini prigionieri, una volta scappati dal campo dopo il 1943, raccontarono con disegni e componimenti inediti quella terribile esperienza. Nel film i protagonisti riflettono sui propri traumi, su quei segni invisibili che li hanno accompagnati nel corso della vita. Poi rivedono alcuni disegni di allora e rileggono quei componimenti.


Chi c’era?
All’inaugurazione della mostra è capitato di vedere la presenza di Andrea Zannini, professore ordinario di Storia moderna all’Università di Udine; Maurizio Rocco, presidente dell’Ordine dei Medici di Udine; Gianni Ortis, presidente dell’Istituto friulano per la storia del Movimento di liberazione; Romeo Mattioli, già consigliere comunale (PSI) dal 1975 al 2003 e di Gianpaolo Borghello, già direttore del dipartimento di italianistica a Udine.

Tra i tanti partecipanti c’erano Augusta De Piero, già consigliere regionale; Tiziano Sguazzero, ricercatore dell’Ifsml; l’ex onorevole Gianna Malisani (PD) e Alfredo Gon, dell’ANPI di Manzano. C’erano poi Vania Gransinigh, responsabile dell’Unità Organizzativa coordinamento scientifico Musei di Udine e il professor Elio Varutti, vice presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).

Una vetrina della rassegna con caricature. Fotografia di Leoleo Lulu

Orari di visita della mostra a Palazzo Morpurgo
La mostra 1942-43: la Storia che ci ri-guarda. Il dottor Mario Cordaro e gli artisti sloveni e croati nel campo di concentramento di Gonars si potrà visitare da sabato 29 settembre a domenica 28 ottobre 2018, il giovedì e il venerdì dalle 15.00 alle 19.00, il sabato e la domenica sia la mattina dalle 10.00 alle 13.00, sia il pomeriggio dalle 15.00 alle 19.00 con ingresso libero.
Per le scuole sono previste visite guidate su prenotazione telefonando al numero telefonico 0432.295475, oppure al fax fax 0432.296952, o scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica archivio@ifsml.it
Per alte notizie si può scrivere, in posta cartacea, anche a: Istituto Friulano Storia Movimento Liberazione, Viale Ungheria, 46 - 33100 Udine.

Nikolaj Pirnat, Dottor Cordaro, busto in bronzo, 1942. Fotografia di E. Varutti


Filmografia
Dorino Minigutti, Oltre il filo / Over the line, Zavod Kinoatelje (SLO), Agherose (I), Focus Media (HR), 2012.

Bibliografia essenziale
- Paola Bristot (a cura di), Album 1942-43. I disegni del campo di concentramento di Gonars. Collezione Cordaro, Udine, Gaspari, 2015.

- Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascista per civili iugoslavi 1941-1943, Roma, Nutrimenti, 2008.

- Franc Perme, Anton Zitnik, Franc Nucic, Janez Crnej, Zdenko Zavadlav, Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, (1.a edizione: Lubiana, Grosuplje 1998, col titolo tradotto: I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime 1941-1948, di Franc Perme, Anton Zitnik, pp. 277), Lubiana Grosuplje, Associazione per la Sistemazione dei Sepolcri Tenuti Nascosti, 2000. Edizione italiana [considerata dagli AA. come la terza]: Slovenjia 1941, 1948, 1952. Anche noi siamo morti per la patria. “Tudi mi smo umrli za domovino”, Milano, Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia, Mirabili Lembi d’Italia, [2005, l’anno di stampa è dedotto, fra le pagine 380 e 381, nella didascalia delle fotografie a colori n. 22-23], pp. LXVI-792.
Udine, Palazzo Morpurgo, pubblico fino in strada all'inaugurazione della mostra di disegni di internati sloveni e croati al Campo di concentramento di Gonars. Fotografia di E. Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti e di Leoleo Lulu, di Udine.

Udine, Palazzo Morpurgo, il plastico del Campo di concentramento di Gonars alla mostra “1942-43: la Storia che ci ri-guarda. Il dottor Mario Cordaro e gli artisti sloveni e croati nel campo di concentramento di Gonars”. Fotografia di Leoleo Lulu

domenica 21 febbraio 2016

Il viaggio di Meri. Esodo da Veglia, 1944

Autrice di questo memoriale è Maria Maracich, detta “Meri”. Nata il 25 marzo 1926 a Veglia, nel Regno dei Serbi, dei Croati e Sloveni, dovette scappare dall’Isola del Carnaro un anno dopo il giorno 8 settembre 1943. Maria fa parte di quel gruppo di esuli di Veglia (Krk, in croato) definiti “italiani all’estero”, in quanto nati in un’entità statale diversa dall’Italia, anche se molto vicina territorialmente al Bel Paese.
Centro Raccolta Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950. Matrimonio in Campo Profughi, Don Mario Maracich. Gli sposi sono Maria Maracich e Gino Beltramini. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

Il libro, di 40 pagine, è stato stampato a Codroipo, provincia di Udine, e reca questa indicazione: Edizioni Beltramini. È senza l’anno di stampa, ma ho verificato essere il 2013, considerato che il manoscritto è del 2012. Il volumetto è stato pubblicato solo in una trentina di copie, ad uso dei parenti e conoscenti, perciò è introvabile. Per le mie ricerche sull’esodo giuliano dalmata, ho avuto la fortuna di consultarne una, potendo vedere pure il manoscritto, che gira comunque in fotocopie tra conoscenti, amici e simpatizzanti.
Nel mese di aprile 1941 l’Italia di Mussolini dichiarò guerra alla Jugoslavia, che usò tale denominazione dal 1929. Gli italiani di Veglia furono evacuati fino a Verona, per tre settimane. Si trattò di oltre 1.500 individui. Gli optanti alla cittadinanza italiana a Veglia città, nel 1927, erano 1.162. Poi l’isola fu annessa all’Italia, fino al 1943, quando arrivarono i partigiani di Tito.
Sposi Gino Beltramini e Maria Maracich al Campo Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

Dopo l’annessione di Mussolini «Cominciarono i guai – scrive Maria Maracich a pag. 14 – non si trovava niente da mangiare. A mezzogiorno si andava a prendere qualche cosa alla mensa militare. Essendo un’isola non era facile procurarsi il cibo». Si diffuse la borsa nera, soprattutto a Fiume.
Col 1943 i soldati italiani «dovettero cedere le armi a un gruppo di ragazzi croati armati». Iniziarono le prime minacce a mano armata dei titini nei confronti degli italiani, per portare via cibarie. 
«Io avevo una cesta piena di roba e me ne andavo vero casa. – scrive la Maracich a pag. 16 –  Uno di questi ragazzi mi conosceva, mi fermò puntandomi il fucile contro e mi disse: “Metti giù quella roba se no ti sparo”. Io gli risposi: “Spara se hai coraggio, questa è roba italiana e non te la do». Si verificarono poi le prime vendette. «I croati ci odiavano a morte. – scrive Meri Maracich a pag. 17 – I tedeschi chiesero loro la lista dei partigiani, ma loro gli dettero dei nomi italiani».
Nel 1944 i nazisti sequestrarono giovani, uomini e donne. «Dovevano portarci in Germania per lavorare. Così dissero. Intervennero le autorità italiane ed il vescovo presso i loro superiori a Fiume, per liberarci».
Campo Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950 - Sposi Maria Maracich e Gino Beltramini, confetti per i bimbi. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

La fuga di Maria Maracich avvenne da clandestina, nel maggio 1944, in compagnia della zia Dolores e dei suoi cinque figli. Da Veglia a Fiume viaggiò su un peschereccio di sera, col blando controllo di due militari tedeschi anziani.
La fuga di italiani di Veglia nel mese di maggio 1944 su alcuni pescherecci verso Fiume viene descritta anche da Lauro Giorgolo nel suo Veglia ed i suoi cittadini, del 1997, a pag. 44. I profughi italiani di Veglia scappano dai rastrellamenti tedeschi e dei croati, loro consoci, ma anche dagli imprigionamenti dei partigiani di Tito. All’arrivo dei nazisti, i titini si ritirano, portandosi dietro tutti i prigionieri. Di questi sequestrati in mano titina solo uno riuscirà a fare ritorno (Vedi: L. Giorgolo, a cura di, Veglia ed i suoi cittadini, 1997, a pagg. 44-45).
Poi Maria Maracich proseguì con la famiglia in treno fino in Friuli, a Tolmezzo, alla ricerca dello zio che lavorava in posta. Durante il controllo dei militari tedeschi in treno Maria si portò in gabinetto il cugino Pino, istruendolo su cosa dire se fossero passati i tedeschi per controllo. «Vennero a bussare alla porta – scrive Maria Maracich a pag. 18 – io ero nascosta dietro, lui [Pino] aprì la porta e seccato disse: “Ma non vedi che faccio la cacca!” Se ne andarono tranquilli».
I partigiani della Carnia rispedirono la comitiva verso Udine, in treno, perché in montagna era troppo pericoloso con tutti quei bambini. Nel capoluogo friulano furono accolti dalla prefettura, che li indirizzò all’asilo notturno, nei pressi del Giardin Grande (poi detta: Piazza I Maggio). «Dopo un mese – aggiunge Maria Maracich a pag. 19 –  il Comune di Udine ci dette una baracca di legno in Via San Rocco, vicino alla caserma».
A Udine Maria incontrò il fratello Rino, sposatosi a Pola e sfollato ad Aiello del Friuli. Il fratello la volle con sé nel paesino della bassa friulana. Ad Aiello Maria fu requisita dai tedeschi per lavorare nella TODT.
Finalmente la guerra finì e la famiglia era divisa. I genitori stavano ancora a Veglia, sperando di poter vendere la casa e i campi. Il fratello Mario studiava al Seminario di Udine, poi a Venezia. «Nell’estate del 1947 conobbi Gino, dopo quindici giorni partì come emigrante per la Francia». 
Campo Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950 - In 17 nella baracca del campo per il matrimonio di Maria e Gino, sposati dal fratello di lei don Mario Maracich. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

Il 19 marzo 1949 Maria rivide i suoi genitori, mentre il fratello Mario studiava al Seminario di Pisa. «Arrivarono a Udine al Campo smistamento profughi. – scrive la Maracich a pag. 26 –  Quello fu il giorno più bello della mia vita». Pochi giorni dopo furono trasferiti al Centro Raccolta Profughi di Migliarino Pisano, dove vissero in baracca per un anno e mezzo».
Il 10 aprile 1950 Maria Maracich e Gino Beltramini si sposarono nel Campo Profughi di Migliarino Pisano. Celebrante don Mario Maracich, fratello di Maria. «Prima notte di nozze in baracca. Vestito prestato da un’altra sposa di Aiello, sposatasi quindici giorni prima. I sandali erano miei, vecchi e con i buchi, mia sorella mi tirava giù il vestito, così non se li vedeva. Anche i guanti erano vecchi. Per mio fratello fui la prima sposa».
Quanti furono gli invitati? «Eravamo in 17 in una baracca. Il menu era: minestra in brodo, tre polli arrosto regalati dalla gente di Aiello, cavolfiori e piselli, al posto della torta: biscotti. Uno del Campo suonava la fisarmonica [dovrebbe trattarsi di Checo, secondo la testimonianza di Shamira Franceschi, 14.02.2014], c’era un piazzale e ballavamo tutti, tanto non c’era niente per cena! Alle 10 di sera tolsero la luce e… tutti a nanna!».
Il viaggio di Meri continua poi a Gorizia, in Francia (1950), Ripafratta, in provincia di Pisa (1953) e in Svizzera (1960), per concludersi, dopo il 1975, a Lonca di Codroipo, in Friuli.
 Maria Maracich requisita ad Aiello del Friuli dalla TODT a scavare fosse anticarro "con la pala e il piccone" nel 1944. Fotografie da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

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Ho potuto consultare, recensire e riprodurre il libro di Maria Maracich, grazie alla splendida collaborazione di un suo cugino, anch'egli esule da Veglia; è il signor Celso Giuriceo, nato a Veglia nel 1936, "italiano all'estero". 
L'ho intervistato e incontrato più volte a Udine il 10.02.2016 e in giornate successive. «Mi ricordo la fuga da Veglia sul peschereccio nel 1944 - ha detto Celso Giuriceo -  e quando siamo arrivati al porto di Fiume, abbiamo dovuto aspettare che lo aprissero, perché alla notte veniva bloccato con delle catene».
Martedì 6 giugno 2016, dopo breve malattia, muore Maria Maracich, detta "Meri", come mi comunica per telefono suo cugino Celso Giuriceo.

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Mi ha colpito la dedica che la signora Maria Maracich ha scritto di pugno al libro "Il viaggio di Meri" donato al cugino Celso Giuriceo. Essa recita:  «Quanto volte abbiamo mangiato a Udine, all'asilo notturno la pasta, facendo la gara chi era più veloce, quanta fame. Con affetto Meri».

La copertina del volume, edito nel 2013

Bibliografia di riferimento

Anna Maria Fiorentin, Veglia la «Splendidissima Civitas Curictarum», Pisa, Edizioni ETS, 1993.

Anna Maria Fiorentin, Nel Carnaro. Un'isola. Racconti, Pisa, Edizioni ETS, 1997.

- Shamira Gatta, alias Shamira Franceschi, Così la mia famiglia fuggì dall’Istria per salvarsi dalle foibe"Il Tirreno", 14.02.2014.

- Shamira Gatta, alias Shamira Franceschi, Il Giorno del Ricordo, 10.02.2014, dal suo blog personale.

Lauro Giorgolo, a cura di, Veglia ed i suoi cittadini, 1997.

Maria Maracich, Il Viaggio di Meri, Codroipo, provincia di Udine, Edizioni Beltramini, 2013.

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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.

lunedì 22 giugno 2015

Mario S., trovato in foiba. Arruolamenti partigiani forzati, 1943

La tematica delle foibe a Trieste è come un nervo scoperto. Lo è in tutto il Friuli Venezia Giulia, dove il ricordo di quei fatti storici è ancora vivo e può generare ancor oggi del dolore nei discendenti delle vittime delle uccisioni nelle voragini del Carso.
Ciò che si è scoperto con la seguente intervista è che nella foiba furono gettati un gruppo di nove partigiani titini del Carso, legati fra di loro col filo spinato. Al momento della riesumazione dei corpi si scoprì che uno solo presentava un colpo di arma da fuoco alla nuca, gli altri furono gettati nell’abisso vivi. E non fu un caso isolato. Incredibilmente uno degli infoibati, Mario Sedmak, fu estratto dalla buca ancora vivo, seppur in gravi condizioni di salute. Condotto all'ospedale partigiano di Bolnica Franja, morì nell’anno successivo. Al figlio di tale partigiano fu detto, alla sua morte, nel 1944, che avrebbe dovuto prendere il suo posto, pur essendo un minorenne.
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Alle pagine 111 e 112 del romanzo Rossa terra di Mauro Tonino, del 2013, c’è il riferimento al minacciato arruolamento di un giovane tra i partigiani titini, giunti in paese con dei cavalli rubati ai tedeschi.
È Marino Cattunar, figlio di Nazario, l’informatore di Tonino, a ricordare il fatto accadutogli nel suo paese natale, a Villanova di Verteneglio, in Istria, tra il 1943 e il 1944. Marino faceva la questua per il parroco. Prima di tutto i partigiani armati gli sequestrano i soldi, minacciandolo di non rilevare la rapina al parroco: “Se te vol esser vivo stasera”. Poi arrivò l’ultima frase. “Dopo pochi passi fermò il cavallo – racconta l’autore – e volgendosi verso di me, ancora immobile in mezzo alla strada, con un’aria sarcastica pronunciò ‘Te ga undici anni, se te avevi due di più, te ieri a cavallo con noi’, poi si volse di nuovo e ripartì”.
Si conclude questo articolo analizzando la tematica degli arruolamenti forzati nelle file partigiane della Divisione Garibaldi e del IX Corpus titino.


 Partizanska bolnica Franja / L'Ospedale Partigiano di Bolnica Franja, in Slovenia. Ringrazio per la diffusione, la fotografia è ripresa da:  www.slovenia-trips.com


Tale argomento desta oggi un certo interesse da parte degli studiosi, perché in contrasto con quella che si può definire l’epica della resistenza, che cominciò a crescere nel primo dopoguerra e in tutti gli anni 1950-1989. Solo dal 1990-2000 si iniziò a dubitare di certi fatti della lotta partigiana, soprattutto delle eliminazioni eseguite nel primo dopoguerra in Emilia nel cosiddetto Triangolo Rosso. Con ciò si vuole solo sostenere – come ha scritto Giampaolo Pansa, nel suo I gendarmi della memoria , Sperling & Kupfer, Milano, 2007– che non si può ignorare le pagine brutte della resistenza, glorificando soltanto quelle belle. 

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1.    Intervista su Mario «tirà su vivo dela foiba»

Domanda: Sai di qualcuno ucciso nella foiba?
Risposta: So che mio bisnonno è stato trovato in una foiba, nella località di Santa Croce, in Comune di Trieste. Era ancora vivo, era il 1943.
D.: Come si chiamava?
R.: Mario Sedmak, nato a Santa Croce nel 1884 e morto nel 1944 all’ospedale partigiano di Bolnica Franja, vicino a Postumia (dal 1947, Slovenia). Oggi i suoi resti riposano nel monumento dei caduti partigiani.
D.: Chi ti ha raccontato questi fatti?
R.: È stato mio nonno I. S., nato nel 1934 a Santa Croce; ho avuto queste notizie con difficoltà e, in lingua slovena, perché nonno Ivan dice sempre di non voler parlare dei fatti della guerra, per il grande dolore che gli tocca di riprovare.
D.: Chi l’ha gettato nella foiba?
R.: Non si è mai saputo.
D.: Forse una rappresaglia nazifascista? O di altre formazioni militari, come i belagardisti (Unità slovene volontarie in funzione anti partigiana, collaborazionisti dei fascisti italiani)?
R.: Non si sa. Le uccisioni in foiba avvenivano di notte e su di lui si sa solo ciò che hanno trovato.
D.: Cosa vuole dire?
R.: Vuol dire che altri partigiani e certi parenti degli scomparsi hanno cercato ed hanno estratto i corpi dalla foiba. Mario era l’unico ancora vivo, così è stato portato all’ospedale partigiano, dove è stato in coma fino al 1944, quando morì.
D.: Come l’hanno riconosciuto e quante persone erano nella foiba?
R.: L’ha riconosciuto il cane. Era con altri nove disgraziati legati assieme col filo de trinca (“filo spinato”, dialetto triestino). Ogni corpo era avvolto, anche le mani, di filo spinato. Uno solo aveva un colpo di arma da fuoco alla testa, perciò gli altri sono stati trascinati giù dal peso del primo della fila. So di altri casi simili, tutti compaesani. Sono tutti menzionati nel monumento ai caduti di Santa Croce.

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Intervistato: allievo Christian Ciacchi, Trieste 1995. Intervista effettuata a Udine il 12 gennaio 2015, a cura del professor Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva, con la collaborazione di Elisa Dal Bello e Nicolò Salvemini, classe 5^ D Dolciaria. Coordinamento didattico: professoressa Carla M., Italiano e Storia, dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell’Istituto “B. Stringher” di Udine.
Cimeli militari della Seconda guerra mondiale e della guerra fredda. Elmetto italiano 1939-1945. Tascapane militare, periodo successivo al 1945, guerra fredda. Borraccia USA 1939-1954, forse appartenuta a un bacolo nero. “I bacoli neri, jera poliziotti vestidi de scuro, solo col manganel”. Fonte orale: signora Luciana Luciani, nata a Pola nel 1936, intervista di E. Varutti del 15 dicembre 2014, Udine. Si trattava di personale di polizia reclutato su scala locale (Trieste, Pola e l’Istria), oltre che nei paesi e colonie del Regno Unito, alle dipendenze degli alleati angloamericani, attivi a Pola, 1945-1947, e nel Territorio Libero di Trieste, 1945-1954. Gavetta di un alpino di Codroipo 1939-1945, con coperchio antecedente. È il contenitore in alluminio più grande. Gavetta del fante italiano G.G. di Percoto, 1939-1945. Il fante, con una punta metallica ha inciso il suo itinerario di guerra: “Perocotto, Udine, Ivrea, Bari, Durazzo, Scutari, Podgoriza, Nichsic, Slavnich, Lubiana, Carlovach, Finito”. Collezione privata Udine. Bustina partigiana, detta "titovka" di un appartenente al IX Corpus di Tito dell’Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione della Jugoslavia, Collezione Gemma Valente, Bastajànawa, vedova Barbarino, Resia (Resia 1915-Udine 2008). Gruppo di studio sull’Ultimo Risorgimento, classe 4 ^ C Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B. Stringher”, Viale Monsignore Giuseppe Nogara, 33100 Udine, Italia.
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2.    Arruolamenti partigiani forzati

L’eccidio di Porzùs – in sloveno: “Topli Uork”, in comune di Faedis, provincia di Udine – provocò  l’uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945, di diciassette partigiani (tra cui una donna, loro ex prigioniera) della Brigata Osoppo, di orientamento cattolico, monarchico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani – in prevalenza gappisti (Gruppi di Azione Patriottica) – appartenenti al Partito Comunista Italiano.
Dopo di quel tragico fatto di guerra civile, nella zona del Collio e dintorni ci fu l’arruolamento forzato di giovani locali da parte dei partigiani comunisti della Garibaldi. Siamo nella zona tra Manzano, San Giovanni al Natisone e Cormòns. È il signor B.L. a riportarmi tali notizie, il 22 giugno 2015. Si riferiscono a suo padre Antonio (nome di fantasia, per riservatezza).
Piuttosto che i ragazzi sotto leva finissero nella Todt (a lavorare per i nazisti), o nella Milizia Difesa Territoriale dei fascisti, peggio, nelle Waffen SS italiane, i partigiani se li portano dietro in bosco. Il racconto fatto da Antonio, il requisito dai partigiani, continua così: “Si sapeva che Giacca voleva fare pulizia , allora, si veve plui pôre di lui che dai todescs (si aveva più paura di lui che dei tedeschi)”.
Giacca è il nome di battaglia di Mario Toffanin (Padova 1912 – Sesana 1999), il comandante partigiano che, su mandato del Comando del IX Korpus sloveno e dei dirigenti della Federazione del PCI di Udine, effettuò le uccisioni a Porzùs.
Tra i casi di eliminazione per il rifiuto di arruolarsi tra i partigiani titini c’è il fatto, scoperto nel 2015, dei giovani fratelli Mrak (Andrej, 30 anni, Alojz, 23 anni e Alojza, 17 anni), dei quali una minorenne, vengono catturati dalla polizia politica titina, portati in un bosco e fucilati.
I ricatti dei militi titini sul reclutamento dei giovani per il movimento partigiano gettano una cattiva luce su tutta la Resistenza. Certi giovani si rifiutano di passare coi titini e furono uccisi. “A Sarezzo di Pisino il 26 giugno 1943 – ha scritto Luigi Papo de Montona nel suo L’Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 1999, pag. 44 – fu ucciso l’agricoltore Giuseppe Ghersetti di Giuseppe, nato nel 1892, non iscritto al P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), reo di essersi rifiutato di entrare a far parte del movimento partigiano slavo”.
Lo stesso Luigi Papo de Montona, alle pagg. 120-121, racconta anche di “Mario Braico, anni 26, di Villanova di Parenzo, Sottobrigadiere Mare (3971-CREM) della Brigata di Civitavecchia della Guardia di Finanza. Dalla relazione ufficiale del Comando Circolo R.(eale) G.(uardia) Finanza di Pola: Durante l’occupazione partigiana di Villanova di Parenzo (circa 7 km da Parenzo), il nostro sottufficiale, perché nativo del posto, venne invitato a prendere parte al movimento slavo-comunista, ma egli ha rifiutato decisamente di aderire. Il giorno 26 settembre 1943, alle ore 22,30, venne portato via dai partigiani e non si ebbero sue notizie sino al giorno 10 dicembre 1943, data in cui venne trovato e riconosciuto dai propri familiari, assassinato nella foiba di Surani (Antignana)”.
Vediamo altri casi ancora sugli arruolamenti forzosi nei partigiani titini. Non volontari, né liberi. Tali arruolati finiscono sempre male: eliminati. Seguiamo sempre le parole di Luigi Papo de Montona, nel suo L’Istria e le sue foibe, del 1999, alle pagine 211 e 212: «In località Sovischine (Montona) il 24 dicembre 1943 i partigiani decisero di arruolare un giovane contadino, Romano Corti – originariamente Chert – il ragazzo rispose che non ne aveva nessuna voglia e la madre, Maria Corti, si schierò dalla parte del figlio, quasi a proteggerlo. I partigiani uccisero tutti e due (…).
Giuseppe Iurincich, di Giuseppe, da Boste (Maresego) fu arruolato forzatamente, una notte tra il 1943-1944; si seppe che era deceduto in bosco.
Francesco Chermaz da Centora Valle (Maresego) fu arruolato forzatamente nel marzo 1944, di notte. Fu ucciso poco lontano dal suo paese; dissero “perché non riusciva a mantenere il passo con la colonna”.
Saulo Dobrigna di Giuseppe, da Sabadini (Maresego) fu del pari arruolato forzatamente e ucciso poco dopo mentre cercava di disertare».
Poi c’erano gli arruolamenti partigiani di requisiti della Todt, ai quali veniva chiesto di effettuare lo spionaggio. Era necessario “restare nell’organizzazione di lavoro tedesca e passare le informazioni alla resistenza”. Successe così a Emilio Biasioli (Ponte di Piave 1920 – Padova 2003), nome di battaglia “Kindeli”. Durante un’azione partigiana a Udine, il 28 aprile 1945, un nazista gli tirò una bomba a mano in faccia. Restò gravemente ferito, deturpato, ma vivo. Con un gruppo di partigiani in Via Volturno aveva fatto 14 prigionieri tedeschi, poi arrivarono centinaia di Waffen SS e lì fu ferito, secondo il racconto del 22 giugno 2015 da parte del nipote Antonio Toffoletti, di Udine. Nel giardino di una casa, lì vicino, durante la guerra ci fu un gran frastuono. "Che cosa è successo?" - chiese una vicina di casa. "Ah, niente, niente: è solo caduto un aereo tedesco qui in giardino" - rispose l'amica. Poi arrivarono un sacco di tedeschi coi camion e portarono via ogni pezzo del rottame.

3.         L’arrotino partigiano

In Val Resia, in provincia di Udine, il mestiere più diffuso, nel passato, era quello dell’arrotino. Si tratta di un mestiere ambulante. L’arrotino (“il gua”, in lingua friulana) girava di casa in casa, domandando se ci fossero forbici, coltelli o altre lame da arrotare. Luigi Barbarino Matiònow (Resia 1914 – Flossembürg 1945) faceva questa vita, tanto che negli anni 1930-1940 aveva la residenza a Gorizia, come altri suoi parenti, perché il mercato di riferimento era la Valle dell’Isonzo, annessa al Regno d’Italia, nel 1918, fino a Lubiana, in Slovenia, nel Regno di Jugoslavia (in questo caso la denominazione cambia, secondo i decenni).
Nel 1943, durante i suoi spostamenti per lavoro – come ha riferito Lucillo Barbarino, Matiònawa (Resia, 1941), da me intervistato il 7 luglio 2015 a Udine – fu intercettato dai partigiani titini del IX Corpus, guidati da un capo slavo dell’interno. Iniziarono a dileggiarlo, dicendogli che “era una spia dei fascisti”. Si creò molta tensione. Egli ribatté che non era vero e che nei paesi lo conoscevano per ciò era: un arrotino ambulante tra Gorizia, Udine e Lubiana (che nel 1941 era stata invasa dalle truppe del fascismo ed annessa al Regno d’Italia). Allora il capo partigiano, tenendo bene il mitra in evidenza, gli disse: “Vai pure!”. L’arrotino non si mosse. “Avevo paura che mi sparasse alle spalle!” – raccontò poi ai familiari Luigi Barbarino. Così ad andarsene furono i partigiani titini e lui si salvò.

Il colmo è che quell’arrotino aveva simpatie antifasciste, tanto che divenne partigiano pure lui. Durante una retata nazista nell’inverno 1944 in Val Resia fu imprigionato e portato a Udine in Via Spalato. I tedeschi avevano ricevuto una spiata, perché risalirono la stretta valle lungo il fiume ed avevano l’elenco degli individui da imprigionare. Fucilarono sul posto un capo partigiano slavo dell’interno. Poi il 10 gennaio 1945, con l’ultima tradotta in partenza per i campi di concentramento nazisti, Luigi Barbarino fu deportato a Flossembürg, per morire a Hersbruk, campo satellite. “In camerata fu colpito alla schiena col calcio del fucile da una sentinella, secondo un compaesano testimone salvatosi dal campo, mentre riporta deceduto ‘per malattia’ il referto medico pervenuto dalla Germania alla famiglia e al Comune di Resia negli anni Sessanta”. 

4.    Tra miseria e autogestione

In Friuli, negli anni della guerra fredda, circolava una barzelletta. Nel 1960-1970 certi negozi di Fiume avevano ancora l’insegna “Frisoir” (dal francese: “arricciacapelli”) per intendere il parrucchiere. In Slovenia altri negozi, dalle vetrine semivuote, per la carenza nei rifornimenti di generi di prima necessità, ma zeppe di ritratti di Tito e di bandiere rosse, recavano l’insegna “Chemiserie” (ancora dal francese, la lingua internazionale della moda femminile: “camiceria”). La storiella, a questo punto, racconta di due amici friulani, di ritorno da un viaggio di là della Cortina di ferro, che si dicono: “Âstu viodût, Toni, che di tante miserie che a àn, lu scrivin nuie mancul che tai negozis, cun la peraule “Che-miserie”, che al vûl dì: ce miserie!” (Hai visto, Toni, che da tanta miseria che hanno, lo scrivono perfino sui negozi, con la parola “Che-miserie”, che vuole dire: che miseria!).
Per la cosiddetta “miseria” patita dal 1947 al 1960, quando l’economia iugoslava mostrò un cenno di ripresa, altri italiani se ne vennero via di filato. È il caso dei Socolich di Lussino, che gestivano un forno. C’erano così pochi affari, persino nella vendita del pane, che si rifugiarono a Trieste, lasciando là la nonna che non voleva abbandonare la sua casa. Ancor oggi i discendenti delle famiglie degli esuli di Lussino, riparate a Ravenna e Rimini negli anni cinquanta, si recano sull’isola per le vacanze. Hanno ereditato una casa dai vecchi che erano rimasti a tutti i costi là. La fonte del racconto sui Socolich è: Alessandro Burelli (Udine, 1962), intervistato a Udine il 7 marzo 2015, che ha riferito le notizie di Alfio Socolich (Trieste, 1957).
Nel 1963 la Jugoslavia di Tito introdusse il principio dell’autogestione delle imprese, che fu perfezionato nel 1964-1965 e nel resto degli anni sessanta. Divenne oggetto di studi, addirittura, alla facoltà di Economia e commercio di Trieste, negli anni 1972-1975, poi finì nell'oblio, soprattutto dopo la Caduta del Muro di Berlino e la crisi delle ideologie.
Il fenomeno dell’autogestione, in realtà, provocò l’ennesima spinta all’esodo di altri italiani dell’Istria, espulsi per primi dalle strutture produttive “autogestite”. Come ha raccontato Eda Flego, di Pinguente d’Istria (Buzet, in croato), che riporta i ricordi del babbo Viecoslav Luigi Flego e della mamma Emma Nicolausich: “Mio padre era infermiere e fu il primo ad essere licenziato dopo la novità dell’autogestione, così siamo dovuti venire via dall’Istria, per giungere in Friuli da esuli. Le foibe furono usate prima dai fascisti per gettarci dentro i corpi degli antifascisti croati e sloveni, poi arrivò la vendetta dei titini che in quelle voragini buttarono i corpi degli italiani”.  Eda Flego, nata a Pinguente (Jugoslavia) nel 1950 è stata intervistata a Udine il 31 dicembre 2005.


Sitologia

Per Biasioli Emilio “Kindeli”, vedi:
http://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2010/04/25/UD_05_UDE1.html

Bibliografia
Mauro Tonino, Rossa terra. Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote. Tra emozioni, storia, speranze e futuro, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2013.
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Il secolo Breve in Friuli Venezia Giulia”, che  ha ottenuto il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD e del Comune di Martignacco, nel cui ambito territoriale sorge Villa Italia, che fu residenza del re Vittorio Emanuele III dal 1915 al 1917.