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mercoledì 5 dicembre 2018

Libro di Bruno Bonetti presentato a S. Quirino, Pordenone, con l’ANVGD


Parlare di Udine, Fiume, Zara, Spalato e della Dalmazia ad un manipolo di istriani sarebbe come cercare di vendere ghiaccioli agli eschimesi. Eppure Bruno Bonetti è riuscito nella sua impresa. Ha presentato il suo libro intitolato Manlio Tamburlini e l’albergo nazionale di Udine a degli istriani e ai loro discendenti alle ore 17,30 il 1° dicembre 2018 in località Villotte, presso l’agriturismo “Da Sferco”, di San Quirino, Via Umago 2, provincia di Pordenone, dove sessanta anni or sono furono accolte 49 famiglie esuli d’Istria.
Agriturismo Da Sferco, Villotte di S. Quirino, 1° dicembre 2018 – Il sindaco Gianni Giugovaz interviene alla presentazione del libro di Bruno Bonetti, seduto vicino a Elio Varutti. Fotografia di Barbara Rossi

L’evento, organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), è stato patrocinato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, dall’Ente Regionale per i Problemi dei Lavoratori Emigrati (ERAPLE) e dal Club UNESCO di Udine. Alla serata culturale ha inviato il suo saluto Silvano Varin, presidente dell’ANVGD di Pordenone, assieme al suo vice Roberto Caluzzi.
Erano presenti, tra glia altri, Gianni Giugovaz, sindaco di S. Quirino e discendente di esuli da Pirano. “Ricordo che qui a S. Quirino ci sono state le assegnazioni dei poderi nel 1957-1958 ai profughi istriani – ha detto Giugovaz – come pure nella zona di Tornielli, in Comune di Roveredo in Piano e del Dandolo di Maniago, sempre in provincia di Pordenone, con oltre 50 famiglie ciascheduna”.
Agriturismo Da Sferco, Villotte di S. Quirino, 1° dicembre 2018 – Una parte del pubblico intervenuto alla presentazione del libro di Bruno Bonetti. Fotografia di Barbara Rossi

Ha aperto i lavori della serata il professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine portando i saluti di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, assente per motivi familiari.    «Siamo molto onorati di proseguire la collaborazione con altri Comitati Provinciali dell’ANVGD, come con quello Pordenone – ha detto Varutti – perché in questo modo comunichiamo con le associazioni sul territorio riguardo ai temi dell’esodo giuliano dalmata per sviluppare le ricerche sulle loro tradizioni culturali, linguistiche ed enogastronomiche».
Più che la presenza della dozzina di persone, ha colpito quanto hanno lasciato detto altri esuli non presenti in sala. Ad esempio una signora si è scusata di non partecipare all’incontro, perché convalescente dopo una frattura ad una gamba. Un anziano esule istriano ha detto che “no posso più guidar e non me accompagna nissun”. Una signora ultranovantenne ha replicato all’invito sostenendo che “mi no rivo più a lezer”. Tutti loro hanno informato di essere presenti di spirito, per l’importanza dell’incontro culturale e di voler sapere l’esito dell’iniziativa in una serata piena di altri eventi nella zona.   
Tra il pubblico si sono notati Flavia Maraston, figlia di un esule istriano e Corrado Sferco, discendente di esuli da Matterada, vicino a Giurizzani, il paese di Fulvio Tomizza, nella zona di Umago.
Dono di libri al sindaco di S. Quirino, Gianni Giugovaz, a sinistra, da parte di Elio Varutti e Bruno Bonetti, a destra. Fotografia di Barbara Rossi


La trama e i commenti
Il volume di Bonetti ripercorre la storia dell’albergo Nazionale di Udine, dove poi sorse lo sgraziato palazzo dell’UPIM, ora in ristrutturazione. Nel libro c’è la storia della famiglia Tamburlini che gestiva l’albergo stesso: da Daniele, amico di Antonio Andreuzzi, che lo coinvolge nei moti risorgimentali di Navarons del 1864, al nipote Manlio, lo squadrista impulsivo e maldestro che si caccia in guai più grandi di lui, soprattutto dopo il suo arruolamento a Tarcento nel Reggimento “Tagliamento”, tra i primi reparti di Salò.
La tecnica espositiva di Bonetti appare semplice e scarna per un tema complesso. Ogni frase del testo è documentata e verificata, perciò ha un forte valore dal punto di vista storico. Si avvale di una serie di biografie ricostruite anche grazie agli album familiari, oltre che dalle informazioni degli archivi parrocchiali, di quelli statali e di istituti di ricerca specialistici. L’autore ha utilizzato perfino qualche fonte orale, specificando in nota quanto è stato raccolto.
Nel testo sono citate varie località delle cosiddette terre perse dopo l’esodo giuliano dalmata assieme ad altri luoghi dell’Adriatico orientale con una presenza storicamente italiana. Si va da Fiume (Bonetti pag. 14), a Tolmino e Caporetto (p. 24). Poi emergono delle tensioni di concorrenza tra albergatori friulani. Sono menzionate Signo e Zara (p. 29). Viene ricordato che, nel 1883, in Dalmazia viene tolto l’insegnamento in lingua italiana, per passare a quella croata, oltre al tedesco ben s’intende, come voleva l’imperatore Francesco Giuseppe sin dal 1861, in evidente funzione anti-italiana. Postumia è menzionata (a p. 30), come pure Bencovazzo, Spalato (p. 31) Cittavecchia, sull’Isola di Lesina, Zara e Trieste (p. 34).
Agriturismo Da Sferco, Villotte di S. Quirino, 1° dicembre 2018 – L’intervento di Bruno Bonetti alla presentazione del libro Manlio Tamburlini e l’albergo nazionale di Udine. Fotografia di Barbara Rossi

Il primo esodo degli italiani di Dalmazia, 1920-1930
“Qui si descrive bene un altro esodo vissuto dalle genti di Dalmazia – ha aggiunto Varutti – quando dopo il Trattato di pace del 1920, solo Zara fa parte dell’Italia, contrariamente a quanto previsto dal Patto di Londra del 1915”. Varutti ha spiegato come varie cittadine dalmate, con una buona presenza italiana, siano state assegnate al neonato Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. 
“Mi riferisco a Spalato, Sebenico, Traù, Cattaro, Signo, all’Isola di Lesina, a quella di Brazza, o di Veglia e tanti altri luoghi dalmati con un assoluto establishment italiano – ha concluso il presentatore – costringendo i commercianti, i professionisti e gli insegnanti italiani di quelle zone ad una precipitosa fuga verso Zara, Lissa, Trieste e Ancona, dato che i nazionalisti croati rompevano le vetrine dei negozi, non contenti di aver abbattuto i leoni di San Marco col piccone e col tritolo; chi si dichiarava italiano, perdeva il posto di lavoro non solo negli enti statali, ma non aveva diritto di esercitare l’impresa privata, come è successo alla più importante azienda dalmata, il cementifico Gilardi & Bettiza di Spalato. Questo primo tipo di esodo di italiani dalla Dalmazia si è accentuato alla fine degli anni Venti, quando le leggi anti-italiani del Regno iugoslavo divengono ancor più nette e discriminanti”.    
Nel libro di Bonetti possiamo trovare alcune rocambolesche vicende, come la cattura da parte di Tamburlini del partigiano Giovanni Buttolo, uno degli impiccati di Nimis. Il racconto prosegue come un noir dai contorni torbidi con il mistero del ritrovamento delle carte che compromettono i funzionari della Questura di Udine e ne determinano la deportazione nei lager in Germania.
Sono poi riportati i retroscena dell’omicidio di Olvino Morgante, fucilato il 17 maggio 1945 a Grions del Torre, presso la polveriera, che darà luogo a uno dei processi più discussi del dopoguerra assieme a quello di Porzûs, con l’uccisone da parte dei garibaldini, i fazzoletti rossi, di alcuni partigiani delle Brigate Osoppo, i fazzoletti verdi. Entrambi i processi, nel dopoguerra, mettono alla sbarra gli eccessi partigiani. Nel caso dell’omicidio Morgante, però, a giudizio finiscono due osovani. Sullo sfondo delle vicende politiche e militari, emerge la storia d’amore di Manlio e Ada, dalle nozze fasciste alla loro fine tragica: facendoli assomigliare a un Osvaldo Valenti e Luisa Ferida di provincia.
In questo libro di Bonetti si percepisce il senso di confusione vissuto dagli italiani in quegli anni. Ciò che gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, dopo il 1945, hanno chiamato “el ribalton”. Tale evento destabilizzante ha inizio con l’armistizio dell’8 settembre 1943 del re d’Italia con gli alleati anglo-americani, per finire con la recrudescenza con cui nazisti e repubblichini nei mesi successivi perseguitano, arrestano, fucilano e deportano nei lager del Terzo Reich indistintamente ebrei, partigiani, militari italiani e civili inermi solo perché indossavano un capo di vestiario militare.


Una storia ebraica
Bonetti raccoglie pure una vicenda ebraica di Udine con un giusto mai nominato sinora. Per gli ebrei, i giusti sono le persone di altra religione che hanno aiutato uno o più ebrei nel periodo delle persecuzioni razziali, dopo il 1938 e, soprattutto, dal 1943, quando le retate antisemite dei nazisti si fanno più pressanti per ordini di Hitler.
Dopo l’8 settembre 1943, Olvino Morgante, macellaio di Tarcento, con uno stabilimento per la produzione di insaccati di 2.000 metri quadrati, a causa del ribalton si trova a collaborare con i tedeschi e con la Resistenza, oltre a dare lavoro a numerosi antifascisti. “Ospita inoltre a casa sua per un quindicina di giorni, non senza gravi rischi, il dentista ebreo Giuseppe Eppinger, ricercato dai nazisti e poi rifugiato in Svizzera” (p. 84). Così scrive Bonetti.
Si viene a sapere che il dottor Eppinger viveva a Udine in un palazzo di Via Mazzini 9, dove nel dopoguerra si troveranno ad abitare il protagonista del libro, Manlio Tamburlini, con la sua consorte Ada Bonetti, su indicazione delle forze alleate che avevano requisito l’albergo Nazionale dello stesso Tamburlini (p. 89). Bruno Bonetti mi ha, infine, riferito che fu proprio il dottor Giuseppe Eppinger ad effettuare il riconoscimento dei resti mortali di Olvino Morgante, trucidato dai partigiani nel 1945, a fine guerra. Era stato il suo dentista, quindi riconobbe bene il suo lavoro sulla mandibola di Morgante. La salma di Olvino Morgante fu ritrovata il giorno 11 giugno 1946 sulle sponde del Malina a Grions (p. 86). Allora se il riconoscimento è stato svolto nel 1946 dal dentista Eppinger, significa che egli era già rientrato a Udine dall’esilio in Svizzera. 
Eppinger, come altri ebrei fuggiti da Udine (famiglie Basevi, Foa e, forse, i Bata) e dal Friuli con tutta probabilità furono salvati dall’organizzazione delle Aquile randagie, i gruppi scout clandestini che portavano gli ebrei dalla Lombardia al confine svizzero, salvando dalla deportazione nazista oltre duemila individui. Riguardo alle famiglie Basevi e Foa vedi lo scritto di Renata Broggini (p. 454), mentre sui Bata vedi nel web Ebrei a Udine sud e dintorni, 1939-1948. Deportazione in Germania e rientri, dello scrivente.
In Friuli si trovò ad operare nel 1945 la Brigata Ebraica, sotto il comando degli inglesi, come si sa dalla letteratura. Certi Ebrei palestinesi sono menzionati dal generale Chassin tra le diverse componenti di militari sotto il Comando dell’Armata aerea alleata del Mediterraneo (Mediterranean Allied Air Force), ovvero certi piloti che bombardavano le postazioni nazifasciste nell’Italia del Nord, Friuli incluso, erano ebrei di Palestina (Chassin p. 533).
Nella periferia udinese, nel Comune di Tavagnacco, a Feletto Umberto, secondo una testimonianza “c’erano degli ebrei che noi di Feletto chiamavamo i Palestinesi”. È Giannino Angeli che racconta e prosegue così: “Stavano nella casa dove nel 1953 andò ad abitare la mia famiglia in Via dei Martiri 88”. Nel 1946-1947 tale abitazione era affittata ad una famiglia siciliana e “ai piani superiori furono alloggiati questi ebrei, detti Palestinesi, erano in divisa militare inglese, ma non so se fossero della Brigata Ebraica, inquadrata nell’Ottava Armata britannica, che pattugliò Tarvisio nel 1945, mi ricordo di non averli mai visti in paese con le armi, non so se fossero ebrei salvati dai campi di detenzione italiani perché, a differenza dei soldati britannici, sempre impeccabili, loro, i Palestinesi erano, come dire, male in arnese, un po’ emaciati”. (Giannino Angeli, Tavagnacco, provincia di Udine, 1935, intervista telefonica del 14 ottobre 2016).


Agriturismo Da Sferco, Villotte di S. Quirino, 1° dicembre 2018 – Barbara Rossi e Bruno Bonetti al termine della presentazione del libro Manlio Tamburlini e l’albergo nazionale di Udine. Fotografia di E. Varutti

Zara e Spalato nella letteratura mondiale
La questione adriatica orientale e la sua complessità storica, culturale e linguistica non sono un caso a se stante. Esistono fatti analoghi in tutta Europa. Anzi, si può dire che  le aree multietniche e multilinguistiche non siano poche nel mondo. Ne accenna Alessandro Marzo Magno nella Postfazione ad Anime baltiche, dello scrittore olandese Jan Brokken, 2018. “Quando gli estoni e i lettoni fanno finta – ha scritto A.M. Magno – che non siano mai esistiti i baroni baltici, aristocratici tedeschi che dominavano i contadini locali e parlavano qualsiasi lingua fuorché quella dei loro sottoposti, non sono molto diversi dai croati che fingono di ignorare il passato multietnico delle città dell’Adriatico orientale. Zara e Spalato come Riga e Tallinn?” (Magno, in Brokken, p. 363).

Biografia di Bruno Bonetti
Nato nel 1968 a Gorizia, Bruno Bonetti consegue la maturità classica presso il liceo classico “Jacopo Stellini” di Udine nel 1987. Laureato con lode a Trieste in Filosofia nel 1992, si perfeziona poi presso l’Università di Barcellona. È inoltre dottore con lode in Scienze politiche (Università di Trieste, 2004). Pubblica il saggio Politica ed educazione in Piero Gobetti in «Scuola e città», 10 (1993), La Nuova Italia editrice. Traduce in italiano per l’Università Nazionale Autonoma del Messico il volume La Ciudad de México a través de 50 libros, México 2006. Dal 1993 è cultore della materia presso il dipartimento di Filosofia dell’Università di Trieste.
Ha collaborato con il Consiglio sindacale interregionale FVG/Croazia, per cui ha organizzato vari convegni di argomento economico-giuridico. È stato corrispondente da Manzano del quotidiano Messaggero Veneto negli anni 2000-2001. Dal 1995 lavora presso la pubblica amministrazione. Dal 2005 a oggi è funzionario specialista in attività culturali presso il Comune di Tarcento. Nel 2017 è nominato segretario del Comitato provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD).
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Il libro di Bonetti presentato a S. Quirino
Bruno Bonetti, Manlio Tamburlini e l’albergo nazionale di Udine, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2017, pp. 112, euro 13.
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Cenni bibliografici e sitologici per i commenti del recensore
- Renata Broggini, La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’Italia verso la Svizzera 1943-1945, Milano, Mondadori, 1998.
- Jan Brokken, Baltische zielen, Amsterdam, Atlas Publischer, 2010. Traduzione italiana di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, Anime Baltiche, postfazione di Alessandro Marzo Magno, Milano, Iperborea, 2014. Edizione speciale su licenza per Corriere della Sera, Milano, 2018.
- Silvio Cattalini (a cura di), Nel trentennale dell'insediamento della comunità istriano-veneta alle Villotte di San Quirino (PN) 1960-1990, Fagagna (UD), Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, 1991.
- Lionel-Max Chassin, Histoire Militaire de la Seconde Guerre Mondiale, Paris, Payot, 1947. Traduzione italiana a cura di Umberto Barbetti, Storia militare della seconda guerra mondiale, Firenze, Sansoni, 1964.
- Nicolò Giraldi, L’esilio in Friuli, il racconto: “Siamo fuggiti dall’Istria, qui la diffidenza di chi non ci amava”, «Messaggero Veneto», 15 gennaio 2017.
- Angela Pederiva, “Il banco vuoto dei bimbi ebrei”, «Il Gazzettino», 4 dicembre 2018, p. 19.
“Si è spento Gelisi, imprenditore vinicolo dal successo internazionale”, «Messaggero Veneto», Edizione di Pordenone, 1° maggio 2017.
- E. Varutti, Ebrei a Udine sud e dintorni, 1939-1948. Deportazione in Germania e rientri, on-line dal giorno 11 novembre 2016-2017.


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Recensione e servizio giornalistico a cura di Gabriele Anelli Monti e E. Varutti. Networking e ricerche storiche di Sebastiano Pio Zucchiatti. Lettore: Bruno Bonetti. Fotografie di Barbara Rossi e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

lunedì 18 dicembre 2017

Mauro Tonino col romanzo Rossa terra a S. Quirino di Pordenone e l’ANVGD

È stato un bell’incontro. Ci sono stati vari interventi costruttivi in un locale pieno di ricordi istriani. L’evento si è tenuto venerdì 15 dicembre 2017, alle ore 18,30 presso l’Agriturismo Ristoro da Sferco in Via Umago, 2 a San Quirino di Pordenone. 
Michele Bernardon, Bruna Zuccolin, Mauro Tonino, Elio Varutti e Silvano Varin

Lo scrittore Mauro Tonino ha parlato del suo libro intitolato “Rossa terra”. L’originale racconto ha per sottotitolo: “Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote. Tra emozioni, storia, speranze e futuro”. È stato edito a Pasian di Prato (UD), dalla casa editrice L’Orto della Cultura nel 2013, ma desta ancor oggi grande interesse e accesi dibattiti.
L’incontro culturale è stato organizzato dai Comitati Provinciali di Udine e di Pordenone dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). L’evento si è tenuto anche con il prezioso contributo dell’Associazione EFASCE di Pordenone, in particolare grazie al suo Presidente Michele Bernardon, assieme all’ERAPLE.
«Sono molto contenta di aver inaugurato la collaborazione con altri Comitati Provinciali dell’ANVGD, come questo di Pordenone – ha detto Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine – perché in questo modo ci apriamo a interventi propositivi sul territorio riguardo ai temi dell’esodo giuliano dalmata per approfondire e sviluppare le ricerche sulle tradizioni culturali di quelle terre».
L'introduzione di Elio Varutti al libro di Mauro Tonino "Rossa terra" del 2013

Il romanzo storico sulle foibe e sull’Esodo istriano-dalmata è stato scritto da Tonino in punta di penna, cercando di presentare con pacatezza e serenità un tema così forte e dimenticato della storia.
Oltre ai saluti ufficiali della presidente ANVGD di Udine Bruna Zuccolin e del presidente dell’ANVGD di Pordenone Silvano Varin, ha parlato anche il presidente dell’EFASCE Michele Bernardon, mentre si è giustificato per l’assenza il direttore dell’ERAPLE Cesare Costantini. Varin ha ricordato le due grosse comunità di esuli istriano-dalmati di Villotte San Quirino e quella del Dandolo di Maniago, sempre in provincia di Pordenone, con cinquanta famiglie ciascuna. Bernardon ha detto che non si parla mai abbastanza delle vicende dell’esodo istriano.
Il volume è stato introdotto dal professor Elio Varutti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, alla presenza dell’autore. L’originale incontro culturale si è concluso con un brindisi istriano con Prosecco.
Al centro Daniele Cattunar, figlio di Marino Cattunar con una parte del pubblico

Mauro Tonino e la sua Rossa terra, secondo Varutti
È un testo pacato e sereno. Racconto di fantasia con riferimenti documentari e a fatti veri. Descrive un bel rapporto tra il nonno Marino Cattunar, classe 1934 e il nipote Filippo durante un viaggio in barca sulla costa istriana, così ha riferito Varutti. Si va alla scoperta delle radici e della foiba di Vines dove è stato gettato dai titini il corpo di Nazario Cattunar il 5 maggio 1945, a guerra finita. Notizia riferita dallo zio Virginio e dalla zia Giorgina “Nadàla” (pag. 131).
“Ho letto che le atrocità di un popolo prima o poi generano un senso di colpa – ha detto Varutti – che deve essere espiato da qualcuno. È tempo di parlare, col senso di pacificazione in una dimensione europea”.
Per il nipote Filippo è come un viaggio di iniziazione su fatti mai raccontati dal nonno. C’era la Cortina di ferro delle autorità, per consentire a Tito di sganciarsi dalla sfera sovietica e andare verso i Paesi non allineati (p. 98). C’era poi il Muro del silenzio eretto dentro le famiglie, per vergogna, per non riprovare il dolore patito. Mi chiedo se il fatto di non parlare di un evento tragico come le foibe sia un motivo per stare meglio e non soffrire. Talvolta si accendono gli animi. Succede che il dibattito storico si faccia esacerbato.
Tonino spezza una lancia a favore del dialogo e dell’ascolto con rispetto. In un certo senso insegna a dialogare, con queste sue parole, senza dover sopportare il Calvario delle sofferenze del truce fatto. Il ricordo è allora un sollievo. Diventa voglia di condividere il peso del dolore. Si distribuisce nella comunità di ascolto. Il dolore si annacqua, si allevia.
Una stanza dell'Agriturismo Ristoro da Sferco, con bandiere di Fiume, dell'Istria e Dalmazia

La guerra per Marino e Nazario Cattunar, con la matrigna, dato che la mamma è morta di tetano, comincia dopo l’8 settembre 1943, quando i partigiani di Tito “prendono possesso della nostra terra”. Siamo alla mercé di ustascia, cetnici, tedeschi e titini, racconta il testimone. Aggiunge: “Ci difesero quelli che passarono alla storia per cattivi, cioè i tedeschi e la X Mas”.
Che cosa sono gli infoibamenti? Cavità carsica e sepolcro di molti italiani. Papà Nazario getta la divisa e torna a casa. Il figlio è contento. Poi uno delle SS italiane gli ordina di riemettersi la divisa accusandolo di tradimento e di ammazzarlo davanti al figlio. Nazario, allora si rimette la divisa.
C’è un certo Toni che gli dice “No sta preoccuparte che te iudo”, salvo poi a far finta di niente. C’è la donna partigiana colta da Nazario con le armi addosso e le bombe, che viene lasciata libera per gesto di umanità, che invece non trovò Nazario. (p 91-2). C’è la musica di Antonio Smareglia (p. 95). Ci sono Prefazione e Postfazione dell’Autore. C’è il rastrellamento nazista e la fucilazione di 19 paesani scelti dal fascista del paese, poi scappato poco dopo il fatto (p 104). C’è il passaggio dal Campo profughi di Trieste (p. 103). C’è infine una storia sconvolgente. “Svi u iama” “Tutti gli italiani in foiba” si dicevano i partigiani alla fine del conflitto (p 132).
Agriturismo Ristoro da Sferco, San Quirino, un angolo dedicato a Fulvio Tomizza

Il dibattito e l’intervento di Mauro Tonino
L’autore di “Rossa terra” ha voluto rimarcare la grande dignità del popolo istriano. Poi ha aggiunto: “Gli esuli hanno pagato per tutti con le loro terre, i loro patrimoni e le loro vite, la storia vera dei Cattunar mi è stata suggerita da amici, poi a Vines ci hanno detto che anche nel mese di giugno 1945 girava un camion pieno di altri sventurati da uccidere nella foiba”.
Nel dibattito, che la presidente Zuccolin, ha aperto tra la ventina di interventi dopo l’intervento di Tonino, ha parlato per primo Daniele Cattunar: "Confermo tutto ciò che ha scritto Mauro Tonino riguardo alla vicenda dell'uccisione di Nazario Cattunar, di Villanova di Verteneglio".  
Poi è intervenuto Francesco Tromba, da Rovigno, esule a San Michele al Tagliamento, provincia di Venezia. “Sono di Rovigno del 1934 e il 16 settembre 1943 i titini hanno preso mio papà Giuseppe Tromba, del 1899, che era artigiano – ha detto Francesco Tromba – due di guardia stavano in strada e altri cinque sono entrati in casa… e solo nel 2003 ho saputo da donne del posto, dove era la foiba di Vines, perché lì fu buttato; uno dei partigiani responsabili era il tale Abbà, oggi io sono esule qui vicino, in provincia di Venezia”.
Anche Maura Pontoni, editrice del volume di Mauro Tonino ha voluto sottolineare l’impegno degli editori a pubblicare notizie e testimonianze sull’esodo istriano. «Ricordo inoltre che una mia insegnante delle scuole medie – ha aggiunto Maura Pontoni – che si chiamava Maria Rada, ha avuto ambedue i genitori uccisi e gettati nella foiba, come per Cattunar, come per Tromba».
L’ultimo partecipato intervento è stato del signor Veniero Venier, nato a Pola nel 1932. «Non posso dimenticare ciò che mi ha raccontato Francesco Tromba – ha concluso Venier – di quando il postino di Rovigno, tale Giorgio Abbà, fu infoibato, poi lo stesso accadde alla moglie che chiedeva notizie su di lui e pure la figlia Alice Abbà, di dodici anni».
Pure il registratore di cassa è imbandierato all’Agriturismo Ristoro da Sferco in Via Umago, 2 a San Quirino di Pordenone

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Riferimenti bibliografici ragionati
L’uccisione della famiglia di Giorgio Abbà, di Rovigno, è descritta anche nel seguente documento: Comune di Civitanova Marche, Provincia di Macerata, Verbale del Consiglio Comunale di data 26 febbraio 2011, p. 9.
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Servizio giornalistico a cura di Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Daniela Conighi. Networking e ricerche di Sebastiano Pio Zucchiatti. Lettrice Bruna Zuccolin.