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venerdì 9 settembre 2022

Papa Luciani, dalla Vigna del Signore alla Beatificazione del 2022

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani, esule di Fiume, dedicato alla beatificazione di Papa Giovanni Paolo I (in latino: Ioannes Paulus PP. I, nato Albino Luciani; Canale d'Agordo, 17 ottobre 1912 – Città del Vaticano, 28 settembre 1978). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.

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PAPA LUCIANI: DE MEDIETATE LUNAE (27 AGOSTO - 28 SETTEMBRE 1978) DALLA VIGNA DEL SIGNORE ALLA BEATIFICAZIONE DEL 2022.

IL SANTO PADRE PALADINO DELL’ UMILTA’ NEL SEGNO DELLE VIRTU’ TEOLOGALI: FEDE SPERANZA E CARITA’.

La celebre profezia di otto secoli orsono, che sarebbe stata opera di Malachia, costituisce quasi certamente un falso storico ma conserva un fascino tutto suo, nella misura in cui ha potuto attribuire a oltre cento Papi della Chiesa Romana alcune indicazioni formali di specifici ruoli e vocazioni,, in cui non è difficile riconoscere qualche attinenza sia pure casuale con la realtà storica dei rispettivi pontificati. Si pensi a Pio IX come Crux de Cruce (con ovvio riferimento prioritario alla fine del temporalismo), a Pio XII quale Pastor Angelicus (nel ricordo dell’impegno umanitario durante il secondo conflitto mondiale), a Giovanni XXIII come Pastor et  Nauta (quale riconoscimento di un nuovo ecumenismo collegato ai tanti viaggi) e per l’appunto, a Giovanni Paolo I, nel riferimento alla “Medietate Lunae” quale metafora dei 33 giorni di presenza del Papa Luciani sulla Cattedra di San Pietro, e quindi, per il breve tempo corrispondente al ciclo lunare. 

Oggi, con la beatificazione avvenuta in Piazza San Pietro il 4 settembre 2022 dopo una lunga istruttoria (non a caso si è parlato di procedura senza sconti), le virtù di questo grande Pontefice sono state riconosciute anche sul piano dell’ortodossia ufficiale, a cominciare da quella prioritaria dell’umiltà, praticata sin dagli inizi della vita nella nativa Canale d’Agordo, per proseguire con fede, speranza e carità, basi altrettanto inderogabili della viva esperienza cristiana di Papa Luciani. Non a caso, in ciascuna delle quattro sole udienze generali tenute durante il breve pontificato del 1978, la “lectio magistralis” che i fedeli presenti poterono ascoltare dal Sommo Pontefice avrebbe riguardato progressivamente, a cominciare all’umiltà, proprio quelle quattro virtù, viste come modello di comportamento per il popolo di Dio.

Sono trascorsi quarantaquattro anni dall’improvvisa e sconcertante scomparsa di Papa Albino, avvenuta nella notte del 28 settembre, e non sono mancate congetture fantasiose ma talvolta pervicaci, circa le possibili cause. Sta di fatto che, partendo da Venezia per il Conclave di fine agosto, aveva manifestato la massima tranquillità ritenendo che le preferenze degli Eminentissimi elettori si sarebbero orientate verso altre candidature “eccellenti”. Ebbene, quando lo Spirito Santo dispose altrimenti, facendo convergere sul nome del Patriarca il 91 per cento dei 111 voti,  la sua emozione fu straordinaria, e si protrasse per tutta la “luna” del pontificato, non senza dichiarazioni molto preoccupate per la nuova missione “ecumenica” in luogo di quelle pastorali di Vittorio Veneto o della stessa Venezia. Non a caso, al mattino del 28 settembre, quando ne fu scoperta la repentina scomparsa, fu trovato con un foglio in mano, contenente appunti per la quinta udienza che non ebbe luogo, e che avrebbe dovuto riguardare la virtù della prudenza.

Del resto, ormai da Papa, avrebbe confessato di avere avuto un attimo di perplessità nel momento in cui il “pericolo” dell’elezione al Soglio divenne certezza, ma di averlo superato, sia pure con ovvia e naturalissima emozione, pensando che la volontà del Signore corrisponde a disegni imperscrutabili. Probabilmente, in quello stesso momento gli sarebbe stato di conforto il ricordo della visita pastorale resa a Venezia dal predecessore Paolo VI in data 16 luglio 1972, quando Papa Montini pose la propria stola sulle spalle del Patriarca Luciani con un gesto che parve costituire un’investitura “ante litteram” e che ebbe un primo seguito tangibile nella successiva elevazione al ruolo cardinalizio, sopravvenuta nel marzo 1973.  

Fra le curiosità collaterali si può aggiungere che il Conclave avrebbe visto - caso unico nella storia -la “fumata” inizialmente nera, tanto da far credere che l’elezione non fosse avvenuta, salvo diventare bianca nel breve termine. Era stato semplicemente un errore nell’alimentazione del camino.

Le cause di beatificazione sono sempre lunghe, e quella del “Servo di Dio” Albino Luciani non ha fatto eccezione alla regola, traducendosi in una lunga serie di verifiche e di testimonianze, quasi tutte rese personalmente dagli interessati. In ogni caso, anche nella fattispecie è stata accertata la realtà storica di un miracolo documentato ufficialmente, con riferimento alla vicenda di Candela Giarda, la piccola argentina guarita nell’estate dal 2011 da una grave forma di epilessia maligna che l’aveva portata in punto di morte, e che fu provvidenzialmente sottratta alla morte dall’intervento di Padre Juan José Dabusti, nel momento in cui propose di pregare il Cardinale Luciani, da lui già conosciuto nelle straordinarie virtù pastorali, non senza affermare che a dare questo consiglio era stato lo Spirito Santo. Resta il fatto indubitabile che nel breve volgere di due mesi a Candela fu riconosciuta clinicamente l’avvenuta guarigione, e che nel 2022 ha inviato un video alla cerimonia di beatificazione, quale testimonianza della sua storia.

Attestazioni toccanti sono state rilasciate anche da Suor Margherita Marin e da Suor Vincenza Taffarel della Congregazione di Santa Maria Bambina, le Consorelle che trovarono il Papa defunto alla mattina del 28 settembre, e che ne hanno narrato con grata memoria, anche le attenzioni per il loro lavoro. Tra l’altro, Margherita rammentava che Luciani la esortava a “non avere troppa attenzione nello stirare le camicie” con perdita di tempo prezioso per lavori più importanti: sarebbe stato più che sufficiente farlo per “collo e polsi”.

Il saluto dell’ultima sera ebbe luogo col tradizionale augurio della buona notte e con l’arrivederci all’indomani, accompagnato da un memento di sapore biblico: “Se il Signore vuole ancora”!

Nell’ambito delle testimonianze di famiglia, conviene citare quella di Lina Petri, figlia della sorella Antonia, nel ricordo delle cartoline che lo “Zio” le inviava da Roma durante il breve periodo del pontificato, e soprattutto delle importanti “chiacchierate” su figure di massima rilevanza nella storia della Chiesa, con particolare riguardo a grandi Santi del passato, senza dire degli aiuti che aveva dato e continuava a dare per le persone in difficoltà.

Non trascurava, tra l’altro, di ricordare che in occasione dei funerali di Pier Paolo Pasolini i Vescovi friulani gli avevano chiesto lumi su come comportarsi: ebbene, lui aveva umanamente risposto che tutti abbiamo bisogno della misericordia del Signore e che lo stesso Pasolini, già da adolescente, “era attaccato alla Chiesa, cosa davvero basilare”.

Ecco un esempio di apertura e disponibilità, che peraltro non escludeva una forte intransigenza sulle questioni generali. A quest’ultimo riguardo, conviene rammentare che nel 1974 assunse una posizione notevolmente forte sul referendum istituzionale in materia d’interruzione degli effetti civili del matrimonio, fino al punto di sciogliere la FUCI veneziana, ossia l’Organizzazione degli universitari cattolici, a fronte dell’atteggiamento che aveva assunto in contrapposizione a quello della gerarchia ecclesiastica. A maggior ragione intransigente fu sempre nella difesa dei deboli, con particolare riguardo ai poveri, agli emarginati, ed anche agli operai, in specie di Marghera, prendendo netta posizione contro i licenziamenti, cercando di mediare alacremente, e compiendo parecchi gesti di solidarietà personale, in analogia all’opera che nello stesso periodo andava svolgendo Giorgio La Pira, il celebre “Sindaco Santo” di Firenze.

Per Papa Luciani, con un richiamo che ricorda quasi paradossalmente quello di Gabriele d’Annunzio durante la “Reggenza Italiana” di Fiume (1920), “la proprietà privata non costituisce un diritto incondizionato e assoluto: nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”. Analogamente, durante la sua Vice Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, promosse la proposta di donare un punto percentuale delle rendite acquisite dalle Chiese ricche, in favore di quelle dei Paesi in via di sviluppo, dove diventava sempre più urgente “riparare il peccato sociale”.

Last but non least, aveva una memoria eccezionale  che gli consentiva di fare frequenti citazioni, sia di testi ecclesiastici sia di fonti laiche, a supporto delle sue esternazioni. Basti pensare, se non altro per la speciale particolarità del suo destino, a quella evangelica e paolina: “Siate pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’Uomo verrà” (Mt. 24-44).

In politica internazionale, era non meno attento alle ragioni della giustizia e al suo permanente impegno contro l’iniquità, sulla falsariga della “Populorum Progressio” di Papa Montini e di un convinto atto volitivo contro qualsiasi conflitto, perché “ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile”.  Ecco un’affermazione che conserva sconcertanti valenze di attualità, e che merita l’attenzione comune quale spunto di riflessione permanente, nell’ambito di comuni auspici dell’autentica “pax christiana”.

Nonostante i molteplici impegni, viaggiò proficuamente all’estero: al riguardo, si devono ricordare la presenza in Germania del 1975 per partecipare alla “Giornata del lavoratore italiano” in programma a Mainz, quella in Svizzera del 1976 per incontrare gli emigrati; quella in Brasile del medesimo periodo, anche per la laurea “ad honorem” riconosciutagli a Rio Grande do Sul.

Soprattutto, si deve ricordare la lunga visita pastorale fatta in Burundi (agosto-settembre 1966) nell’ambito delle attenzioni per il Terzo Mondo che sarebbero emerse con forza anche nel Concilio: in tale occasione, fu precursore della prassi di porgere l’Eucarestia in mano (motivata da ragioni igienico-sanitarie) e di celebrare la Santa Messa in lingua locale, che poi sarebbero diventate prassi ordinaria per decisione vaticana.

Le motivazioni della beatificazione hanno visto nell’Amore una sorta di “costante universale”  cui il pensiero e l’azione del Santo Padre Giovanni Paolo I furono incessantemente fedeli per tutta la vita, pur nella sofferta consapevolezza degli effetti che avrebbero potuto indurre in termini di “sacrificio, silenzio, incomprensione, solitudine” ma nella tranquilla consapevolezza di onorare la volontà del Signore. Se non altro per questo, la “lezione” di Papa Luciani si è giustamente tradotta nella determinazione di proclamarne la beatitudine, non solo quale omaggio postumo a straordinarie virtù, ma nello stesso tempo, come chiara indicazione di scelta etica e di comportamenti umani, civili e sociali.

In buona sostanza, il Parroco Luciani, al pari dell’insegnante, del teologo, del Vescovo, del Patriarca, dell’Eminenza e del Papa, fu sempre fedele al lavoro, allo stile sobrio, alla solidale attenzione per gli umili, con una continuità e con una convinzione che ne esaltano il ruolo missionario, e nello stesso tempo indubbiamente maieutico, e ne suffragano “ad abundantiam” il senso prescrittivo, se non anche messianico, dell’ultima beatificazione.

                                    Carlo Cesare Montani

lunedì 19 febbraio 2018

Cerimonia religiosa a Campagnuzza di Gorizia in ricordo degli esuli

C’è stato un intenso evento religioso nel quartiere istriano di Gorizia. Domenica 11 febbraio 2018, in Campagnuzza, nella chiesa della Madonna della Misericordia – edificata nel 1959 in ricordo della chiesetta della Misericordia, santuario mariano della città di Pola, già dal 1388 – è stata celebrata una S. Messa in ricordo delle migliaia di esuli che trovarono ospitalità a Gorizia.
ANVGD Gorizia, 11-2-2018 chiesa Madonna della Misericordia - un gruppo di esuli con don Fulvio Marcioni e la teca con le buste di terra dei cimiteri dell'Istria

Al termine della celebrazione il parroco don Fulvio Marcioni ha benedetto la teca dove hanno trovato collocazione le buste, ormai vuote, che avevano contenuto la terra dei cimiteri istriani, raccolta dagli esuli straziati per aver dovuto abbandonare anche  le tombe dei propri cari. Era  stato lo stesso don Fulvio a consegnare lo scorso anno a Maria Grazia Ziberna, presidente del Comitato Provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) il materiale, unitamente ad un biglietto autografo di don Luciano Manzin attestante l’origine della terra contenuta nelle buste.
La professoressa Maria Grazia Ziberna, sottolineando il valore affettivo del materiale ricevuto in dono, ha ringraziato il parroco e i fedeli della comunità cristiana per la sensibilità e la solidarietà  dimostrata. Il sacerdote ha poi letto la “Preghiera per le vittime delle foibe”, a suo tempo composta da Mons. Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria, nel segno di una fede e di una speranza che sono patrimonio inesauribile del popolo istriano, fiumano e dalmata.
Al termine della Santa Messa, una delegazione  si è recata al Cimitero centrale di Gorizia, dove è stata deposta una corona davanti al cippo dedicato agli esuli morti lontano dalla loro Terra.
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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie dell’Archivio ANVGD di Gorizia e testi di Maria Grazia Ziberna, che si ringrazia per la fattiva collaborazione.

domenica 30 luglio 2017

Częstochowa, luogo di pellegrini europei

Il pullman di Boscolo Tours ci fa scendere nel parcheggio del santuario. Siamo alle pendici della Jasna Góra (Monte Chiaro), di appena un centinaio di metri. Prediamo l'ombrello oppure no? Basta la giacca, è aprile! 

Il santuario, in pietra bianca, è il più illustre della Polonia e tra quelli più visitati d’Europa. Il monastero fu fondato nel 1382, per accogliere i monaci Paolini cacciati dall’Ungheria. Ci aspetta una guida turistica locale e quando la vediamo, scopriamo che è una piccola suora, dal fare spartano. Risulterà molto chiara e utile alla visita, che per qualcuno è un pellegrinaggio.
La città di Częstochowa conta circa 250 mila abitanti. Nel passato si arricchì grazie alle vicine miniere di ferro, oltre alla buona posizione stradale. Congiunge, infatti, la Valacchia e la Rutenia con la Bassa Slesia e la Sassonia.
Qui c’è la sacra immagine della Madonna Nera, protettrice dei polacchi. Secondo la tradizione l’immagine fu dipinta da San Luca su un asse del tavolo di casa della sacra famiglia di Nazareth. Ritrovata a Costantinopoli la tavola dipinta arrivò in Rutenia, una regione storica tra Ucraina e Slovacchia. Di lì giunse a Jasna Góra.

Più probabile che il dipinto sia stato dato in omaggio ai monaci dal duca Ladislao di Opole nel 1384. L’icona pare sia stata dipinta poco prima in Italia da un maestro della Scuola di Simone Martini.
Nel 1430, durante la settimana santa, il quadro fu rovinato da alcuni banditi che avevano assalito il  monastero. Così Ladislao II il Jagellone lo fece restaurare. Un’altra versione degli eventi riporta che il re fece rifare l’opera troppo danneggiata dai predoni. I due sfregi ancora visibili sul viso della Santa Vergine furono incisi in memoria dell’oltraggio sacrilego.
Altri racconti riportano che durante un assedio seicentesco i monaci esposero la Madonna agli assedianti che sparando contro l’icona si videro tornare indietro le pallottole, così cercarono la fuga.
L’altare maggiore della chiesa è tardo barocco. Fu realizzato a Breslavia su progetto di Giacomo Antonio Buzzini nel 1725-1728. Nelle sale limitrofe alla chiesa sono esposti vari ex-voto portati dai fedeli nel tempo. Gli altri altari sono dello stesso periodo.
Qui vicino c'è un curioso Parco delle Miniature sacre, con la statua di Papa Giovanni Paolo II più grande  del mondo, alta 14 metri e di 10 tonnellate di peso.


Bibliografia

Veronica Cornelli, Polonia, Milano, Touring Editore, 2014.

Altare maggiore della chiesa in stile tardo barocco. 
Fotografia di Elio Varutti
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Altri link di miei articoli nel web:

- E. Varutti, Visitare Varsavia, 2017.

-  E. Varutti, Gita a Cracovia, 2017.


- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, 2017.

- E. Varutti, Gita a Bratislava, 2017.

sabato 22 luglio 2017

Lotta per la fede al Museo civico di Villaco, Austria

A 500 anni dalla Riforma protestante (1517-2017) il Museo cittadino di Villaco ha voluto dedicare un’ampia sezione delle sue sale a tale evento. Si presenta col titolo Ringen um den Glauben (Lottare per credere) la rassegna temporanea di intenso valore storico, teologico e, perché no, anche linguistico.
Maestro della Scuola di Villaco, Trittico a battenti di Maria Gail, 1515, lato particolare, Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

Lottare per credere, oppure Lottare intorno al credere. Tradotto anche con “La lotta per la fede”. Così viene sintetizzata nelle sale espositive l’esperienza di Martin Lutero trasmessa anche a Villaco verso il 1526. L’edificio romanico del Duomo di San Giacomo diviene la prima chiesa protestante della Carinzia e dell’Austria, ritornando dopo la Controriforma al rito cattolico romano, nel 1594.
L’opera più significativa della rassegna estemporanea, a mio parere, è un gustoso doppio ritratto attribuito alla bottega di Lucas Cranach il Vecchio. È un olio su legno del 1529, col titolo: Martin Lutero e la sua consorte Katharina von Bora. Lui con dei fogli in mano e lei dal volto molto dolce, rispetto ad altri ritratti noti e con le mani in mano. 
Poi ci sono zone di ambientazione, come il tavolo da pranzo dell’epoca. Molti oggetti in mostra sono di carattere religioso, come libri sacri, calici e stampe originali. Non poteva mancare la statua gotica di San Giacomo, in pietra arenaria dipinta. Molto bello è il Trittico a battenti di Maria Gail, del 1515, del Maestro della Scuola di Villaco. Se ne vedono qui solo due pitture, fronte e retro, come è per ogni flügelaltar (altari a battenti).
Molto popolare è il basto (in friulano: crama o crassigne) per portare oggetti a spalla. Arricchito da un cuscino per alleviare il peso sulla schiena. Viene usato in Austria nel Seicento nell’esodo per contrasti religiosi, dopo la Controriforma.

Maestro della Scuola di Villaco, Trittico a battenti di Maria Gail, 1515, retro lato particolare, Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

Martin Lutero (1483-1546), teologo di Eisleben, è l’iniziatore della Riforma protestante. Monaco agostiniano, essendo scandalizzato per la vendita delle indulgenze, nel 1517 affigge alle porte del Duomo di Wittemberg 95 tesi sul peccato. La sua riflessione teologica verte sull’indulgenza, la penitenza e il purgatorio. Così facendo mette in dubbio l’autorità del Papa. Lutero si appella ad una religiosità interiore contro l’esteriorità delle opere, mettendo le basi per la Riforma che da lui prende il nome: luteranesimo. 
Nel 1520, con lo scritto Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, organizza la protesta e il distacco da Roma. Viene subito dichiarato eretico da Leone X. Brucia in piazza una copia della bolla Exsurge, Domine. Con l’editto di Worms viene bandito da Carlo V nel 1521. Viene accolto e protetto da Federico di Sassonia (Wartburg), ove nel 1522 traduce il Nuovo Testamento nella variante sassone della lingua tedesca. Tale testo è il primo contributo moderno alla letteratura nazionale tedesca. Nel 1534 traduce tutta la Bibbia. Il dialetto sassone diviene da quel momento la lingua nazionale tedesca.
Frammento di pietra funebre ebraica del 1350, rinvenuta nel 1971 a Mölthschach, a sud-ovest della città. Museo di Villaco.

Il Museo di Villaco espone altri reperti, oltre a quelli della Riforma protestante. È interessante lo stesso edificio, essendo una costruzione del XVI secolo, poiché racchiude un cortile in stile rinascimentale. Vi sono infatti oggetti del Neolitico e del periodo celtico: monili, armi e una deliziosa statuetta di Beleno, divinità dei Celti. Poi ci sono le lapidi di età Romana (anche nel cortile, vicino ai resti delle mura medievali che cingevano la città), dato che qui fondarono la stazione viaria di Santicum, nei pressi delle sorgenti termali di Warmbad.

Martin Lutero e la sua consorte Katharina von Bora. Doppio ritratto attribuito alla bottega di Lucas Cranach il Vecchio, 1529, olio su legno, Collezione privata. Museo di Villaco.

Poi ci sono le sale con gli oggetti e le opere d’arte del Medioevo, con il passaggio in città di Paracelso, oltre alle collezioni d’arte degli ultimi secoli (pitture, sculture e oggettistica). Curiose sono le sale con armi e divise di tipo napoleonico, dato che la città dal 1809 al 1813 è incorporata nelle Provincie Illiriche, sotto il dominio francese. Durante la Prima guerra mondiale Villaco è sede della 10^ armata austro-ungarica impegnata sul fronte italiano.
Ad esempio, c’è pure un frammento di pietra funebre ebraica del 1350, rinvenuta nel 1971 a Mölthschach, a sud-ovest della città, vicino alla frazione di Judendorf.

San Giacomo, statua gotica, pietra arenaria dipinta. Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

La città è citata nell’anno 878 avendo un ponte sul fiume Drava “pontem Uillah”. L’imperatore Ottone II nel 979 fa menzione della “corte reale di Fillac”. È nel 1007 che l’imperatore Enrico II regala Villaco alla diocesi di Bamberga, con possedimenti fino a Malborghetto, Tarvisio e Pontafel (la Pontebba austriaca, che si anteponeva a quella della Serenissima Repubblica di Venezia). 
Solo nel 1759 l’imperatrice Maria Teresa d’Austria ricompra la città, per un milione di fiorini, e la pone sotto l’Impero degli Asburgo. Nel Novecento sono da ricordare i 52 bombardamenti aerei degli alleati che distruggono la stazione di Villaco, appartenente al Terzo Reich, e lo snodo ferroviario fondamentale per i nazisti, oltre a circa 1300 edifici civili, compreso il centro storico, con i suoi stupendi edifici cinquecenteschi.
Una ambientazione di tavolata rinascimentale nel Museo di Villaco, oltre a vari monitor con originali video clip sulla mostra "La lotta per la fede" sul luteranesimo. Fotografia di E. Varutti
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Questo articolo non vuole e non può essere una guida del Museo di Villaco. L’obiettivo dell’autore è di incuriosire il turista italiano e di spingerlo a visitare tale piccolo, ma interessante museo situato a pochi chilometri dall’Italia, vicino a Tarvisio, in Friuli Venezia Giulia.
Villaco, sulle sponde del fiume Drava, è la seconda città della Carinzia, per numero di abitanti, dato che ne conta 61 mila (dati del 2016).  
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Das Ringen um den Glauben, Museo della città, da martedì a domenica dalle ore 10 alle 16,30 – Widmanngasse 38, Museo civico di Villaco (Austria), dal 5 maggio fino al 31 ottobre 2017.
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Servizio giornalistico fotografico e di networking a cura di E. Varutti. Si ringrazia la direzione del Museo civico di Villaco per la diffusione e la pubblicazione delle immagini.

Libro dei canti al tempo del Protestantesimo clandestino. Manoscritto su carta. Museo Diocesano di Fresach. Esposto al Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

Un altro scorcio della particolare rassegna al Museo civico di Villaco "La lotta per la fede".

Basto (in lingua friulana: crama o crassigne) per portare oggetti a spalla. Si noti il cuscino per alleviare il peso sulla schiena. Usato in Austria nel Seicento nell’esodo per contrasti religiosi. Museo di Villaco.

Foglio ricordo dallo spazio per i bambini, dove possono pitturare,  vedere la stampa e l'uso della ceralacca.

sabato 6 agosto 2016

Fontanebuine, memoriis di Danila Braidotti, Friûl 1930-1960

I ricuarts di Nila, sorenon di Danila Braidotti (1928), a son stâts stampâts tal mês di Mai dal 2016. Il paîs di Fontanebuine al è une frazion di Pagnà. La vite contadine e je contade cence pretese leterarie, ma cuntune vore di passion. Si va dai agns Trente fintremai ai agns Sessante dal Nûfcent. Te prime pagjine Nila e tache cussì la sô conte.
La famee Braidotti di Fontanebuine, agns Trente dal Nûfcent

«Mi presenti: il gno non al è Danila, il cognon Braidotti, ma fin di piçule mi àn simpri clamade Nila. No disevin nancje Nila Braidote, parcè che di Nila o jeri dome jo a Fontanebuine. Cuant co soi nassude ai dodis di Lui, dì di Sant Ramacul dal mil nûfcent e vincjevot, o pesavi un chilo e mieç. Chì a son lis feminis che àn assistût al part, la none di Cecot che mi diseve: “Ti ai puartade jo, sâstu”. Po Irme dal Muscjo e mê agne Fine, vignude di di la de Tor a cjatâ sô mari, siei fradis e dute la famee dai Braidots abàs.
 Chês feminis a àn vût tancj fruts, ma no vevin mai viodude une creature tant picinine. A àn volût pesâmi: 1 chilo e mieç. Mê mari e à dit: “E coventave ancje chê ca, cun tant lavôr che o vin, tignìnle fin che e dure”.
 Mê agne Fine che in chel dì e je tornade a cjase sô e à dit a sô fie Massimine: “Va vie dai tiei barbis a viodi che pipinute che e je nassude a buinore a to agne Luzie, se tu le cjatis ancjemò vive” ».

Tal librut e je publicade ancje une poesie di Nila, cul titul di “Aghe”. Jo o ai cognossût Nila propit par vie che le àn clamade a lei une sô poesie inte parochie di Sant Piu Diesim a Udin. Dopo il plevan vieli, don Tarcisio Bordignon, al à publicât lis sôs composizions tai gjornâi de parochie istesse.
Il volum al è scrit soredut in lenghe furlane, cu le variante dal Friûl des culinis, stant che Fontanebuine e je propite te culine, dongje di Udin. Dome une premetidure e je par talian e cualchivolte la autore medesime e à scugnût doprâ il talian tes descrizion dai dialics.
Il test al è une vore interessant parcè che a vegnin contâts i lavôrs dai cjamps. A son segnadis lis tradizions di paîs. O publichi culì un altri toc di chest biel libri, fat cun tant cûr di Nila.

«Il lavôr dai cjamps
I lavôrs in campagne a scomençavin adore. I oms tor des vîts a spelâ e leâ, lis feminis a meti in fassuts i lens di vencjâr, svangjâ plantis che a’nd  jerin tantis, curâ e taiâ lis patatis par semenâ, po e rivavin i cavalîrs, lavorâ tai orts, semenâ, dopo seselâ il forment, arâ e semenâ la blave, la trebie ancje di gnot, la siale bisugnave batile a cjase, curâle, petenâ i balçûi che a servivin par peâ il soreâl, che sarès la gjambe de blave.
La blave e dave une vore di lavôr, prime par semenâle a man, po a pene cressude cuindis, vincj centimetris, bisugnave srarîle sui cincuante centimetris (o lis plantis a cressevin masse dongje) e sveçâle (o purgâle). Li si tratave di jevâ ancje a dôs a buinore, nô fruts par tignî lis gjambis che no lavin sot il vuarzenon. E cussì ancje il cincuantin e lis patatis. E cui vignivial a viodi il sfrutament dai fruts?
Cuant che al jere jevât il soreli si finive di solçâ, parcè che lis vacjis e jerin strachis e nô che o jerin morbits si continuave cu la sape a ledrâ, che al vûl dî sistemâ ben la cumiere, po sierâ insom e da pît cu la pale i sfris.
Si semenave i fasûi inte blave dopo vêle solçade. Dopo al jere di seâ la meniche, trifoi, netâ rivâi, gjavâ lenghe di vacje, puartâ fûr claps dal cjamp cul zei. Ancje cul seâ al jere lavôr, i oms a lavin a buinore a seâ, lis feminis, prime di misdì, spacâ cu la forcje, dopodimisdì parâ dongje, ristielâ e fâ in côl i covons, cjariâ cjarons e discjariâ sul toglât prime di cene. Cjapâ sù lis patatis, seâ altiûl, la vendeme e dopo de vendeme cjapâ sù blave, crevâ la panole de gjambe de blave, cjariâle tal casselot e puartâle a pesâ, mieze al paron e mieze a nô.
La sere dopo cene te arie a disfueâ e fâ in lignole (strece) tal doman puartâle sul cjast a suiâ, ma une sere a cjase nestre e une sere sul granâr dal paron e cuant che al ploveve si lave a curâle e zirâle sotsore par no che cjapàs la mufe. Prime de nêf (che a ‘nt vignive tante) si lave a netâ il bosc, ristielâ lis fueis, cjariâ e discjariâ a cjase e po boscâ. I lens grues cu la manarie e cul seon, ancje cu la see.
Lis feminis a dopravin la massanghete par scurtâ e fâ in fassuts, peâ cu lis ghirdiulis.
Si faseve lis medis, si consumave une vore di lens, no dome in cjase tal spolert, ma ancje te lissarie par fâ bevarons aes bestiis e pe lave. Cuant che si veve la mangjadure dal silo che lis vacjis le mangjavin plui vulintîr dal fen (però no si po fâ formadi cul lat di silo, al diseve il casâr) alore bisugnave puartâ il lat une vore a buinore par vendilu.
I cjamps a jerin lontans, se al jere in viste un temporâl si cirive di cori a cjariâ parcè che la mangjadure no pierdi la sostance. Lis bestiis no vevin di bagnâsi, par lôr e jere simpri une cuviertate a pueste, par nô e jere cualchi ombrenate che gno pari al riparave, parcè no si doprave par lâ in campagne la ombrene di fieste.
Insom dal stradon a vevin fat un gabiot che nô o disevin “el casot”, ma tant piçul che si stave dome in trê. Une dì mê mari mi dîs: “Intant che polsis, prime che vegni la ploie, va tal palût a semenâ i fasûi in chel cjamp di blave e spessee”.
O soi partide cul zei dai fasûi e la pale, simpri svelte par pôre de ploie. Rivade sul puest, o tiri sù il grumâl. Ingropât ben daûr, o met dentri i fasûi, o spessei a semenâ. Finîts chei o torni a jemplâ il grumâl, ma lu vevi jemplât masse che planc, planc si è disgropât e mi son colâts ducj i fasûi.
O spessei a cjapâju sù ma al scomence a plovi e cu la tiere bagnade no si po cjapâ sù fasûi. O ai cjapât il zei e la pale e vie di corse a cjase strafonde fin sot. I fasûi e son nassûts un grant sterpon che mês cusinis e an protestât: “Ise maniere di strassâ cussì i fasûi?” O ai scugnût dîur ce che mi jere sucedût, però ur ai dit che no son strassâts se cumò chi o vin almancul trê zeis di cjapâ sù. Però di bagnadis o vin cjapadis tantis, no dome jo ma ducj. Al jere tant lavôr e nissune comoditât.
Cuant che il timp al jere verementri brut, neri cun tons e saetis, al faseve tante pôre, si diseve e ven la codebuie, si brusave ulîf. Tai lavôrs a par-tecipavin scuasit simpri ancje i fruts, o se non altri la presince, nol jere timp di zuiâ a cjase. Dome la domenie di Istât, i fruts e zuiavin lontan dai grancj. I zovins no volevin vê dongje mularie. Te placute, (che si diseve ancje: “La sù de Vile”) e jere iluminade di une lampadine di cinc cjandelis, une vore alte. Ducj i zovins e lis zovinis naturalmentri, si sentavin sui lens grues che al scuadrave Giordan marangon, o cuant che al jere tant cjaldon si lave su la tese che di la si viôt dut il Friûl.
I zovins e cjantavin lis vilotis che a savevin. Al jere tant biel sintî a cjantâ chês vilotis furlanis prime de vuere. Jo o nomeni dome une, chê che mi plaseve di plui:
«In chê sere, in chê sere i grîs a cjantavin
Vie pai prâts dal Nadison
Lis agacis, lis agacis svintulavin e nulivin
E nulivin cussì bon.
In chê sere ti ai viodude a tornâ sul cjar dal fen
Di lontan, di lontan jo ti ai sintude
Tu cjantavis cussì ben
Di lontan, di lontan jo ti ai sintude
Tu cjantavis cussì ben».  

Par sierâ cheste recension jo o ai voie di sclarî che chest libri al è tant che un test di antropologjie culturâl scrit dal bas, di une cualsisei persone dal popul. Si pues cjatâ tante ironie in chestis pagjinis. O podeis cjatâ ancje i valôrs de societât, tant che la onestât, la coretece e la solidarietât.
Lis peraulis di chst volum a son gjenuinis, tant che la tiere di dulà che e ven la autore. Al è un biel lavôr nassût in maniere spiontanie, cu la voie di fissâ i ricuarts, di dâ forme ae memorie. A chì si cjatin la memorie de vite di zovine di Nila, la storie de sô famee, la straçarie di afiets e la vite te comunitât, dentri dal paîs. Il libri al è tant che une sburte ai sintiments dai oms e ae apartignice dal teritori.
O presenti culì un ultin toc dal biel libri di Nila su la mestre, la scuele e una mascarade nuie mancul che cul Negus…

«La mestre, come che o ai dit, e vignive simpri tart, a misdì e mandave cualchi frut cu la sô biciclete a cjase sô a Pagnà a cjoli la mignestre che faseve sô mari, e nus tignive sierâts inte scuele fin trê, cuatri dopo misdì. E jere une mestre plene di iniziativis, une volte al an, nus compagnave fin a Are, dongje Tresesin, a pîts pal Cormôr, e veve la machine fotografiche e le armoniche, ogni an nus faseve il presepi, la mascarade a Carnevâl.
Un an a Carnevâl e à preparât une mascarade, sielzûts fruts adats, Vincenzino e Graziano, fîs dal vecjo gastalt Bianchini, vistûts di militârs, Luciano Sefin camufât di Negus, Bruno Minisin ancje lui plen di galis neri al faseve il soldât dal Negus, i tignive un ombrenin par parâsi dal soreli, Giulia sûr di Bruno, femine dai soldâts e ancje jo, plui che femine o someavi fie.
O vin zirât par trê dîs di cjase in cjase. Une dì a Pagnà, une altre a Çampis, une altre a Leçà, Modolêt, Paçan, cjantant:
«Benito Mussolini ha detto ai militari, quando tornate dall’Africa puartaitmi rastafari. Eccolo qua che lo gavem cjapà».
In cualchi cjase nus vuacavin i cjans, nus paravin vie, in altris ur fasevin dûl, nus devin un ûf, un pugn di farine, une palanche. Jo o vevi il compit di tignî il sacut dai bêçs e po si consegnave dut ae mestre».

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Dalla Prefazione, in lingua italiana
Riporto il brano introduttivo, in italiano, al volume di Nila.

«Questa raccolta di ricordi è stata scritta da Nila nei ritagli di tempo, senza alcuna pretesa letteraria, con la semplice intenzione di annotare le tradizioni e i modi del vivere contadino durante la seconda grande guerra, in uno dei paesi più piccoli e belli del Friuli collinare, Fontanabona.
Come spesso accade nella pratica del pericoloso e coinvolgente esercizio del ricordo, il punto di vista cambia in corso d’opera e la descrizione storica di ciò che circonda non può prescindere dalle memorie personali. Così l’autrice si ritrova a fare i conti con la storia di Nila, le umiliazioni di una bambina, i dolori di un’adolescente e le amarezze di una ragazza, che fortunatamente lascia il paese che racconta con la serenità di una donna.
Nila scrive su grandi fogli a righe, la grafia è minuta e ordinata, un corsivo scolastico, quasi infantile.
Il testo trova amici volonterosi, che lo trascrivono in digitale. Alcuni fogli vengono persi, altri riscritti e assemblati con ricordi sullo stesso tema, ma riportati in tempi diversi, con uno stile frammentato, che caratterizza tutto il libro. Un libro che aspira a nuove correzioni da parte di chi conosce a fondo la lingua friulana, per una revisione, che possa renderlo più fluido, con il sostegno di un editore coraggioso.
Anche se, così come sta, con i suoi difetti naturali, ha il pregio di essere una testimonianza onesta e sincera, un piccolo, prezioso, spaccato di vita rurale, per non dimenticare».

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Danila Braidotti (Nila), Fontanebuine, Udine, Fuoricatalogo, 2016, p. 120, con 10 fotografie b/n.

Il libri al è stât stampât li de Tipografie Marioni a Udin, cul jutori di: Giulietta, Patrizia, Alberto e Walter.
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Danila Braidotti, Nila, e je muarte a Udin ai 29 di lui dal 2017.



Un scrit di Nila Braidotti in marilenghe dal 2000-2005, te sô grafie, sul piçul lâc "Alcione" di Baldassarie, a Udin, in Vie dai Prati

Un altri test di Nila Braidotti, cheste volte par talian, fat intai agns 1980-1990; al somee ai scrits, tat che un zûc di peraulis di Dino Virgili

Nila Braidotti