lunedì 1 agosto 2022

I Zuccon di Carnizza infoibati, nonno e avi istriani del manager Sergio Marchionne

“Mi ricordo che lo zio Giacomo Zuccon arrivava per le feste a Mormorano con la sua moto Guzzi – ha detto Carlo Varesco – mi teneva per mano e diceva: vuoi un gelato?” Giacomo Zuccon è pure il nonno del noto manager Sergio Marchionne. L’hanno preso i titini “nel settembre del 1943 e l’hanno ucciso nella foiba, infatti è stato trovato qualche mese dopo”. Chi si immaginava che volevano eliminare gli italiani? È la frase che dicono molti dei testimoni dell’esodo giuliano dalmata. “Io ero bambino – ha aggiunto Varesco – ma ricordo che dicevano che c’era paura, c’era tanta paura dei partigiani”. Ricorda qualcosa d’altro?

Giacomo Zuccon, ucciso in foiba nel settembre 1943 a 46 anni. Collezione Carlo Varesco.

“Sì, Giuseppe Zuccon, mio cugino e figlio di mio zio Giacomo – ha spiegato il testimone – era militare del regio esercito, era ritornato a casa dopo l’8 settembre 1943, voleva andare a cercare il papà catturato dai partigiani, ma i tedeschi lo hanno fermato e ucciso come sospetto partigiano. In quel momento mia zia Mara era senza marito, prelevato dai partigiani, mentre il figlio le era stato ammazzato dai tedeschi, per lei è stata dura, molto dura, non è stata più lei”. Non è finita qui, vero signor Carlo Varesco?

“Proprio così – ha replicato Varesco – perché nel 1944 i titini uccidono nella foiba un altro mio zio, fratello di Giacomo e di Caterina, mia madre. Lui era Giuseppe Zuccon [I nomi propri come “Giuseppe”, si ripetono, per tradizione di famiglia, NdR]. Poi c’era un altro loro fratello e mio zio. È Romano Zuccon che si è salvato dalla foiba ed è stato ricoverato in Ospedale a Pola fino alla fine della guerra. Poi Romano ha fatto l’operaio alla fabbrica di cemento a Pola fino all’età di 75 anni, morendo in Istria all’età di 94 anni”.

Giuseppe Zuccon, fratello di Giacomo, pure finito in foiba. Collezione Carlo Varesco.

Carlo Varesco, istriano emigrato negli USA, è andato via da Mormorano nel 1950, passando per Trieste “poi in treno al Centro smistamento profughi di Udine – ha detto – dove siamo stati destinati al Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina, provincia di Arezzo”, come dall’intervista allo scrivente, citata in fondo. È il cugino del celebre manager Sergio Marchionne, pure lui con ascendenze istriane.

È dal libro pubblicato nel 2022 da Rosanna Turcinovich Giuricin, col titolo Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, edito dalla Oltre Edizioni, che si hanno altre notizie sulla tragedia dei Zuccon. “La famiglia gestiva un grande emporio nella piazza principale della piccola località di Carnizza, presso Pola [oggi in Croazia: Pula, NdR]” ha riferito la Turcinovich “che forniva anche Castelnuovo d’Istria [oggi in Slovenia: Podgrad] ed i villaggi circostanti dove abitavano numerose famiglie dei minatori” delle vicine miniere di Arsia e Albona. “Nel 1943, dopo l’8 settembre vennero ad arrestare mio padre – ha raccontato Maria Zuccon Marchionne, mamma di Sergio Marchionne – Non era gente del posto, anche se i mandanti, chissà… Mio fratello, che era militare di leva [è: Giuseppe], giunse a casa proprio in quei giorni e andò a cercare notizie di nostro padre. Non fecero ritorno e di loro non si seppe più nulla, mai più… Quanto dolore, che strazio per i parenti. Noi tre donne di famiglia, lasciammo Carnizza e ci rifugiammo nella casa del nonno, in campagna. Furono anni difficili. Dall’emporio venne portato via tutto, sequestrato dal potere popolare. Si fece addirittura un processo sulla pubblica piazza affidato ad un funzionario che non avevamo mai visto prima, mandato dai partigiani jugoslavi…”.

Romano Zuccon, salvatosi dalla foiba, è un rimasto, fratello di Giacomo e Giuseppe infoibati. Collezione Carlo Varesco.

I Zuccon nella foiba, in letteratura

Si ricorda che Zucconi, in croato: Cokuni, è un villaggio istriano di poche case, tra Marzana e Dignano, dove tutti gli abitanti fanno di cognome Zuccon. Nella pubblicistica solo il nome di Giacomo Zuccon, eliminato in una foiba, è citato da padre Flaminio Rocchi. È nella foiba di Terli che, il 1° novembre 1943, Arnaldo Harzarich, maresciallo dei pompieri di Pola, coadiuvato dai vigili del fuoco Bussani, Paron e Giacomini, procede al recupero di 55 salme, che vengono estratte dalla foiba, giù fino a 85 metri, a gruppi di tre-quattro legate assieme. Tra questi poveri resti umani in decomposizione c’è: “Zuccon Giacomo fu Giuseppe, anni 46, commerciante, di Medolino” (Rocchi F 1990 : 26). Medolino (in croato: Medulin; in istro-veneto: Medolin) è un comune vicino a Pola, odierna Croazia.

Nell’elenco dei Caduti della RSI compaiono sia Giacomo Zuccon, con gli stessi dati già descritti, sia suo fratello Giuseppe, con queste informazioni, con qualche lieve discordanza rispetto alla fonte orale: “Zuccon Giuseppe, Civile, nato a Dignano (PL), data di morte presunta 05/10/1943”.

Esodo da Laurana dei Guastamacchia col babbo in Guardia di Finanza, 1944

Per qualcun’altro l’esodo è stato facile e senza tragedie. “Mio papà era della Guardia di Finanza – ha detto Giovanni Guastamacchia, nato a Fiume – e, visto quello che succedeva in Istria, ci ha detto che era meglio andar via, sarà stato il 1944, così erano i racconti in famiglia. Con mia mamma Maria Calcich, un nome istriano, siamo partiti con un camion caricato delle nostre masserizie. Giunti alla curva sulla strada tra Fiume e Trieste, il motore fumava, per fortuna che c’era un abbeveratoio animale nelle vicinanze, così con l’acqua della vasca è stato spento il principio d’incendio. A Udine siamo stati ospitati dal conte Del Torso, in piazza Garibaldi per circa due anni, poi siamo andati a vivere in una casa in affitto in via Baldissera. Ricordo che arrivati a Udine, la mia famiglia ha dovuto scaricare il mobilio in viale Palmanova, presso un magazzino di trasporti, perché non potevano entrare dove ci avrebbero ospitato”. C’è qualche altro ricordo?

Fiume porto franco, cartolina successiva al 1929. Collezione privata.

“Mia mamma mi raccontava che in Istria non avevo mai assaggiato lo zucchero – ha aggiunto Guastamacchia – poi ricordo che si diceva che mio padre, di origine pugliese, dopo il corso della Guardia di Finanza è stato assegnato in Istria, perché la città portuale di Fiume era un porto franco dal 1929 e necessitavano di tanto personale”.

Conclusioni

Fa male scrivere di certi argomenti, eppure capita di farlo. Si opera nello spirito della Legge italiana 30 marzo 2004, n. 92 istitutiva del “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani  e di tutte   le vittime  delle  foibe, dell’esodo  dalle loro terre  degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Mi auguro che il fatto di far conoscere certi eventi con rispetto e con onore sia più forte del dolore suscitato nei parenti, invitati a raccontare dei loro cari uccisi nelle foibe.

“Mio zio Benito Daddi, di Zara, nel Campo profughi di Laterina, forse nel 1952”. Didascalie e collezione di Ettore Daddi. In seguito alle presenti ricerche, i Daddi e i Varesco hanno scoperto di essere stati “vicini di baracca” al Crp di Laterina.

Contributi dal web

Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo) ha diffuso su WhattsApp il presente articolo e Maria Grazia Ziberna, presidente dell’ANVGD di Gorizia nonché Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha scritto le seguenti parole, aggiungendo certe immagini: “La foiba di Terli (in croato Trlji) si trova nel comune di Barbana, un paesino di circa 3 mila abitanti che si trova tra Pola (dove viveva a quel tempo mio padre, ragazzino tredicenne)  e Albona  (dove viveva mia madre). Mio padre trascorreva le vacanze estive a Carnizza, a circa 20 km da Pola (aveva dei parenti da parte della mamma). Nella mappa il paesino è individuato da un  puntino scuro. A Carnizza i partigiani, tra gli altri,  portarono via da casa, di notte, Giacomo Zuccon, il nonno di Marchionne, portato via con i polsi legati con il filo di ferro (come ha  testimoniato la nuora, ultranovantenne, intervistata pochi anni fa). Giacomo Zuccon aveva 46 anni, era  un commerciante che a Carnizza aveva un piccolo negozio di alimentari, si trovava a poche decine di metri dalla casa dei cugini di mio padre, che avevano invece un'osteria, lungo la strada principale che dalla piazzetta del paese portava giù al piccolo porto”.

Immagini a cura di Maria Grazia Ziberna, presidente ANVGD di Gorizia, che si ringrazia per la diffusione in questo blog

Collezioni private 

- Ettore Daddi, vive a New York, USA, fotografia del Crp di Laterina.

- Carlo Varesco, fotografie commentate, email a Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) del 29 luglio 2022, inoltrata allo scrivente.

I cugini Sergio Marchionne e Carlo Varesco a Chicago nel 2010. Collezione Carlo Varesco

Fonti orali e digitali

- Giovanni Guastamacchia, Laurana (PL) 1942, int. a Udine del 27 luglio 2022 dello scrivente con la collaborazione di Franco Pischiutti, dell’ANVGD di Udine.

- Carlo Varesco, Mormorano (PL) 1931, esule in Florida (USA), videochiamata in Messenger del 30 luglio 2022 ed email del 31 luglio con lo scrivente, grazie ai contatti preparatori di Claudio Ausilio.

Maria Grazia Ziberna, Gorizia 1958, messaggio su WhattsApp del 3 agosto 2022 nel gruppo "Noi dei Ricordo".

Cenni bibliografici e sitologia

- Elenco “Livio Valentini”, Caduti della Repubblica Sociale Italiana, disponibile nel web.

- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.

- Rosanna Turcinovich, Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, Sestri Levante (GE), Otre Edizioni, 2022.

- E. Varutti, Carlo Varesco, elettricista istriano dal Campo profughi di Laterina agli USA, 1950-1956, on line dal 2 maggio 2022 su   evarutti.wixsite.com

E. Varutti, Discendenti di esuli di Zara, passati al Campo profughi di Laterina ricordano i loro cari avi, on line dal 25 luglio 2022 su  evarutti.wixsite.com

--

Produzione culturale del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine, coordinato dal prof. Elio Varutti e con la collaborazione di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Carlo Varesco, Marco Birin, Franca Pividori, Claudio Ausilio, oltre a Daniela Conighi e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie: Collezione Carlo Varesco. Adesioni: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo. Siamo grati a Maria Grazia Ziberna, presidente dell'ANVGD di Gorizia, per il suo gradito intervento scritto.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cartolina di Laurana, virata in azzurro, anni ’30. Archivio ANVGD Udine.


martedì 5 luglio 2022

Carlo Mihalich, pittore veneziano nato a Fiume, nel Quarnaro

Chi è il pittore Carlo Mihalich? Nasce a Fiume il 9 aprile 1934 da genitori di tradizione e cultura mitteleuropea. Fin dalla tenera età dimostra una grande e marcata predisposizione per il disegno e il colore. Trascorre l’infanzia e la fanciullezza tra le dolci e profumate colline del Carso e l’azzurro del mare del Quarnaro.

Col 6 aprile 1941 le truppe tedesche, italiane, bulgare e ungheresi, invadono la Jugoslavia, abbattendo il regno jugoslavo dei Karageorgevich e spartendosi le zone occupate. Le autorità militari di Fiume e di Zara, nel Regno d’Italia, fanno evacuare le città. C’è chi finisce sfollato nelle Marche, come la famiglia di Silvio Cattalini, di Zara, o in Sardegna, come ha raccontato Miranda Brussich in Conighi, riguardo a certe famiglie di Fiume. E a Carlo Mihalich cosa succede? “Con la famiglia mi trovo sfollato a Oriago di Mira (Ve) – ha detto Mihalich – dopo un mese si rientra a Fiume, ma le giornate si fanno sempre più tristi per la guerra e perché il padre è alle armi”. 
Venezia 1949, la famiglia Mihalich. Il padre Nereo e la madre Ida con in braccio la figlia Rita, nata a Venezia. Carlo è il primo a sinistra, sotto i fratelli Mauro e Alfio. A fianco della madre, il fratello Vittorio. Collezione Carlo Mihalich.

Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi occupano Fiume, l’Istria e la Dalmazia. Iniziano i bombardamenti angloamericani su Fiume, Zara e Pola. Il 3 maggio 1945 entrano a Fiume i titini, dopo che i tedeschi hanno fatto saltare con l’esplosivo gli impianti ferroviari e portuali. Che fanno i Mihalich? “Dopo la fine della seconda guerra mondiale e con l’occupazione slava – è la risposta – in attesa del trattato di pace tutta la famiglia, nell’ottobre del 1946 si trasferisce a Venezia, ospite di conoscenti veneziani. Oltre a papà Nereo e alla mamma Ida Africh, siamo noi fratelli: Carlo, Mauro, Alfio e Vittorio. Più tardi, a Venezia, nascerà la sorella Rita”.

Poi cosa succede? “Poi mio fratello Vittorio ed io veniamo accolti all’Istituto Artigianelli di don Orione – ha concluso il testimone – dove passiamo dei momenti di angoscia e di tristezza, senza la presenza dei genitori e degli amici d’infanzia”.

La famiglia conosce anche Centro raccolta profughi ‘Luigi Foscarini’ di Venezia. Nel 1948 Carlo entra nel convitto ‘Fabio Filzi’ di Grado (GO), ritrovando la cultura e l’educazione mitteleuropea dell’infanzia. Col 1950 frequenta per qualche tempo l’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia senza trovare soddisfazione, mentre si appassiona in Piazza San Marco agli acquerelli di Carlo Cherubini e studia da autodidatta.

Carlo Mihalich, Vendette sociali, politiche e personali del 1945, incisione su lamiera di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 20, 1988. Courtesy del'artista.

Nel 1955 Carlo Mihalich lavora alla Montedison, ma continua a dipingere e sposa Mariagrazia, che gli dà tre figli: Roberto, Rossella e Susanna. È proprio la moglie a stargli vicino, nella seconda metà degli anni ’50, quando nella sua pittura alterna varie tecniche dagli acquerelli agli oli su tela.

Negli anni ’70 frequenta l’ambiente culturale veneziano, dove conosce il poeta Mario Stefani, che apprezza i suoi acquerelli e lo incoraggia a continuare a dipingere. Espone dal 1976 in varie località del Veneto. Negli anni ’90 è in mostra pure in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, in altre regioni d’Italia, oltre che all’estero: Toronto, Parigi, Londra, Melbourne, Città del Messico e Stoccolma. A Mestre, dal 9 settembre al 20 novembre 2021, si è tenuta la mostra antologica “Emozioni della vita nell’arte pittorica di Carlo Mihalich” nelle sale espositive della Galleria d’Arte D’EM Venice Art Gallery. L’artista vive a Martellago (VE).

Cenni critici sul maestro Carlo Mihalich - Dei suoi mirabili acquerelli veneziani hanno scritto in molti. Sin dal 1988, Domenico Bon riporta nei suoi riguardi le seguenti parole: “L’abilità tecnica di Mihalich si fonda sulla padronanza del segno, ora espanso in vivaci pennellate nelle tempere, ora incisivo e scarno negli acquarelli. Ciò dimostra che l’impianto costruttivo d’insieme ha solida base. Autenticità, verità ed espressività sono le qualità che definiscono l’indole artistica di Carlo Mihalich” (Bon D 1988 : 6). In questo artista, come ha scritto Angelo Dolce “con un percorso diverso dal solito, parte dal figurativo per giungere all’astratto, tale è la ricchezza d’impulsi, di stati d’animo e di sintesi che si addensano nel tema proposto tanto nelle opere ad acquerello, quanto nelle tempere e i quadri a olio” (Dolce A 2021 : 8).

Carlo Mihalich, Esodo, olio su tela, cm 120 x 80, 1977. Courtesy dell'artista.

Ritengo a questo punto che Mihalich possa essere avvicinato ad altri grandi pittori di Fiume. Un nome per tutti: Romolo Venucci (1903-1976). Anch’egli ha saputo spaziare tra il figurativo ed altre suggestioni pittoriche, come il futurismo ad esempio e l’astrattismo (Rocchi I 2022 : 38).

Non nascondo che nelle pagine presenti mi interessi parlare delle opere di Mihalich riguardanti l’esodo giuliano dalmata, poiché vissuto dall’artista in prima persona. Inizio con la sua acquaforte del 1988 intitolata “Vendette sociali, politiche e personali del 1945”. Nell’opera grafica c’è una gran confusione, com’era nel momento delle uccisioni nelle foibe da parte dei titini. Filo spinato, mani legate dietro la schiena, teschi, corda, tanta corda. Opera netta, cruda e piena di verità, non lascia spazio a interpretazioni varie.

Passo a esaminare la pittura a colori intitolata “Esodo”, del 1977, opera esposta in una mostra a Mestre (VE). Ha fatto venire un tuffo al cuore a vari esuli giuliano dalmati. Quella fila indistinta di persone in cammino in salita da destra verso sinistra, sotto un cielo plumbeo, anzi scuro è presagio di tempi bui. Sulla stessa onda si pone anche un olio su tela del 1977 intitolato “Profughi”, che mostra una coppia traballante in cammino verso l’orizzonte, verso il resto d’Italia. Verso quella patria agognata che non saprà accoglierli se non con degli insulti e, solo in seguito, con un minimo di decenza.

Carlo Mihalich, Profughi, olio su tela, cm 30 x 40, 1977. Courtesy dell'artista.

Altre ombre indistinte e figure schematicamente impresse possiamo trovare nella pittura a colori intitolata “Attesa per il rancio” e come sottotitolo: “In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia”. Il gruppo è in coda, appunto, perché dovevano mangiare così in ogni Centro raccolta profughi. L’Italia matrigna ne ha aperti oltre cento di tali strutture disagevoli per gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. In qualche caso è accaduto che qualcuno avvelenasse loro l’acqua, oppure il cibo, perciò le autorità furono costrette a non fare la mensa per tutti, ma a risolvere la questione col classico: ognun per sé e dio per tutti.

Un’altra opera del maestro Mihalich, così lo definisce Elena Petras Duleba, è un’acquaforte dedicata a tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo. Si intravvedono alcune figure, forse dei sepolcri, ma la forma astratta è prevalente e dà un tono suggestivo e sublime all’insieme.

C’è, infine, un’opera composita, come intricato e tortuoso è stato l’esodo giuliano dalmata. Si intitola “Fiume città... dolce... amara”, dal progetto Frazioni di vita. È un’originale amalgama di  tecnica mista, olio e vernici su tela, del 2022. È un quadro che dimostra una grande sensibilità e complessità visiva. Abbiamo chiesto all’autore di descrivere la composizione che assomiglia alle deliziose cartoline a mosaico, dei primi del Novecento. La sua combinazione è il risultato di un travagliato collage di sentimenti per fare la sintesi di una vita. Si possono scorgere varie immagini, come il mesto acquerello sul litorale del Quarnero, oppure l’acquaforte del Carso, o la foto dell’asilo ‘Ai Gelsi’. In basso a sinistra si intravvede uno spargher, la veccia cucina a legna; è la riproduzione di una sua acquaforte intitolata affettivamente Il nido. Non potevano mancare la Cittavecchia, le vendette politiche e personali del 1945, el Cameron del Centro profughi Foscarini di Venezia, o il Collegio per orfani Artigianelli. Il tutto rivisto a olio e vernici.

Carlo Mihalich, Attesa per il rancio, sottotitolo In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia, olio su tela, cm 40 x 50, 1958. Courtesy dell'artista.

Hanno scritto di lui - Tra i critici e gli esperti d’arte che hanno scritto dell’opera di Carlo Mihalich troviamo: Elena Petras Duleba, Angelo Dolce, Guglielmo Gigli, Renato Musetti, Guido Perocco, Filomena Spolaor, Mario Stefani, Domenico Bon, Nereo Laroni, Fulgenzio Livieri, Oliviero Pillon e Ferdinando Ranzato.

Conclusioni – L’amore per la propria terra è assai forte tra le genti dell’esodo giuliano dalmata. Ne è prova il seguente messaggio. “Sono Fiumana, padre Fiumano, madre Istriana. Dalle scuole elementari fino alle superiori ho sempre frequentato la scuola Italiana di Fiume. Poi ho continuato gli Studi Universitari a New York. Però Fiume è sempre nel mio cuore. Un caro saluto, Iolanda Radovcich Ferri, da New York”.

Vorrei chiudere questo elaborato con le sagge parole di un esule istriano. È l’ingegnere Sergio Satti, classe 1934, esule di Pola e vicepresidente dell’ANVGD di Udine dal 1987 al 2015, ai tempi della presidenza dell’indimenticato ingegnere Silvio Cattalini, esule di Zara. “Il mio messaggio di pace – ha detto Satti – è rivolto a tutte le genti istriane, fiumane e dalmate; siamo italiani rimasti e sparsi in tutto il mondo per ricordare e non dimenticare le tragedie della guerra che non risparmia vittime, senza distinzione tra vincitori e vinti”.

---

Fonti orali e digitali – Le interviste sono a cura di Elio Varutti che ha operato a Udine con penna, taccuino, macchina fotografica, se non altrimenti indicato.

Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 1919-Ferrara 2013), esule da Fiume, int. a Ferrara del 21 agosto 2013 con Daniela Conighi.

Silvio Cattalini (Zara 1927-Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.

Carlo Mihalich, Fiume 1934, vive a Martellago (VE), messaggi in Messenger del 14-20 giugno e 6 luglio 2022.

Jolanda Radovcich Ferri, Fiume 1937, esule a New York (USA), messaggio del 6 luglio 2022 in Messenger.

Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 4 luglio 2022.

Carlo Mihalich, A tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo, incisione su lastra di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 14,5, 1990. Opera ispirata ascoltando la Messa da Requiem K 626 di Mozart. Courtesy dell'artista.

Documenti originali

Carlo Mihalich, Biografia e note critiche degli acquerelli, testo in Word con fotografie, 2021, pp. 6.

Bibliografia

- Domenico Bon, “L’opera pittorica di Carlo Mihalich”, «L’Arena di Pola», 3 dicembre 1988, p. 6.

- Angelo Dolce, “Saggio sull’arte di Carlo Mihalich”, in Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana…, cit.

- Guido Perocco et alii, Carlo Mihalich, opere 1970-1990, Provincia di Venezia, Assessorato alla Cultura, Comune di Venezia, Assessorato alla Cultura, Venezia 1991, p. 40.

- Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana tra le pietre d’Istria e i silenzi veneziani. Catalogo antologico delle opere, D’EM Venice Art Gallery, Venezia Mestre, 2021, pp. 228.

- Ilaria Rocchi, “Romolo Venucci maestro fiumano ed europeo”, «Panorama», Rjieka-Fiume, LXX, 11, 15 giugno 2022, pp. 37-39.

- Filomena Spolaor, “Nelle opere di Carlo Mihalich angoli e colori della laguna”, «Il Gazzettino», Cronaca di Venezia, 11 gennaio 2022.

Carlo Mihalich, Fiume città... dolce... amara, tecnica mista, olio e vernici su tela, cm 120 x 80, 2022. Courtesy dell'artista.

--

Recensione di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età, Udine. Testi di Carlo Mihalich. Ricerca e Networking a cura di Girolamo Jacobson, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie della collezione di Carlo Mihalich, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione delle sue opere; si è riconoscenti, in particolare, alla “D’EM Venice Art Gallery” di Mestre (VE) per la valorizzazione artistica dello stesso Mihalich. Lettori: Carlo Mihalich, Sergio Satti (ANVGD di Udine), Jolanda Radovcich Ferri, Daniela Conighi e Silvia Zanlorenzi (ANVGD di Venezia).

Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Carlo Mihalich, Rio della Toletta n. 1, acquerello, cm

30 x 22, 2000. Courtesy dell'artista.

Carlo Mihalich, 2021



martedì 28 giugno 2022

Dobri Memories. Esodo da Albona per Udine e il Campo profughi di Laterina, poi in Canada, 1956

A metà giugno 2022 ricevo questo messaggio in Messenger da Silvio Dobri: “Signor Varutti, sono stato molto sorpreso e felice di vedere la sua ricerca sui profughi Istriani. Sono uno di loro. Siamo partiti dall'Istria nel 1956. Abbiamo viaggiato in treno da Pola a Lubiana, dove abbiamo cambiato treno per Trieste e poi Udine. Abbiamo passato una settimana al Centro smistamento profughi di Udine e 18 mesi al Campo profughi di Laterina, in provincia di Arezzo. Dopo ci siamo trasferiti a Genova e la famiglia — papà, mamma e tre figli — emigrò in Canada. Ho 75 anni e ricordo ancora il tempo trascorso a Laterina, specialmente le estati nuotando nell’Arno”.

Laterina, Crp, 19 maggio 1957 – Prima Comunione di Silvio Dobri, col papà Giuseppe e il signor Ricco, a destra. Collezione Silvio Dobri.

Chiedo se sia disponibile a raccontare ancora. Signor Dobri ha altri ricordi del Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina? “Ho frequentato la terza elementare nel campo di Laterina – è la replica – l’unico insegnante che ricordo è un giovane che era da Siena, però, non ricordo il suo nome. Manderò una foto, una storia del nostro breve soggiorno a Laterina e come mio padre è riuscito a tirarci fuori del campo in 18 mesi. Il mio italiano va bene per parlare ma non per scrivere, quindi scriverò in inglese, la lingua che parlo dall’età di 12 anni, quando siamo venuti in Canada. Sono un redattore di testi in pensione e ancora un pellegrino irrequieto. La famiglia Dobri è di Albona”.

Nella classe 3^ del Crp, nell’anno scolastico 1956-1957 la maestra è Giuliana Stoppielli, con 23 scolari, tra i quali c’è appunto Silvio Dobrich (Archivio dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane, AR). Niente male per un cucciolo dell’esodo, diventato un importante giornalista canadese. Nei documenti scolastici lei, signor Silvio Dobri, come mai è segnato così: “Silvio Dobrich”? “Nel Campo profughi si usava il cognome Dobrich – ha risposto l’interessato – come indicavano i documenti rilasciati dalla Jugoslavia quando nel 1956 siamo usciti dall’Istria, però mio papà preferiva usare il cognome italianizzato ‘Dobri’, dopo essere usciti dal campo”.

Giuliana Stoppielli, insegnante aretina della 3^ classe, scrive nel suo registro: “Sono piccoli uomini e brave donnine, che guardano già all’avvenire con una certa serietà e che, per la loro esperienza o per l’esperienza dei genitori, mostrano di valutare in pieno quel senso di italianità per il quale hanno accettato di vivere miseramente al campo”. (Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico 1956-1957).

Com’è stato il giorno della sua Prima Comunione nel Crp di Laterina? Ha una fotografia?  La foto è stata scattata il 17 o 19 di maggio 1957, il giorno della mia Prima comunione – ha detto Silvio Dobri – e ricordo che mia madre mi portò da un sarto ad Arezzo per farmi il vestito. Mio padre, Giuseppe (Beppo), nella foto è a sinistra. A destra è un vicino, che era di Albona e si chiamava Ricco. Lui lasciò il Campo poco dopo la mia famiglia ed emigrò in Francia”.

In effetti il 19 maggio 1957 è registrato il nome del comunicando e cresimando “Dobrich Silvano” (anziché Silvio) assieme al suo santolo, o padrino “Bastianich Enrico”, come si legge nella Rubrica, conservata all’Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (AR), col titolo: Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms.

Come vi siete integrati in Canada? “Ho lavorato nel giornalismo per 40 anni nelle provincie di Ontario, Manitoba e Alberta – ha concluso Silvio Dobri – ora sono in pensione. I miei fratelli, Franko e Bruno, vivono a Port Hope, così come la sorella Mary Susan, che è nata lì. I miei fratelli sono ingegneri, entrambi in pensione”.

Da ultimo si nota che Silvio e Giuseppe Dobri, assieme a Bruno e Franco Dobri sono segnati al fascicolo n. 211 dell’Elenco alfabetico profughi giuliani, custodito dal Comune di Laterina Pergine Valdarno. Risultano emigrati il 26 gennaio 1959 per Calenzano (FI). Poi vanno a Genova e in Canada, come emerge dal racconto dello stesso Silvio Dobri.

Copertina della rubrica dei cresimati al Centro raccolta profughi, APLa, Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms

Memoriale di Silvio Dobri e la traduzione di Patrizia Pireni

Come in ogni memoriale ci sono i racconti di vita vissuta, fatti tristi, momenti allegri e certe opinioni personali. Il racconto è fluente, colorito e, a volte, con intensi toni letterari. In parentesi riquadrate sono state inserite alcune spiegazioni del redattore. Buona lettura con le parole di Silvio Dobri nel testo originale in inglese e nella traduzione a cura della professoressa Patrizia Pireni, di Udine.

Dobri memories Laterina refugee centre

Laterina floats on a Tuscan hill, levitating lordly over the flood plain of the Arno. The town’s ancient stones are set in the fertile agricultural triangle with Firenze, Siena and Arezzo at its points. 

I was 9 the year my brothers — Bruno and Franko — and our parents — Giuseppe and Maria — set foot on Tuscan soil. Bruno was almost six months old and squirming in mom’s arms, Franko was three years old; dad was 42 and mom was 32. Laterina was our first home in Italy. Surrounded by rolling hills and vineyards fed by the eternaly-flowing Arno, you’d think Laterina an idyllic and enviable locale. The scene held a lot of promise, even for refugees like us.

Our first temporary pied-à-terre was a barrack. Grey blankets hanging on wires were our walls that provided some privacy. Baby Bruno was colicky, so our need for family quarters was dire. And before too long we moved into a three-room unit located in another of the 20 barracks that capped the flood plain. This was quite a contrast to the lush surrounding. 

A church, infirmary, public showers, a community television room and general store were among the 30 buildings that completed our place of refuge. The same buildings had previously housed prisoners of war, and once PoWs were cleared out the camp was a re-indoctrination centre for the disgraced acolytes of Benito Mussolini.

Whatever the condition of the Centro Raccolta Profughi Laterina it was enough for the hardy exiles from the Balkans to feel safe. The camp provided temporary housing for about 5,000 refugees between 1948 and 1963. The residents were primarily a diaspora from Istria and Dalmatia. The camp closed in 1963, after 15 years of non-stop hosting of people looking for safety, freedom and a chance at a better life.

For children the camp was never a dreary place. The camp provided opportunities for adventure, for devil-may-care games and plenty of swimming in the Arno. Here, I saw a television for the first time. Watching TV was a community event. There were times for access and kids would line up early to get a good spot on the floor in front of the television. The Lone Ranger, The Cisco Kid and show featuring cowboys and Indians were my favourite.

As strange as this may sound, the classroom was another place popular with kids. The resources were few, but the foreign students were eager to learn and improve their stilted Italian, if they spoke it at all. All joined the Dante Alighieri Society.

Movement at the camp was not restricted. I’d be sent on errands to the medieval town often, and fondly remember a day I bought a chocolate and walking out with two. As luck would have it, two chocolates stuck together and the old man behind the counter did not notice it. I tried to repeat the magic trick but got caught.

Dad had planted a vineyard near Valmazzinghi, the cement factory town we lived in Istria. The field was abandoned when we left. So to satisfy his nostalgia for what he left behind he would take us for Sunday walks through the Tuscan countryside to admire the grapes and the work the “contadini.” Knowing the hard work that went into cultivating the vineyards, never would he take as mush as a grapes without first talking to the farmer. It always worked and we would gorge ourselves. For me it was like being back in my grandfather’s vineyards.

Not everyone was mindful of the hard working grape growers. I recall a farmer whose vineyard was closest to the camp running, with a bullwhip in hand, after a kid who had stolen his grapes.

Italy had a welcome mat for refugees flooding into the country during the 1950s. Quite a contrast to the current situation. Anyone entering Italy today faces a marathon of obstacles and often hatred for just considering to step onto Italian ground.

The mass exodus of Italian-speaking men, women and children from Istria and Dalmatia was a result of the protracted internecine struggle between the Communist and Fascist forces. For Italians the war and the turbulent post war period raises the ugly and cruel spectre of the “foibe massacres.” Finding hundreds of bodies in Istria’s “foibe” is proof enough for them.

A “foiba” is a deep sinkhole or karst, a natural geological phenomenon throughout Istria. Many of the “foibe” were used by both warring side as dumping grounds for the losers of the five-year war and the settling of accounts after the war. The rocky village where I was born, had a foil near the cemetery, but never did I hear of a local being thrown into the sinkhole.

In every village it was common knowledge who took what political side, but the settling of political conflict was rarely discussed after the war. Both sides of my family lost members in the war, or had members spend time in concentration camps either in Germany or Greece.

Crp di Laterina, Istruzioni per la cresima, da un Attestato di cresima del 1949. APLa, Attestati di cresima vari 1949-1957, stampati.


Our family of five left Pula on a night train with no more than two suitcases. A policeman at the house watched my parents pack and made sure we did not take even one of Tito’s dinars over the amount allowed. Giuseppe, Maria and their sons were processed at the Giuliano Dalmatian Refugee Sorting Centre in Udine, and spent a week in an overcrowded apartment block before getting train tickets to Tuscany.

In Udine we saw cousin Gino, who had escaped from Tito’s grip by rowing westward across the Adriatic. Gino made the journey to freedom with a couple of friends a few months after all three completed their military service.

In Udine and Laterina the Italians provided some assistance to the exiles, but it was up to each refugee to get a job and leave the camp as soon as possible. My father was resourceful and hard working. He got us out of Laterina some 18 month after our arrival.

Dad still had contacts in Italy. He was conscripted into the Italian army in 1936. His unit was based in Piemonte, and before he served in the army he was in the merchant marine. He sailed while still a teen and often told us stories about his trips to India through the Suez Canal, and other ports of call. Montenegro’s ports were the scariest place to stop, he said. His intent was to resume his merchant marine career once he got his military discharge, but that was not to be. Yugoslavia was rebuilding after the war and workers were needed at the Valmazzinghi cement factory. He had no political aspirations or affiliations, and no interest in taking part in any the local Communist committee meetings or events at the factory. That meant he never got permission his papers to return to sea.

Dad’s search for a way back into the merchant marine and freedom, was a force that drove him to keep his Italian citizenship and he applied for political asylum in Italy.

A great many places in European had changed flags and nationalities when the war ended. Istria was such a place and Tito agreed to let all Italian citizens leave Yugoslavia. It was not an easy process. It took my parents five years to get out from behind the Iron Curtain.

Getting out of the camp was a lot easier. Dad found work on the autostrada the Italian government was building. He then started to contact people he knew. He reached a relative on his mother’s side of the family who worked in the Port Authority in Livorno, and through him signed us on a ship that sailed out of Genova. He spent almost two years plying the Tyrrhenian Sea hauling goods from Genova to Sardinia, to Corsica and to Sicilia, before emigrating to Canada. He even took me along on one of his voyages the last summer we spent in Italy.

Giuseppe was 45 when he walked down the gangway of the Cristoforo Colombo in Halifax. His ultimate destination was Port Hope, Ontario, where his brother lived. The train ride took several days. For a mariner, Port Hope must have appeared to be full of promise. Maria and his three sons followed 10 months later, sailing on the ‘Irpinia’ from Genova to Montreal then making a four-hour train trip to their Canadian home.

Two years after arriving in Port Hope, Mary Susan, was welcomed into the family. Giuseppe and Maria raised their family and spent the last 50 years of their life in Port Hope. Husband and wife reached the age of 94 when they passed away. Three of their children still reside in Port Hope, while the oldest son went west and lives in Edmonton, Alberta.

The four generations of the Dobri family — parents to great-grandchildren — total 25 souls who live a comfortable life in freedom and prosperity all because of the sacrifices Giuseppe and Maria made through their lives. [Così finisce il testo originale di Silvio Dobri].

Il nome “Dobric Silvano”, per Silvio, è al tredicesimo posto della lista in questa rubrica di cresimati. Si noti al secondo posto il cognome Daicich, di cui c’è una breve testimonianza alla fine del presente saggio. APLa, Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms


Il Centro raccolta profughi di Laterina nelle memorie di Dobri, traduzione

Laterina fluttua su una collina toscana levitando signorile sulla pianura alluvionale dell’Arno. Le antiche mura della città sono situate nel fertile triangolo agricolo tra Firenze e Siena ed Arezzo nei suoi punti cardinali. Avevo nove anni l’anno in cui i miei fratelli Bruno e Franco e i nostri genitori Giuseppe [detto Beppo, NdR] e Maria [nata Glavicich] misero piede sul suolo toscano [era l’anno 1956]. Bruno aveva quasi sei mesi e si contorceva nelle braccia di mamma, Franco aveva tre anni, papà aveva 42 anni e la mamma ne aveva 32. Laterina era la nostra prima casa in Italia. Circondata da colline ondeggianti e vigneti nutriti dall’Arno eternamente fluente, tu avresti pensato a Laterina come a una località idilliaca ed invidiabile. La scena era piena di promesse, persino per dei rifugiati come noi.

Il nostro primo temporaneo pied-à-terre fu una baracca. Grigie coperte pendevano su dei fili ed erano le nostre mura, fornendoci una certa privacy. Il piccolo Bruno aveva le coliche e così la nostra necessità per un alloggio familiare era terribile e dopo poco ci trasferimmo in una unità di tre stanze situata in un’altra delle 20 baracche che ricoprivano la pianura alluvionale. Questo costituiva un contrasto notevole con i dintorni lussureggianti. Una chiesa, un’infermeria, docce pubbliche, una stanza per la televisione comune e un magazzino generale erano tra i 30 edifici che completavano il nostro luogo di rifugio. Gli stessi edifici avevano precedentemente ospitato prigionieri di guerra e una volta che i prigionieri di guerra se ne furono andati il Campo divenne un centro per il re-indottrinamento degli accoliti di Benito Mussolini in disgrazia.

Qualunque fosse la condizione del Centro di raccolta profughi di Laterina, era comunque abbastanza affinché i profughi provenienti dai Balcani si sentissero al sicuro. Il campo fornì alloggio temporaneo a circa 5.000 rifugiati tra il 1948 e il 1963 [dalle statistiche più recenti i profughi passati per il Crp di Laterina sono oltre 10 mila]. I residenti erano principalmente una diaspora proveniente dall’Istria e dalla Dalmazia [e da Fiume e costa liburnica]. Il campo fu chiuso nel 1963 dopo 15 anni in cui ospitò senza sosta persone che cercavano salvezza, libertà e una opportunità per una vita migliore.

Per i bambini il campo non fu mai un posto triste. Il campo forniva opportunità di avventura, di giochi e un sacco di nuotate nel fiume Arno. Qui io vidi per la prima volta una televisione. Guardare la TV era un evento comunitario. C’erano delle ore per poter accedere alla televisione e i ragazzi erano soliti fare la coda presto per poter ottenere una buona posizione sul pavimento davanti alla TV. The Lone Ranger, The Cisco Kid e spettacoli con cowboy e indiani erano i miei preferiti.

Può sembrare strano ma la classe [l’aula scolastica, in baracca] era un altro posto molto popolare tra i ragazzi. Le risorse erano poche ma gli studenti stranieri erano desiderosi di imparare e di migliorare il loro italiano pomposo, se addirittura riuscivano a parlarlo. Eravamo tutti iscritti alla società Dante Alighieri. Muoversi e uscire dal campo non era proibito e io ero spesso mandato per commissioni nella città medievale e così ricordo che un giorno ho comprato una stecca di cioccolata e uscendo dal negozio ne avevo due di stecche di cioccolata. Le due stecche si erano appiccicate insieme e il vecchio dietro il bancone non l’aveva notato. Tentai di ripetere quel trucco magico, ma venni preso.

Papà aveva piantato un vigneto vicino a Valmazzinghi [o Koromačno, presso Albona], la città di industrie di cemento dove vivevamo in Istria. Il campo agricolo fu abbandonato quando partimmo. Così per soddisfare la sua nostalgia per ciò che avevamo lasciato dietro di noi lui era solito portarci la domenica a fare passeggiate attraverso la campagna Toscana per ammirare l’uva e il lavoro dei contadini. Poiché sapeva del duro lavoro che c’era dietro alla coltivazione dei vigneti, lui non avrebbe mai raccolto un grappolo d’uva senza prima averlo chiesto al contadino. E questo funzionava sempre perché così noi potevamo rimpinzarci. Per me era come tornare indietro nel vigneto del nonno. Non tutti erano consapevoli del duro lavoro che c’era dietro a una coltivazione d’uva. Ricordo un agricoltore il cui vigneto era vicino al campo e lo ricordo mentre con una frusta in mano rincorreva un bimbo che aveva rubato la sua uva. L’Italia aveva steso un tappeto di benvenuto per i rifugiati che come una ondata avevano invaso il paese durante gli anni ’50 [Secondo altre fonti l’accoglienza non fu così rosea]. Una situazione completamente diversa da quella attuale. Qualunque persona che entri in Italia oggi deve affrontare una maratona di ostacoli e spesso di odio semplicemente per il fatto di aver messo piede sul suolo italiano.

L’esodo di massa dall’Istria e dalla Dalmazia di uomini donne e bambini parlanti italiano fu il risultato di una lotta protratta e intestina tra le forze comuniste e quelle fasciste. Per gli italiani la guerra e il turbolento periodo del dopoguerra solleva il terribile e crudele spettro dei massacri delle foibe. Ne è prova l’aver trovato centinaia di corpi nelle foibe istriane. Una foiba è una profonda dolina nel Carso, un fenomeno geologico naturale presente in tutta l’Istria. Molte foibe furono usate da entrambi le parti in guerra come terreni di discarica per i perdenti di questa guerra durata cinque anni e per sistemare i conti dopo la guerra.

Il paese roccioso, dove sono nato io [Santa Lucia d’Albona], ne aveva una vicino al cimitero, ma non ho mai sentito di un solo abitante che fosse gettato nella voragine. In ogni villaggio si sapeva chi parteggiava per una parte politica, ma dopo la guerra raramente si è affrontato il tema della risoluzione politica del conflitto. Entrambi i lati della mia famiglia hanno perso membri nella guerra o avevano dei membri che hanno passato del tempo nei campi di concentramento sia in Germania che in Grecia. La nostra famiglia di cinque persone ha lasciato Pola con un treno notturno e non avevamo che due valigie. Un poliziotto controllava che i miei genitori facessero le valigie e si assicurava che noi non prendessimo nemmeno uno in più dei dinari di Tito oltre l’ammontare che ci era concesso. Giuseppe, Maria e i loro figli furono sistemati nel Centro smistamento dei rifugiati giuliano dalmati di Udine e trascorsero una settimana in un edificio super affollato prima di ottenere i biglietti ferroviari verso la Toscana.

Scorcio di Albona, anni '30. Immagine dal web


In Udine abbiamo incontrato il cugino Gino che era sfuggito alla morsa di Tito navigando verso occidente attraversando l’Adriatico. Gino aveva realizzato il viaggio verso la libertà con una coppia di amici alcuni mesi dopo che tutti e tre avevano completato il loro servizio militare. A Udine e anche a Laterina gli italiani davano assistenza ai rifugiati, ma dipendeva poi da ciascun esule procurarsi un lavoro e lasciare il campo non appena possibile. Mio padre era un uomo pieno di risorse ed era un duro lavoratore e così riuscimmo ad uscire da Laterina 18 mesi dopo il nostro arrivo.

Papà aveva ancora dei contatti in Italia. Fu arruolato nell’esercito italiano nel 1936. La sua unità era di base in Piemonte. Prima di entrare nell’esercito era nella marina mercantile. Era solo un teenager e già viaggiava per mare e spesso ci raccontava storie dei suoi viaggi verso l’India attraverso il Canale di Suez e altri porti di scalo. Ci raccontava che i porti del Montenegro erano i posti più insidiosi dove fermarsi. La sua intenzione era di riprendere la sua carriera nella marina mercantile una volta ottenuto il congedo militare, ma ciò non fu possibile. La Jugoslavia stava attraversando un periodo di ricostruzione dopo la guerra ed erano necessari i lavoratori alla fabbrica di cemento di Valmazzinghi. Papà non aveva né aspirazioni, né affiliazioni politiche e nessun interesse a prendere parte agli incontri locali del Comitato comunista, oppure agli eventi in fabbrica. Ciò significò per lui l’impossibilità di tornare a lavorare in mare.

La ricerca di papà di un modo per poter tornare a lavorare nella marina mercantile e quindi avere anche la libertà fu la forza che lo guidò a mantenere la sua cittadinanza italiana e così fece domanda di asilo politico in Italia. Parecchi posti in Europa avevano cambiato bandiere e nazionalità quando la guerra finì. L’Istria fu uno di quei posti e Tito concesse a tutti i cittadini italiani di lasciare la Jugoslavia. Non fu un processo facile. Ci vollero cinque anni perché i miei genitori uscissero da dietro la Cortina di Ferro. Uscire dal Campo profughi fu molto più facile. Papà trovò lavoro nell’autostrada che il governo italiano stava costruendo. Poi iniziò a contattare persone che conosceva. Raggiunse un parente dal lato di sua madre che lavorava nell’autorità portuale a Livorno e tramite lui ci imbarcò su una nave che salpava da Genova. Trascorse quasi due anni navigando per il mare Mediterraneo, trasportando merci da Genova verso la Sardegna, Corsica e Sicilia, prima di emigrare in Canada. Mi portò persino con sé in uno dei suoi viaggi l’ultima estate che passammo in Italia.

Giuseppe aveva 45 anni quando percorse la passerella della ‘Cristoforo Colombo’ ad Halifax [in Canada]. La sua ultima destinazione fu Port Hope, nell’Ontario, dove viveva suo fratello. Il tragitto in treno durò vari giorni. Per un marinaio, Port Hope doveva essergli sembrato un posto pieno di promesse. Maria e i suoi tre figli lo seguirono 10 mesi più tardi, viaggiando sulla ‘Irpinia’ [motonave] da Genova fino a Montreal e poi facendo un viaggio in treno di quattro ore verso la loro dimora canadese. Due anni dopo l’arrivo a Port Hope, nacque Mary Susan, benvenuta nella nostra famiglia. Giuseppe e Maria crebbero i figli e trascorsero gli ultimi cinquant’anni della loro vita a Port Hope. Marito e moglie raggiunsero l’età di 94 anni quando poi morirono. Tre dei loro figli si trovano tuttora a Port Hope, mentre il figlio più anziano [Autore delle memorie] si trasferì a ovest e vive a Edmonton, nell’Alberta. Le quattro generazioni della famiglia Dobri, dai genitori fino ai pronipoti, sono in totale 25 anime, vivono una vita confortevole in libertà e prosperità, tutti grazie ai sacrifici che Giuseppe e Maria fecero lungo il corso delle loro vite.

Cosa succede alla scuola di Albona nel 1944

Grazie alla diffusione nel web dell’Archivio di Stato di Gorizia (ASGo) ecco un documento scolastico della provincia di Pola (vedi sopra), allora amministrata dalle autorità germaniche di occupazione nell’ambito della Zona di Operazioni Litorale Adriatico (OZAK). Il 13 giugno del 1944 Giuseppe Nider, direttore didattico ad Albona in Istria, trasmette all’ispettore scolastico a Pola il rapporto sulla visita alla scuola di Pozzo Littorio (dal 1943 “Piedalbona”; dal 1947 “Podlabin”), villaggio minerario inaugurato il 28 ottobre 1942, a vent’anni dalla Marcia su Roma. Su 39 alunni della classe seconda ben 22 sono rimasti a casa. Motivo delle assenze: “paura”. Le “note ragioni” [ossia, la guerra] impedivano di prendere provvedimenti. “Molto bene la lettura”, scrive il direttore, mentre tra vetri rotti e in assenza di mezzi didattici procede il lavoro di Caterina Luciani e Maria Scopas Potnik, insegnanti di una classe decimata dal terrore dei bombardamenti. ASGo, Provveditorato agli studi di Pola (1923-1951), b. 153, fascicolo “Maria Scopas Potnik”.

Conclusioni

Parliamo degli uni e parliamo degli altri. Nel gennaio 2022 un mio amico di gioventù, Maurizio Daici, a una presentazione pubblica a Udine del mio libro 'La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul centro raccolta profughi giuliano dalmati di Laterina 1946-1963', ha voluto dirmi che: “Anche mio padre, e prima ancora i miei nonni, avevano perso la patria. Istriani di lingua croata, a loro furono italianizzati il nome e il cognome negli anni ’30. Inoltre, mio nonno, ferroviere, non poté mai lavorare nella sua terra, dove aveva una casa, e a causa dei continui trasferimenti da un luogo all’altro si ritrovò con la famiglia in Friuli, decidendo di rimanervi anche dopo la guerra, perché ormai qui i figli erano cresciuti e qui aveva il suo lavoro. Lui e mia nonna parlavano un italiano ‘imparaticcio’, con alcune inflessioni istro-venete, negandosi la lingua madre che il regime fascista contrastava e che era un ostacolo all’assimilazione non solo nell’Italia del Ventennio, ma anche in quella degli anni successivi. Sennonché, mia nonna sul letto di morte non parlò altrimenti che in croato, circondata da figli e nipoti che non potevano capirla. Il nonno non so in quale lingua pensò o urlò quando, col terremoto del 6 maggio 1976, gli cadde addosso il tetto di casa”.

Per concludere questo originale contributo riportiamo il pensiero dell’ingegnere Sergio Satti, nato nel 1934, esule di Pola, componente del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine e già vicepresidente dal 1987 al 2015. Il decano Satti, in riferimento al travagliato Novecento istriano, ha affermato: “Sono contento e felice che, dopo essere da 75 anni socio dell’ANVGD, la memoria della nostra storia stia diventando patrimonio per tutti”.

Compito di aritmetica di Dobri Silvio, classe III, Laterina Crp, giugno 1957. Archivio Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR)


Il messaggio di Bruna Zuccolin

La presente ricerca si è svolta nello spirito della Legge 30 marzo 2004 n. 92 sul Giorno del Ricordo, per diffondere la conoscenza dei tragici eventi del confine orientale che nel secondo dopoguerra colpirono gli italiani vittime delle foibe, nonché gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, preservando le tradizioni di quelle comunità. “È importante ricordare in un clima di collaborazione e di pace tra i popoli in dimensione europea – ha detto Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine – perché così i giovani vengono a sapere di fatti tragici che non dovrebbero più ripetersi”.

--

Fonti orali e digitali

- Maurizio Daici, nato in Friuli nel 1956, vive ad Artegna (UD), int. del 20 gennaio e del 28 giugno 2022.

- Silvio Dobri, Santa Lucia di Albona 1946, vive a Edmonton, Alberta, Canada; email allo scrivente del 16-23 giugno 2022.

- Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 23 giugno 2022.

Documenti originali

Silvio Dobri, Dobri memories Laterina refugee centre, testo in RTF, 2022, pp. 3. Collezione E. Varutti.

Fonti archivistiche

Premesso che potrebbero esserci alcuni errori materiali di scrittura nei manoscritti consultati, la presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali di studio presso l’Archivio Parrocchiale (APLa) e quello Comunale di Laterina, oltre che all’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR) è stata effettuata dal 2015 a cura di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo.

- Archivio di Stato di Gorizia (ASGo), Provveditorato agli studi di Pola (1923-1951), b. 153, fascicolo “Maria Scopas Potnik”.

- Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, ms.

- Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

- Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Circolo Didattico di Montevarchi, Scuola Elementare C.R.P., Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico [1956-1957], pp. 30, stampato e ms.

Dettato di Dobri Silvio, classe III, Laterina Crp, 14 giugno 1957. Archivio Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR)


Cenni bibliografici e del web

Giuliana Pesca – Serena Domenici – Giovanni Ruggiero, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello, Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021, pp. 224.

E. Varutti, Istriani esuli in Ontario, Canada. La lista di quelli passati prima al Campo profughi di Laterina, on line dal 19 maggio 2022 su   evarutti.wixsite.com

Ringraziamenti - La redazione del blog per l’articolo presente è riconoscente al signor Silvio Dobri, esule da Albona in Canada e al signor Claudio Ausilio, esule da Fiume a Montevarchi (AR), socio dell’ANVGD provinciale di Arezzo. In particolare Claudio Ausilio ha fornito con la consueta cortesia i materiali per la ricerca presso l’Archivio Parrocchiale e del Comune di Laterina, oltre a quello scolastico di Levane (AR), secondo la tradizionale e collaudata collaborazione con l’ANVGD di Udine. Oltre alle fonti orali, si ringraziano gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), per la collaborazione riservata all’indagine storica. Si è grati pure a don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015 e agli operatori dell’ASGo. Grazie per la traduzione dall’inglese alla professoressa Patrizia Pireni, di Udine.

--

Autore principale Silvio Dobri. Altri testi di Elio Varutti. Ricerche di Claudio Ausilio e E. Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Lettori: Silvio Dobri, Patrizia Pireni, Sergio Satti, Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine), Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) e il professor Enrico Modotti. Copertina: Laterina, Crp, 19 maggio 1957 – Prima Comunione di Silvio Dobri, col papà Giuseppe e il signor Ricco, a destra.

Altre fotografie da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/