domenica 11 settembre 2022

Maestri pionieri senza stipendio alla scuola sussidiata di Laterina, nel Campo profughi, 1956

Ricordo che gli scolari del Campo profughi di Laterina avevano una gran voglia d’imparare”. Si apre con tali parole il racconto di Giulietta Del Vita, maestra in baracca alle scuole elementari del Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina, provincia di Arezzo nell’anno scolastico 1956-1957. 

La maestra Giuletta Del Vita, nel 1960, con gli scolari di Castiglion Alberti-Badia-Agnano-Bucine (AR). Collezione Giulietta Del Vita

Ho insegnato per solo un anno scolastico in una stanzina – ha aggiunto – avevo diciannove anni e mi sono trovata bene coi bambini e con le famiglie, nonostante molti di loro avessero dei problemi con la lingua italiana, erano le cosiddette scuole elementari sussidiate con maestri senza stipendio, lo si faceva per avere punteggio nelle graduatorie del Provveditorato agli Studi. Spesso erano delle pluriclassi, appena arrivavano i nuovi bambini al Campo li si inseriva in una classe prima, perché si orientassero”. La maestra Del Vita aveva 34 iscritti, 11 maschi e 23 femmine con esami svolti dal 3 al 4 luglio 1957 e nel registro di classe ha annotato che il locale scolastico: “ha un tetto resistente a tutto meno che alla pioggia, mura disadorne, tre finestre che permettono di vedere una bella campagna ed anche il vicino paese”.

Arezzo 1955, gare di Scuola Magistrale, Giulietta Del Vita è la prima a sinistra. Collezione Giulietta Del Vita.

Le hanno mai raccontato qualcosa dell’esodo giuliano dalmata? No, mai – è la replica – non ho mai saputo nulla della loro vita precedente, per me era importante lavorare e poi tornavo a casa col motorino di marca ‘Motom’ fino a Laterina stazione, poi in treno fino a Montevarchi. Non sono mai entrata nelle baracche delle loro famiglie. Avevo la lavagna, i banchi e le seggiole, non ricordo di aver patito il freddo, come hanno scritto altri educatori”. Ricorda il nome di qualche maestro suo collega lì nel Crp di Laterina?

C’erano la maestra Emilia Carmignani, proveniente da Loro Ciuffenna (AR), il maestro Romano Alfieri e Giuliana Stoppielli, da Terranuova Bracciolini (AR) – ha risposto la maestra Del Vita – eh, tra colleghi si stava bene, si scherzava, poi c’era il direttore didattico Elio Scala e quando ci facevano visita il Direttore o l’ispettore, per gli allievi era una festa, dato che non vedevano mai nessuno”. Ha mai portato in gita i suoi scolari?

Più che altro facevano delle belle passeggiate vicino al Crp, alla centrale elettrica, o lungo il fiume Arno – ha concluso la maestra Giulietta Del Vita – ricordo che i maschietti erano felicissimi e mi dicevano: Allora maestra, andiamo a ingrumar fiori? E io, per l’ennesima volta, li dovevo correggere, avevano il dialetto dentro di sé e in famiglia parlavano solo in quel modo”.

Nomina a insegnante di Del Vita Giulietta nella scuola sussidiata di Laterina Campo profughi per l’anno scolastico 1956-’57, ciclost. e ms. Collezione Giulietta Del Vita.

Il Memoriale di Edoardo Radolovich, 2021

Un suo affezionato allievo, Edoardo Radolovich, nel 2021, ha scritto che: “La nostra maestra non solo era brava, ma anche carina oltre che simpatica e per questi motivi eravamo molto legati a lei. Parlando del più e del meno una volta ci disse che abitava a Montevarchi che era un paese a nord di Laterina e distava 12-13 chilometri” (Dvori. Breve storia di un bimbo Slavo con genitori Italiani e nonni Austriaci, p. 34).

“Era una giornata estiva e con il solito gruppetto camminavamo sulle sponde dell’Arno quando mi venne un’idea malsana. Andare a trovare la maestra e facendo un piccolo calcolo in due ore potevamo essere a Montevarchi. Oramai l’aritmetica e la logica erano il nostro pane. Continuammo lungo il fiume ma non era molto agevole anche perché ogni tanto c’era un torrentello che si immetteva e per noi era impossibile attraversarlo se non andare in cerca di qualche ponticello. Così però avremmo perso troppo tempo e già eravamo partiti a pomeriggio inoltrato. Decidemmo altresì di raggiungere la strada statale che stava poco più su. Camminammo molto ai bordi della stessa con qualche macchina che passava ogni tanto ma a dire il vero erano pochissime in quel periodo. Dopo qualche ora arrivammo alle porte del paese ovvero dove c’era il cartello stradale con su scritto “Montevarchi”.

Tutti felici (eravamo in tre) guardammo il cartello ma le luci stradali in quel momento si accesero e ci rendemmo conto che era quasi sera. Invertimmo velocemente la marcia e seguendo la strada ci incamminammo verso Laterina. Dopo un paio di ore era completamente buio ed eravamo scoraggiati anche se non proprio impauriti. D’altrocanto avevamo circa otto-nove anni ed impreparati a tutto o quasi. Qualcuno di noi stava per disperarsi e minacciava di buttarsi sotto una delle poche automobili che passavano di lì” (p. 35). Poi tutto finì bene perché un passante, alla guida di una Topolino, accompagnò i tre scolari in Campo profughi, dove erano attesi dagli allarmati genitori e dal personale del Crp stesso.

Decalogo di un bravo maestro, Montevarchi, 8 febbraio 1957, ciclost. Collezione Giulietta Del Vita.

Il Decalogo del bravo maestro ed altri atti scolastici

Se non fosse autentico, tale Vademecum potrebbe sembrare uno scherzo di Carnevale o del Primo di aprile. È una curiosità. Veniva distribuito ad ogni maestro con la consegna della nomina di insegnamento firmata dal Provveditore agli Studi della Provincia. Questa sì, era ed è un pezzo di carta importantissimo per un insegnante statale, perché significa che ha il lavoro. Poi la maestra Del Vita deve aver iniziato a leggere. Il primo punto è: “Sii umile e modesto”. Punto 2: “Non avere fretta nell’avanzare”. Punto 3: “Non essere sollecito nel giudicare male gli alunni”. Punto 4: “Sii allegro e ottimista”. Punto 5: “Guarda con simpatia e ammirazione le cose degli alunni”. Punto 6: “Sii di costante esempio” e così via, sull’onda del libro Cuore di Edmondo De Amicis.

Molto interessante, invece, in chiave pedagogica è il documento del 1° febbraio 1957 firmato da Elio Scala, Direttore didattico di Montevarchi (AR), diretto agli insegnanti della scuola elementare del Crp di Laterina. L’oggetto della lettera dattiloscritta è: la scuola sussidiata del Crp di Laterina. Si legge che il Provveditore agli Studi “ha istituito una seconda Scuola sussidiata nella sede del Crp [ossia: in baracca, NdR], onde poter impiegare la maestra Benvegnù Pasqua nel recupero degli alunni da poco immigrati dalle Scuole croate dei territori italiani occupati dalla Iugoslavia (…)”. Gli altri maestri coinvolti nell’insegnamento, oltre alla Giulietta Del Vita, sono: Anna Maria Fratini, Giuliana Stoppielli, Emilia Carmignani e Romano Alfieri. Quattro classi fanno lezione al mattino, mentre le altre nel pomeriggio. Con la pluriclasse della maestra Pasqua Benvegnù, in tutto si contano sette classi. Dai registri dei maestri si vedono gli elenchi che contano 25-35 iscritti, talvolta fino a 40 bambini e passa, per un totale complessivo di oltre 250 scolari. In altri anni scolastici aumentano le pluriclassi e c’è un ricambio di bambini dietro i banchi, per i nuovi arrivi e per le emigrazioni di altri. I trasferimenti in alcune classi sono il 20 per cento degli iscritti, subito rimpiazzati dai nuovi ingressi provenienti dalle scuole croate.

Disegno di una allieva della classe 1^ elementare del Crp di Laterina, anno scolastico 1956-1957; collezione privata.


I disegni e i pensierini dei bambini delle baracche

Da una collezione privata si sono esaminati diversi disegni e pensieri scritti degli scolari del Crp di Laterina negli anni ‘50, talvolta dedicati alla maestra o al direttore “che ci ha portato un bel libro”. Si notano, tra i disegni, molti animali domestici, come l’asino, la pecora, oche e galline, ben noti ai figli dei contadini istriani, liburnici e dalmati. Certe bambine disegnano case, pulcini, ciliegie, frumento, farfalle, cardellini, canarini e variopinti fiori. Sia i maschietti che le femmine non scordano di dipingere una grande nave, avendo forse il babbo in marineria. Un certo Gino Sincich disegna perfino un torchio, non si sa se per olive o uva, comunque un residuo della cultura agreste dell’Istria. Disegnano colline e il fiume Arno che passa nelle vicinanze del Crp. Dovendo vivere in baracche tutte uguali e andando a lezione in una baracca, la sagoma della casa o della scuola sono simili, c’è chi disegna la fontana all’esterno, come effettivamente dovevano fare i profughi per approvvigionarsi dell’acqua per uso personale e domestico.

Lettera di Elio Scala, Direttore didattico a Montevarchi (AR), Scuola sussidiata nella sede statale di Crp Laterina, 1° febbraio 1957, dattiloscr. Collezione Giulietta Del Vita.

Conclusioni – Con i circa 250 scolari già citati, includendo poi i bimbi dell’asilo infantile, si può affermare che i bambini che frequentano le istituzioni scolastiche del Crp a Laterina sono tra i 400 e i 500 individui all’anno. Poi ci sono quelli delle scuole medie e superiori. Così tanto per aggiornare, per l’ennesima volta, i dati del primordiale censimento, chiuso nel 1956, da Amedeo Colella per conto dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliano-dalmati, edito nel 1958, che riportava esserci in tutta la provincia di Arezzo solo “588 profughi dislocati”. Nel Crp di Laterina, dal 1946 al 1963, invece transitano circa 10 mila profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, oltre a certi italiani espulsi dalle ex colonie d’Africa (Pesca G… 2021) (Varutti E 2021).

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Fonti orali – Giulietta Del Vita, Montevarchi (AR), 1938, int. al telefono a cura di Elio Varutti e Claudio Ausilio del 31 agosto 2022, in presenza di Fabio Rossi.

Fonti originali - Edoardo Radolovich, Dvori. Breve storia di un bimbo Slavo con genitori Italiani e nonni Austriaci, testo in PDF con fotografie, 2021 pp. 42.

Pensierino dell’alunna Renata Blasich di Pola, del 10 aprile 1957, sulla lunga casa-baracca del Crp di Laterina non intonacata e priva di grondaie. Notare i mattoni rossi a vista nel disegno, come nella realtà. Collezione privata.

Collezioni private

- Giulietta Del Vita, Montevarchi (AR), documenti scolastici stampati, ciclostilati e ms.

- Collezione privata, Arezzo, disegni e scritti scolastici, ms colorati.

Fonti d’archivio

Premesso che potrebbero esserci alcuni errori materiali di scrittura, ecco i testi raccolti da Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo presso l’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR).

- Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Relazione finale, Scuola di Campo Profughi, Classe 1^ insegnante Del Vita Giulietta, anno scolastico 1956-1957, pp. 30, stampato e ms.

Cenni bibliografici

- Amedeo Colella (a cura di), L’esodo dalle terre adriatiche. Rilevazioni statistiche, Roma, 1958.

- Giuliana Pesca, Serena Domenici, Giovanni Ruggiero, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

- Elio Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Aska edizioni, Firenze, 2021.

Una delle tante navi disegnate dagli alunni della scuola elementare al Crp di Laterina. Qui con pensierino di Oriana Stifanich, di Parenzo (PL), 11 marzo 1957. Collezione privata.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo). Interviste di Claudio Ausilio e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Giulietta De Vita, Claudio Ausilio e Marco Birin. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Si ringrazia Fabio Rossi, di Montevarchi, per la collaborazione alla ricerca.

Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Arezzo 1955, la studentessa magistrale Giulietta Del Vita taglia il traguardo in una gara scolastica. Collezione Giulietta Del Vita.

Attestato di affetto per il Direttore didattico di Montevarchi con farfalla gigante e baracca da parte della scolara Nevia Gelleni, di Gimino (PL). Collezione privata.

Semplice riproduzione di una disadorna baracca del Crp di Laterina della scolara Liliana Vescovi, di Pola. Notare, a destra, la fontana all’aperto, dove approvvigionarsi d’acqua, come nella dura realtà. In cielo nere nuvole la dicono lunga sulla vita in Campo profughi. Collezione privata.


venerdì 9 settembre 2022

Papa Luciani, dalla Vigna del Signore alla Beatificazione del 2022

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani, esule di Fiume, dedicato alla beatificazione di Papa Giovanni Paolo I (in latino: Ioannes Paulus PP. I, nato Albino Luciani; Canale d'Agordo, 17 ottobre 1912 – Città del Vaticano, 28 settembre 1978). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.

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PAPA LUCIANI: DE MEDIETATE LUNAE (27 AGOSTO - 28 SETTEMBRE 1978) DALLA VIGNA DEL SIGNORE ALLA BEATIFICAZIONE DEL 2022.

IL SANTO PADRE PALADINO DELL’ UMILTA’ NEL SEGNO DELLE VIRTU’ TEOLOGALI: FEDE SPERANZA E CARITA’.

La celebre profezia di otto secoli orsono, che sarebbe stata opera di Malachia, costituisce quasi certamente un falso storico ma conserva un fascino tutto suo, nella misura in cui ha potuto attribuire a oltre cento Papi della Chiesa Romana alcune indicazioni formali di specifici ruoli e vocazioni,, in cui non è difficile riconoscere qualche attinenza sia pure casuale con la realtà storica dei rispettivi pontificati. Si pensi a Pio IX come Crux de Cruce (con ovvio riferimento prioritario alla fine del temporalismo), a Pio XII quale Pastor Angelicus (nel ricordo dell’impegno umanitario durante il secondo conflitto mondiale), a Giovanni XXIII come Pastor et  Nauta (quale riconoscimento di un nuovo ecumenismo collegato ai tanti viaggi) e per l’appunto, a Giovanni Paolo I, nel riferimento alla “Medietate Lunae” quale metafora dei 33 giorni di presenza del Papa Luciani sulla Cattedra di San Pietro, e quindi, per il breve tempo corrispondente al ciclo lunare. 

Oggi, con la beatificazione avvenuta in Piazza San Pietro il 4 settembre 2022 dopo una lunga istruttoria (non a caso si è parlato di procedura senza sconti), le virtù di questo grande Pontefice sono state riconosciute anche sul piano dell’ortodossia ufficiale, a cominciare da quella prioritaria dell’umiltà, praticata sin dagli inizi della vita nella nativa Canale d’Agordo, per proseguire con fede, speranza e carità, basi altrettanto inderogabili della viva esperienza cristiana di Papa Luciani. Non a caso, in ciascuna delle quattro sole udienze generali tenute durante il breve pontificato del 1978, la “lectio magistralis” che i fedeli presenti poterono ascoltare dal Sommo Pontefice avrebbe riguardato progressivamente, a cominciare all’umiltà, proprio quelle quattro virtù, viste come modello di comportamento per il popolo di Dio.

Sono trascorsi quarantaquattro anni dall’improvvisa e sconcertante scomparsa di Papa Albino, avvenuta nella notte del 28 settembre, e non sono mancate congetture fantasiose ma talvolta pervicaci, circa le possibili cause. Sta di fatto che, partendo da Venezia per il Conclave di fine agosto, aveva manifestato la massima tranquillità ritenendo che le preferenze degli Eminentissimi elettori si sarebbero orientate verso altre candidature “eccellenti”. Ebbene, quando lo Spirito Santo dispose altrimenti, facendo convergere sul nome del Patriarca il 91 per cento dei 111 voti,  la sua emozione fu straordinaria, e si protrasse per tutta la “luna” del pontificato, non senza dichiarazioni molto preoccupate per la nuova missione “ecumenica” in luogo di quelle pastorali di Vittorio Veneto o della stessa Venezia. Non a caso, al mattino del 28 settembre, quando ne fu scoperta la repentina scomparsa, fu trovato con un foglio in mano, contenente appunti per la quinta udienza che non ebbe luogo, e che avrebbe dovuto riguardare la virtù della prudenza.

Del resto, ormai da Papa, avrebbe confessato di avere avuto un attimo di perplessità nel momento in cui il “pericolo” dell’elezione al Soglio divenne certezza, ma di averlo superato, sia pure con ovvia e naturalissima emozione, pensando che la volontà del Signore corrisponde a disegni imperscrutabili. Probabilmente, in quello stesso momento gli sarebbe stato di conforto il ricordo della visita pastorale resa a Venezia dal predecessore Paolo VI in data 16 luglio 1972, quando Papa Montini pose la propria stola sulle spalle del Patriarca Luciani con un gesto che parve costituire un’investitura “ante litteram” e che ebbe un primo seguito tangibile nella successiva elevazione al ruolo cardinalizio, sopravvenuta nel marzo 1973.  

Fra le curiosità collaterali si può aggiungere che il Conclave avrebbe visto - caso unico nella storia -la “fumata” inizialmente nera, tanto da far credere che l’elezione non fosse avvenuta, salvo diventare bianca nel breve termine. Era stato semplicemente un errore nell’alimentazione del camino.

Le cause di beatificazione sono sempre lunghe, e quella del “Servo di Dio” Albino Luciani non ha fatto eccezione alla regola, traducendosi in una lunga serie di verifiche e di testimonianze, quasi tutte rese personalmente dagli interessati. In ogni caso, anche nella fattispecie è stata accertata la realtà storica di un miracolo documentato ufficialmente, con riferimento alla vicenda di Candela Giarda, la piccola argentina guarita nell’estate dal 2011 da una grave forma di epilessia maligna che l’aveva portata in punto di morte, e che fu provvidenzialmente sottratta alla morte dall’intervento di Padre Juan José Dabusti, nel momento in cui propose di pregare il Cardinale Luciani, da lui già conosciuto nelle straordinarie virtù pastorali, non senza affermare che a dare questo consiglio era stato lo Spirito Santo. Resta il fatto indubitabile che nel breve volgere di due mesi a Candela fu riconosciuta clinicamente l’avvenuta guarigione, e che nel 2022 ha inviato un video alla cerimonia di beatificazione, quale testimonianza della sua storia.

Attestazioni toccanti sono state rilasciate anche da Suor Margherita Marin e da Suor Vincenza Taffarel della Congregazione di Santa Maria Bambina, le Consorelle che trovarono il Papa defunto alla mattina del 28 settembre, e che ne hanno narrato con grata memoria, anche le attenzioni per il loro lavoro. Tra l’altro, Margherita rammentava che Luciani la esortava a “non avere troppa attenzione nello stirare le camicie” con perdita di tempo prezioso per lavori più importanti: sarebbe stato più che sufficiente farlo per “collo e polsi”.

Il saluto dell’ultima sera ebbe luogo col tradizionale augurio della buona notte e con l’arrivederci all’indomani, accompagnato da un memento di sapore biblico: “Se il Signore vuole ancora”!

Nell’ambito delle testimonianze di famiglia, conviene citare quella di Lina Petri, figlia della sorella Antonia, nel ricordo delle cartoline che lo “Zio” le inviava da Roma durante il breve periodo del pontificato, e soprattutto delle importanti “chiacchierate” su figure di massima rilevanza nella storia della Chiesa, con particolare riguardo a grandi Santi del passato, senza dire degli aiuti che aveva dato e continuava a dare per le persone in difficoltà.

Non trascurava, tra l’altro, di ricordare che in occasione dei funerali di Pier Paolo Pasolini i Vescovi friulani gli avevano chiesto lumi su come comportarsi: ebbene, lui aveva umanamente risposto che tutti abbiamo bisogno della misericordia del Signore e che lo stesso Pasolini, già da adolescente, “era attaccato alla Chiesa, cosa davvero basilare”.

Ecco un esempio di apertura e disponibilità, che peraltro non escludeva una forte intransigenza sulle questioni generali. A quest’ultimo riguardo, conviene rammentare che nel 1974 assunse una posizione notevolmente forte sul referendum istituzionale in materia d’interruzione degli effetti civili del matrimonio, fino al punto di sciogliere la FUCI veneziana, ossia l’Organizzazione degli universitari cattolici, a fronte dell’atteggiamento che aveva assunto in contrapposizione a quello della gerarchia ecclesiastica. A maggior ragione intransigente fu sempre nella difesa dei deboli, con particolare riguardo ai poveri, agli emarginati, ed anche agli operai, in specie di Marghera, prendendo netta posizione contro i licenziamenti, cercando di mediare alacremente, e compiendo parecchi gesti di solidarietà personale, in analogia all’opera che nello stesso periodo andava svolgendo Giorgio La Pira, il celebre “Sindaco Santo” di Firenze.

Per Papa Luciani, con un richiamo che ricorda quasi paradossalmente quello di Gabriele d’Annunzio durante la “Reggenza Italiana” di Fiume (1920), “la proprietà privata non costituisce un diritto incondizionato e assoluto: nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”. Analogamente, durante la sua Vice Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, promosse la proposta di donare un punto percentuale delle rendite acquisite dalle Chiese ricche, in favore di quelle dei Paesi in via di sviluppo, dove diventava sempre più urgente “riparare il peccato sociale”.

Last but non least, aveva una memoria eccezionale  che gli consentiva di fare frequenti citazioni, sia di testi ecclesiastici sia di fonti laiche, a supporto delle sue esternazioni. Basti pensare, se non altro per la speciale particolarità del suo destino, a quella evangelica e paolina: “Siate pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’Uomo verrà” (Mt. 24-44).

In politica internazionale, era non meno attento alle ragioni della giustizia e al suo permanente impegno contro l’iniquità, sulla falsariga della “Populorum Progressio” di Papa Montini e di un convinto atto volitivo contro qualsiasi conflitto, perché “ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile”.  Ecco un’affermazione che conserva sconcertanti valenze di attualità, e che merita l’attenzione comune quale spunto di riflessione permanente, nell’ambito di comuni auspici dell’autentica “pax christiana”.

Nonostante i molteplici impegni, viaggiò proficuamente all’estero: al riguardo, si devono ricordare la presenza in Germania del 1975 per partecipare alla “Giornata del lavoratore italiano” in programma a Mainz, quella in Svizzera del 1976 per incontrare gli emigrati; quella in Brasile del medesimo periodo, anche per la laurea “ad honorem” riconosciutagli a Rio Grande do Sul.

Soprattutto, si deve ricordare la lunga visita pastorale fatta in Burundi (agosto-settembre 1966) nell’ambito delle attenzioni per il Terzo Mondo che sarebbero emerse con forza anche nel Concilio: in tale occasione, fu precursore della prassi di porgere l’Eucarestia in mano (motivata da ragioni igienico-sanitarie) e di celebrare la Santa Messa in lingua locale, che poi sarebbero diventate prassi ordinaria per decisione vaticana.

Le motivazioni della beatificazione hanno visto nell’Amore una sorta di “costante universale”  cui il pensiero e l’azione del Santo Padre Giovanni Paolo I furono incessantemente fedeli per tutta la vita, pur nella sofferta consapevolezza degli effetti che avrebbero potuto indurre in termini di “sacrificio, silenzio, incomprensione, solitudine” ma nella tranquilla consapevolezza di onorare la volontà del Signore. Se non altro per questo, la “lezione” di Papa Luciani si è giustamente tradotta nella determinazione di proclamarne la beatitudine, non solo quale omaggio postumo a straordinarie virtù, ma nello stesso tempo, come chiara indicazione di scelta etica e di comportamenti umani, civili e sociali.

In buona sostanza, il Parroco Luciani, al pari dell’insegnante, del teologo, del Vescovo, del Patriarca, dell’Eminenza e del Papa, fu sempre fedele al lavoro, allo stile sobrio, alla solidale attenzione per gli umili, con una continuità e con una convinzione che ne esaltano il ruolo missionario, e nello stesso tempo indubbiamente maieutico, e ne suffragano “ad abundantiam” il senso prescrittivo, se non anche messianico, dell’ultima beatificazione.

                                    Carlo Cesare Montani

venerdì 19 agosto 2022

La commemorazione del 18 agosto 2022 a Trieste per la strage di Vergarolla

Nel 76° anniversario della strage di Vergarolla, volentieri pubblichiamo nel blog l’originale riflessione di Laura Brussi Montani sull’attentato del 1946, a Pola e sulla cerimonia che si tiene a Trieste ogni anno in San Giusto, dal 2011, data dell’inaugurazione del Lapide in ricordo delle vittime; vedi le fotografie qui sotto. Nel 2022 c’erano, oltre alla Rappresentanza del Comune, il Generale Francesco Bonaventura, Presidente di Assoarma e Grigioverde, vari commossi cittadini (a cura di Elio Varutti).

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La calda estate del 1946, pur avendo avuto inizio con le nuove speranze suscitate dagli accordi di Belgrado intervenuti fra Tito e Alexander, sarebbe passata alla storia con la tragedia di Vergarolla, a breve distanza dal centro di Pola, rimasta negli annali d’Italia come la più grave, quanto a numero di Vittime, fra quelle che ebbero luogo nel “secolo breve” in periodo di pace, per cause non naturali. Infatti, la deflagrazione di una trentina di mine accatastate sulla spiaggia dopo il necessario disinnesco, avvenuta in giorno festivo durante la manifestazione natatoria organizzata dalla Società Pietas Julia, avrebbe provocato almeno 64 Vittime accertate ed oltre un centinaio di feriti.

Le matrici terroristiche e l’organizzazione criminale furono immediatamente chiare, anche se le prove circa la responsabilità dell’OZNA sarebbero sopraggiunte dopo parecchi anni con l’apertura degli Archivi del Foreign Office. A Pola, se qualcuno aveva ancora dubbi circa le sorti della città, peraltro già chiare dopo gli orientamenti emersi dalla Conferenza di pace in svolgimento a Parigi, si convinse  definitivamente  dell’iniquo destino e della necessità di scegliere la triste via dell’esilio: ne ebbe origine un vero e proprio plebiscito, che in pochi mesi condusse allo svuotamento della città, forzatamente abbandonata da oltre nove decimi dei suoi abitanti.

Oggi, la memoria di quella tragedia vive con la grande stele eretta a Trieste, nella Zona Sacra di San Giusto, per iniziativa della Federazione Grigioverde e della Famiglia di Pola in Esilio, recando l’elenco dei Caduti: in maggioranza, donne, bambini e minori, per un’età media di ventisei anni.  Presso il monumento in Pietra del Carso, anche quest’anno ha avuto luogo la cerimonia commemorativa, con l’intervento ufficiale del Comune e la presenza delle Associazioni d’Arma  e di quelle patriottiche, ciascuna con i rispettivi Labari, e con l’intervento di molti cittadini, a conferma della perenne, attenta sensibilità con cui quell’infausta pagina di storia continua ad essere ricordata nello spirito della Legge 30 marzo 2004 n. 92, ma prima ancora, nella memoria delle Vittime innocenti e nel rifiuto categorico di ogni violenza.

Laura Brussi Montani  -  Esule da Pola.                                                                                                               Opera Nazionale per i Caduti senza Croce.


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Autore principale Laura Brussi Montani. Altri testi di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie: collezione di Laura Brussi Montani e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

lunedì 1 agosto 2022

I Zuccon di Carnizza infoibati, nonno e avi istriani del manager Sergio Marchionne

“Mi ricordo che lo zio Giacomo Zuccon arrivava per le feste a Mormorano con la sua moto Guzzi – ha detto Carlo Varesco – mi teneva per mano e diceva: vuoi un gelato?” Giacomo Zuccon è pure il nonno del noto manager Sergio Marchionne. L’hanno preso i titini “nel settembre del 1943 e l’hanno ucciso nella foiba, infatti è stato trovato qualche mese dopo”. Chi si immaginava che volevano eliminare gli italiani? È la frase che dicono molti dei testimoni dell’esodo giuliano dalmata. “Io ero bambino – ha aggiunto Varesco – ma ricordo che dicevano che c’era paura, c’era tanta paura dei partigiani”. Ricorda qualcosa d’altro?

Giacomo Zuccon, ucciso in foiba nel settembre 1943 a 46 anni. Collezione Carlo Varesco.

“Sì, Giuseppe Zuccon, mio cugino e figlio di mio zio Giacomo – ha spiegato il testimone – era militare del regio esercito, era ritornato a casa dopo l’8 settembre 1943, voleva andare a cercare il papà catturato dai partigiani, ma i tedeschi lo hanno fermato e ucciso come sospetto partigiano. In quel momento mia zia Mara era senza marito, prelevato dai partigiani, mentre il figlio le era stato ammazzato dai tedeschi, per lei è stata dura, molto dura, non è stata più lei”. Non è finita qui, vero signor Carlo Varesco?

“Proprio così – ha replicato Varesco – perché nel 1944 i titini uccidono nella foiba un altro mio zio, fratello di Giacomo e di Caterina, mia madre. Lui era Giuseppe Zuccon [I nomi propri come “Giuseppe”, si ripetono, per tradizione di famiglia, NdR]. Poi c’era un altro loro fratello e mio zio. È Romano Zuccon che si è salvato dalla foiba ed è stato ricoverato in Ospedale a Pola fino alla fine della guerra. Poi Romano ha fatto l’operaio alla fabbrica di cemento a Pola fino all’età di 75 anni, morendo in Istria all’età di 94 anni”.

Giuseppe Zuccon, fratello di Giacomo, pure finito in foiba. Collezione Carlo Varesco.

Carlo Varesco, istriano emigrato negli USA, è andato via da Mormorano nel 1950, passando per Trieste “poi in treno al Centro smistamento profughi di Udine – ha detto – dove siamo stati destinati al Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina, provincia di Arezzo”, come dall’intervista allo scrivente, citata in fondo. È il cugino del celebre manager Sergio Marchionne, pure lui con ascendenze istriane.

È dal libro pubblicato nel 2022 da Rosanna Turcinovich Giuricin, col titolo Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, edito dalla Oltre Edizioni, che si hanno altre notizie sulla tragedia dei Zuccon. “La famiglia gestiva un grande emporio nella piazza principale della piccola località di Carnizza, presso Pola [oggi in Croazia: Pula, NdR]” ha riferito la Turcinovich “che forniva anche Castelnuovo d’Istria [oggi in Slovenia: Podgrad] ed i villaggi circostanti dove abitavano numerose famiglie dei minatori” delle vicine miniere di Arsia e Albona. “Nel 1943, dopo l’8 settembre vennero ad arrestare mio padre – ha raccontato Maria Zuccon Marchionne, mamma di Sergio Marchionne – Non era gente del posto, anche se i mandanti, chissà… Mio fratello, che era militare di leva [è: Giuseppe], giunse a casa proprio in quei giorni e andò a cercare notizie di nostro padre. Non fecero ritorno e di loro non si seppe più nulla, mai più… Quanto dolore, che strazio per i parenti. Noi tre donne di famiglia, lasciammo Carnizza e ci rifugiammo nella casa del nonno, in campagna. Furono anni difficili. Dall’emporio venne portato via tutto, sequestrato dal potere popolare. Si fece addirittura un processo sulla pubblica piazza affidato ad un funzionario che non avevamo mai visto prima, mandato dai partigiani jugoslavi…”.

Romano Zuccon, salvatosi dalla foiba, è un rimasto, fratello di Giacomo e Giuseppe infoibati. Collezione Carlo Varesco.

I Zuccon nella foiba, in letteratura

Si ricorda che Zucconi, in croato: Cokuni, è un villaggio istriano di poche case, tra Marzana e Dignano, dove tutti gli abitanti fanno di cognome Zuccon. Nella pubblicistica solo il nome di Giacomo Zuccon, eliminato in una foiba, è citato da padre Flaminio Rocchi. È nella foiba di Terli che, il 1° novembre 1943, Arnaldo Harzarich, maresciallo dei pompieri di Pola, coadiuvato dai vigili del fuoco Bussani, Paron e Giacomini, procede al recupero di 55 salme, che vengono estratte dalla foiba, giù fino a 85 metri, a gruppi di tre-quattro legate assieme. Tra questi poveri resti umani in decomposizione c’è: “Zuccon Giacomo fu Giuseppe, anni 46, commerciante, di Medolino” (Rocchi F 1990 : 26). Medolino (in croato: Medulin; in istro-veneto: Medolin) è un comune vicino a Pola, odierna Croazia.

Nell’elenco dei Caduti della RSI compaiono sia Giacomo Zuccon, con gli stessi dati già descritti, sia suo fratello Giuseppe, con queste informazioni, con qualche lieve discordanza rispetto alla fonte orale: “Zuccon Giuseppe, Civile, nato a Dignano (PL), data di morte presunta 05/10/1943”.

Esodo da Laurana dei Guastamacchia col babbo in Guardia di Finanza, 1944

Per qualcun’altro l’esodo è stato facile e senza tragedie. “Mio papà era della Guardia di Finanza – ha detto Giovanni Guastamacchia, nato a Fiume – e, visto quello che succedeva in Istria, ci ha detto che era meglio andar via, sarà stato il 1944, così erano i racconti in famiglia. Con mia mamma Maria Calcich, un nome istriano, siamo partiti con un camion caricato delle nostre masserizie. Giunti alla curva sulla strada tra Fiume e Trieste, il motore fumava, per fortuna che c’era un abbeveratoio animale nelle vicinanze, così con l’acqua della vasca è stato spento il principio d’incendio. A Udine siamo stati ospitati dal conte Del Torso, in piazza Garibaldi per circa due anni, poi siamo andati a vivere in una casa in affitto in via Baldissera. Ricordo che arrivati a Udine, la mia famiglia ha dovuto scaricare il mobilio in viale Palmanova, presso un magazzino di trasporti, perché non potevano entrare dove ci avrebbero ospitato”. C’è qualche altro ricordo?

Fiume porto franco, cartolina successiva al 1929. Collezione privata.

“Mia mamma mi raccontava che in Istria non avevo mai assaggiato lo zucchero – ha aggiunto Guastamacchia – poi ricordo che si diceva che mio padre, di origine pugliese, dopo il corso della Guardia di Finanza è stato assegnato in Istria, perché la città portuale di Fiume era un porto franco dal 1929 e necessitavano di tanto personale”.

Conclusioni

Fa male scrivere di certi argomenti, eppure capita di farlo. Si opera nello spirito della Legge italiana 30 marzo 2004, n. 92 istitutiva del “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani  e di tutte   le vittime  delle  foibe, dell’esodo  dalle loro terre  degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Mi auguro che il fatto di far conoscere certi eventi con rispetto e con onore sia più forte del dolore suscitato nei parenti, invitati a raccontare dei loro cari uccisi nelle foibe.

“Mio zio Benito Daddi, di Zara, nel Campo profughi di Laterina, forse nel 1952”. Didascalie e collezione di Ettore Daddi. In seguito alle presenti ricerche, i Daddi e i Varesco hanno scoperto di essere stati “vicini di baracca” al Crp di Laterina.

Contributi dal web

Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo) ha diffuso su WhattsApp il presente articolo e Maria Grazia Ziberna, presidente dell’ANVGD di Gorizia nonché Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha scritto le seguenti parole, aggiungendo certe immagini: “La foiba di Terli (in croato Trlji) si trova nel comune di Barbana, un paesino di circa 3 mila abitanti che si trova tra Pola (dove viveva a quel tempo mio padre, ragazzino tredicenne)  e Albona  (dove viveva mia madre). Mio padre trascorreva le vacanze estive a Carnizza, a circa 20 km da Pola (aveva dei parenti da parte della mamma). Nella mappa il paesino è individuato da un  puntino scuro. A Carnizza i partigiani, tra gli altri,  portarono via da casa, di notte, Giacomo Zuccon, il nonno di Marchionne, portato via con i polsi legati con il filo di ferro (come ha  testimoniato la nuora, ultranovantenne, intervistata pochi anni fa). Giacomo Zuccon aveva 46 anni, era  un commerciante che a Carnizza aveva un piccolo negozio di alimentari, si trovava a poche decine di metri dalla casa dei cugini di mio padre, che avevano invece un'osteria, lungo la strada principale che dalla piazzetta del paese portava giù al piccolo porto”.

Immagini a cura di Maria Grazia Ziberna, presidente ANVGD di Gorizia, che si ringrazia per la diffusione in questo blog

Collezioni private 

- Ettore Daddi, vive a New York, USA, fotografia del Crp di Laterina.

- Carlo Varesco, fotografie commentate, email a Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) del 29 luglio 2022, inoltrata allo scrivente.

I cugini Sergio Marchionne e Carlo Varesco a Chicago nel 2010. Collezione Carlo Varesco

Fonti orali e digitali

- Giovanni Guastamacchia, Laurana (PL) 1942, int. a Udine del 27 luglio 2022 dello scrivente con la collaborazione di Franco Pischiutti, dell’ANVGD di Udine.

- Carlo Varesco, Mormorano (PL) 1931, esule in Florida (USA), videochiamata in Messenger del 30 luglio 2022 ed email del 31 luglio con lo scrivente, grazie ai contatti preparatori di Claudio Ausilio.

Maria Grazia Ziberna, Gorizia 1958, messaggio su WhattsApp del 3 agosto 2022 nel gruppo "Noi dei Ricordo".

Cenni bibliografici e sitologia

- Elenco “Livio Valentini”, Caduti della Repubblica Sociale Italiana, disponibile nel web.

- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.

- Rosanna Turcinovich, Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, Sestri Levante (GE), Otre Edizioni, 2022.

- E. Varutti, Carlo Varesco, elettricista istriano dal Campo profughi di Laterina agli USA, 1950-1956, on line dal 2 maggio 2022 su   evarutti.wixsite.com

E. Varutti, Discendenti di esuli di Zara, passati al Campo profughi di Laterina ricordano i loro cari avi, on line dal 25 luglio 2022 su  evarutti.wixsite.com

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Produzione culturale del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine, coordinato dal prof. Elio Varutti e con la collaborazione di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Carlo Varesco, Marco Birin, Franca Pividori, Claudio Ausilio, oltre a Daniela Conighi e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie: Collezione Carlo Varesco. Adesioni: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo. Siamo grati a Maria Grazia Ziberna, presidente dell'ANVGD di Gorizia, per il suo gradito intervento scritto.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cartolina di Laurana, virata in azzurro, anni ’30. Archivio ANVGD Udine.


martedì 5 luglio 2022

Carlo Mihalich, pittore veneziano nato a Fiume, nel Quarnaro

Chi è il pittore Carlo Mihalich? Nasce a Fiume il 9 aprile 1934 da genitori di tradizione e cultura mitteleuropea. Fin dalla tenera età dimostra una grande e marcata predisposizione per il disegno e il colore. Trascorre l’infanzia e la fanciullezza tra le dolci e profumate colline del Carso e l’azzurro del mare del Quarnaro.

Col 6 aprile 1941 le truppe tedesche, italiane, bulgare e ungheresi, invadono la Jugoslavia, abbattendo il regno jugoslavo dei Karageorgevich e spartendosi le zone occupate. Le autorità militari di Fiume e di Zara, nel Regno d’Italia, fanno evacuare le città. C’è chi finisce sfollato nelle Marche, come la famiglia di Silvio Cattalini, di Zara, o in Sardegna, come ha raccontato Miranda Brussich in Conighi, riguardo a certe famiglie di Fiume. E a Carlo Mihalich cosa succede? “Con la famiglia mi trovo sfollato a Oriago di Mira (Ve) – ha detto Mihalich – dopo un mese si rientra a Fiume, ma le giornate si fanno sempre più tristi per la guerra e perché il padre è alle armi”. 
Venezia 1949, la famiglia Mihalich. Il padre Nereo e la madre Ida con in braccio la figlia Rita, nata a Venezia. Carlo è il primo a sinistra, sotto i fratelli Mauro e Alfio. A fianco della madre, il fratello Vittorio. Collezione Carlo Mihalich.

Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi occupano Fiume, l’Istria e la Dalmazia. Iniziano i bombardamenti angloamericani su Fiume, Zara e Pola. Il 3 maggio 1945 entrano a Fiume i titini, dopo che i tedeschi hanno fatto saltare con l’esplosivo gli impianti ferroviari e portuali. Che fanno i Mihalich? “Dopo la fine della seconda guerra mondiale e con l’occupazione slava – è la risposta – in attesa del trattato di pace tutta la famiglia, nell’ottobre del 1946 si trasferisce a Venezia, ospite di conoscenti veneziani. Oltre a papà Nereo e alla mamma Ida Africh, siamo noi fratelli: Carlo, Mauro, Alfio e Vittorio. Più tardi, a Venezia, nascerà la sorella Rita”.

Poi cosa succede? “Poi mio fratello Vittorio ed io veniamo accolti all’Istituto Artigianelli di don Orione – ha concluso il testimone – dove passiamo dei momenti di angoscia e di tristezza, senza la presenza dei genitori e degli amici d’infanzia”.

La famiglia conosce anche Centro raccolta profughi ‘Luigi Foscarini’ di Venezia. Nel 1948 Carlo entra nel convitto ‘Fabio Filzi’ di Grado (GO), ritrovando la cultura e l’educazione mitteleuropea dell’infanzia. Col 1950 frequenta per qualche tempo l’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia senza trovare soddisfazione, mentre si appassiona in Piazza San Marco agli acquerelli di Carlo Cherubini e studia da autodidatta.

Carlo Mihalich, Vendette sociali, politiche e personali del 1945, incisione su lamiera di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 20, 1988. Courtesy del'artista.

Nel 1955 Carlo Mihalich lavora alla Montedison, ma continua a dipingere e sposa Mariagrazia, che gli dà tre figli: Roberto, Rossella e Susanna. È proprio la moglie a stargli vicino, nella seconda metà degli anni ’50, quando nella sua pittura alterna varie tecniche dagli acquerelli agli oli su tela.

Negli anni ’70 frequenta l’ambiente culturale veneziano, dove conosce il poeta Mario Stefani, che apprezza i suoi acquerelli e lo incoraggia a continuare a dipingere. Espone dal 1976 in varie località del Veneto. Negli anni ’90 è in mostra pure in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, in altre regioni d’Italia, oltre che all’estero: Toronto, Parigi, Londra, Melbourne, Città del Messico e Stoccolma. A Mestre, dal 9 settembre al 20 novembre 2021, si è tenuta la mostra antologica “Emozioni della vita nell’arte pittorica di Carlo Mihalich” nelle sale espositive della Galleria d’Arte D’EM Venice Art Gallery. L’artista vive a Martellago (VE).

Cenni critici sul maestro Carlo Mihalich - Dei suoi mirabili acquerelli veneziani hanno scritto in molti. Sin dal 1988, Domenico Bon riporta nei suoi riguardi le seguenti parole: “L’abilità tecnica di Mihalich si fonda sulla padronanza del segno, ora espanso in vivaci pennellate nelle tempere, ora incisivo e scarno negli acquarelli. Ciò dimostra che l’impianto costruttivo d’insieme ha solida base. Autenticità, verità ed espressività sono le qualità che definiscono l’indole artistica di Carlo Mihalich” (Bon D 1988 : 6). In questo artista, come ha scritto Angelo Dolce “con un percorso diverso dal solito, parte dal figurativo per giungere all’astratto, tale è la ricchezza d’impulsi, di stati d’animo e di sintesi che si addensano nel tema proposto tanto nelle opere ad acquerello, quanto nelle tempere e i quadri a olio” (Dolce A 2021 : 8).

Carlo Mihalich, Esodo, olio su tela, cm 120 x 80, 1977. Courtesy dell'artista.

Ritengo a questo punto che Mihalich possa essere avvicinato ad altri grandi pittori di Fiume. Un nome per tutti: Romolo Venucci (1903-1976). Anch’egli ha saputo spaziare tra il figurativo ed altre suggestioni pittoriche, come il futurismo ad esempio e l’astrattismo (Rocchi I 2022 : 38).

Non nascondo che nelle pagine presenti mi interessi parlare delle opere di Mihalich riguardanti l’esodo giuliano dalmata, poiché vissuto dall’artista in prima persona. Inizio con la sua acquaforte del 1988 intitolata “Vendette sociali, politiche e personali del 1945”. Nell’opera grafica c’è una gran confusione, com’era nel momento delle uccisioni nelle foibe da parte dei titini. Filo spinato, mani legate dietro la schiena, teschi, corda, tanta corda. Opera netta, cruda e piena di verità, non lascia spazio a interpretazioni varie.

Passo a esaminare la pittura a colori intitolata “Esodo”, del 1977, opera esposta in una mostra a Mestre (VE). Ha fatto venire un tuffo al cuore a vari esuli giuliano dalmati. Quella fila indistinta di persone in cammino in salita da destra verso sinistra, sotto un cielo plumbeo, anzi scuro è presagio di tempi bui. Sulla stessa onda si pone anche un olio su tela del 1977 intitolato “Profughi”, che mostra una coppia traballante in cammino verso l’orizzonte, verso il resto d’Italia. Verso quella patria agognata che non saprà accoglierli se non con degli insulti e, solo in seguito, con un minimo di decenza.

Carlo Mihalich, Profughi, olio su tela, cm 30 x 40, 1977. Courtesy dell'artista.

Altre ombre indistinte e figure schematicamente impresse possiamo trovare nella pittura a colori intitolata “Attesa per il rancio” e come sottotitolo: “In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia”. Il gruppo è in coda, appunto, perché dovevano mangiare così in ogni Centro raccolta profughi. L’Italia matrigna ne ha aperti oltre cento di tali strutture disagevoli per gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. In qualche caso è accaduto che qualcuno avvelenasse loro l’acqua, oppure il cibo, perciò le autorità furono costrette a non fare la mensa per tutti, ma a risolvere la questione col classico: ognun per sé e dio per tutti.

Un’altra opera del maestro Mihalich, così lo definisce Elena Petras Duleba, è un’acquaforte dedicata a tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo. Si intravvedono alcune figure, forse dei sepolcri, ma la forma astratta è prevalente e dà un tono suggestivo e sublime all’insieme.

C’è, infine, un’opera composita, come intricato e tortuoso è stato l’esodo giuliano dalmata. Si intitola “Fiume città... dolce... amara”, dal progetto Frazioni di vita. È un’originale amalgama di  tecnica mista, olio e vernici su tela, del 2022. È un quadro che dimostra una grande sensibilità e complessità visiva. Abbiamo chiesto all’autore di descrivere la composizione che assomiglia alle deliziose cartoline a mosaico, dei primi del Novecento. La sua combinazione è il risultato di un travagliato collage di sentimenti per fare la sintesi di una vita. Si possono scorgere varie immagini, come il mesto acquerello sul litorale del Quarnero, oppure l’acquaforte del Carso, o la foto dell’asilo ‘Ai Gelsi’. In basso a sinistra si intravvede uno spargher, la veccia cucina a legna; è la riproduzione di una sua acquaforte intitolata affettivamente Il nido. Non potevano mancare la Cittavecchia, le vendette politiche e personali del 1945, el Cameron del Centro profughi Foscarini di Venezia, o il Collegio per orfani Artigianelli. Il tutto rivisto a olio e vernici.

Carlo Mihalich, Attesa per il rancio, sottotitolo In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia, olio su tela, cm 40 x 50, 1958. Courtesy dell'artista.

Hanno scritto di lui - Tra i critici e gli esperti d’arte che hanno scritto dell’opera di Carlo Mihalich troviamo: Elena Petras Duleba, Angelo Dolce, Guglielmo Gigli, Renato Musetti, Guido Perocco, Filomena Spolaor, Mario Stefani, Domenico Bon, Nereo Laroni, Fulgenzio Livieri, Oliviero Pillon e Ferdinando Ranzato.

Conclusioni – L’amore per la propria terra è assai forte tra le genti dell’esodo giuliano dalmata. Ne è prova il seguente messaggio. “Sono Fiumana, padre Fiumano, madre Istriana. Dalle scuole elementari fino alle superiori ho sempre frequentato la scuola Italiana di Fiume. Poi ho continuato gli Studi Universitari a New York. Però Fiume è sempre nel mio cuore. Un caro saluto, Iolanda Radovcich Ferri, da New York”.

Vorrei chiudere questo elaborato con le sagge parole di un esule istriano. È l’ingegnere Sergio Satti, classe 1934, esule di Pola e vicepresidente dell’ANVGD di Udine dal 1987 al 2015, ai tempi della presidenza dell’indimenticato ingegnere Silvio Cattalini, esule di Zara. “Il mio messaggio di pace – ha detto Satti – è rivolto a tutte le genti istriane, fiumane e dalmate; siamo italiani rimasti e sparsi in tutto il mondo per ricordare e non dimenticare le tragedie della guerra che non risparmia vittime, senza distinzione tra vincitori e vinti”.

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Fonti orali e digitali – Le interviste sono a cura di Elio Varutti che ha operato a Udine con penna, taccuino, macchina fotografica, se non altrimenti indicato.

Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 1919-Ferrara 2013), esule da Fiume, int. a Ferrara del 21 agosto 2013 con Daniela Conighi.

Silvio Cattalini (Zara 1927-Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.

Carlo Mihalich, Fiume 1934, vive a Martellago (VE), messaggi in Messenger del 14-20 giugno e 6 luglio 2022.

Jolanda Radovcich Ferri, Fiume 1937, esule a New York (USA), messaggio del 6 luglio 2022 in Messenger.

Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 4 luglio 2022.

Carlo Mihalich, A tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo, incisione su lastra di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 14,5, 1990. Opera ispirata ascoltando la Messa da Requiem K 626 di Mozart. Courtesy dell'artista.

Documenti originali

Carlo Mihalich, Biografia e note critiche degli acquerelli, testo in Word con fotografie, 2021, pp. 6.

Bibliografia

- Domenico Bon, “L’opera pittorica di Carlo Mihalich”, «L’Arena di Pola», 3 dicembre 1988, p. 6.

- Angelo Dolce, “Saggio sull’arte di Carlo Mihalich”, in Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana…, cit.

- Guido Perocco et alii, Carlo Mihalich, opere 1970-1990, Provincia di Venezia, Assessorato alla Cultura, Comune di Venezia, Assessorato alla Cultura, Venezia 1991, p. 40.

- Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana tra le pietre d’Istria e i silenzi veneziani. Catalogo antologico delle opere, D’EM Venice Art Gallery, Venezia Mestre, 2021, pp. 228.

- Ilaria Rocchi, “Romolo Venucci maestro fiumano ed europeo”, «Panorama», Rjieka-Fiume, LXX, 11, 15 giugno 2022, pp. 37-39.

- Filomena Spolaor, “Nelle opere di Carlo Mihalich angoli e colori della laguna”, «Il Gazzettino», Cronaca di Venezia, 11 gennaio 2022.

Carlo Mihalich, Fiume città... dolce... amara, tecnica mista, olio e vernici su tela, cm 120 x 80, 2022. Courtesy dell'artista.

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Recensione di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età, Udine. Testi di Carlo Mihalich. Ricerca e Networking a cura di Girolamo Jacobson, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie della collezione di Carlo Mihalich, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione delle sue opere; si è riconoscenti, in particolare, alla “D’EM Venice Art Gallery” di Mestre (VE) per la valorizzazione artistica dello stesso Mihalich. Lettori: Carlo Mihalich, Sergio Satti (ANVGD di Udine), Jolanda Radovcich Ferri, Daniela Conighi e Silvia Zanlorenzi (ANVGD di Venezia).

Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Carlo Mihalich, Rio della Toletta n. 1, acquerello, cm

30 x 22, 2000. Courtesy dell'artista.

Carlo Mihalich, 2021