mercoledì 23 febbraio 2022

Presentato ‘La patria perduta’ e assegnato a Elio Varutti il sigillo della città di Udine

È stato Pietro Fontanini, sindaco di Udine, a consegnare il sigillo della città nelle mani di Elio Varutti. L’evento si è svolto nel pomeriggio in sala Ajace il giorno 11 febbraio 2022 nell’ambito delle cerimonie per il Giorno del Ricordo, organizzate dall’Assessorato alla cultura con l’assessore Fabrizio Cigolot, con la collaborazione del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Cigolot ha aperto l’incontro, accennando all’importanza di parlare del Giorno del Ricordo e delle pubblicazioni come quella che si presenta sulla vita quotidiana nel Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo, dopo la seconda guerra mondiale per gli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.

La professoressa Elisabetta Marioni, assessore comunale all’Istruzione e socia dell’ANVGD, dopo aver partecipato all’intitolazione del piazzale Norma Cossetto al mattino, nella stessa serata ha detto che: “con l’amico e collega Elio Varutti per molti anni ho collaborato in studi e ricerche sulla cultura materiale e immateriale del Friuli, nonché sugli eccidi delle foibe e sul dramma dell’esodo giuliano dalmata all’Istituto ‘B. Stringher’. Il sigillo della città conferitogli è un’onorificenza meritatissima anche perché il professor Varutti ha coinvolto il mondo della scuola nella divulgazione e nell’approfondimento di queste tematiche ancor prima dell’istituzione del Giorno del Ricordo”. La Marioni ha voluto citare i libri sul tema dell’esodo giuliano dalmata da Varutti, come Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, edito dal Comitato di Udine dell’ANVGD nel 2007. Poi c’è il volume scritto con Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, edito nel 2015 dall’Istituto Stringher di Udine col titolo: Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960. Infine c’è il testo edito dalla Provincia di Udine / Provincie di Udin nel 2017: Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, disponibile anche nel web dal 2018.

Elisabetta Marioni, Pietro Fontanini e Elio Varutti. Foto di Leoleo Lulu

Ecco la motivazione ufficiale del riconoscimento letta dal sindaco Fontanini: “per la costante e proficua opera di studio, ricerca e diffusione delle vicende storiche di Udine e del Friuli e, in particolare delle tragedie legate all’esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra”.

Ha poi avuto la parola Elio Varutti. “Per questo libro – ha detto l’autore - devo ringraziare Claudio Ausilio, esule di Fiume e delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo, per le articolate e pazienti ricerche da lui svolte sul territorio; le fotografie che vedete sono state reperite da lui con una serie attenta di contatti con centinaia di profughi e loro discendenti in Italia e all’estero, come Australia, Canada, USA, Brasile, Francia”.

È così che si è venuti a sapere che il Campo profughi di Laterina (AR), dal 1946 al 1963, per ben diciassette anni, funziona come Campo profughi per italiani in fuga dall’Istria, Fiume e Dalmazia (per oltre 10mila persone), terre assegnate alla Jugoslavia col trattato di pace del 10 febbraio 1947. Sono italiani della patria perduta. Nelle baracche patiscono il freddo e la fame. Tra i più anziani di loro ci fu un alto tasso di suicidi. A Laterina giungono pure alcuni sfollati dalle ex colonie italiane. “Con questo libro – ha concluso Varutti – si è analizzata la vita quotidiana degli esuli e l’incontro-scontro con la popolazione locale, fino alla completa integrazione sociale, mediante qualche matrimonio misto (toscani e giuliano dalmati) e, soprattutto, col lavoro, la scuola e con l’assegnazione delle case popolari ai profughi. Quasi tutti gli esuli destinati al Crp di Laterina sono transitati per Trieste e per il Centro smistamento profughi di Udine di via Pradamano, che ospitò oltre 100mila persone”.

“Voglio infine ringraziare l’editore che ha creduto in questa tematica – ha concluso Varutti – oltre a Guido Giacometti, dell’ANVGD della Toscana, a Bruna Zuccolin, dell’ANVGD di Udine e Renzo Codarin, presidente nazionale dello stesso sodalizio degli esuli, oltre a Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo”.

Parla il sindaco Pietro Fontanini

Ha chiuso l’incontro Bruno Bonetti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, portando il saluto di Bruna Zuccolin, presidente assente per infortunio. Bonetti ha ricordato la grande accoglienza del volume ‘La patria perduta’ tra il pubblico e le autorità registratasi sia nelle presentazioni pubbliche di Trieste, il 26 settembre 2021, che in quella di Laterina del 2 ottobre 2021 e all’Università della Terza Età di Udine il 20 gennaio 2022”.

Il libro presentato – Elio Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Aska edizioni, Firenze, 2021.

Parla Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine

Note – Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Con la collaborazione di: Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio Bruno Bonetti, Rosalba Meneghini. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie di Daniela Conighi, Leoleo Lulu, Giorgio Gorlato  e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Elio Varutti. Foto di Leoleo Lulu


Dal "Messaggero Veneto", Cronaca di Udine, del 16 febbraio 2022

Il diploma che accompagna il sigillo in bronzo della città

martedì 15 febbraio 2022

La bambina con la valigia, Egea Haffner. Una vicenda umana nella tragedia dell’Istria (1943-1947)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo nel blog un articolo di Laura Brussi, esule di Pola. La ringraziamo per le significative parole dedicate all’esodo giuliano dalmata e all’icona di quel fatto storico: Egea, la bambina con la valigia. La congiura del silenzio si sta sfaldando e dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo del 2004 sempre più esuli e loro discendenti  hanno il coraggio di raccontare in pubblico la propria struggente testimonianza. Siamo convinti che così si recupera un pezzo di storia d’Italia negata per troppo tempo. Ecco il commovente testo di Laura Brussi. 

(a cura di Elio Varutti)

La grande storia non è fatta soltanto dal pensiero umano e dagli eventi che ne sono scaturiti, né tanto meno dalle ideologie susseguitesi nel corso dei tempi. Al contrario, si compone anche di un’immensa cifra delle storie personali che, alla fine, hanno contribuito a determinare lo svolgimento di quella generale, e con essa, dei grandi valori umani e civili, in lotta perenne con ricorrenti iniquità.

In queste storie personali s’inserisce a buon diritto quella di Egea Haffner, la discreta “Esule Giuliana 30001” che è diventata un simbolo della tragedia di Pola, trovando spazio anche in un volume di  riferimento che la stessa Egea ha scritto assieme a Gigliola Alvisi, con il decisivo supporto di “un importante Maestro”, il marito Gianni (La Bambina con la valigia: il mio viaggio tra i ricordi di esule al tempo delle foibe, Edizioni Piemme, Milano 2022, pagg. 206) e che si legge davvero di getto, a conferma di interesse e partecipazione coinvolgenti.

Nel tenebroso maggio del 1945, mentre altrove trionfava la pace, una Pola atterrita assisteva con  sgomento alle violenze indiscriminate del nuovo padrone, a cominciare da quelle che ebbero per involontarie protagoniste le tante foibe del territorio circostante. In una di queste voragini scomparve anche l’amato buon padre di Egea, persona integerrima di soli ventisei anni, ucciso proditoriamente dai partigiani slavi, come tanti altri, per la “sola colpa di essere italiano”.

Papà Kurt fu catturato a tre giorni dalla “conquista” titina del capoluogo istriano, presenti i familiari, con la consueta scusa di un semplice “controllo”. Purtroppo non sarebbe più tornato, e la prova del suo infame destino sarebbe giunta dopo qualche giorno, quando uno degli aguzzini fu visto in città con la sciarpa che papà aveva indossato al momento dell’arresto. Per Egea, che aveva appena tre anni, quella fu una tragedia tanto improvvisa quanto traumatica, seguita a breve dal dramma dell’esodo, dapprima per la Sardegna e poi per l’Alto Adige.

Nonostante l’età infantile, la “bambina con la valigia” comprese subito che avrebbe dovuto “abbandonare la riva sicura dell’amore per un mare ignoto” incontrando tutto lo strazio di “quel dolore segreto che solo i bambini sanno provare”. Il resto diventa un corollario: le incomprensioni di un popolo che usciva dalla grande tragedia collettiva della guerra, delle distruzioni e della morte; il trattamento non troppo cristiano ricevuto da qualche Suora del Collegio alto-atesino dove avrebbe frequentato i primi due anni di scuola elementare, prima che la zia Ilse la trasferisse in quella pubblica; i disagi rivenienti dalle abitazioni precarie e dalle pesanti ristrettezze economiche.

Eppure, la vita doveva continuare. Egea, diventata improvvisamente ben più matura della sua età anagrafica, fu capace di reagire in maniera costruttiva alla sventura da cui era stata colpita, al pari del “vir bonus” di Seneca posto davanti alla “mala fortuna”. Di qui, la sua capacità di apprezzare quanto poteva esserle offerto, come le limpide acque di un mare che ricordava tanto quello della sua Istria; la “fortuna” di avere evitato i disagi e le promiscuità dei tristissimi campi profughi; e più tardi, la scoperta di valide e serie attitudini professionali, come accadde con la prima vendita “senza sconto” di un piccolo gioiello nel negozio dello zio.  Egea avrebbe progredito bene anche nello studio, e non appena giunta in età idonea, fu subito assunta dall’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Statali. Mantenne un buon rapporto con la mamma che era rimasta a Cagliari dove, in seguito, aveva costruito una nuova famiglia, ma volle rimanere a Bolzano con lo zio Alfonso e con Ilse, che ebbe il dolore di perdere quando la zia era in età ancora giovane.

Poi, ci fu l’incontro con Gianni, che sarebbe diventato l’uomo della sua vita e padre delle sue figlie Roberta e Ilse, e che dopo la laurea in Ingegneria avrebbe assunto posizioni di crescente rilievo professionale, fissando la residenza familiare nella bella casa di Rovereto, non lontano dalla Campana dei Caduti. L’Ing. Giovanni Tomazzoni, uomo giusto, coniuge e padre esemplare, è appena scomparso, ma Egea ha affrontato il dolore nella consapevolezza che, al pari del papà, è sempre accanto a lei, con una sommessa, costante, protettiva Presenza.

Oggi, Egea dedica molto tempo al Ricordo, compreso quello istituzionale di cui alla Legge 30 marzo 2004 n. 92, che ha voluto onorare i venti mila Martiri delle foibe o altrimenti massacrati dai partigiani di Tito, e con essi, i 350 mila Esuli da Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, facendo contestualmente conoscere le “complesse vicende del confine orientale”. In questa prospettiva si deve inquadrare, fra l’altro, l’attività di Egea - con il cuore italiano sempre a Pola - nell’ambito delle più recenti iniziative per onorare la memoria delle Vittime e il dramma degli Esuli.

In tale ambito, una realizzazione di alto spessore mediatico e simbolico è costituita dal Museo “Egea” sorto a Fertilia dei Giuliani (Sassari) proprio nel suo Nome, e in omaggio ai tanti profughi che costituirono il primo nucleo di un nuovo aggregato comunitario programmato all’insegna della speranza e della fede nei valori “non negoziabili”: per l’appunto, quelli della Bambina con la valigia.

Un contributo fondamentale all’iniziativa sarda è stato conferito da Egea e da Gianni Tomazzoni. Il Museo, voluto dalla Giunta Regionale nel complesso delle ex Officine EGAS  per onorare gli Esuli, a cominciare dai pescatori dalmati che approdarono in Sardegna dopo avere circumnavigato l’Italia, vide la  posa della prima pietra il 1° febbraio 2020 con l’intervento dell’Assessore Quirico Sanna e della stessa Egea col marito,  mentre l’inaugurazione ha fatto seguito nel breve volgere di un anno, e più precisamente nella primavera del 2021, grazie al solerte impegno dei promotori.

Il Museo, dovuto al progetto degli Architetti Govoni, Polese e Masala, è diventato realtà nel corso di una concorde dimostrazione di patriottismo, con l’intervento del Presidente della Giunta regionale Christian Solinas,  dello stesso Assessore Sanna e del Sindaco di Alghero Mario Conoci, insieme al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia Piero Mauro Zanin, testimoni di una comune volontà politica e morale. Ciò, come da elette parole dello stesso Assessore Sanna, secondo cui il Museo “restituisce dignità e memoria a un popolo involontario protagonista di una vicenda che lo ha costretto a dividersi in tutto il mondo nell’indifferenza dei governanti” e rimuove “un velo di omertà” non più accettabile nella realtà contemporanea.

In tutta sintesi, Egea, anche attraverso il “suo” Museo, è diventata testimone perenne di una storia finalmente conosciuta, e nello stesso tempo, di “egregie cose” finalizzate a tradurla in impegni di  fede, e di umana civiltà. Conviene aggiungere che durante le interviste concesse alla RAI-TV e alla stampa in occasione del “Giorno del Ricordo” (10 febbraio 2022) Egea ha ulteriormente testimoniato il suo dramma di orfana e di esule, con qualche aggiunta eticamente ragguardevole: ad esempio raccontando che quando tornò a Pola per visitare il luogo in cui era stata scattata la celebre fotografia, e per rivedere la casa dell’infanzia, venne ad aprire una donna, alla quale disse che sarebbe stata lieta di dare uno sguardo alla sua cameretta di quel tempo lontano. Per tutta risposta fu cacciata via, in omaggio al verbo collettivista della nuova Jugoslavia!

Nell’epoca plumbea delle foibe, il grande Vescovo di Trieste e Capodistria, Mons. Antonio Santin, esortava a non disperare perché “le vie dell’iniquità non possono essere eterne”. Purtroppo, il cammino è ancora lungo, ma la “linea del possibile” di cui al pensiero di Benedetto Croce potrà avvicinarsi tangibilmente grazie a chi, come Egea, onora un grande impegno di memoria civile, e con esso, un’indomita speranza.

Laura Brussi, Esule da Pola

Fotografia dal sito web di federesuli.org  che si ringrazia per la diffusione nel blog 

Note – Autrice principale: Laura Brussi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Lettori: Laura Brussi e Sebastiano Pio Zucchiatti. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

domenica 13 febbraio 2022

L’Olocausto degli Ebrei di Bosnia, da una tesi di laurea dell’Università di Udine

La presente ricerca si basa su una tesi di laurea di Marica Dukic, dal titolo Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, discussa all’ateneo friulano nell’anno accademico 2014-2015. Relatrice di tale originale indagine è stata la professoressa Natka Badurina, dell’Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere. La laureanda si è avvalsa della recente letteratura sul campo in lingua bosniaca, come è per l’autore Jakov Danon, col suo: Memoari na holokaust Jevreja Bosanske Krajine, del 2010.

Siamo onorati di pubblicare nel blog, con qualche integrazione, la parte riferita alla Shoah della sua tesi. La pubblicazione in anteprima di queste interessanti pagine è frutto dello studio attento di Marica Dukic, che ringraziamo per averci messo a disposizione generosamente la sua opera per il presente articolo (a cura di Elio Varutti).

                                                                               

Gli ebrei giungono sul territorio della Bosnia ed Erzegovina nel 1541, passando per la Turchia, l’Albania, la Grecia, oppure per l’Italia, o per la Repubblica di Ragusa. I primi documenti scritti sugli ebrei risalgono al 1565, gli scritti di Sidžila, ossia le fonti ufficiali della corte di Sarajevo. I primi monumenti ebraici in Bosnia risalgono al 1551. La maggior parte degli ebrei che arrivano in quel periodo sono sefarditi, espulsi dai Paesi Iberici, ma c’è anche un gruppo di ebrei autoctoni di ascendenza askenazita, originario dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa.

Gli ebrei, dopo esser giunti in Bosnia-Erzegovina e fino ad oggi, a differenza di tutte le altre religioni, non hanno mai come scopo la sottomissione degli altri. Nel passato cercavano di andare d’accordo con tutti i popoli e con tutte le religioni del luogo. I sefarditi usano il ladino come lingua, invece gli askenaziti usano lo yiddish. Si stabiliscono maggiormente nelle città bosniache, concentrandosi intorno a quattro grandi centri urbani: Sarajevo, Travnik, Banja Luka e Bijeljina. Prima arrivano in piccoli gruppi o singoli individui per verificare le condizioni di vita, conoscere meglio il posto e la gente. Quando sono sicuri che non c’è il rischio di essere perseguitati o allontanati, comunicano alle famiglie e ai parenti di raggiungerli. Dalle quattro città più grandi si trasferiscono a Gradiška, Prijedor, Bosanski Novi, Kostajnica, Derventa, Bihać, Sanski Most, Foča, Višegrad, Zenica, Jajce ed altre località (Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, pag. 10).

Vengono accolti bene dal sultano turco Bayezid e ciò è confermato dalla costruzione della sinagoga nel 1581 a Sarajevo. Con il passare degli anni, tuttavia, gli ebrei perdono il loro status di privilegiati a causa dei corrotti detentori del potere ottomano, bramosi di arricchirsi chiedendo imposte e regali. Tale negativa situazione cambia durante la seconda metà del XIX secolo, quando Abdul Medžida, o Abdülmecid I, nel 1840 proclama il decreto per dare a tutti gli ebrei della Bosnia-Erzegovina la piena autonomia, riconoscimento dei diritti civili, la libertà religiosa e il permesso per la costruzione delle sinagoghe.

L’esercito dell’Impero Austro-ungarico, alla fine di giugno del 1878, invade la Bosnia-Erzegovina, instaurando una nuova amministrazione nella regione fino al 1918, provocando l’esodo di vari musulmani. L’area è pretesa dalle Autorità Austro-ungariche a seguito del Congresso di Berlino del 1878, sebbene continuasse a far parte dell’Impero ottomano. Nel 1908 l’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ai propri domini, ponendoli sotto il proprio comando.

In tale periodo si nota un consistente sviluppo demografico della comunità giudaica. Si va dai 3.300 ebrei del 1878, dei quali 3.000 sono sefarditi, agli 11.868 individui del 1910, dei quali i sefarditi sono 8.219 e il resto sono askenaziti. Gli ebrei sono lo 0,62 per cento della popolazione bosniaca nel 1910, che non arriva a sfiorare i 2 milioni di abitanti (Marica Dukic, p. 11).

C’è la creazione di due distinte comunità ebraiche, una sefardita e l’altra askenazita a Sarajevo e Banja Luka. Sono stati scelti due rabbini e si sono diffuse due lingue diverse. Solo il 10 per cento della popolazione di fede ebraica vive in stato di povertà, mentre il resto degli individui è suddiviso egualmente tra chi vive in ottime, medie e modeste condizioni di vita (p. 12).

Alla fine della Grande guerra la Bosnia-Erzegovina fa parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,  abbreviato in Regno di SHS. È uno Stato dell’Europa, riconosciuto dopo la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Tale stato cambia nome alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Con l'inizio del 1940 pian piano si inizia a sentire che la guerra e il crollo del Regno di Jugoslavia si stanno avvicinando, ma nessuno sospettava che potesse creare danni così grandi e prendere così tante vite. Il periodo di terrore inizia con le leggi antisemite, emanate sotto il governo fascista dello Stato indipendente della Croazia-NDH (Stato indipendente di Croazia-Nezavisna Drzava Hrvatska), comandato da Ante Pavelić, che ha considerato gli ebrei come “elementi indesiderabili”, o “di poco valore”. Queste leggi hanno impedito agli ebrei di lavorare, di studiare, di andare a scuola, all’università, di utilizzare trasporti pubblici, di andare al cinema o a teatro. Tutto questo, giorno dopo giorno, porta alla persecuzione e al genocidio. La propaganda antisemitica, presente su tutto il territorio bosniaco, è stata fatta con tutti i mezzi a disposizione: mediante i giornali, riviste, volantini, radiotrasmissioni, film documentari, mostrando gli avanzamenti del potere tedesco e la liquidazione degli ebrei.

Con la creazione della NDH, che era uno stato satellite della Germania nazista, la Bosnia fu sottomessa al nuovo potere. La politica di Hitler consisteva nel risolvere “la questione ebraica” tramite la loro liquidazione dalla faccia della terra. I fascisti di Bosnia, affermando che il loro scopo era giustificato, cominciano a torturare, rubare, uccidere e rapinare la popolazione ebraica senza alcuna compassione. Il giorno d’inizio dell’Olocausto è il 10 aprile 1941, che è anche la data della creazione del governo NDH. È pure la data nella quale gli ustascia (ustaša) decidono di risolvere la questione ebraica, come avevano fatto i tedeschi. Il 1° agosto 1941 furono fucilati i primi ebrei a Vrace, vicino a Sarajevo. Alcuni ebrei sono riusciti a salvarsi, comprando i documenti falsi, e scappando verso Spalato (3.000 persone) e altri 3.500 ebrei si rifugiano a Ragusa (Marica Dukic, p. 13). Altre centinaia di loro trovano la salvezza essendo internati da Mostar al Campo di concentramento di Arbe, sotto il controllo dell’Esercito Italiano (Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009).

Si ricorda che il generale del Regio esercito italiano Vittorio Ambrosio, nel mese di aprile 1941, conquista in pochi giorni tutta la costa adriatica della Jugoslavia, entrando a Spalato accolto felicemente dai diversi cittadini di etnia italiana, coinvolti nel 1920 nei sanguinosi incidenti provocati dai nazionalisti croati. Un mese dopo Mussolini annette la nuova provincia al Regno d’Italia, istituendo il Governatorato italiano della Dalmazia. Migliaia di ebrei croati, allora cercano rifugio nel Governatorato stesso, trasferendosi a Spalato, specialmente nel 1942 (vedi: Spencer Tucker, Who's Who in Twentieth Century Warfare, Taylor & Francis, 14 dicembre 2003).

Il fascista croato Ante Pavelić, con i suoi ustascia, fa costruire decine di campi di concentramento, dove raccogliere dissidenti, serbi, ebrei, rom e antifascisti, soggetti a torture e lavori massacranti fino allo sterminio nei forni crematori.

Al Campo di concentramento di Jasenovac – spiega Marica Dukic – sono stati uccisi 20.000 bambini di nazionalità ebrea, serba e rom. Le donne sopravvissute e i loro figli sono stati uccisi il 20 aprile 1945. Per nascondere i loro crimini, gli ustaša hanno deciso di liquidare quelli che erano rimasti ancora in vita, anche se si trattava solo di un piccolo gruppo. Essi hanno provato a fuggire, ma la maggior parte non è riuscita nemmeno a uscire dalla porta, sono stati uccisi subito, e un piccolo numero di sopravvissuti (90 persone) si è avviato verso il fiume Sava. Le truppe partigiane jugoslave sono entrate nel campo Stara Gradiška il 23 aprile 1945 e a Jasenovac il 2 maggio 1945, senza però trovare anima viva, ma solamente cadaveri e rovine dei campi distrutti, le uniche testimonianze del crimine avvenuto. Il numero delle persone uccise non è mai stato stabilito con precisione: si parla all’incirca di 700.000 persone, e tra questi 33.000 ebrei, che rappresentano l'80% di tutta la popolazione ebraica presente sul territorio bosniaco in quel periodo (pp. 15-16).

Lo sterminio delle comunità ebraiche in Bosnia, dal punto di vista quantitativo, è illustrato nella tabella n. 1, che considera anche i pochi cambiamenti dopo il 1945 e le guerre sorte allo scioglimento della Jugoslavia, avvenuto dal 1991.

Tab. n. 1 – La Shoah in Bosnia-Erzegovina

Città

Ebrei nel 1941

Nel 2009

Banja Luka

480

92

Bihać

168

-

Sanski Most

79

-

Prijedor

47

-

Derventa

136

-

Doboj

105

Morti il 93%

Sarajevo

7.065 circa

1.413 nel 1946

750 nel 2014

Fonte: Nostra elaborazione su dati di Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014-2015.

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L’opera inedita analizzata - Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014/’15, pp. 106.

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Cenni bibliografici e sitologici – E. Varutti, “Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)”, on line dal 10 luglio 2018 su   eliovarutti.blogspot.com/

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Note - Autore di riferimento: Marica Dukic. Altri testi a cura di Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, Gregorio Zamò, Marco Balestra e il professor Stefano Meroi. Copertina: cartolina di Sarajevo; collez. privata. Si ringrazia Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici e naturalistici e alla Biblioteca del Comune di Tarcento (UD) che in occasione del Giorno della Memoria 2022 ha messo in contatto Marica Dukic con l’Autore dei testi. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.


sabato 29 gennaio 2022

Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania, conferenza a Tarcento (UD)

“Qualcuno potrà non capire, ma bisogna ricordare”. Con queste parole ha chiuso il suo intervento Mauro Steccati, sindaco di Tarcento (UD), in occasione del Giorno della Memoria 2022. Il sindaco ha sottolineato come la violenza nazista si sia accanita contro i sei milioni di ebrei uccisi nei campi della morte e contro i dissidenti, gli omosessuali e gli zingari. L’evento, dedicato alla Shoah, si è svolto il 28 gennaio 2022, alle ore 18, presso la Biblioteca “Pierluigi Cappello” di Tarcento, coinvolgendo oltre 25 persone, secondo le norme anti-Covid19.

Elio Varutti, Silvia Fina e Mauro Steccati

Dietro la bandiera della Dalmazia, ha aperto i lavori dell’incontro Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici naturalistici e della Biblioteca Comunale di Tarcento. L’assessore Fina ha presentato il relatore della serata e il titolo dell’incontro con diapositive, accennando alle analoghe iniziative svolte negli anni scorsi sul tema delle Leggi Razziali e della persecuzione degli ebrei. Ha riferito inoltre che certi suoi parenti di Servola (TS), nel 1944, vedevano uscire il fumo dalla ciminiera della Risiera di San Sabba, unico Campo di sterminio nazista in Italia.

Ha poi avuto la parola il professor Elio Varutti, coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Il relatore ha illustrato il tema sconosciuto degli “Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania nel 1941-1942”. La ricerca è incentrata sul libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro. Il testo riferisce degli internati jugoslavi a Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani. A Preza sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista non accettava l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.

C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Preza furono portati 79 ebrei” (p. 145). Essi preferivano stare con gli Italiani, anziché finire arrestati dagli ustascia croati, alleati di Hitler, che li avrebbero spediti ai campi di sterminio.

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura jugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. Kostić riporta anche i cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro, provincia annessa al Regno d’Italia fino all’arrivo dei partigiani titini. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista (p. 74). L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, dal 1941 si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Molti bocchesi non sono comunisti (Vasko Kostić, pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica. Perasto, anni ’40. Cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797: «Ti con nu, nu con ti».

Nel dibattito che è seguito Donatella Prando, assessore alle Finanze e patrimonio del Comune di Tarcento ha rivolto una domanda riguardo al Campo di concentramento di Gonars (UD). Il relatore ha risposto spiegando che là, dal 1941 al 1943, sono stati internati civili sloveni e croati, con le famiglie, dopo che l’Italia con gli alleati aveva invaso la Jugoslavia. Le vittime furono oltre 400, oggi ricordate in un monumento del 1973 presso il locale cimitero.

Tra i il pubblico si è notato Edoardo Di Giorgio, del gruppo ANA di Collalto, oltre ai soci ANVGD Giuseppe Capoluongo e Rosalba Meneghini, la quale ha presenziato quale delegata di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio.

Suggerimenti bibliografici e di sitologia - Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si possono vedere:

- Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Preza, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’ANVGD.

- Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.

Sui montenegrini deportati vedi: Drago V. Ivanović, Memorie di un internato montenegrino. Colfiorito 1943, ISUC [traduzione parziale di Ivanović 1989, con saggio introduttivo di Dino Renato Nardelli - traduzione di Olga Simčić], Foligno (PG), Editoriale Umbra, 2004.

- E. Varutti, Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943, on line dal giorno 8 ottobre 2018 su  eliovarutti.blogspot.com

Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, Docente di "Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata" – Università della Terza Età, Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie della Biblioteca di Tarcento (UD), che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione.

mercoledì 19 gennaio 2022

La patria lasciata. Gli slavi Radolovich dall’Istria ai Campi profughi di Udine e Laterina, 1956

Proponiamo la lettura di un recente testo sull’esodo scritto da Edoardo Radolovich, Secretariovi, nato nel 1948 a Ciòlin / Dvori, comune di Castellier-Santa Domenica / Kaštelir-Labinci, vicino a Parenzo. Si tratta di una famiglia contadina istriana di sentimenti serbo-croati, come si diceva al tempo della Jugoslavia, che non ce la fa più a stare sotto Tito dal punto di vista economico, oltre che politico. Nel 1954 Giovanni, il capofamiglia, classe 1920, chiede i documenti per emigrare, pagando un’alta cifra, con l’aiuto dei parenti, ma perdendo la casa, la stalla e i campi di Marzana. Poi nel 1956 c’è la partenza in treno per Trieste, ritornata all’Italia nel 1954. Il bambino Edoardo transita con i familiari al Centro smistamento profughi di Udine, dove vengono destinati al Centro raccolta profughi di Laterina (AR). La famiglia, infine, è residente a Spinea (VE), dove con la scuola, il lavoro, la casa popolare ed i risparmi tutti i Radolovich si sistemano. Ringraziamo l’Autore per aver concesso l’autorizzazione alla pubblicazione delle sue peripezie da bambino nella guerra fredda, preoccupato più del suo gatto istriano che della vita nelle baracche di Laterina. È pieno di tenerezza il brano dove racconta che in tre scolari escono dal Campo, in estate, per andare a trovare la maestra Giulietta Del Vita di Montevarchi, perdendosi nella notte. Diffondiamo queste storie convinti come siamo che lo spirito europeo pervade l’Istria, Fiume e la Dalmazia, oggetto di spartizione nazionalista nel Novecento. In parentesi riquadrate sono segnate alcune note di spiegazione. (a cura di Elio Varutti).

Asilo di Marzana (Pola), la prima a destra in piedi è Laura Radolovich, sorella dell'Autore, primi anni '50. Collezione di Edoardo Radolovich
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“Eravamo nel dopoguerra e con Tito presidente, ma l’attenzione alle cose politiche era ancora altissima. Non tutto funzionava ottimamente, come dappertutto, ma la mancanza di libertà di espressione era quella che pesava di più sulla gente. Il fatto che non vedevano di buon occhio chi frequentasse la chiesa o il controllo subdolo di chi parlava o criticava il regime non piaceva a nessuno”. (Edoardo Radolovich, Dvori. Breve storia di un bimbo Slavo con genitori Italiani e nonni Austriaci, pp. 22-23).

“Era arrivato, nostro malgrado, il triste momento in cui ci dovemmo trasferire. Così, a malincuore, lo lasciammo a casa [riferito al gatto, NdR] come i parenti, gli amici e tutta una vita di ricordi. Una zia, sorella della mamma, si prese cura di lui semplicemente portandogli da mangiare. Non potevamo pretendere che lo adottasse ma i fatti hanno dimostrato che non sarebbe stato possibile”. (p. 28).

“Lo stipendio di papà era composto da un 50 per cento di paga e l’altro 50% di assegni familiari che magari male, ma ci facevano campare. Ad un certo punto il governo decise di togliere gli assegni a chi aveva qualche terreno e noi eravamo tra questi. Chi conosce le zone sa che ci sono più rocce che terra e la resa è minima. Per dire che non ci facevano certo arricchire quei quattro campi. Insomma si cominciava a fare la fame e così, d’accordo anche con altri parenti, i nostri genitori decisero di chiedere i passaporti ed andarsene. Ci vollero due anni per averli pagando pure molto. Solo con l’aiuto del fratello Toni, che faceva l’autista per l’azienda di Pola, mio padre riuscì a racimolare l’importo necessario. Una volta in possesso dei documenti chiese di andare in Francia che, a quanto sembra, non ci volle. In Italia sì, come profughi. Poi venni a sapere che per ottenere il passaporto mio padre dovette firmare una rinuncia a tutto ciò che aveva. In parole povere lasciammo tutto: casa, vigna, orto, campi, bosco e pure il povero gatto rimase lì. Non so quali leggi internazionali potessero consentire ciò, ma fu esattamente così. Lavoro, sudore e morte del nonno buttati al vento o meglio lasciati a Tito” (pp. 29-30).

“Vicino a Dvori [Campi, NdR], in un terreno di proprietà del nonno poi di zio Giuseppe (Sip), c’è una foiba il cui ‘ingresso’ è riconoscibile perché attorno ci sono arbusti ed erbacce in quanto il taglio dell’erba o la sola manutenzione dell’area viene fatta tutto intorno senza avvicinarsi troppo al “buco” (…). “Anche un Carlo Radolović di Marzana / Marčana fu infoibato, ma mai ho sentito racconti sull’accaduto, dai parenti o amici. Solo in qualche libro o in Internet ho trovato notizie”. (p. 16).

“La decisione era presa e così facemmo i preparativi vendendo quello che si poteva e facendosi prestare qualche dinaro dai fratelli di nostro padre che lì rimanevano. I giorni prima della partenza ci fu una processione di parenti ed amici per i saluti di rito. Mentre i genitori si scambiavano parlavano scambiandosi ancora opinioni su cosa fosse meglio fare noi bambini giocavamo storpiando le parole fingendo così di parlare in italiano. Arrivò il giorno della partenza senza che noi sapessimo neanche una parola di italiano mentre, si sa, i nostri genitori e tutti gli altri adulti le conoscevano entrambe. Oltre a noi partirono: i nonni materni, Pietro Cerlenizza e Maria Pletikos con i figli Carlo, Antonio, Maria, Mirella, Miriana. Restarono Ljuba e Lidia. I Radolović rimasti furono, Antonio, Giuseppe ed Anna, perché Maria con il marito Pietro ed i due figli (Dino e Danilo) ci raggiunsero più avanti. [Sulla vicenda di Dino Radolovich, cugino dell’Autore, vedi in Bibliografia]. Il pomeriggio del 4 gennaio salimmo sul treno a carbone che ci portò a Trieste poi Udine quale centro di smistamento. Anche con i finestrini chiusi entrava la fuliggine e anneriva tutto lo scompartimento. Non dormii mai e guardai fuori dal finestrino per tutta la notte anche se l’unica cosa che si vedeva era qualche luce fioca in lontananza. Forse stavo prendendo coscienza di quello che stava accadendo. Non c’era più voglia di ridere o scherzare ma solo nostalgia della mia casa e del mio gatto che non avrei più visto” (p. 30).

“Arrivati a Udine abbiamo dormito una notte su un letto quasi vero poi la mattina seguente siamo rimontati sul treno che ci ha portato a Laterina in provincia di Arezzo. Di questa seconda parte di viaggio non ricordo niente (p. 31).

Edoardo Radolovich e la cisterna (costruita dal nonno Antonio) del 1926 a Ciòlin / Dvori (Campi), comune di Castellier-Santa Domenica / Kaštelir-Labinci, vicino a Parenzo,  Immagine del 2007. Collezione Edoardo Radolovich

L'arrivo al Crp di Laterina - “L’entrata era delimitata da due pilastri e probabilmente un tempo c’era anche una sbarra ed una garitta per il piantone dato che è stato un campo di detenzione bellica, poi reclusorio sotto i nazisti ed ancora campo di concentramento per tedeschi. Dal 1946 al 1963 come campo profughi dell’Istria, Fiume e Dalmazia. Entrammo nel CRP senza parlare con mio padre e la mamma che trascinavano le tre valigie come unico bagaglio con cui eravamo partiti. Lì dentro c’era tutto quello che avevamo ed eravamo riusciti a portare con noi. Sono convinto che tutti e quattro ci chiedessimo perché eravamo lì. Soprattutto noi bambini che non conoscevamo le vere motivazioni che ci avevano portato a lasciare tutto ciò che avevamo per andare in quel posto desolato pieno di baracche. Entrando si intravedevano alcune casupole qua e là che poi incominciammo a conoscere. C’era un piccolo negozio, un bar, gli uffici della direzione, l’asilo, la scuola ed altre costruzioni utili alla comunità. Più avanti, sulla sinistra la schiera di baracche tutte uguali con in fondo la chiesa ed in mezzo un campo da calcio con porte senza reti. Gli spazi all’interno delle lunghe baracche erano suddivisi da coperte militari appese a filo di ferro che creavano così delle piccole unità un cui risiedevano le famiglie. I letti erano brande militari a castello ed il servizio igienico ubicato all’esterno in fondo alla costruzione. (p. 31).

“Finestre fatiscenti e solaio di copertura a vista contribuivano a rendere impossibile un minimo di riscaldamento degli ambienti che erano veramente freddi, o meglio invivibili. Qualche fornello elettrico qua e là per cucinare completava l’arredo. Questa la nostra nuova casa. Per le prime necessità ci veniva data una indennità che era pari a quella dei militari di leva ovvero poche lire senza considerare che quest’ultimi avevano vitto, alloggio e vestiario gratis. Questi edifici erano situati nella piana vicino alle rive dell’Arno da cui si vedeva, in collina, il paese di Laterina dove, a volte, si andava a far spesa percorrendo una strada sterrata molto ripida che però faceva arrivare prima. Il campo da calcio al centro del complesso era il punto di ritrovo dei ragazzi e d’estate non c’era neanche un filo d’erba tanto era usato. Verso la fine del campo la chiesetta dove radunarono bambini e ci fecero vedere il film di Fatima [Nostra Signora di Fatima, 1952]. Era la prima volta che vedevamo uno spettacolo del genere”.

“Dopo poco alcuni uomini, tra cui mio padre, andarono a fare un corso da muratori. L’Arno era la migliore attrazione sia per la possibilità di fare il bagno sia perché comunque l’acqua ha sempre il suo fascino. In certe ore, d’estate, era possibile guadarlo ma verso sera era pericoloso perché aprivano una diga a monte e l’acqua saliva. Molti ragazzi purtroppo sono morti annegati in quel fiume. Lasciando l’Istria abbandonammo pure la scuola che là iniziava a sette anni mentre in Italia a sei. Mi trovai nella situazione di aver frequentato sette mesi della seconda elementare in lingua slava e così nasceva il problema su cosa fare. Pretendevano di farmi ricominciare dalla prima e cosi avrei perso un altro anno ma mio padre si oppose fermamente tanto che continuai la seconda in lingua Italiana. Mia sorella Laura aveva l’età giusta per la prima elementare. Non fu facile per nessuno di noi due ricominciare da zero in lingua italiana, ma i risultati sono stati lusinghieri. La mattina entravo in classe ed ascoltavo, ma non capivo praticamente nulla. Niente comunque mi distraeva e nulla mi sfuggiva di quanto dicesse la maestra, ma sempre scena muta feci per vari giorni se non mesi. L’unico momento in cui mi rilassavo era quando faceva aritmetica. Lì non serviva capire ma bastava conoscere i numeri ed intuire” (p. 32).

“A casa mi chiedevano come andasse ed io rispondevo che tutto procedeva nel migliore dei modi. Tutti tranquilli ma sapevo che avevano fiducia in me. Per agevolarci parlavano sempre in italiano, ma assomigliava di più al dialetto veneziano, anzi triestino, come direbbe qualcuno. Cosa che mai avevano fatto in Istria anche perché non era consigliabile in quei tempi. Dopo qualche mese mi svegliai improvvisamente dal ‘coma’ e cominciai a collegare le parole tra di loro con i relativi significati e mi bastò per iniziare la nuova vita in un nuovo paese. Ora mi fanno ancora ridere i genitori che insistono nel parlare la lingua, che magari manco conoscono bene, invece del dialetto pensando di aiutare i figli ad essere più intelligenti”.

“Gli spazi del campo erano delimitati dal lato est dall’ingresso e recinzione, dai lati sud e nord da altre recinzioni. In particolare oltre la rete a sud c’era un campo coltivato a tabacco. Piante affascinanti con altissime foglie almeno per un ragazzino come me. L’unica via libera era quella che portava al fiume Arno che distava pochissimi metri dal campo. La conformazione dell’insediamento, che in pratica era chiuso, faceva sì che i miei genitori mi lasciassero uscire di casa senza particolari problemi. D’altro canto era impensabile vivere nella baracca. La libertà, l’ambiente e le compagnie mi fecero diventare un po’ selvaggio. Stando tutto il giorno fuori era inevitabile qualche scaramuccia con gli altri bambini soprattutto se provocato. Purtroppo succede spesso quando i ragazzi sono troppo liberi. A me è costato un sasso in testa, dopo una disputa a sassate, che mi vide tornare a casa tutto insanguinato, ma me la cavai con qualche punto di sutura che mi fecero nell’infermeria presente in loco. La situazione si ripeterà. In pratica se al centro del campo si elevava una nube di polvere c’ero io che baruffavo con qualcuno e quasi sempre appariva mio padre che vedeva la nuvola e mi separava dal rivale di turno (p. 33).

Laterina, Baracche del Campo profughi in uno scatto fotografico di fine anni '60, dopo la dismissione della struttura. Collezione Edoardo Radolovich

Sulle rive dell’Arno - “Più volte avevamo notato che l’Arno in certe ore si abbassava di molto e consentiva quasi il suo attraversamento, ma più che una nuotata non avevamo fatto niente di azzardato. Studiata la situazione preparammo un progetto al fine di esplorare l’altra riva. Così comprammo un paio di scatolette di carne ed un po’ di pane mentre il terzo era addetto alle posate. La mattina partimmo con tutto l’occorrente ed attraversammo agevolmente il fiume. Poi salimmo sulla collinetta che ci trovammo davanti fino a trovare uno spiazzo dove mangiare la carne in scatola. Tutto bene e tutto buono e non poteva essere altrimenti ma spingendoci un po’ più in alto trovammo una fattoria con delle oche. Credo che fossero più grandi di noi e cominciarono a starnazzare e rincorrerci fino quasi a beccarci con una cattiveria come non si era mai vista. Oche da guardia. Il tempo passava ed era ora di tornare a casa e così facemmo. Guadammo l’Arno nel senso inverso ma, nel frattempo, le dighe a monte erano state aperte e proprio nell’ultimo tratto l’acqua era molto alta e così lo facemmo a nuoto. L’amico che portò le posate ne perse una e si disperò per quello che poi sarebbe successo una volta a casa. Si tuffò ma invano. Impossibile in un fiume trovare una forchetta”.

“A casa ci ritornammo sani e salvi, ma oramai era già buio. Per la verità molti abitanti il campo facevano quel percorso per andare a prendere l’acqua di una sorgente che aveva il pregio di essere pure frizzante. La nostra maestra [Giulietta Del Vita] non solo era brava, ma anche carina oltre che simpatica e per questi motivi eravamo molto legati a lei. Parlando del più e del meno un volta ci disse che abitava a Montevarchi che era un paese a nord di Laterina e distava 12-13 chilometri (p. 34).

“Era un giornata estiva e con il solito gruppetto camminavamo sulle sponde dell’Arno quando mi venne un’idea malsana. Andare a trovare la maestra e facendo un piccolo calcolo in due ore potevamo essere a Montevarchi. Oramai l’aritmetica e la logica erano il nostro pane. Continuammo lungo il fiume ma non era molto agevole anche perché ogni tanto c’era un torrentello che si immetteva e per noi era impossibile attraversarlo se non andare in cerca di qualche ponticello. Così però avremmo perso troppo tempo e già eravamo partiti a pomeriggio inoltrato. Decidemmo altresì di raggiungere la strada statale che stava poco più su. Camminammo molto ai bordi della stessa con qualche macchina che passava ogni tanto, ma a dire il vero erano pochissime in quel periodo. Dopo qualche ora arrivammo alle porte del paese ovvero dove c’era il cartello stradale con su scritto Montevarchi”.

“Tutti felici (eravamo in tre) guardammo il cartello, ma le luci stradali in quel momento si accesero e ci rendemmo conto che era quasi sera. Invertimmo velocemente la marcia e seguendo la strada ci incamminammo verso Laterina. Dopo un paio di ore era completamente buio ed eravamo scoraggiati anche se non proprio impauriti. D’altro canto avevamo circa otto-nove anni ed impreparati a tutto o quasi. Qualcuno di noi stava per disperarsi e minacciava di buttarsi sotto una delle poche automobili che passavano di lì” (p. 35).

“Nel frattempo, abbiamo saputo dopo, che nel campo c’era una grande agitazione perché tre ragazzi mancavano all’appello e la paura più grande era che fossimo annegati come molti altri purtroppo. Tutto un via vai di gente che non sapeva che fare se non avvisare le autorità della scomparsa dei bambini. Noi intanto camminavamo sconsolati perché, mentre all’andata e di giorno il tragitto sembrava facile e veloce, la sera era tutto diverso. Il tempo non passava mai e tantomeno diminuiva la distanza almeno così sembrava a noi. La fortuna ci assistette perché una Topolino [Fiat] si fermò ed il conducente ci chiese dove stavamo andando. Ci invitò a salire visto che anche lui andava in quella direzione. Salimmo su veloci ed un po’ rinfrancati oltre che contenti del nostro primo giro in macchina”.

Marzana / Marčana (Istria, Croazia), la stalla per capra e maialino abbandonata nel 1956, Collezione Edoardo Radolovich

Niente sculaccioni - “Arrivati alle porte del campo trovammo una marea di persone, tutte agitate, ed appena scesi la prima cosa che ci aspettavamo era uno sculaccione o, meglio ancora, un sonoro schiaffo come si deve. I miei erano infuriati e soprattutto mia madre che gridava un po’ per la gioia un po’ per il nervoso che non riusciva a contenere e urlando mi chiese: “Ma dove sei andato?” Non capivo più nulla e dissi una scemenza qualsiasi che ebbe un effetto liberatorio con tutti che si misero a ridere e così evitai punizioni. D’altro canto troppa era la loro gioia nel rivedermi e la mia nell’essere tornato a casa” (p. 36).

“Sfortuna volle che proprio nel 1957 scoppiasse l’influenza asiatica. Ci ammalammo tutti. Io per ultimo e, proprio quando pensavo di cavarmela, la febbre arrivò. Si può dire che quel periodo è servito per organizzarci dall’inizio per poi ripartire e fare una vita normale. Mamma acquistando a rate una macchina da cucire Singer, papà lavorando come muratore quando trovava [occupazione]. Un anno di campo poteva bastare anche perché non era quella la vita che potevamo continuare a fare. Così mio padre partì per Venezia, dove c’erano dei conoscenti che lo ospitarono fino a quando non trovò lavoro. Provò alla Montedison di Marghera ma non funzionò. Forte della qualifica di carpentiere in ferro, maturata allo Scoglio Olivi di Pola tentò alla Breda, sempre a Marghera, ora Fincantieri. Fu assunto” (p. 36). “Il 4 giugno 1958 partimmo per Venezia lasciando Laterina ed il campo profughi” (p. 37). “Alla fine del 1969, appena congedato dal Reggimento Lagunari Serenissima, l’assunzione al Ministero della Pubblica Istruzione – Direzione Generale Antichità e Belle Arti – poi Ministero per i Beni Culturali – mi permise di acquistare a rate la mia prima macchina. Una NSU PRINZ 4L (L sta per lusso) di colore champagne (p. 42). Ciò successe subito dopo il congedo dal “Reggimento Lagunari Serenissima” ovvero fine 1969.  Quest’auto ci ha permesso di tornare, in varie occasioni, nella nostra terra natia ed ogni volta era una emozione, quando passato il confine, si incominciava a vedere la terra rossa caratteristica dell’Istria". 

Il ritorno in Istria - "Prima della morte di Tito (1980) - ha aggiunto Edoardo Radolovich in una email - attraversare la frontiera ci procurava sempre un po’ di ansia perché, una volta consegnati i passaporti, i militi, chiusi nel gabbiotto, li guardavano attentamente poi ci scrutavano ad uno ad uno, controllavano una lista di nomi su dei fogli e, finalmente, gira e rigira ci facevano passare senza il classico saluto 'dobar dan' (buon pomeriggio).  Cominciava il tempo in cui iniziavo a farmi e fare delle domande. Fino a quel tempo i miei genitori non avevano mai parlato, in casa, delle vicende politiche ma solamente quelle legate alla vita di tutti i giorni di cui ho scritto". 

"Tra queste quando papà andò, più grandicello, a fare il caddy nell’isola di Brioni dove c’è un campo da golf. Ma era ancora Italia. Successivamente, come noto, diventò residenza privata di Tito. Ora è visitabile e, nel piccolo museo, ci sono alcune foto dell’Imperatore con personaggi famosi. Anche con Sofia Loren.  Una delle prime volte che tornammo a Marzana, mio padre volle, per prima cosa, andare nell’osteria in centro sperando di trovare e salutare gli amici di una volta.  All’interno praticamente nessuno. Poi andammo dallo zio Toni e mio padre chiese: 'Come mai non c’è nessuno in osteria?' Risposta: 'Cosa succede quando vai in osteria? Bevi, poi parli e di cosa parli? Di politica!'. Ecco, è meglio non parlare perché anche i muri hanno orecchie e così il bicchiere di Malvasia lo beviamo a casa dove nessuno ci sente". 

"Provai molte volte, preso coscienza di quanto accaduto nell’immediato dopoguerra, a chiedere cosa successe e perché, con chiaro riferimento alla pulizia etnica. Ciò in considerazione del fatto che, sempre, avevo sentito parlare di italiani che erano venuti a lavorare e si erano stabiliti dalle nostre parti. Si sa che i veneti ed i lombardi furono molti. Mai una parola su dissidi di qualunque genere.  Dopo vari tentativi venni a sapere che, di notte, passavano dei camion e prelevavano alcuni in odore di fascismo ma non riuscii mai a sapere chi fossero gli informatori. Gli addetti non erano del posto e pertanto era logico che le informazioni sulle tendenze, anche non violente di alcuni, venissero da abitanti del paese". 

"Considerazioni tutte mie. Tra le, oramai, frequenti visite alla nostra terra di origine rimasero memorabili quelle in cui si andava a trovare il nostro zio Bić, marito della sorella di mio padre Anna, e poi, alla morte della zia, convivente con una serba. Forse.  Abitava a Pola centro proprio ad est dell’arena e a due passi dalla stessa.  L’ira di mio padre quando, andati nel cimitero di Monte Ghiro a Pola, dove è sepolta la zia Anna, divorziata dal marito, e trovammo scritto sulla lapide 'Anna Bicić' e non: Anna Radolović.  Ci dissero che così si usava da quelle parti.  Ma il meglio avveniva a notte fonda dopo aver parlato, e soprattutto bevuto, sulla questione case. Lo zio abitava, appunto, in un appartamento abbandonato dalla famiglia che fuggii in Italia subito dopo la guerra come il 90% dei polesani. La disputa era sulla proprietà dell’immobile. Bić diceva che gli era stato assegnato dal Comune e pertanto era tutto regolare. Mio padre insisteva sul fatto che il tavolar (Tavolare) catasto Austroungarico diceva tutt’altra cosa. Ovvero che in quel documento, probatorio, erano ancora registrati i proprietari originari dell’immobile.  La successiva visita, dopo l’opportuna verifica dello zio, confermò la tesi del papà.  Comunque oramai Pola era persa". 

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Fonti originali - Archivio dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR). Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Circolo Didattico di Montevarchi, Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 1^ insegnante Del Vita Giulietta, anno scolastico 1956-1957, pp. 10, stampato e ms. Consultazione di Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo.

- Edoardo Radolovich, Dvori. Breve storia di un bimbo Slavo con genitori Italiani e nonni Austriaci, testo in PDF con fotografie, 2021 pp. 42. Inoltre: email di E. Radolovich a E. Varutti del 7.2.2022. Collezione E. Varutti. 

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Cenni bibliografici e di sitologia

-  Comune di Laterina, Scuola Primaria di Laterina, Istituto Comprensivo “F. Mochi” di Levane, Mentre l’Arno scorreva. Memorie orali sull’Arno e i suoi affluenti raccolte nel territorio di Laterina, Arezzo, 2006.

- Giuliana Pesca, Serena Domenici, Giovanni Ruggiero, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello, Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

- Dino Radolovich, Senza patria, Parma, Helios edizioni, 2021.

- E. Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Aska edizioni, Firenze, 2021.

- E. Varutti, Il mio amico Antonio. Una storia dal Centro raccolta profughi di Laterina, 1958, on line dal 16 gennaio 2022 su eliovarutti.blogspot.com

Marzana, chiesa di S. Antonio da Padova. Collezione Edoardo Radolovich

Note – Autore principale: Edoardo Radolovich. Progetto e attività di ricerca: Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Altri testi di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio, Edoardo Radolovich e professor Enrico Modotti. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/