domenica 6 marzo 2016

Pirati allo Stringher di Udine

Coinvolti i soci dell’Auser in un tour virtuale della Bassa friulana sulle orme dei contrabbandieri tra Seicento e Settecento. Ecco una storia di pirati raccontata dagli studenti dello Stringher con le nuove tecnologie.

Venerdì 4 marzo 2016, presso il complesso “I Faggi” al civico numero 31 di via Micesio a Udine, sede dell’Associazione di volontariato Auser  “Renato Feruglio”, si è tenuto il secondo incontro  del ciclo “Vieni con noi”. È un progetto condiviso tra dall’Auser, appunto, l’Istituto “Bonaldo Stringher”, la S.I.P.A.A. (Società Italiana di Psicologia dell’Adulto e dell’Anziano) e la COOP Consumatori Nordest, cui hanno presenziato circa sessanta persone.
La sigla AUSER sta per: Associazione per l'AUtogestione dei SERvizi e la solidarietà. In Friuli Venezia Giulia comincia ad operare nel 1991.
Il progetto “Vieni con noi” ha lo scopo di fornire ad un pubblico sempre più vasto proposte culturali e tour virtuali del Friuli elaborati dagli studenti dell’indirizzo tecnico turistico dell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore (ISIS) Stringher in accordo con le esigenze di Auser e S.I.P.A.A. di raggiungere una maggiore socializzazione e di stimolare l’incontro dei propri soci.

L’attività ha inoltre diverse finalità che incontrano le esigenze di tutti i partner coinvolti. Se l’ISIS Stringher persegue la formazione pratica dei propri studenti che vengono coinvolti non solo nella progettazione di giri turistici della regione ma anche nella pratica del parlare in pubblico, l’Auser e la S.I.P.A.A. hanno l’esigenza di favorire la socializzazione e il coinvolgimento fattivo di persone di tutte le età che vengono stimolate al dibattito e al confronto sulle tematiche storiche sviluppate nei tour virtuali proposti.
Inutile dire che l’attività è particolarmente utile agli studenti dello Stringher che vengono abituati ad agire ed imparare facendo, come se già si trovassero nel contesto lavorativo cui l’Istituto vuole prepararli, perfezionando le loro competenze e capacità.

I saluti di rito (fotografia: sopra), sono stati rivolti al pubblico dalla presidente dell’associazione AUSER Loredana Mori, e dal professor Andrea Fabris, in qualità di rappresentante di Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dello Stringher. 
Poi Francesca Todero, Giada Vidoni, Martina Macorig, Kamila Pietrowska e Alberto Monetti, cinque giovani studenti della classe 4^ A dell’indirizzo Tecnico turistico, coordinati dai docenti Giancarlo Martina e Cristiano Meneghel, hanno esposto ottimamente una proposta di tour “Sulle orme dei contrabbandieri nella costa friulana tra Seicento e Settecento.
Il tour proposto prevedeva la partenza dalla Piazza del Pollame di Udine, dove Caterina Percoto ha ambientato un racconto sul contrabbando nel ‘700, per poi toccare Grado, dove l’attività del contrabbando del sale, del legname e delle spezie è attestata fin dal Basso Medioevo. 
l tour ha poi proposto la antica fortezza di Marano Lagunare dove nel periodo preso in esame era fiorente il contrabbando del tabacco. 
Il professor Biagio Nappi, docente di Laboratorio di cucina, al microfono, mentre suscita sorrisi

Infine Latisana, dove i contrabbandieri avevano installato numerosi depositi e dove nel ‘700 scoppiarono diverse rivolte contro la Serenissima Repubblica di Venezia che voleva sradicare il fenomeno del contrabbando, principalmente quello di merci provenienti dai vicini domini asburgici. 
Il tutto è stato completato con la proposta delle manifestazioni e delle attività turistiche che nelle località vi si svolgono durante l’anno e la descrizione dei piatti tipici che qui si possono gustare nelle trattorie tradizionali.
A tal proposito si è inoltre rinnovata la collaborazione tra il settore enogastronomico dell’ISIS Stringher e la COOP Consumatori Nordest, che è consistita nell’allestimento di un ricco buffet, in cui gli studenti coordinati dal professor Biagio Nappi (docente di Laboratorio di cucina), hanno preparato le “sarde in saor”, il “boreto” di seppie e un ottimo strudel di mele, i cui ingredienti sono stati tutti offerti gratuitamente dalla COOP.
Giacomo Lenarduzzi e Raul Passaponti, della classe 4^ G enogastronomia 

Il prossimo incontro è previsto per la giornata del 29 aprile 2016, in cui verrà proposto un tour del Pordenonese. I ragazzi dello Stringher hanno già messo i ferri in acqua!
Si ricorda, infine, che l’AUSER è in sintonia con la legge quadro regionale sul volontariato e dell’associazionismo di promozione sociale. In Friuli Venezia Giulia conta 9.700 soci, circa 800 volontari suddivisi in 40 associazioni.  È un Ente Nazionale di Assistenza (Decreto Ministero dell’Interno n°559/C.11933.12000.A 118 del 28/07/95). È pure una O.N.L.U.S. (Decreto Legislativo n° 460/97). L’acronimo ONLUS significa: organizzazione non lucrativa di utilità sociale. L’AUSER è iscritta al n° 114 del Registro generale delle organizzazioni di volontariato del Friuli Venezia Giulia.
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Servizio giornalistico e fotografie di Cristiano Meneghel

Networking di Elio Varutti

La locandina dell'evento 

sabato 5 marzo 2016

Paolo Ferri allo Stringher di Udine, istruzione

Ribaltare la classe. Ecco la scuola dei Nativi Digitali. Il futuro è nella “flipped classroom” che vuol dire: insegnamento capovolto.
Il prof. Ferri nel laboratorio 1 dello Stringher di Udine

Rivoltare la classe come un calzino. Lo ha ripetuto anche all’Istituto “B. Stringher” di Udine, il 4 marzo 2016, il professor Paolo Ferri, docente di Didattica e Pedagogia Speciale all’Università di Milano Bicocca. La sua teoria è la “flipped classroom” (insegnamento capovolto). Con questa tecnica innovativa negli USA e all’estero stanno già operando. Pare con successo.

L’iniziativa di aggiornamento per i docenti di Udine si sviluppa nei laboratori di School Academy, un progetto curato da Stefano Moriggi, filosofo della scienza. L’esperienza di didattica innovativa è stata fortemente voluta da Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dello Stringher.
L’apprendimento procede per piccoli “tavoli di studio” di tre-quattro studenti ciascuno. Ogni tavolo può essere dotato di strumentazione a tecnologia avanzata (computer, tablet, Lim, smartphone), ma anche il vecchio e classico libro non è da buttar via.    
Paolo Maria Ferri è anche Direttore del Laboratorio Informatico di Sperimentazione pedagogica (LISP) dell'Università di Milano Bicocca, nonché membro del Consiglio di Amministrazione e Docente dell'Università telematica Pubblica IUL e Direttore dell'Osservatorio Nuovi Media dell'Università degli Studi Milano Bicocca.

Talvolta il lessico didattico e il pensiero pedagogico di Paolo Ferri, come quello di Stefano Moriggi, potrebbero evocare le lezioni di Franco Frabboni, professore emerito di Pedagogia all’Università di Bologna, ma tutta la scalata alla Babele informatica è tipica delle lezioni cattedratiche dei primi due docenti.  
Ancora Paolo Ferri mentre illustra lo schema dell'apprendimento aumentato. ovvero il PTOF d'Istituto più una situazione di cooperative learning e la situation room
Nella scuola alberghiera, commerciale e turistica di Udine ha parlato di questa nuova metodologia didattica. Come ha scritto in un suo saggio: «Una nuova metodologia si sta affermando, soprattutto negli Usa. Ma che cosa comporta impostare la propria didattica in questo modo? C'è un nuovo ruolo per tutti, docenti, studenti. E per il ministero. L'auspicio è che il nuovo ministro fissi deadline [scadenze] precise e rigorose per dare la banda larga a tutte le scuole, allocando risorse congrue per la formazione dei docenti e la ristrutturazione degli edifici scolastici».
Ma come si fa a capovolgere la classe? «La flipped classroom – sono ancora le sue parole – è un sistema che, attraverso l’uso delle tecnologie didattiche, inverte il tradizionale schema di insegnamento/apprendimento ed il conseguente rapporto docente/discente. I materiali didattici vengono caricati all’interno dell’ambiente virtuale per l’apprendimento (alcuni anni fa si chiamava piattaforma di elearning) del “gruppo classe” in forme e linguaggi  digitali anche molto differenziati».
Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dello Stringher di Udine. A sinistra: Carla Menis, docente di Matematica, informatica e collaboratore del preside, all'apertura della lezione magistrale di Paolo Ferri
E poi cosa succede? Il vecchio insegnante è da rottamare? La risposta è convincente. L’insegnante dovrà dirigere le operazioni di ricerca e di studio. «Per approfondire un contenuto o un tema non si utilizzano più solo testi scritti – sostiene Paolo Ferri, autore di “Nativi digitali”, Mondadori 2011 – ma anche, audio, video, simulazioni e materiali disponibili su Internet. Questi materiali possono essere approfonditi dagli studenti da soli o in gruppo “fuori dalla classe”  a casa, in biblioteca o in altri luoghi di aggregazione informale. Mentre in classe con l’insegnante i contenuti “appresi” attraverso la tecnologia diventano oggetto di  attività cooperative mirare a “mettere in movimento” le conoscenze acquisite. La classe non è più il luogo di trasmissione delle nozioni ma lo spazio di lavoro e discussione dove si impara ad utilizzarle nel confronto con i pari e con l’insegnante».
Altri momenti del corso di aggiornamento di Paolo Ferri allo Stringher di Udine
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Il servizio fotografico del presente articolo è di Elio Varutti

giovedì 3 marzo 2016

Il Grana Padano all'Istituto Stringher, Udine

È stata un’occasione da leccarsi baffi. Gli allievi delle classi quarte del corso di Enogastronomia dell’Istituto “B. Stringher” hanno partecipato il 2 marzo 2016 a una conferenza con degustazione del Grana Padano. Ha presentato l’originale iniziativa nell’auditorium della scuola Paolo Parisse, formatore del Consorzio Tutela Grana Padano. Hanno collaborato all’iniziativa gli allievi della professoressa Emanuela Plazzotta, docente di laboratorio di cucina, secondo i programmi didattici condotti da Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dello Stringher.

Studenti dello Stringher - immagine dal sito web della scuola alberghiera di Udine

I partecipanti all’incontro hanno seguito con attenzione la teoria e la pratica dell’assaggio di un prodotto certificato e di alta qualità, quale è il famoso formaggio del Nord Italia. Il Consorzio Tutela Grana Padano riunisce 130 produttori consorziati, distribuiti geograficamente in: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Piemonte. Del Consorzio fanno parte anche 153 stagionatori dislocati in: Lombardia, Veneto e nelle province di Piacenza, Trento e Cuneo. 
Gli studenti dello Stringher hanno potuto apprezzare tre tipi di formaggio con diversi livelli di stagionatura. Paolo Parisse ha curato magistralmente l'evento puntando al lessico tecnico professionale, coinvolgendo circa 200 studenti in una lezione-assaggio aperta al dialogo educativo.

Al termine dell’evento è stato distribuito agli interessati il volume intitolato “Educazione alimentare” scritto da Evelina Flachi ed Educazione Nutrizionale Grana Padano. L’agile volumetto, di 40 pagine, segue le linee guida del Ministero dell’Istruzione dell'Università e della Ricerca (MIUR) per l’educazione alimentare. Gli allievi hanno così potuto approfondire le conoscenze e consolidare le competenze professionali tipiche di un bravo cuoco e di un buon cameriere.

mercoledì 2 marzo 2016

Scampar da Fiume co la cavra Vava, 1943

È successo a una famiglia di italiani fuggiti nel 1943 dall’Istria per paura degli arresti fatti dai partigiani di Tito. Scappare da Ruppa in treno con la capra Vava: sembra un fatto curioso, eppure anche loro sono profughi istriani e di Fiume, venuti via per sfuggire alle violenze titine. 

 
Fiume, 1943. Fotografia di Francesco Slocovich

Questo racconto è di fantasia, anche se riferito a fatti realmente accaduti. Al momento della pubblicazione dell’intervista, effettuata mediante vari contatti del mese di febbraio 2016, il testimone si è ritirato, per il dolore provato nel riportare i fatti accaduti alla sua famiglia. È stata un’esperienza molto toccante. Allora io rispetto questa difficile situazione e non cito i dati anagrafici della mia fonte orale. Li ho elencati in chiaro, invece, per gran parte delle 226 interviste sull’esodo giuliano dalmata svolte in precedenza. Per il racconto della fuga con la capra Vava userò quindi nomi di fantasia.
È dal 2003 che ho iniziato in modo programmato a raccogliere notizie, dati, fotografie, documenti sugli esuli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Dal 1995-1996 avevo segnato su alcuni quaderni l’esperienza e la vita di un clan familiare di Fiume e di Abbazia, quello dei costruttori Conighi.
Nel 2003 ho ricevuto l’incarico dalla Commissione Cultura della Circoscrizione n. 4 – Udine Sud di raccogliere dati e notizie sul Campo Profughi istriani di Via Pradamano. Su tale realtà storica c’era un vago ricordo in qualcuno dei rappresentanti del Consiglio di Circoscrizione, che aveva per presidente Carlo Giacomello, vice sindaco di Udine, al momento in cui scrivo.
Nel 2007 vede la stampa il mio volume intitolato “Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007”, Editore Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine.
 
Fiume 28.IX - 1.X.1931 - R.I. U. Maddalena (Regio Idrovolante Umberto Maddalena) - didascalia originale. Si tratta di un Dornier Do X idrovolante a scafo centrale, dotato di 12 motori di fabbricazione italiana. Fotografia della Collezione Conighi, Udine


Un mio saggio esce nel 2008 col titolo “Cara maestra, le scrivo dal CampoProfughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine, 1948-1963”, «Sot la Nape», 4, 2008, pp. 73-86.
Nel 2015 esce “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuligiuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”. Si tratta di un’opera a più mani, scritta da Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina ed Elio Varutti. Editore: Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine, 2015.

       1. Poliziotto goriziano incarcerato a Fiume 
Spesso il testimone dei fatti dell’esodo giuliano dalmata e di ciò che accadde nel 1945-1946 acconsente che sia fatto il proprio nome. A volte ne parla addirittura in pubblico, dinnanzi a decine di persone. 
Succede dopo il 2004 con l’approvazione della legge che ha istituito il Giorno del Ricordo. È capitato al professore Pietro Mastromonaco, che a Udine, a Palazzo Garzolini – di Toppo Wassermann, ha raccontato il 29 febbraio 2016 la storia dell’incarceramento di suo padre. «La mia famiglia stava a Gorizia nel 1945 – ha detto Mastromonaco – quando ci furono i 40 giorni di occupazione jugoslava e poco prima, quando c’erano in città le retroguardie dei cetnici alleate dei tedeschi, come altre truppe collaborazioniste: domobranci, belogardisti e cosacchi». 
Allora cosa accadde? «Mio padre, che era della polizia a Gorizia, fu ferito di striscio alla testa da un cetnico – ha proseguito Mastromonaco – poi fu ricoverato in ospedale e in seguito all’arrivo dei partigiani di Tito fu incarcerato a Fiume. Così per poter parlare con lui mia madre ed io siamo andati fino a Fiume in vari comandi e caserme, ma non ci davano retta, allora mia madre si arrabbiò e cominciò a protestare, fu così che un militare jugoslavo, in un buon italiano, cercò di calmare mia madre e poi ci fece vedere il babbo per pochi minuti». 
Come è finita? «A settembre, dopo 4 mesi di prigionia – ha concluso Mastromonaco – il papà è stato liberato, avrebbe potuto finire nella foiba, come tanti carabinieri, finanzieri e altri, solo perché italiani».
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A volte le eliminazioni effettuate dai partigiani avvenivano in modo truculento. I rastrellati presi a Gorizia, Manzano e Premariacco finivano male. Venivano uccisi a “La Cjasate di Ipplis”, comune di Premariacco, provincia di Udine, oppure alla “Casa di Truda”, a Craoretto, comune di Prepotto. 
Ecco la testimonianza di Marco Lesizza, che riporta i violenti fatti descritti dai suoi genitori. «Non siamo parlando di decine di morti, ma centinaia. Li uccidevano con il martello e il piccone. Tutti lo sapevano. Tutti» (Davide Vicedomini, Ecco la Casa di Truda il secondo mattatoio, «Messaggero Veneto», Cronaca di Udine, 3 marzo 2016, pagg. 22-23).
Su tali fatti va ancora fatta chiarezza. Ad esempio non si sa che fine abbiamo fatto tutte quelle decine di cetnici che stazionavano a Gorizia alla fine della guerra. Con le loro carrette vagavano fino a Cormòns e Prepotto. Vollero essi arrendersi agli inglesi, per non finire nelle mani dei titini, che li consideravano traditori e allora da eliminare. A chiederselo è anche Paola Del Din, partigiana e insegnante, medaglia d'oro al valor militare.

      2. La fuga con la capra Vava
Ecco qui la storia di pura fantasia degli italiani di Ruppa che partono in treno con la capra Vava per sfuggire alle violenze dei partigiani di Tito.
«Mia madre era Eda Rizzi – mi racconta Marco F., di Tavagnacco – era nata a Monfalcone nel 1919 e morì a Gorizia nel 1971».
Mi viene da chiedergli: - Cosa c’entrano i suoi familiari con Fiume e Ruppa?
A questo punto non capisco il suo atteggiamento. Da un lato vorrebbe parlare, dall’altro è molto combattuto dal desiderio di restare ancora in silenzio. Per quali motivi? Ha gli occhi lucidi, forse per il freddo, anche se siamo entrati al calduccio di un’osteria udinese, perché io possa scrivere, col suo permesso, quanto intende raccontarmi. Poi sbotta così: «Mia madre lavorava a Fiume nella profumeria Lescovac in Piazza Umberto I e abitava a Ruppa, vicino a Fiume fino alla fine del 1943».
Altro momento di pausa. Mi fermo anche io. Sono imbarazzato. Siamo nel periodo del Giorno del Ricordo Che devo fare? Del resto è stato lui a fermarmi in città, per ringraziarmi. «Grazie per quello che fai per i profughi istriani e dalmati!» – mi ha detto con voce decisa il Marco che io conosco da decine di anni, ma non avevo mai saputo che avesse anche lui dei familiari coinvolti nell’esodo giuliano dalmata.
 
La busta della lettera di Emilia Duimich, timbrata a Fiume il giorno 11 dicembre 1946 per Helga Conighi, esule a Udine

Rompo gli indugi, anche se mi accorgo che la lacrima scesa da un occhio non è per il freddo. Raccontami, se vuoi, dopo cosa è successo?
«I miei genitori sono scappati da Ruppa – mi spiega, di nuovo con voce sicura – per paura degli arresti dei partigiani titini. Mio nonno Emanuele Rizzi, ferroviere, fu fatto prigioniero dai titini e tenuto rinchiuso per due settimane. Per fortuna poi fu liberato ed allora disse: “Basta, basta, bisogna andar via da qua”. Fu così che scappammo tutti».
Allora – gli chiedo con una certa cautela – i tuoi familiari sono fuggiti per la paura degli arresti, ma c’erano anche fatti di violenza?
«Partirono tra ottobre e novembre del 1943 – aggiunge Marco – c’erano continue uccisioni, la gente spariva… mia mamma raccontava di tre sue amiche croate, andate coi partigiani e uccise nel bosco.»
Vorrei chiudere lì l’intervista. Sono confuso più di lui. Provo a fare un’altra domanda. Ci sono dei ricordi riguardo ad altri suoi familiari?
«Mio zio Renzo Rizzi, fratello di mia madre – continua Marco, come un fiume in piena – raccontava la durezza della guerra. Per spregio, fu obbligato dai partigiani titini a fare da ‘treppiede’ per un fucile mitragliatore. Lo zio raccontava spesso quel brutto evento. Renzo non ha mai voluto tornare a Fiume, per queste paure. Lo convinsero i figli, dopo anni di rifiuti e fu una vera delusione».
Vorrei chiedergli tante altre tante cose, ma non voglio abusare delle sue rivelazioni. Scoprirò più tardi che tali fatti non erano stati raccontati nemmeno a sua moglie, negli oltre cinquanta anni di matrimonio. Sapute queste notizie, resto molto colpito. Con quali mezzi sono fuggiti da Fiume i suoi familiari?
«I miei familiari sono scappati con la capra Vava – è la risposta sorprendente di Marco F. – hanno viaggiato in treno fino a Monfalcone, dove sono andati da parenti, poi furono alloggiati in alcune case requisite per i profughi».
La risposta mi stupisce. Ho un presagio. Questi ricordi potrebbero far star male l’intervistato. Mi azzardo a fare l’ultima domanda. Come è stato vivere da profughi istriani? Hanno raccontato mai ai discendenti le loro tristi esperienze? O fanno parte pure loro del Silenzio dei profughi istriani?
«I miei familiari non parlavano quasi mai dell’esodo – conclude con durezza – sono stati maltrattati, in quanto profughi, con l’accusa di portar via la casa alla gente di Monfalcone».
Ebbene sì, anche questi fatti sono un pezzo di storia dell’Italia.

 
La prima pagina della lettera di Emilia Duimich da Fiume, datata 12 dicembre 1946


2. Fiume 1946, il doloroso distacco. Lettere dell’esodo giuliano dalmata

Ecco alcune testimonianze scritte sul dolore per l’esilio da Fiume e da Trieste. Queste fonti sono autentiche. Esse ci consentono di fare un confronto con i documenti ufficiali della storia, nonché con le fonti orali, nonostante ci sia chi dubita assai delle testimonianze, perché i ricordi possono essere offuscati da fattori vari.
Vi racconterò di Emilia Duimich, una maestra di musica di Fiume, che con un coraggio impareggiabile dava lezioni ai suoi allievi, poco dopo la seconda guerra mondiale. Come se niente fosse, lei faceva musica, mentre il mondo stava uscendo da un baratro. La signora Emilia Duimich scrive una lettera da Fiume, il 2 dicembre 1946, alla sua amica Helga Maria Conighi (Fiume 16.10.1923 – Udine 2000). La signora Conighi è esule a Udine. Legge la missiva della cara amica e la conserva gelosamente. Il raro documento è arrivato fino a noi.
La Duimich esprime il desiderio di normalità e la ricerca di buone notizie «dopo tanti inverni disastrosi sopportati dal principio della guerra». La signora Duimich dà lezioni di pianoforte a tale Otello Lentini e si è impegnata molto per «due saggi e tu cara Helga sai quanto la preparazione stanca e quanto tempo occupa».
La maestra di pianoforte si dice contenta di sapere che parte della famiglia Conighi è riparata da Fiume a Udine. «Fa proprio bene al cuore – scrive la Duimich – sentire che il nonno ha potuto fare il viaggio ed arrivare a Udine senza stancarsi, e poi ha avuto la felicità di rivedere subito figli e nipoti che lo hanno potuto consolare del doloroso distacco di qui, tanto più doloroso nella sua tarda età». Il riferimento al nonno è da farsi all’ingegnere Carlo Alessandro Conighi (Trieste 1853 – Udine 1950), costruttore edile a Fiume, oltre che presidente della Camera di Commercio e Industria sino alla Grande Guerra
 
Lettera da Buenos Aires per Helga Conighi dall'amica Nerina

Il verbo “consolare” appare in molte corrispondenze dell’esodo giuliano dalmata, come pure le frasi fatte, tipo “non tutto il male viene per nuocere”. È la ricerca della normalità ad impegnare sia i profughi che i rimasti. I fiumani si scrivono e comunicano tra di loro, nonostante la censura di Tito. È difficile spezzare le amicizie e le conoscenze, anche se in mezzo c’è un fatto epocale come l’esodo di oltre 30 mila fiumani (dal 1945 al 1958) dalla loro amata città natale o di adozione, sotto la pressione dei titini armati. Nel 1939 la città aveva 58.616 abitanti, dopo la fine della seconda guerra mondiale in base ad un censimento del 30 novembre 1945 ne contava 47.839. Oggi Fiume appartiene alla Repubblica di Croazia e conta circa 167 mila abitanti (dati De Agostini - Atlante 1997) di cui circa 4.000 appartengono ufficialmente alla minoranza italiana rappresentata dalla Comunità Italiana con proprio statuto e propria sede.
L’esodo e i vari spostamenti hanno portato i fiumani, gli istriani e i dalmati anche lontano dall’Italia. Tra le numerose comunicazioni del carteggio di Helga Conighi si è scelta la seguente lettera proveniente da Buenos Aires. È scritta da una non meglio identificata Nerina, moglie di Aldo, originaria di Trieste. In Argentina la signora Nerina non si trova bene. Tra le varie affettività si legge che: «è il mio unico sogno venire in Italia, qui proprio non mi piace, non posso ambientarmi (…)». In questo caso non c’è consolazione, ma disagio, anzi profondo disagio. «(…) ti assicuro che piango la mia piccola Trieste più di una volta (…), preferirei magiare polenta ma nella mia Trieste con i miei cari tutti (…), insomma non mi piace niente di questa Argentina, questa è la morale!»
 
La lettera - biglietto natalizio di Liliana Bulian da Montreal (Canada), scritta a macchina il 14 dicembre 1954, l'affrancatura originale è stata strappata
 
L’ultimo messaggio che si propone in questa parte di articolo è datato, su un biglietto natalizio, 12 dicembre 1954; è scritto da Liliana Bulian, fiumana emigrata in Canada, per lavorare in veste di dattilografa, conoscendo la stenografia in lingua inglese. C’è la consapevolezza di essere profughi, anzi c’è addirittura una forma di propaganda per fuggire dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia verso gli USA, o in Canada. C’è la consolazione di fare un viaggio e vedere dei bei posti come «Cannes, Barcellona e Lisbona», dato che le navi partivano da Genova, oltre che da Trieste stessa. Anche tra le persone di Fiume, c’è una mentalità di fondo mitteleuropea, che sostiene l’individuo e fa affrontare ogni novità, anche se può sembrare difficoltosa.
«Devi sapere che come profughi giuliani abbiamo delle facilitazioni per emigrare sia in USA che qui – aggiunge Liliana Bulian – così tanto per far qualcosa ho fatto la domanda e siccome figuravo sempre residente in Austria la cosa è andata ancora più presto di quanto si immaginava». Per descrivere il clima di Montreal, l’autrice del messaggio scrive che è «una mezza via tra Milano e Innsbruck».
Si deducono così le tappe dell’esodo dei Bulian di Fiume: si va dall’Austria (per la conoscenza della lingua tedesca), a Milano, il Canada e, infine, la Liguria. Si evidenzia così che a fuggire da Fiume è stata pure quella parte italiana, che costituiva l’élite culturale della città quarnerina.

 
Una parte della lettera - biglietto natalizio di Liliana Bulian, da Montreal, all'amica Helga Conighi, esule a Udine

3. Fiumani nel mondo
Le lettere menzionante e le fotografie qui riprodotte appartengono alla collezione Conighi di Udine; si ringrazia tale famiglia per la concessione alla diffusione e pubblicazione di tali preziosi materiali. Tra le altre, nella citata collezione familiare emergono certi contatti soprattutto epistolari, telefonici e commerciali con le seguenti famiglie di Fiume esuli nel resto d’Italia o del mondo, ma pure con quelle rimaste a Fiume e dintorni, dopo il 1945.
I Zanetti sono profughi a Firenze, come pure i Dokmanovich. Il gruppo dei Rassmann Kienel ripara a Norimberga (Germania), mentre altri Rassmann sono a Klagenfurt (Austria). La famiglia Hromatka è a Forlì, come pure i Sorgarello, mentre i Sarcià sono a Ferrara. I Lehmann si dividono tra Bolzano e Milano. I Rudan sono a Roma e gli Schönheim a Udine. Ci sono, infine, gli orafi Giraldi autori dei famosi moretti fiumani, a New York (USA).
Tra i rimasti si notano i Podhorska di Abbazia, altri Rassmann e i Ronćević a Fiume.

Collezione documentaria
Le immagini qui riprodotte appartengono alla Collezione famiglia Conighi di Udine.

Bibliografia essenziale
- Davide Vicedomini, Ecco la Casa di Truda il secondo mattatoio, «Messaggero Veneto», Cronaca di Udine, 3 marzo 2016, pagg. 22-23.

Fonti orali 
-       Helga Maria Conighi vedova Orgnani (Fiume 1923 – Udine 2000), intervista del 22.08.1999 a Udine a cura di E. Varutti.
-        Marco F. (nome di fantasia), Monfalcone 1949 (luogo e data di fantasia), int. di febbraio 2016.
-   Pietro Mastromonaco, Roma 1934, ha vissuto a Gorizia dal 1937 al dopoguerra, intervista a Udine del 29.02.2016 a cura di E. Varutti.
 
Trieste, 3.11.1954 - didascalia originale, carro armato italiano
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.

giovedì 25 febbraio 2016

Donne fucilate a Spalato, 1943

«Mia mamma si chiama Margherita Covacich ed  è nata a Spalato nel 1939 – esordisce così Antonella Mereu nel raccontare una storia dell’esodo dalmata della sua famiglia – sono venuti via nel 1943, era il 28 agosto, c’erano lo zio, mia madre, un cugino, poi c’era la sorella di mia madre, Maddalena e sua madre, ovvero mia nonna, Antonietta Aviani, nata nel 1908 a Milna, sull’Isola di Brazza».
Domanda: Come mai sono fuggiti da Spalato?


Risposta: «Sono venuti via perché sparivano le persone – prosegue la testimonianza di Antonella Mereu – e i partigiani di Tito facevano la fucilazione degli italiani. Due donne della mia famiglia sono rimaste lì. “Cosa vuoi che ci facciano?” – dicevano. Hanno fucilato pure una di loro: Romana Covacich. Le donne rimaste erano la mamma e la sorella di mio nonno Antonio».
D.: Qual è la prima tappa dell’esodo dalla Dalmazia della sua famiglia italiana di Spalato?
R.: «Arrivarono a Trieste – ha detto la Mereu – e furono alloggiati in un albergo, poi furono destinati ad Arta Terme, in provincia di Udine, presso un albergo locale. Poi si spostarono in Veneto, nel Trevigiano».
D.: Ricorda altri familiari in fuga da Spalato?
R.: «Nel 1944 è riuscito a scappare anche il nonno, Antonio Covacich, che era impiegato al Credito Italiano. Era nato a Spalato nel 1908. È salito su una nave della Croce Rossa; c'erano due navi, quella davanti alla sua è stata affondata, subito dopo la partenza».
D.: Altri ricordi riguardo alla partenza?
R.: «I miei familiari si ricordano che sono partiti – conclude la testimonianza della Mereu – con una valigia, un materasso e la carrozzina da bimbo».
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Da una fonte in Internet si legge la notizia su Romana Covacich, da Spalato, uccisa dopo l'8 settembre 1943; la notizia dell'esecuzione fu data il 28-1-1944.

 

Immagini da Internet 
Un'altra testimonianza su Spalato
Un racconto su Spalato è stato riportato, nel 2005, anche da Mario Blasoni, giornalista del «Messaggero Veneto», che l'ha poi pubblicato in un libro. Il testimone raccolto è Rodolfo de Chmielewski, nato a Udine nel 1931, con lontani avi polacchi. Egli è figlio di un funzionario dell'Intendenza di finanza di Spalato, il ragioniere Giorgio de Chmielewski (1885-1966), esule nel 1921 in Friuli e a Trieste.
«Mio padre era di sentimenti italianissimi – ha detto Rodolfo de Chmielewski a Blasoni – un vero irredentista. Nel 1921, quando la Dalmazia è stata assegnata al Regno di Jugoslavia, non ha voluto giurare fedeltà a Re Pietro e ha perso il posto. Ha dovuto optare per l’Italia, andando prima a Trieste e poi a Udine».
Questo è il primo esodo per molti italiani di Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù. Gli slavi in quel periodo se la prendevano solo con le tombe o coi leoni di San Marco, presi a mazzate per far scomparire ogni traccia storica di italianità.
«Per mio padre era stato doloroso dover lasciare la sua amata Spalato – ha raccontato Rodolfo de Chmielewski a Blasoni –. E nel 1941, quando la Dalmazia venne occupata dagli italiani, volle tornarvi con la famiglia».
Rodolfo frequenta a Spalato la quinta elementare e la prima media, poi succedono cose truci.
«Nel 1943 ci fu il 25 luglio – ha detto il testimone – e poi cominciò la caccia agli italiani, identificati coi fascisti da parte dei croati».
Suo padre, Giorgio de Chmielewski, divenuto ragioniere capo dell’Intendenza di finanza di Spalato fu imprigionato dai titini, ma dopo alcuni giorni lo lasciarono tornare a casa.
«Un suo fratello, invece, fu ucciso in seguito e in Italia da un komando di partigiani rossi assieme alla moglie incinta di sei mesi – ha concluso Rodolfo de Chmeilewski al giornalista Blasoni –. Sono ricordi orribili».

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1.      
Le bombe su Zara
Andiamo ora a sentire un testimone dalmata vivente. Si tratta di Sergio Brcic, nato a Zara nel 1930. Egli è uno storico della Dalmazia, ma di recente, viene contestato il risultato delle sue ricerche storiche orientate soprattutto ai 54 bombardamenti di Zara, enclave italiana sulla costa dalmata dal 1918 al 1943. La contestazione viene da parte degli storici croati di questi decenni.
Elio Migliorini nella voce Zara del secondo volume di appendice dell'Enciclopedia Treccani, pubblicato nel 1949, scrive: «oltre l'85% degli edifici fu distrutto o danneggiato; 4000 cittadini ci lasciarono la vita».
«La mia Zara non esiste più – afferma in modo stentoreo Sergio Brcic – perché è stata cancellata per volere dei titini con i continui bombardamenti anglo-americani».
Domanda: A che punto è il contrasto con gli storici croati sui bombardamenti di Zara italiana?
Risposta: «Per i croati di questi anni i morti negli attacchi aerei del 1943-1944 sono stati circa 400 – risponde Brcic – mentre ne abbiamo avuti oltre 2000, si tenga presente poi che le bombe hanno ucciso gli italiani sì, ma hanno perso la vita anche vari croati».
D.: Sembra che non ci sia concordanza nemmeno sul numero totale dei bombardamenti. È vero?
R.: «Loro hanno scritto che sono stati sei in tutto – spiega Brcic – poi hanno cambiato idea e sono arrivati a conteggiare 30 azioni aeree sulla città di Zara, ma in verità gli attacchi sono stai 54 in tutto e sono stati devastanti, Zara è stata rasa al suolo, non come a Pola che era dotata di tanti rifugi antiaerei nelle cavità naturali».
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Un altro zaratino, Antonio Nicolich, ha detto: «Son vegnù via nel 1948, dopo le opzioni, ma non i dava tanti permessi, dopo son andà a Milano e no son mai più tornà a Zara, perché della mia città cossa sarà restà, dopo 54 bombardamenti e coi cambiamenti fatti da quei che xe vegnui dopo».
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Anche Bruno Perisutti ricorda la fuga da Zara della sua famiglia: «Siamo scappati da Zara nel 1943 – dice Perisutti – e siamo andati ad Aiello del Friuli da certi parenti, poi dal 1950 si abitò a Udine, in Via delle Fornaci, nelle case Fanfani, vicino al Centro di Smistamento Profughi».
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La signora Elvira Dudech, da Zara, andò, con nave, al Centro Raccolta Profughi di Ancona, poi per quattro anni e mezzo al Campo Profughi di Laterina (provincia di Arezzo), in quello di Chiari (provincia di Brescia, e infine a Roma coi familiari. Invece certi suoi cugini, che lei andò a visitare, erano sistemati al Centro di Smistamento Profughi di Udine, in Via Pradamano, verso il 1955. «Gò visto brande e mia cugina che dormiva in campo – ha raccontato la Dudech – jera fioi che i piangeva, i voleva la casa, le mame diseva: no gavemo più casa».

Un’altra figura notevole tra gli zaratini di Udine fu padre Cesario da Rovigo. Egli fu vicino ai profughi del Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano, poiché era un esule “di spirito” essendo stato in servizio a Zara dal 1935 al 1939. Come ha scritto Natale Zaccuri su «La Vita Cattolica» del 2 luglio 2015, a pag. 19: “Fu cappellano a San Servolo di Venezia, al Cimitero di Udine, «Guardiano» a Gorizia (dal 1928 al 1931), a Padova (1932), a Zara (1935) e «Padre spirituale» in Dalmazia”.
Dalle mie ricerche personali emerge che Padre Cesario dei Cappuccini fu rettore della Chiesa del Cimitero nel 1954, come risulta dal Libro Storico della Parrocchia della Beata Vergine del Carmine, a p. 267. Dopo l’esodo fu in servizio nella chiesa di Baldasseria, come riportato dal Bollettino Parrocchiale della Beata Vergine del Carmine del 1954. Celebrava la santa Messa pure nel Villaggio Metallico. Cesario Giacomo Finotti, detto Padre Cesario da Rovigo, nacque a Rovigo il 4 luglio 1893 e morì a Udine il 1° luglio 1983.
Duomo di Udine, 18 febbraio 1949 (oppure 1950). S. Messa con gli esuli zaratini in ricordo di S. Simeone, patrono di Zara. Si riconoscono: il celebrante padre Cesario da Rovigo, già in servizio a Zara e don Giovanni Budinich (col breviario). Tra di loro: Rita Bugatto e il signor Bognolo. Da sinistra: le signore Galessi e Cassani. Davanti a lei c’è: Antonio Bugatto (coi calzoncini). Dietro di lui: il signor Giadrini ed Elda Alesani (vicino al frate), con suo figlio Plinio (dietro al prete), accanto a Nina Nagy e sua sorella Emilia (in prima fila, col cappellino). Tra le sorelle Nagy c’è Licia Bulat, zia dei giovani Bugatto. Da destra: la signora Biasutti (volto tagliato) e il dott. Giacinto Bugatto (col lutto), direttore delle Poste di Zara, padre dei tre Bugatto. Dietro di lui: il dott. Hoffmann, vice prefetto di Udine, con sua moglie Raffaella. Dietro ad Hoffmann ci sono: Antonio Usmiani (di tre quarti), i signori Marsan, Boezio e Giuseppe Bugatto (in fondo a tutti). Collezione Giuseppe Bugatto, Udine.

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Molto interessante è pure la biografia di Silvio CattaliniNato il 2 giugno 1927 a Zara, quando apparteneva al Regno d’Italia, Silvio Cattalini è figlio di Antonio e di Gisella Vucusa. È presidente dal 1972 del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD.
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Le interviste ai testimoni citati sono a cura di Elio Varutti, che ha operato con taccuino e penna. Si sono svolte a Udine nelle giornate sotto riportate.
1)      Sergio Brcic, Zara (1930), int. del 10 febbraio 2016, storico della Dalmazia.
2)      Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 15 febbraio 2007.
3)    professoressa Antonella Mereu, Treviso (1966), intervista del 12 febbraio 2016.
4)      Antonio Nicolich, Zara (1927), int. del 20 aprile 2007.
5)      Bruno Perisutti, Zara (1936), int. del 11 gennaio 2004.

Bibliografia

- Mario Blasoni, “De Chmielewski, autore di teatro e chansonnier”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, 2007, volume III, pp. 36-38.
- Oddone Talpo – Sergio Brcic, ...Vennero dal cielo : 185 fotografie di Zara distrutta 1943-1944 (1.a edizione: Trieste, Libero comune di Zara in esilio, Delegazione di Trieste, stampa 2000). Associazione Dalmati italiani nel mondo, Campobasso, Palladino, 2.a ediz., 2006.
- Natale Zaccuri, Si ricorda padre Cesario, «La Vita Cattolica» del 2 luglio 2015, Udine, pag. 19.

La bandiera dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.