domenica 3 giugno 2018

Memoriale della deportazione ebraica a Borgo S. Dalmazzo, Cuneo


È un luogo della Shoah dal 2006. Si deve sapere che il 21 novembre 1943 sul piazzale della stazione di Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, sono state ammassate 329 persone di fede ebraica per deportarle nei lager nazisti. 

Erano adulti, bambini e vecchi. Sul binario si tenevano raggruppati tra di loro per parentela familiare. Furono spediti prima al campo di concentramento a Nizza e poi al campo di Drancy, presso Parigi e, infine, ad Auschwitz, dove 311 di loro furono eliminati. Altri rastrellamenti di ebrei seguirono nel 1944 con l’invio di ulteriori 26 individui a Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, da dove furono costretti a proseguire verso Auschwitz e Buchenwald. 
Da Borgo San Dalmazzo partirono il 15 febbraio e soltanto due di loro sopravvissero. Il convoglio che poi partì da Fossoli il 22 febbraio 1944 trasportava così, oltre a Primo Levi, anche 23 dei 26 internati di Borgo San Dalmazzo in direzione Auschwitz. Costoro transitarono per Venezia, Udine e Tarvisio (che è vicino all’Austria), in direzione di Vienna e poi di Auschwitz.

La storia del campo di Borgo San Dalmazzo è suddivisa in due parti. Dapprima, dal 18 settembre al 21 novembre 1943, vi furono rinchiusi 349 prigionieri di diverse nazionalità. Erano in prevalenza ebrei polacchi, francesi e tedeschi, ma anche austriaci, rumeni, ungheresi e greci. Essi erano provenienti per lo più da Saint Martin Vésubie, sulle Alpi Marittime, una residenza coatta creata dalle forze di occupazione italiane nella Francia del Sud, che tendenzialmente salvò certi ebrei. Non tutti gli ebrei stranieri arrivati in Italia da St. Martin Vésubie dopo l’8 settembre – in seguito al disfacimento dell’esercito italiano – furono internati a Borgo San Dalmazzo. 
Su circa 800 persone si salvarono coloro che riuscirono ad allontanarsi dall’area prima dell’arrivo dei tedeschi. I fuggitivi raggiunsero la Svizzera o, attraverso Genova, Firenze e da lì le zone liberate dagli Alleati. Altri ebrei si nascosero nei boschi tra le valli Gesso e Stura, sopravvivendo con l’aiuto degli abitanti locali. In alcuni casi aderirono alla lotta partigiana, fino alla Liberazione. I prigionieri arrestati dopo il bando emanato dai tedeschi il 18 settembre 1943 che ordinava l’arresto immediato di tutti gli stranieri presenti nella zona, rimasero al campo di Borgo S. Dalmazzo un paio di mesi. La mattina del 21 novembre 1943, su ordine dell’Ufficio antiebraico della Gestapo di Nizza, furono internati.

La seconda fase del campo di concentramento cuneese si aprì nel dicembre 1943, dopo che la carta di Verona aveva formalizzato, nell’Italia della Repubblica di Salò, la cattura degli ebrei. Il campo di Borgo San Dalmazzo fu allora riaperto dai fascisti e destinato al concentramento degli ebrei della provincia. Ventisei persone, in maggioranza donne, furono così internate nella caserma, sorvegliata e diretta da italiani. Il 13 gennaio 1944 la Questura di Cuneo dispose che i ventisei internati, tra i quali 18 donne e 8 uomini, fossero tradotti straordinariamente al campo di concentramento di Carpi (Modena), cioè a Fossoli. 
In questo modo le autorità italiane rispondevano alle direttive dei nazisti, che, volevano raggiungere in tempi stretti un numero di prigionieri sufficiente a organizzare un trasporto “economico” ad Auschwitz. I nazisti, nei loro manuali, prevedevano di stipare almeno 50-80 persone per carro bestiame, altrimenti il trasporto sarebbe stato antieconomico per il grande Reich.

Non c’è molto di artistico in questo Memoriale della deportazione inaugurato il 30 aprile 2006. È un’opera immanente e forte in chiave etica. Nell’installazione si vedono tre vecchi vagoni ferroviari per il trasporto di merci, uno dei quali reca tracce di alcune scritte in lingua tedesca. Sono di certo dei pezzi storici. Non saprei se furono proprio i mezzi della deportazione verso lo sterminio.
Il monumento è stato voluto dal Comune di Borgo San Dalmazzo, dalla Regione Piemonte, dalla Provincia di Cuneo, dalla Comunità Ebraica di Torino Sezione di Cuneo, dall’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Cuneo, da Alcotra e da La Memoria delle Alpi, con un finanziamento dell’Unione Europea, Progetto INTERREG.

Il memoriale giace su una placca in cemento per ricordare il sito – la banchina ferroviaria – da cui i prigionieri vennero inviati per il loro viaggio terribile con i patimenti e la sofferenza. Nella maggior parte dei casi ci fu la morte. Sulla piastra in calcestruzzo sono posizionate venti sagome in piedi, per rappresentare i sopravvissuti. A terra, sono fissate 335 lastre, riportanti il nome, il cognome, l’età, e la sigla della nazionalità d’origine dei deportati e uccisi. Si erano riuniti per gruppi familiari.
Il monumento è circondato da massi e sassi di varie dimensioni. Spiccano i tre vagoni bestiame che, di sera, sono illuminati dal basso. Ciò conferisce all’area monumentale un effetto toccante. E’ possibile visitare i vagoni merci; i diversamente abili possono accedere ad uno di essi tramite una rampa di accesso. Nella mia visita, tuttavia, li ho trovati chiusi, forse per impedire atti di vandalismo. All’entrata del Memoriale un pannello introduttivo illustra le motivazioni del monumento in quattro lingue: italiano, francese, inglese e tedesco.
Sono spiegate poche notizie storiche, come deve essere una targa turistica, di quelle del turismo della memoria. Mi sarebbe piaciuto trovare il nome dell’autore di questo progetto, ma non l’ho trovato. Si legge solo che lo Studio Kuadra, di Cuneo, ha realizzato l’opera. Forse sono più importanti i nomi degli ebrei uccisi. Sono segnati lì, in posizione orizzontale, a differenza dei pochi che si salvarono dall’olocausto, segnati in verticale.
Importante è riflettere su ciò che è accaduto, su chi ha fatto certe leggi di discriminazione, su chi ha prelevato, imprigionato e ucciso. Certi osservatori sostengono di pensare anche a chi girava la testa dall’altra parte per non vedere. Curioso è il fatto che la tabella informativa non dica chi ha arrestato, deportato e ammazzato ebrei solo perché di religione diversa dalla maggoranza. Dopo l’8 settembre 1943, data della comunicazione dell’armistizio tra Italia e alleati, i tedeschi invadono l’Italia del nord e del centro. Quella del sud era in mano angloamericana, le cui truppe erano sbarcate in Sicilia il 10 luglio, senza trovare grossa resistenza, tanto che liberarono l’isola in 39 giorni.
Gli ebrei ammassati a Borgo San Dalmazzo erano fuoriusciti dalla Francia, ma provenienti da mezza Europa, poiché in fuga dalle grinfie naziste. Il loro arresto è stato condotto dai nazisti e dai repubblichini.

Oggi questo è un luogo della Shoah piemontese e italiana. Cerchiamo di non scordarlo. Onorare quelle perdite umane non è solo un ripetitivo rituale del 27 gennaio – Giorno della Memoria – ma è un modo per acquisire maggiore consapevolezza, affinché certi fatti non accadano mai più.
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Bibliografia
- Alberto Cavaglion, Nella notte straniera. Gli ebrei di St.-Martin Vésubie, L’Arciere, Cuneo, 1981.
- Walter Laqueur, Alberto Cavaglion (curr.), Dizionario dell’Olocausto, Einaudi, Torino, 2004.
- Liliana Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano, 2002.

Sitologia
- Testo ripreso dal sito del Comune di Borgo San Dalmazzo. Visualizzazione del 3 giugno 2018.


- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, on-line dal 21 aprile 2017.

E. Varutti, Birkenau, visita al campo di sterminio, on-line dal 3 maggio 2017.

- E. Varutti, Shoah, ebrei di Fiume salvatisi in Friuli e il ruolo dei Mistruzzi, on-line dal 10 gennaio 2018.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti.
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